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A Piccoli Sorsi Interrotti - di Filippo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/02/2009 alle ore 13:03:58

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 


A PICCOLI
SORSI
INTERROTTI






Di: Filippo Rocci




A Chiara, che mi ha sempre sostenuto.

A Riccardo, il mio lettore più critico.

A Francesco, che mi ha filosoficamente ispirato.

A Michele, il primo che mi ha fatto sentire “scrittore”.









“......Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.

Lui che offrì la faccia al vento,
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.

Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate.

Sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
"tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”



Fabrizio De Andrè -“Dormono sulla Collina” -



Eccomi: il mio primo LIBRO. Sapete quelle cose che si sentono in tv o in radio dalle superstar del rock o dagli attori di Hollywood : “le canzoni arrivano dalle 00.00 alle 04.00”, oppure “è di notte che prendo ispirazione per i miei personaggi”; bèh ora sono le 23.54 quindi in teoria tra qualche riga l’ ispirazione dovrebbe arrivare. Dovrebbe invadere le mie dita, le mie terminazioni nervose, le mie sinapsi rendendomi una specie di mostro creativo, spingendo le articolazioni delle mie mani su questi tasti che fin ad ora sono stati usati per scopi per lo più futili (ribadisco per lo più e non esclusivamente futili). Avrete quindi intuito che questa prefazione è priva di quel “quid” che solo la notte porta con sé. Decido però di fissarla su carta per poter far giudicare , a chi ne fosse interessato, la differenza tra il “prima” e il “dopo” ; come in una di quegli show sulle pastiglie per dimagrire nelle quali una persona porta con sé in trasmissione due foto: una all’ epoca dei 120 kg ed una attuale a 50 kg.....come il giorno e la notte appunto .(Il pubblico di Retecapri avrà ora anche capito di che pastiglie sto parlando).

DICHIARAZIONE DI POETICA
Come mi ha insegnato la mia prof. di italiano del liceo la poetica è la concezione dell’ arte di un artista: in che modo egli si serve dell’ arte ? Con quali scopi?
La mia non si può definire arte, non ancora, quindi cercherò di desumere la mia poetica dalla storia che racconterò; toccando i temi più alti e i più bassi, i più nobili e i più scomodi, i più interessanti e i più banali. Di fondo ho la voglia di condividere (quello che inglese è reso dal verbo “to share”) con il resto dei miei simili le mie idee, le mie ansie e le mie sensazioni. Di fatto il mio protagonista non ha avuto una vita così intensa o memorabile, anche perché il lasso di tempo che lo ha visto protagonista su questo pianeta è molto breve, ma le idee e il modo di vedere la realtà sono soggettive, innate e personali; non credo che un’ idea o un ragionamento possa essere “più utile” o “più degno di essere ascoltato” di un altro.
Siamo tutti nati dalla materia di una stessa stella che è esplosa ormai qualche tempo fa, quindi ci deve essere qualcosa che ci accumuna, oltre alla fisiologia dei nostri corpi .Scrivere e sapere già che rimarranno memorie impolverate è frustrante: voglio agire nel mio presente, lasciar un segno ora prima che un altra stella esploda e cancelli tutto il buono che possiamo aver fatto nella nostra permanenza sul palco del teatro Terra.
Il libro è una sorta di diario: un insieme di riflessioni, idee, percezioni, sentimenti di un ragazzo come tanti ; un ventitreenne che studia con poco successo e lavoricchia per concedersi dei piccoli “lussi”. Vi lascio ad Ignazio. Buona lettura.
CAPITOLO I
“Io = Io”

Ecco. Ci risiamo, sto litigando via sms (quanto odio litigare via sms ) con la mia ragazza; stavolta il motivo è che secondo lei mi comporto diversamente quando sono da solo con lei e quando sono da solo con gli altri. A volte mi accusa di non essere me stesso quando sto con lei.
L’ espressione “Essere se stessi” secondo me non ha molto senso; con la poca esperienza che ho accumulato posso dire senza problemi che nessuno , o per lo meno nessuno di coloro che ho conosciuto fino ad oggi, ha UNA SOLA identità , nessuno. Il tema è molto Pirandelliano ma penso che sia quanto mai attuale.
Chi dice esattamente le stesse cose o si comporta nello stesso modo in presenza del proprio partner e da solo con sei amici in tarda notte all’ uscita di una locale dopo una notte balorda?? Chi si comporta allo stesso modo a contatto con ragazzi di 14 anni e a contatto con austeri adulti professori universitari??
La risposta è......un manico di scopa, sissignori ; un essere inanimato, senza coscienza.
Già perché non so dove su internet ho letto che la cosa che ci distingue dall’ inanimato e dagli animali è la coscienza; penso che sia vero .Personalmente so benissimo di non essere sempre me stesso, forse neanche ora perchè sto cercando di rendere il più fruibile possibile un idea che dentro di me non avrei bisogno di spiegare: mi sto quindi adattando, plasmando a qualcuno che non conosco e che potrebbe giudicare tale idea . Non sono quindi più me stesso, o per lo meno non al 100%.
Quando ciò mi succede sento una sensazione strana: qualche secondo di alienazione, come un camaleonte che si mimetizza e impiega qualche secondo a cambiare il colore della propria muta ; rimane indifeso, scoperto, nudo per un breve periodo e se venisse attaccato in quel lasso di tempo non potrebbe fare nulla. Fortunatamente non sono mai stato attaccato in quella frazione ,quando lo sarò vi farò sapere cosa succede; l’ alienazione si è ,comunque, ormai ridotta al minimo perché le identità che mi sono costruito sono ormai definite (cioè non infinite).
Ho degli “stampi di personalità” , basta cambiarli e lasciarsi avvolgere da essi; come quando si fanno i biscotti e l’ impasto ancora molle si lascia tagliare dalla formina di metallo lasciando fuori ciò che non farà parte del biscotto. I miei “stampi di personalità” si possono ricondurre a 4 macrogruppi : me con la mia ragazza, me con i miei amici, me con i ragazzi con i quali lavoro, me con la mia famiglia.
L ‘unica situazione che mi provoca ancora una rilevante sensazione di alienazione è quella di trovarmi una stanza, un locale, un tavolo e conoscere meno della metà delle persone presenti; situazione molto “erasmus” per capirci. In questi casi ,non essendo un mosto di socializzazione istantanea, soffro il “cambio di muta”; spesso anche per mezzore intere prima di adattarmi; cosa che spesso succede legandomi ad uno solo degli altri membri del gruppo: tecnica che definisco dell’ “abbocco”.
Agganciarsi ad uno per far trasparire la propria brillantezza e la propria attitudine a tutti. Cosa che detta cosi sembra abbastanza triste e denunciante mancanza di personalità , ma vista dal vivo ha il suo effetto ,ve lo assicuro. Chiedo ancora scusa al Mono per averlo , forse, messo in imbarazzo in un paio di occasioni.Una volta la ricordo ancora. Io e Riki eravamo andati a trovare Mono che stava facendo l’erasmus in Spagna, a Madrid.
Una sera ci ha porta con lui ad un “botellon” (festa a casa di amici con qualche bottiglia e qualcosa da smangiucchiare): entrato in salotto la mia mimetizzazione ha avuto un blocco, non ne conosco ancora il motivo. Ero lì ma non ero lì, fuori da tutto; la peggiore mezzora in compagnia che ricordo. Mono , da buon amico, ha cercato di sciogliermi; mi rendevo conto di star facendo fare una figura magra anche a lui che da quel giorno sarebbe stato amico del “sociopatico, asociale,disadattato”....
va bene.Anche in quell’ occasione però la tecnica dell’ “abbocco” mi salvò. Grazie ad un amica sarda di Mono iniziai ad infilarmi in discorsi, insinuarmi in racconti che fino a qualche istante prima suonavano nella mia testa come echi lontani.
Vi dico solo che ricordo quella serata come una delle più divertenti della mia vita, ho ancora foto memorabili che ne testimoniano il buon esito.
Dunque, tornando a noi, quattro “stampi di personalità” noti e gestibili e uno ancora in fase di costruzione; sincerante non so quanti altri me ne fornirà il tempo avvenire, spero pochi , anche se fortunatamente sono uno di quei soggetti che definisco “poco camaleontici”. Le mie mute cambiano di poco, magari una sfumatura o un particolare lasciando la sostanza inalterata . Se il fato mi dovesse fornire troppi stampi potrei sbagliare ad estrarre dal cassetto degli utensili per dolci lo stampo sbagliato ed iniziare a cazzeggiare durate un pranzo con i parenti, oppure chiedere degli ultimi flirt alla mia ragazza impastando parti che sarebbero decisamente dovute stare tra gli scarti dei biscotti; o peggio ancora fingere regolatezza e interesse alle discussioni sulla meteorologia quando sono ad una festa con amici (cosa che è capitata).In definitiva è sufficiente individuare tutti i propri stampi e metterli ben in vista e divisi gli uni dagli altri; usiamo meno della metà del nostro cervello ma dovrebbe essere sufficiente a non scorreggiare a tavola con i nonni o fare battute a luci rosse con un bambino di 14 anni che ne dite??
Per la cronaca: dopo pochi sms ci siamo chiariti , come al solito , e la sera stessa siamo usciti e siamo stati bene .

CAPITOLO II
“Carpe Diem”

Come in tutte le migliori famiglie lasciatemi fare le presentazioni: mi chiamo Ignazio, ho 23 anni , lavoro part-time e frequento (ufficiosamente) la facoltà di economia.
Sono un tipo calmo, quieto e abbastanza gioviale.
Ho una vita normale, non spericolata, non come quella di Steve McQueen (chi cazzo sarà poi sto McQueen...boh) ; mi piace sorridere all’ avvenire, sono un tipo ironico che anche nelle asperità trova il lato divertente e grottesco.
Non so ancora cosa farò da grande, ma molte delle persone più interessanti che conosco , proprio come me, non sanno cosa ne faranno della loro vita (“proprio come me” è riferito al fatto che non so cosa farò della mia vita, non all’ essere interessante; sono un modesto).
Mi piace assaporare la tranquillità sulla mia piccola isola, all’ insegna del giusto mezzo e della moderazione.
Se fossi vissuto qualche centinaio di anni fa, sarei stato grande fan di Orazio, uno di quei fan che appende poster in camera o ha foto del suo idolo sul cellulare; la distanza temporale mi rende oggi un semplice estimatore del poeta latino Quinto Orazio Flacco, in arte appunto Orazio; non posso certo maledire mia madre e mio padre per avermi fatto solamente sfiorare,odorare, udire le sue gesta, come potrebbe fare un fan dei Queen o del Che....qui parliamo di circa 2050 anni quindi mi sono messo l’ anima in pace già da un po’.
Orazio coniò per primo l’ espressione tanto usata in seguito “Carpe Diem”, tanto usata si ma anche tanto storpiata e mal interpretata.
Il poeta latino propone ( ne parlo al presente perché in fondo mi piace immaginarmi suo contemporaneo, anche io nel Circolo di Mecenate e cose del genere ) un modello di “cogliere l’ attimo” votato alla regolatezza, all’ equilibrio, al giusto mezzo: non abbattersi nelle disgrazie e non esaltarsi nella fortuna , come una ciurma di marinai che non si getta in acqua se incontra una zona di bonaccia, senza il vento che gonfia le loro vele ma , allo stesso tempo, non si esalta nel momento in cui incontra una corrente eccezionalmente potente e anzi non dispiega completamente le vele per non abusare della magnanimità della natura. Questo è il “Carpe Diem” , quello che io stimo,apprezzo, esalto e nel mio piccolo cerco di applicare alla vita di tutti i giorni.
Molti confondono questa voglia di “giusto mezzo” con la ricerca di mediocrità, con la paura di rimanere invischiati nelle turbe della vita, con la voglia di rifugiarsi vigliaccamente in un isola aurea; in fondo potrebbe essere vero e credo proprio che lascerò i Molti sopracitati liberi di pensarla come vogliono.
Oggi troppo spesso sento parlare del Carpe Diem come inno alla sregolatezza, a riempire le tasche di dolciumi finchè il negozio svende, a mangiare finchè la cucina è aperta; la grandezza di Orazio però sta nel fatto che, nonostante quasi nessuno abbia compreso la sua idea di regolatezza e equilibrio, egli non critica le sbavature degli uomini; Quinto ( per chi si stia chiedendo del perché di tanta confidenza ricordo che siamo amici all’ interno del circolo di Mecenate ) scrive Sermones, ossia chiacchierate quasi informali, con lo spirito di indagare la realtà e i vizi umani cercando di comprenderli, spesso riuscendoci.
Non esistono cose buone o cattive, attitudini pure o riprovevoli, non siamo nessuno per giudicare o pregiudicare un atteggiamento o una scelta, possiamo e anzi dobbiamo limitarci ad osservare o al massimo cercare di comprendere il perché di certe deformazioni,perversioni,bisogni e pulsioni.
Come mi piace pensare , e qui Quinto Orazio Flacco si dimostra vero precursore e genio, non esistono azioni buone o cattive, decisioni nobili o perniciose ma solo ed esclusivamente le conseguenze di tali azioni e decisioni.
Quante persone almeno una volte nella vita si sono sedute sotto la loro veranda, o sotto quella di qualcun altro intorno alle 19.00 in un pomeriggio di estate , con un bicchiere di vino fresco a contemplare il tramonto, il paesaggio o semplicemente a fare il punto sulla propria situazione personale?? Bhè credo molti....sappiate che Orazio lo faceva già più di 2000 anni fa, dovremmo tutti pagargli i diritti d’ autore per questo, per il “Carpe Diem”, e per molte altre cose ma non penso che nessuno lo farà mai; io nel mio piccolo ho fatto quello che potevo,salvando sul mio cellulare una foto del mio grande amico Orazio Flacco. Grazie.














CAPITOLO III
“Il Professore Universitario”

Il fatto che frequento “ufficiosamente” la mia facoltà è una verità inconfutabile : su questo ha avuto grande influenza il difficile rapporto con i prof. Universitari.
Con la locuzione “Prof. Universitario” definisco tutte quelle persone che , con aria austera, di superiorità ,giudicano gli altri; dimostrandosi in questo poco Oraziani.
Persone alle quali mia nonna dedicherebbe una frase che recita pressappoco questo: “Cala giù da quel pajaro!!”, dove con “pajaro” si intende un cumulo di fieno e/o paglia dalla cima del quale guardare e giudicare gli altri risulta più facile.
I Prof. Universitari sono : cavillosi, ordinati, non perseguibili da alcun tipo di legge europea, distaccati, spesso freddi, eleganti, spesso muniti di più paia di occhiali per scrutare meglio, macrobiotici, vegetariani o peggio ancora vegani, a volte frustrati e molto spesso nati prima del 1960.
Ora sapete da chi guardarvi le spalle.
Immagino spesso una cena in famiglia di un Prof. Universitario: sottofondo di musica da camera o gregoriana per lavare via le oscenità ascoltate in autobus,in metro,in ufficio o alla radio; tavolo munito di centrotavola neoclassico con tanto di ortensia rosa; dialogo quasi inesistente con il partner e i figli, sul genere :” Questa sera la salsa di piselli è un po’ insipida cara” , “Mi dispiace caro ma nostro figlio giocando con i soldatini in pasta di mais ha inavvertitamente rovesciato tutto il sale grezzo marino del quale disponevo” , “Cara domani provvedi a farne scorte e non dimenticare di comprare i fagioli azuki che si dica facciano così bene al mio apparato erettile” ecc...ecc....
Dopo avervi fatto accapponare la pelle con questa atmosfera gotica-comica vorrei spiegare da dove nasce l’ associazione “Prof. Universitario-giudicantes” (participio presente che rende l’ idea di un giudizio che perdura nel sua azione nel presente, forse anche mentre state leggendo queste parole un giudicantes sta sparlando di voi a tavola con la famiglia, come facevano le comari del paesino di Sant’ Ilario cantate da De Andrè).
Frequentando la Facoltà di Economia ho avuto il modo di conoscere e interagire con diversi Prof.Universtari.
Premessa necessaria: io sono uno studente particolare che non frequenta le lezioni per un insieme di motivi; dalla poca passione per le materie studiate alla mancanza di tempo per il lavoro part-time di animatore-educatore che svolge. Mi piacerebbe molto descrivere un classico esame orale sostenuto dalla matricola 1203275 e penso che lo farò qui di seguito.
Definizione caratteri per le righe successive:
· Narratore
· Voce della matricola 1023275
· Pensiero della matricola 1023275
· Voce del Prof. Universitario

Giorno dell’ esame: la matricola 1023275 si sveglia con la giusta dose di adrenalina in circolo e dopo una veloce colazione si reca in facoltà. Dopo un paio di giri nel parcheggio trova posto per la sua macchina, espone il cartellino di studente, imbraccia la sua tracolla e si dirige verso l’ aula T36, la più piccola e angusta dell’ ateneo. Ad attenderlo sono 85 studenti, che chiameremo “Ostriche”, seduti e circa 47 in piedi ai quali si aggiungerà anche la matricola 1023275.
Con un ritardo minimo, quasi trascurabile (35 minuti) si presenta il Prof. Universitario, che chiameremo “Tricheco”,con il suo assistente , che chiameremo “Carpentiere”.
Dopo un rapido appello le prime Ostriche vengono spulciate e scremate dal Carpentiere per poi passare dal Tricheco che ne fa un sol boccone e ne boccia circa il 75%.
Circa un ora dopo tocca alla nostra matricola 1023275: riportiamo qui di seguito ciò che è avvenuto dopo che la matricola 1023275 è passata dal Carpentiere, cioè da quando si siede di fronte al Tricheco consegnadogli in mano un foglietto con su scritto 28( il voto secondo i Carpentiere).
La matricola 1023275 scorge subito le iniziali cucite sul taschino della camicia del Tricheco, avrebbe anche lei sempre voluto una camicia con su scritto “M.1.”,invece si ritrova in t-shirt.
“Buondì”
Il tricheco alza lo sguardo perplesso e incuriosito da tanta giovialità e da tanto gaudio.
“Buongiorno, ahhhh un bel 28, vediamo se possiamo confermarlo”
“Speriamo”
“Da culo che questo me lo conferma ,metto 2 firme per il 25 una anche contromano se serve”
“Mmmmh...lei non ha una faccia viste non ha frequentato le mie lezioni???”
“Mentire o no, tirare fuori una plastica ricostruttiva al viso o dire la verità cercando di impietosirlo con il fatto del lavoro??!”
“No prof. perché ho dei problemi con gli orari del lavoro”
“Ah..bene”
“Cazzo...non mi ha nemmeno chiesto che lavoro faccio, non posso dire nemmeno che sono utile al sociale”
“Allora mi parli della matrice di Boston”
La nostra matricola 1023275 deglutisce un insieme di saliva,sangue,tensione e sudore freddo che gli cola persino dalle mucose della bocca, ma poi con uno scatto volontaristico decide di trovare il coraggio per denunciare ciò che ritiene essere un ingiustizia: il fatto che il libro di testo non parli affatto della matrice di Boston.
“Prof. non sono preparato su questo argomento è inutile che tergiversi le dico la verità, però sul libro di testo questo tipo di matrice non viene citata”
“E adesso che mi dici eh?? Ti ho preso in castagna vecchio e stanco prof!!!sono qui ,avaaaaanti sfogli quel libro ,mi dimostri il contrario, ne ho letto ogni singola riga ,ogni singola nota”
“E’ vero ,ma ne abbiamo parlato a lezione e lei si doveva procurare il materiale o meglio ancora venire a lezione. Dunque, un 28 seguito da una scena muta diciamo che un 22 è più che accettabile, non si può approfondire tutto al 100% giusto?? Diciamo che lei è stata sfortunata matricola 1023275”
“Si certo sfortunata che il tricheco abbai scelto una domanda su un argomento trattato a lezione dopo aver scoperto che non ho frequentato....una vera sfortuna”
“Si penso di si prof., accetto il voto comunque”
La matricola 1023275 ripensa a quando avrebbe voluto mettere due firme delle quali una contromano per un 25 e legge sconsolato il 22 sul suo libretto accingendosi ad alzarsi dalla sedia davanti al tricheco.
“Grazie e arrivederci”
“Sei un frustrato e non hai un amico”
“Arrivederci matricola 1023275, in bocca al lupo”
“Crepi!!” accennando addirittura un sorriso
“E l’ unico che hai ora è a letto con tua moglie”
La matricola 1023275 esce dall’ aula telefona ai suoi spiegando i motivi della disfatta ma ormai ogni recriminazione è inutile, il dado è tratto e il tricheco è sazio,dopo l’ insipida zuppa di piselli della sera precedente.
Questo è un aneddoto che vi aiuterà a capire perché ho dato il nome “Prof. Universitario” ad una categoria de persone che non mi piace particolarmente.
Ora questo sembrerà solo l’ ennesimo sproloquio del ragazzo viziato e che non ha voglia di studiare che dice “Il prof. ce l’ha su con me, non è colpa mia ”. Sinceramente per me studiare non è mai stato un problema , anzi; ora a 23 anni posso anche dire di aver amato lo studio di qualche argomento senza aver paura di ricevere una serie infinita di insulti dai miei compagni di classe.
Ammetto che : frequentare una facoltà scelta di ripiego dopo l’esclusione da medicina, non essere mai presente alle lezioni e il non amare le materie studiate sono tutti elementi che spiegano e magari giustificano il mio sentimento di avversione verso i Prof.
Nonostante tutto voglio ribadire che i fatti narrati non sono TRATTI da una storia vera, SONO una storia vera.





























CAPITOLO IV
“Il Testamento di Tito”

Stasera ho allenamento di calcetto, gioco con una squadra in serie D.
“Gioco” è una parola grossa, diciamo che mi alleno e scaldo la panchina per i titolari che quando escono dal campo fanno a botte per occupare il posto intiepidito dalle mie opulente natiche: avete capito bene ; io mi faccio da parte per lasciare il calduccio ai titolari , non entro nemmeno in campo al loro posto. Ma va bene così, riconosco di essere più scarso di loro e non pretendo nulla di più; considerando anche che il mio mister è il padre della mia ragazza e che (legittimamente) sono visto un po’ come un “raccomandato” , mi accontento, non ho velleità.
Spesso dopo gli allenamenti mi trattengo per una birra e due parole con il mio amico Francesco, aspirante filosofo , anzi come piace dire a lui “filosofo, visto che tutti siamo filosofi : la filosofia è di tutti”.
Entrambi siamo ragazzi normali, che ad un primo sguardo potrebbero sembrare abbastanza superficiali o comunque non schierati moralmente.
Invece nelle nostre piccole testoline di cazzo idee e ragionamenti prendono forma vividamente, specialmente dopo un ora e mezzo di calcetto.
Una delle discussioni più fertili nata nei post-calcetto è quella nella quale ci siamo confrontati sulla nostra idea di “Religione”. La paragonerei per ricchezza di argomentazione e di tesi alla “diatriba cinico-stoica”.
Avendo piacevolmente scoperto, che le nostre idee molto spesso convergevano verso un origine comune; riporto qui di seguito il mio apporto creativo alla discussione.
Per parlare della mia idea di religione prenderò spunto, e anche qualcosa di più, dalla canzone di Fabrizio De Andrè “Il testamento di Tito”, con la quale il poeta genovese analizza la fedeltà ai 10 comandamenti da parte dei fedeli o pseudo tali, lui compreso.
Forse non sarà tutta farina del mio sacco, ma penso che se qualcuno abbia espresso, prima di noi, idee e sensazioni così simili alle nostre con parole di così incredibile incisività ed eleganza sarebbe un crimine non servirsene o non citarle, lo considero una atto di riconoscenza e un attestato di stima dovuto.
Parlerò della Religione riferendomi a quella Cattolica ,quella che conosco meglio (anche se non mancano lacuna e zone buie).
La Religione secondo me è una cosa che andava di moda un paio di generazioni fa, quella dei nostri nonni per intenderci, che ora sta perdendo la sua attrattiva e il suo charme sui giovani; sarebbe opportuna un operazione di marketing, un restyling per allungare il ciclo di vita del prodotto “Religione” che si sta sempre più assottigliando sotto i colpi del modernismo.
Affermazione blasfema?
No, osservazione dei fatti; partiamo dalla mia famiglia: mia nonna recita ancora il rosario,conosce tutte le preghiere in italiano e in latino ( a volte la sera mi spaventa, mi ricorda la bambina dell’ Esorcista ) e da ragazza andava tutte le domeniche dell’ anno in chiesa; ora lo fa quando la salute glie lo permette ma anche da casa segue la Santa Messa di Rete 4 ( a proposito, ringrazio il responsabile del palinsesto di rete 4 , che rallegra le mie domeniche mattina ).
Mia madre e mio padre da giovani erano chierichetti, leggevano le letture domenicali e frequentavano l’ oratorio con entusiasmo; il loro legame con la Chiesa è andato via via scemando , mia piace dire che ora danno del “lei” alla Chiesa e alla Religione, le hanno cioè conosciuta e frequentate ma il rapporto presente è distaccato e addirittura saltuario.
Io sono battezzato, ho fatto la prima comunione ,come previsto ,ma mi sono fermato lì. Non sono cioè cresimato ma dovrò esserlo al momento del matrimonio o della morte (entrambi momenti tranquillamente rimandabili nella mia agenda), riceverò quindi ,con grande entusiasmo, almeno altri due sacramenti .
Frequento la chiesa a Natale, a Pasqua e per altre ricorrenze del genere più che altro per fare piacere a mio padre che porta me e mia sorella alle riunioni parrocchiali di parenti di III o IV grado come trofei da esporre, ma in fondo lo capisco e lo faccio con piacere anche se decontestualizzo la mia presenza in Chiesa. Me ne sto lì , buono buono, ascolto ciò che si dice come ad un convegno di filosofia, condividendo alcune cose ed altre no.
Se i miei danno del “lei” alla chiesa io le do decisamente del “voi”; mi definisco agnostico ( forse unica parola utile ed interessante appresa dallo studio del Manzoni) cioè non interessato, distaccato, fuori dai giochi, per una serie di motivi.
Non voglio fare un discorso generalistico e grossolano, denunciando tutti i credenti come persone non coerenti , ma gli errori di molti rovinano, ai miei occhi, le intenzioni di pochi.
“Lo sanno a memoria il diritto Divino, ma scordano sempre il perdono” recita De Andrè nella sua canzone, mai parole furono più vere.
Frequentatori di chiese e timorati di Dio che sparano, minacciano, inseguono altri “fratelli” perché sentono minacciate le loro proprietà: i loro negozi, i loro risparmi ,i loro cari .
Chi ha rubato, o ucciso, o fatto del male ha già peccato e sbagliato ma la grandezza del cristiano sta nel perdono, nel porgere l’ altra guancia , nello spezzare il “Circolo vizioso che porta ad infrangere un comandamento dietro l’altro”.....detto ciò mi chiedo” Quanto cristiani conosco?? “, la risposta è pochi ,davvero pochi.
Non si può essere cristiani sulla carta e la domenica con su l’abito buono ma poi, quando succede qualcosa alla nostra persona, alla nostra sfera di affetti fare i gamberi, tornare sui propri passi e dire cose del genere: “Avrei voluto vedere te, cosa avresti fatto, ti sembra facile”, magari IO avrei reagito allo stessa maniera poco cristiana, ma IO nel portafogli insieme alla tessera sanitaria e alla tessera di Blockbuster ho quella del “Gruppo Agnostici”, tu no, mi dispiace.
Certo il signore ti perdonerà per questo abbaglio e ti accoglierà nel suo regno ugualmente , un po’ troppo facile no??
A proposito del “Circolo vizioso che porta ad infrangere un comandamento dietro l’altro” ho letto un fatto di cronaca tempo addietro davvero illuminante , ve lo riassumo qui di seguito.
Un uomo di circa 50 anni una domenica mattina decide di rientrare a casa in anticipo dopo un week-end trascorso fuori città per un convegno di lavoro.
Entrato in casa scopre sua moglie a letto con un altro uomo, un certo Stefano (9:“Non desiderare la donna d’ altri” e 6:”Non commettere atti impuri”); preso dalla furia esce, si reca dai genitori ,che possedevano una vecchia doppietta e ,dopo averla rubata ( 7:”Non rubare”) e aver ricoperto di botte e insulti irripetibili i genitori, (4:”Onore il padre e la madre”) torna verso casa . Sulla strada incontra un vecchio compagno di scuola che gli chiede cosa faccia con quel fucile in mano in pieno giorno, il nostro uomo risponde che doveva portarlo a far pulire per conto del padre (8:” Non dire falsa testimonianza”). Liberatosi del seccatore l’ uomo entra in casa sua e uccide la moglie a sangue freddo ( 5”Non uccidere”). Trova poi un biglietto lasciato sopra al comodino proprio dalla moglie : “Mi sarebbe bastata una verga la metà di quella di Stefano” (10:”Non desiderare le cosa altrui”).
L’ uomo è stato poi arrestato e condannato.
Immaginando però che il giorno dell’accaduto (una domenica) l’ uomo non si sia recato in Chiesa (3:”Ricordati di santificare le feste”) e che tra gli sproloqui detto tra sé e sé o ai genitori ci sia scappata qualche piccola bestemmia (2:” Non nominare il nome di Dio invano”), rimane osservato un solo comandamento(1:”Non avrai altro Dio all’ infuori di me”) ; nove su dieci nel giro di quaranta minuti non è male come record.
Detto ciò non voglio fare di tutta l’ erba un fascio; io rispetto profondamente e invidio le persone con una forte fede, le vedo determinate, decise ,con una marcia in più perché alla fine di tutto, sul fondo del barile hanno la fede, un paracadute che risulta davvero efficace se si crede di averlo attaccato alla schiena.
In definitiva sono agnostico perché vedo lacune, zone d’ ombra,(come quelle che io sulla religione cattolica) e anche un po’ di obsolescenza nella “Religione di oggi”.
Il problema è che la “Religione di oggi” è la stessa di 2009 anni fa, forse avrebbe bisogno di un aggiornamento, non dico di uno stravolgimento ma solo di una “pimpata”.
Per noi italiani la religione è una questione culturale, e non intimistica e interiore come dovrebbe essere; ormai il battesimo, la comunione e il matrimonio sono visti come riti “folkloristici”; utili per introdurre in società un neonato o per fare le foto che la sposa ha sempre sognato sin da piccola, fuori dalla chiesa con il riso incastrato nei capelli pieni di lacca...mah
Il messaggio fondamentale lasciato da Gesù, figura che non contesto, è l’amore universale ed incondizionato verso il prossimo; che esso sia una persona, un cane, una pianta o il proprio pianeta.
Per amare il prossimo , a mio avviso, non sono necessari tutti i “paletti” e le restrizioni messe dalla Bibbia, dai Vangeli e da tutte le diverse interpretazioni di questi.
Vi lascio con una perla lapidaria del rimpianto De Andrè che, forse con cinismo ma con estrema lucidità, sintetizza tutto così:
“Guardate la fine di quel Nazzareno, un ladro non muore di meno! Guardate la fine di quel Nazzareno, un ladro non muore di meno!”






















CAPITOLO V
“Beata te gallina che non vai a lavorare”

A proposito di comandamenti, devo complimentarmi con me stesso perchè raramente mi capita di invidiare qualcun altro per come vive oppure per qualcosa che possiede; una volta mi è capitato però di invidiare una gallina.
“Beata te gallina che non vai a lavorare, ti sveglio alla mattina e coccodè cominci a fare, coccodè coccodè voglio il mondo tutto per me” recita una canzone per bambini, è proprio vero, beate le gallina che non vanno a lavorare.
Sarò sincero, nemmeno io la mattina mi alzo per andare a lavorare nel senso vero e proprio della parola e a volte, magari proprio per questa cosa in comune, mi sono ,a volte, immaginato una gallina.
Questa mia fantasia nasce una mattina di qualche inverno fa.
Quando ero più giovane, e addirittura più spensierato di adesso, compivo i miei spostamenti giornalieri con il mezzo pubblico più in voga dell’ epoca: l’autobus. Nel tratto di strada che da casa mi portava a scuola, e viceversa ,vedevo uno sparuto gruppo di galline dentro un aia di fronte ad una piccola villetta singola.
I giorni passavano e le stagioni cambiavano: pioggia, sole,vento,nevischio,caldo torrido ma loro erano sempre lì con la stessa espressione.
I miei stati umorali cambiavano: allegro,apatico,triste,preoccupato per il compito di latino,invaghito di una ragazza,depresso ma loro erano sempre lì con la stessa espressione.
La città cambiava: strade nuove,nuove lingue di asfalto, nuovi autobus a bassi consumi, nuove villette singole e nuove villette a schiera ma loro erano sempre lì con la stessa espressione.
Una mattina di Gennaio, nebbiosa e umida iniziai ad invidiare quelle galline: è vero che probabilmente la loro vita è noiosa, senza uno scopo, ma il fatto è che se io fossi una gallina non saprei di non avere uno scopo, farei tutto ciò che faccio con la convinzione di essere utile e di stare adempiendo ai miei doveri.
Coverei le uova (quando il mio proprietario non le usa per una buona frittata alle cipolle) e mangerei sementi oppure, il giorno successivo ad un temporale, lombrichi (sono sicuro che ne sarei goloso).
Ecco come mi sono immaginato la mia “giornata da gallina”.
Ore 05.45: Sveglia grazie a quel deficiente di un gallo , al quale (anche se sono nuova di qui) ho già deciso non la darò mai, che inizia a cantare per mettersi in mostra, ma tanto con me non attacca; magari con la Pina e la Giuliana si, ma con me no, proprio non attacca.
Ore 06.30 : Dopo essermi pulita le parti intime sfregando delicatamente le mie terga sul’ erba ricoperta di rugiada, inizio a procacciarmi il cibo: qualche filetto di erba per favorire la digestione, un po’ di “beccame” avanzato dalla sera precedente e per la colazione sono soddisfatta.
Ore 07.30 : Inizio a sentire una strana sensazione nel mio addome, percepisco strani spasmi e un irrigidimento dei muscoli addominali, non mi preoccupo più di tanto perché anche Giuliana avverte il mio stesso disagio, staranno per arrivare le mie cose?? Oppure sarà quel mangime avanzato da ieri? Mah chi lo sa.
Ore 10.00 : Sono due ore che respingo il gallo, pensate non so nemmeno il suo nome, se continua mi vedrò costretta ad usare il becco, ed io odio usare il becco. Quella strana sensazione non se ne va, mi sto iniziando a preoccupare, vorrei chiamare mia mamma ma ho esaurito il credito sul cellulare e mamma non sa accettare le chiamate con l’ addebito, non ha mai imparato quella bacucca che ormai è buona solo per farci il brodo.
Ore 13.00 : Faccio un pranzo veloce e frugale, non ho fame ora, sono agitata per la mia pancia, sembra che voglia pompare fuori qualcosa dal mio didietro.
Ore 15.00 : Gli spasmi sono sempre più frequenti, e ora mi devo anche sorbire i rantoli e i sospiri della Pina che ha deciso di concedersi al gallo.....che sgualdrina la Pina.
Ore 17.00 : Ecco, sento qualcosa che sta uscendo, devo spingere adesso o rimarrà a metà..mmmmhhh....mmmmmh.....ploff...esce un uovo ancora caldo ,dal mio orifizio anale credo:la Giuliana non sa dirmi perché inorridita si è girata nel momento cruciale.
Ore 18.25 :Sono spinta da un istinto primordiale a sedermi sull’ uovo e a scaldarlo,prendermene cura; è una sensazione bella, qualcosa di mio alla quale mi sento legata da no saprei quale legame affettivo.
Ore 19.30 : Ecco Mimmo, l’ uomo che vive davanti a noi, è gentile tutte le sere ci cambia l’acqua e ci lascia il mangime, non so perché lo faccia sinceramente, quale sia il suo tornaconto. Si avvicina a me, mi guarda mi sorride e mi dice una cosa del tipo “Brava!!!!stasera mi andava proprio un bell’ uovo all’ occhio di bue!!!”; mi solleva prende il mio uovo e se lo porta via con sé all’ interno della casa.
Ore 20.30 : All’istante sono rimasta basita dal comportamento di Mimmo, poi Giuliana mi ha spiegato che è cosi che funziona, che all’ interno delle uova c’è del cibo per Mimmo,ecco perché prende le uova con sé ed ecco perché è cosi gentile con noi, ci ricambia il favore che gli facciamo.
La prima cosa che ho pensato è stata: “spero solo che Mimmo non faccia uscire il mangime dallo stesso posto da dove escono le uova, inorridisco solo al pensiero”
Ore 21.30 : Giuliana si avvicina e mi spiega come nascono le uova; pare che per rimanere qui in questa aia, in questo angolo di paradiso debba continuare e sfornarne e che per farlo mi dovrò concedere al gallo, non vi dico che gioia.
Ore 22.25 : Con fare fiero il gallo si avvicina e prova un approccio a dir poco ridicolo, purtroppo stanotte mi concederò al pollastrello, lo considero come un sacrificio, come l’ affitto da pagare per rimanere qui; non sarà poi così male, ripeto tra me e me.
Ore 05.45 del giorno seguente: Quel cerebroleso del gallo inizia a cantare anche oggi, non posso più nemmeno sentire la sua voce; ieri sera il suo caldo alito era fetido,e non se la smetteva di ansimare, bhè oggi posso dire che in realtà era DAVVERO così male ; poverino lui fa del suo meglio e in fondo ha fatto il suo dovere come l’ho fatto io, visto che mi sento di nuovo gonfia stamattina.
Considerando i pro e i contro posso affermare che la vita di una gallina non è peggiore o migliore della mia vita di essere umano (per lo meno della mia) , dopotutto la gallina si impegna in quel che fa e ha gli stessi problemi relazionali che potremmo avere tutti. Morale della favola?? Accontentarsi di quello che si ha e di quello che si è, cercando di vivere il meglio possibile la quotidianità; ringraziando sempre di non dover concedersi al gallo dall’ alitosi cronica.
Chiedo scusa a tutti gli esperti e a tutti gli amanti della “gallina” per eventuali discrepanze del mio racconto dalla realtà, ma come detto ,si tratta di una fantasia , frutto del mio cervello bacato. Scusate ancora.
















CAPITOLO VI
“Il pesce grosso”

Breve digressione: spero che qualcuno stia iniziando ad apprezzare la brevità dei capitoli, io quando leggo un libro ,di qualunque genere esso sia, lo faccio.
Mi sveglio con la bocca secca e assetato: ogni volta che mangio il fritto la mattina mi sveglio completamente disidratato, ho paura che una di questa mattine mi si squamerà anche la pelle.
Ieri sera , dopo l’eccezionale fritto di mia madre, ho visto in tv una speciale sulle illusioni ottiche: avete presente quei giochini , che girano molto anche via e-mail, dove dovete riconoscere le figure in un groviglio di linee, dove una serie di quadrati perfettamente concentrici sembrano non esserlo per una serie di giochi di colori e luci?? Ecco uno speciale di due ore su queste cose, davvero interessante.
Il succo era che si può distorcere la realtà, farla sembrare diversa agli occhi dei molti senza cambiarne effettivamente la natura prima; questo mi ha fatto pensare a me.
Perché non rendere la realtà più interessante senza distorcerne l’ essenza?
Perché non rendere una storia più interessante senza stravolgerne il senso?
Perché non rendere più appetitoso un piatto senza modificarne gli effetti nutritivi?
Non ci sono motivi per non farlo, quindi io non lo faccio....cioè lo faccio...anzi non lo faccio nel senso che io ,effettivamente, cerco di rendere più interessante la realtà che mi circonda.
Per questa mia attitudine ad “abbellire” la realtà dei fatti mi sono guadagnato nel mio gruppo di amici la fama di “cantastorie” , di “romanziere” e , grazie ai più malfidenti, di “il menzogna”.
Ogni qual volta racconto un aneddoto, una cosa letta o vista da qualche parte ,che abbia colpito la mia attenzione; mi piace rielaborarne il contenuto.
Questo processo mentale porta ad arricchire di dettagli, di iperboli, di nomi, di caratteristiche storie e persone che rimarrebbero abbastanza anonime senza l’ intervento mirato del “romanziere”.
Ecco quindi che un vecchio pescatore, che in osteria ha bevuto un litro di vino rosso con un amico, diventa una leggenda vivente capace di bere 3 litri di vino, di alzarsi ed andarsene sulle sue gambe canticchiando una canzone algerina.
Ecco che mio cugino ,che vince due settimane consecutive al gratta e vinci, diventa l’ amante segreto della dea bendata, capace di trovare 3 gratta e vinci vincenti in 3 differenti edicole della città nella stessa mattinata.
Ecco che due auto, che sfrecciano affiancate in superstrada, diventano una corsa clandestina con tanto di ragazze al traguardo, neon sulle fiancate dei bolidi e cerchioni cromati.
Ecco che un gruppo spalla che anticipa un concerto di una grande rock star, che resta sul palco circa 30 minuti guadagnando una buona dose di fischi, diventa il gruppo spalla più indisponente della storia e viene ricoperto di ortaggi perché dopo una ora si ostinava a rimanere in scena; e via discorrendo.
In verità mi piace intervenire, estrarre il mio pennello e la mia tavolozza per cose di questo genere, e mai per esaltare le gesta mie o di qualche mio amico; dipingo solo scorci magnifici, che restano nell’ immaginario ; come novelle, che qualcuno ha raccontato a qualcuno altro e poi a qualcun altro ancora, che sono in qualche modo arrivate alle orecchie di qualchedun altro che, a sua volta, le ha raccontate a qualcuno . Io sono uno di quei “qualcuno” ,e darò il mio contributo creativo alla novella, come uno chef che aggiunge una spezia ad un piatto dalla grande tradizione, stravolgendone i profumi,gli aromi, i colori senza sfiorare la tradizione che gli sta dietro.
Per essere uno chef bisogna però iniziare dalla gavetta,dalla pulizia delle patate e dei tuberi in generale.
Ecco la mia gavetta: qualche anno fa mi sono imbattuto nella scena più eccezionale e toccante che abbia mai visto in un film: il funerale finale di “Big Fish” ,di Tim Burton.
Dopo una vita passata a raccontare storie fantastiche di giganti, di licantropi, di passioni e di incontri memorabili al proprio figlio e alla famiglia, il protagonista si ammala gravemente e viene costretto a letto.
Il figlio, ormai adulto e disincantato dalla vita e dal lavoro, veglia il padre nei suoi ultimi giorni cercando di strappargli la verità: deve ammettere, almeno in punto di morte, di essere stato un bugiardo e di aver raccontato fantasie e proiezioni della sua immaginazione al bambino che rimaneva incantato davanti a tanta avventura e magia.
Il protagonista non ammetterà mai di essere un bugiardo, perché in fondo non lo è.
Al suo funerale si presentano tutti i personaggi delle sue storie: dal gigante, un uomo molto alto ma non gigante; al licantropo , un uomo molto piccolo e peloso. Il figlio rimane a bocca aperta; il padre aveva solo reso le avventure più interessanti, più fantastiche senza mentire e senza inventare nulla.
Dopo aver visto quella scena capii che anche io, uno chef dilettante, volevo giocare con spezie e odori vicino ai fornelli, cercando di servire i miei piatti nel modo più appetibile,intrigante e accattivante possibile.
Io sono del partito che davanti ad una pietanza dall’ aspetto invitante, dall’ aroma penetrante e dal gusto memorabile , non chiede da dove venga o in che modo sia preparata: assapora e basta quella meraviglia.
Solo una volta mi sono spinto alla fonte, alle origini per controllare cosa mi si stesse servendo e ne sono rimasto deluso.
Quando ero bambino mia nonna mi raccontava sempre un avventura fantastica ,con protagonista una spedizione di esploratori che si ritrovava su di un isola non segnata sulle mappe e popolata da dinosauri.
La domenica andavo,con tutta la famiglia, a trovare mia nonna materna nella sua casa in campagna: entravo di corsa nel lungo corridoio che era coperto da un tappeto verde, le mie narici si riempivano di odore di fritto e di chiuso; amo quell’ odore ,mi ricorda l’ infanzia.
Mia nonna aveva appena fritto kilogrammi e kilogrammi di patate ( anche qui sto alterando la realtà ovviamente) e ancora intrisa dall’ odore dell’ olio di oliva (la patate sono molto più fragranti se cotte in olio di oliva) mi metteva sopra le sue gambe e mi raccontava la mia storia preferita: “Quella dell’ isola dei dinosauri”.
Ancora oggi ora non potrei immaginare un avventura più incredibile: esploratori, elicotteri, grotte abbandonate, dinosauri enormi e famelici che combattevano prima tra loro e poi con gli esploratori, mi pare di sentire ancora i rumori e i versi dei rettili, le urla degli esploratori; in quegli anni ,quel racconto di mia nonna ,fu una vera ispirazione; tant’ è che fino all’ età di 14 anni il mio sogno è stato quello di diventare un paleontologo.
Ora, a parte il fatto che mia nonna deve aver avuto una relazione extraconiugale con Spielberg ,che le deve aver parlato in anteprima dopo il sesso ,della sua idee per Jurassic Park, passati molti anni ho chiesto a mia nonna come le fosse venuta in mente quella storia, se l’avesse inventata o rielaborata.
Ho scoperto che la trama è quella di un vecchio film degli anni ‘70 che mia nonna aveva visto una sera invernale e che l’ aveva molto affascinata.
Inopinatamente ho cercato e visto quel film: non l’avessi mai fatto....
I dinosauri erano fatti con una specie di pongo o plastilina, le grotte erano finte e gli esploratori montati sullo sfondo. Un mito durato anni è caduto in pochi minuti perché le mie esperienze, la realtà presente ha filtrato quel film , le tecniche e gli effetti speciali che conosco ora mi hanno privato della fantasia e della magia dei quella storia, “Quella dell’ isola dei dinosauri”.
Da quel giorno non ho più indagato sulla provenienza di un piatto, se è buono e saporito potrebbe anche essere fatto da una bottega di roditori cuochi di Parigi come in Ratatouille, lo mangio con piacere e avidità.





CAPITOLO VII
“Novelle bucoliche di metà libro”

A volte mi diletto nella scrittura di novelle; mi piace la parola “novella”, mi da un idea di leggerezza, di libertà . Le scrivo quando mi va di alleggerirmi un po’, di staccare un po’ la spina; adoro la definizione che si trova sui libri di cucina : “montare a neve gli albumi ed amalgamare con il resto del composto per alleggerire il tutto”: con lo stesso spirito io scrivo novelle.

“Il Rodeo”Novella numero 1
Un giorni di Agosto , in una piccola cittadina delle campagne francesi, una bambina di nome Annette, giocava con le sue pentoline nel cortile ghiaioso che dava sull’entrata dell’ enorme casa ristrutturata della sua famiglia.
Tutto intorno i campi coltivati a piselli,barbabietole da zucchero e grano rispecchiavano il giallo oro del sole, l’ aria era attraversata da correnti di aria calda, sahariane, che seccavano la gola e facevano aderire gli abiti alle membra delle ragazze che tornavano dalla messa. I ragazzi in piazza ,non abituati ad intravedere le forme delle loro coetanee, deglutivano a stento la poca saliva rimasta nelle loro fauci, che dopo il passaggio del gentil sesso, rimanevano secche come un barile di sabbia.
Nel frattempo ,Annette continuava a giocare sulla ghiaia, lei non era andata a messa per rimanere con il padre ,che lavorava i campi in maniera instancabile, come se non sentisse i caldo.
Annette era una bambina abbastanza silenziosa e discreta; il padre , un uomo burbero e di pochi slanci affettuosi sembrava avere una predilezione per la più piccola dei suoi tre figli,forse proprio per l’ indole mite della piccola . Annette aveva 7 anni,suo fratello Gorge 15 e sua sorella Gabrielle 19; tutti la coccolavano un poco e lei sembrava esserne contenta, anche se non si poteva certo definire viziata.
Quella mattina di Agosto Annette indossava un abitino rosso che le aveva cucito la madre, Marie, per il diciottesimo compleanno di Gabrielle; non potendo metterlo per altre occasioni del genere Annette lo indossava nelle domeniche e nei giorni di festa.
Annette amava sognare di essere una cuoca provetta, una delle più rinomate di tutta la Francia: la ghiaia erano le zuppe ; l’ erba erano le verdure stufate ; i sassi erano i pavè, cubi di carne da condire con acqua del rubinetto (vino bianco) ,o con bibite gassate ( vino rosso e pepe).
Annette stava preparando una zuppa speciale quel giorno , quando alla ricerca di una ghiaia più scura per abbellire il suo piatto aprì un grossa porta in legno adiacente alla casa: era la stalla.
Dope aver cercato, e trovato quella ghiaia scura, Annette torna al cortile e alle sue pentoline, senza però richiudere di sè quella porta di legno massiccio.
Dopo qualche minuto Annette sentì il padre urlare dai campi; urlava il suo nome, la incitava a scappare verso di lui, a saltare il fossato che la divideva dalle zone coltivate e a raggiungerlo tra le barbabietole. Annette era una bambini tranquilla, che non si scomponeva per nessuna ragione al mondo, decise così di alzarsi con calma, raccogliere tutte le sue pentoline avvicinarsi con tutta calma al padre, non voleva sgualcire il vestito rosso delle feste o sporcarlo di terra.
Annette dava le spalle alla stalla e si dirigeva verso il campo; a metà strada si rese conto di aver lasciato indietro il suo piccolo setaccio, si girò per tornare a recuperarlo, quello che vide in quell’ istante non le piacque affatto:dalla porta socchiusa della stalla era uscito un toro, l’ unico che possedeva suo padre.
L’ animale non era legato all’ interno poiché nessuno , a parte il padre famiglia, aveva l’ autorizzazione ad entrare nella stalla. La piccola Annette non ricordava quella regola, vogliosa com’ era di terminare la sua zuppa speciale.
Il toro sbuffava dal naso un getto di aria impressionante: la polvere del cortile si alzava di quasi un metro da terra, riusciva a creare dei mulinelli con il movimento della coda e strisciava a terra lo zoccolo della gamba anteriore destra con ritmo incalzante; si stava preparando alla carica.
La piccola Annette vide il tempo fermarsi: per qualche secondo tutto le sembrò molto nitido e chiaro; il toro si muoveva al rallentatore, le singole particelle che componevano le polvere si potevano ora distinguere le une dalle altre, la bocca del padre faceva uscire parola che ora sembravano così lente e scandite, il setaccio se ne stava ancora li a terra in attesa di essere recuperato.
Il toro partì e puntava diretto il piccolo vestito di Annette, lei non le importava in fondo; la sua furia era diretta verso il vestitino.
Annette non poteva fare nulla: solo aspettare l’impatto e maledire la scelta di quel colore; all’ improvviso una coperta avvolge la testa del toro che inizia a girare su sé stesso e a dimenarsi per liberare il capo cornuto. Un contadino che lavorava per il padre di Annette aveva visto la scena dal piano superire della casa e aveva lanciato una vecchia coperta sul toro salvando la vita ad Annette che nel frattempo era scappata verso i campi.
Il toro fu poi rimesso nella stalla e Annette decise di non indossare più quel vestito ma di diventare comunque una cuoca famosa in tutta la Francia.
MORALE:
1)Non mettere il naso dove non si può, o almeno poi rimetti tutto al suo posto.
2) Il rosso è il colore del diavolo e del malvagio, scegliete vestitini bianchi e abiti più sobri per le vostre bambine e per voi.

“Investire sul mattone” Novella numero 2

Ogni mattina Philippe trovava il modo di sgusciare fuori dal letto al mattino presto, uscire di casa a andare alla casa abbandonata.
Più di una volta i suoi genitori lo avevano ripreso e messo anche in punizione per questo, ma Philippe non ce la faceva, era attratto da quella vecchia casa come un piccolo chiodino da un enorme magnete. Ogni mattina recuperava un bastone ,o un pezzo di legno, e si metteva a staccare i vecchi mattoni di cotto della casa, sentiva che dietro di questi ,un giorno, avrebbe trovato qualcosa.
Fino ad oggi però la sua tenacia aveva raccolto solo: un passerotto morto, un nido di formiche dalla testa rossa ed il corpo nero e una piuma grigia.
Philippe non demordeva, credeva fermamente in quei mattoni, in quella casa.
Il papà di Philippe era muratore e lui stesso aveva lavorato nella costruzione dello stabile ora abbandonato: era la villa di un conte che ,dopo la sue morte, era stata ereditata da un nipote scapestrato e con le mani bucate e che non aveva ritenuto utile quella villa.
Ora tra i mattoni cadenti, l’edera che si arrampicava sulla grossa scalinata frontale e i vetri della finestre ormai rotti dalle sassate dei bambini, la villa aveva perso tutta la sua attrattiva, tutto il suo carisma.
Il conte era gentile e più di una volta aveva invitato i lavoratori e tutte le famiglie a pranzo da lui una volta finiti i lavori.
Forse è per questo che Philippe era così legato alla villa: quei pomeriggi passati a giocare con i cani del conte e con gli altri bambini erano ancora così vivi, così colorati nella sua memoria.
La mamma di Philippe aveva paura che si cacciasse n qualche guaio, dopo tutto Philippe aveva solo 8 anni e la villa ,anche se in disuso, era sempre di proprietà del nipote dalle mani bucate.
Le punizioni si susseguivano: dallo studio obbligato al divieto si uscire per giocare con i coetanei; la mamma sperava che il figlio capisse le sue preoccupazioni senza le punizioni, ma così non era.
Anzi, più punizioni riceveva, più tempo non poteva uscire; più sentiva forte il desiderio di andare a trovare la vecchia villa.
La villa per il bambino era come un canto di un sirena per un marinaio : anche se potrebbe essere pericoloso avvicinarsi, l’attrazione e la voglia di vedere e di contemplare quella bellezza sono troppo forti, troppo pressanti.
Per Philippe la vecchia dimora del conte era la cosa più bella e maestosa che ci fosse.
Sui libri aveva visto la Tourre Eiffel , il Colosseo e il Gigante di Rodi; ma nulla era più bello e attraente della villa disabitata vicino a casa sua.
Una mattina fresca di primavera Philippe si sveglie presto e ,come al solito, esce di casa silenziosamente.
Arrivato davanti alla villa cerca una ramo o qualcosa con cu fare perno sui mattoni: trova un pezzo di canna abbastanza rigido.
Inizia a forzare il primo mattone, lo fa cedere, ma niente dietro non c’ è nulla. Così continua con altri 4 mattoni.
Dopo poco però la mamma si accorge della mancanza di Philippe ed inizia ad urlare e a promettergli punizioni memorabili.
Philippe sa che questo è il momento per rientrare a casa; ma si sente fortunato, senta che la villa gli sta indicando il mattone fortunato.
Con l’ultimo secondo di libertà rimastogli prima dell’ arrivo della madre forza l’ultimo mattone e con enorme sorpresa e felicità trova 80 franchi.
Philippe non sa quanto valgano 80 franchi ma si sente il bambino più felice e fortunato del mondo; recupera il denaro e se lo mette in tasca.
La mamma sopraggiunge poco dopo e prendendolo per il groppone della maglia lo trascina in camera: per due settimane non potrà vedere altro che le facce dei suoi genitori e quelle dei libri di scuola.
Da qual giorno Philippe non andò più alla villa, sentiva di aver avuto tutto quello che poteva , sentiva che la villa ora era in pace perché aveva condiviso il suo segreto con qualcuno.
Nessuno saprà mai chi aveva nascosto dietro quel mattone gli ottanta franchi: forse il conte? Forse uno dei lavoratori? Forse una dei bambini che giocava con Philippe dopo i pranzi?
Philippe conservò gelosamente quegli ottanta franchi, non li spese mai e ,per quanto ne sappiamo noi, torna almeno una volta all’ anno a salutare la sua vecchi amica villa abbandonata.
MORALE:
1) Se sapete di non stare facendo nulla di male , potete qualche volta disubbidire ai vostri genitori, purchè siate poi pronti a pagarne le conseguenze
2)Se siete così fortunati, abili e costanti da “scantonare” più di 200 mattoni in un anno, potete tenere per voi qualsiasi cosa ,di valore o meno, trovata dietro la muratura.






CAPITOLO VIII
“Sognando un sogno”

Durante tutto il giorno mi sono portato dietro un ansia, una sensazione di mancanza, non so perché.
Sarà perché il lunedì è il giorno più inutile del mondo?
Non credo, non mi succede tutti i lunedì.
Mi sono coricato stasera ed ancora mi sento inquieto, quasi turbato : non è la prima volta che mi capita, la sensazione inizia appena mi sveglio.
Ho concluso che deve derivare da qualche esperienza notturna, da qualche sogno avuto ieri notte.
Scientificamente il sogno è definito come un attività cerebrale che avviene durante il sonno, in particolare durante la fase RM , caratterizzata dalla percezione di immagini e suoni apparentemente reali.
Un essere umano sogna ,in media, due ore per notte e ,complessivamente, per sei anni durante la durata di una vita.
I sogni avvenuti durante la fase REM non vengono ricordati e sono molto più articolati di quelli che si riescono a ricordare, che avvengono nella fase non REM.
Detto ciò, ora mi sento inquieto.
Come è possibile che io; maschio bianco caucasico di 23 anni ,alto 185 cm, pesante 82 kg, ricordi SOLO i sogni più banali, meno articolati??
Nella mia fase REM cosa sogno di così reale???Esiste qualcosa di più reale di ciò che ricordo la mattina??? Non lo credevo fino a che non mi sono documentato. Durante la fase REM un elettroencefalogramma rileva un’attività cerebrale paragonabile a quella della veglia; questo è , allo stesso tempo, eccezionalmente interessante e frustrante.
Interessante perché non saprò mai quali mondi, quali orizzonti immagina la mia mente durante le notti; frustrante perché non ricorderò mai nulla di quei mondi e di quegli orizzonti.
Potrei vivere ogni notte una storia parallela a quella diurna: potrei essere un eroe, un teppista, un cantante o più semplicemente tutto quello che non sono nella mia vita reale, o meglio, nella vita che ricordo. Non mi sento di definire l’una o l’altra “reale” o “immaginaria”, se il cervello viene sottoposto agli stessi stimoli, le due dimensioni sono assolutamente sullo stesso piano di realtà e complessità.
Per dimostrare questa tesi è sufficiente disseppellire alcuni sogni passati; in particolare due vecchi sogni che mi fanno capire quanto possa essere reale ciò che immaginiamo in fase REM.
Entrambi sono sogni che ricorrono nelle mie notti tempestose ( che devo ammettere sono rare data la mia predisposizione e lasciarmi tentare da Morfeo) e in più di un occasione mi sono trovato a stropicciarmi gli occhi incredulo al risveglio.
Nel primo sogno sto guidando la vecchia Renault 5 di mia madre e mi schianto, precipitando da un burrone. Ma partiamo dall’ inizio.
Sono in macchina con mia madre e mia sorella; mamma scende per andare a comprare non so cosa ed io mi metto alla guida della Renault. Ah, dimenticavo, nel sogno ho circa 10 anni e sono incapace di guidare un automobile.
I primi metri scorrono bene, le marce si ingranano e il volante risponde alle mie sterzate; dopo poco mi ritrovo su una strada di montagna tortuosa, con tornanti e curve a gomito; un guard rail mi separa dal vuoto. Dopo poche curve perdo il controllo della vettura che si schianta contro le lingua di acciaio , la penetra e precipita di sotto con all’ interno me e mia sorella.
Io volo fuori dall’ auto con incredibile spinta, mi allungo perché vedo che potrei riuscire ad atterrare su una collina ma, inesorabilmente precipito nel vuoto.
Al momento dello schianto mi sveglio di soprassalto e sollevo la parte superiore del corpo dal letto. Ho cercato il significato di questo sogno ricavandone diverse interpretazioni: la più quotata è quella che cadere nel vuoto dopo aver trasgredito ad una regola (non si guida a 10 anni senza patente) simboleggerebbe una sensazione di costrizione alle regole della vita di tutti i giorni, contrapposta però alla paura delle conseguenze che porterebbe una trasgressione delle stesse. La presenza di mia sorella è spiegabile come la mai volontà di portarla con me, di farmi spalleggiare nel mio tentativo di evasione da una persona cara.
Io non so quale sia l’interpretazione corretta ma quello mi interessa sottolineare sono le suggestioni che mi ha sempre lasciato questo sogno: il rumore di lamiere, di vetri rotti, dell’ inutile frenata ,delle urla di mia sorella dal sedile posteriore, la sensazione di vuoto sotto i piedi; tutte cose che per i primi secondi dopo il risveglio credo fermamente essere vere, nonostante sappia di aver già fatto quel sogno e nonostante la ragione mi dica essere stata SOLO (e qui si ridefinisce il significato della parola solo) un esperienza onirica.
Il secondo sogno ha un tema molto più allegro e spensierato : il protagonista sono io e l’ ambientazione è il mio funerale.
Nono so se sono morto per cause naturali o meno, se sono morto giovane o anziano, se sono morto o solo dichiarato scomparso; so solo che lì, in quel cimitero pieno di verde e cipressi, si stanno celebrando i miei funer