Venezia dolce venezia - di Benedetto Silvestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/08/2006 alle ore 12:50:31
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Cap 1
Non era certo una delle giornate migliori, pensava Christy mentre gustava il suo cappuccino caldo al Caffè Florian in Piazza S. Marco. Il tempo non era davvero un gran che, Nuvoloso e a tratti anche freddo. Il maltempo era iniziato proprio col suo arrivo a Venezia e per tre giorni non aveva visto niente altro che pioggia. La sua settimana di vacanza non era affatto iniziata in maniera ottimale visto che aveva già perso tre giorni in albergo, a leggere, a guardare la televisione e a telefonare ai suoi amici. Ma non voleva comunque lamentarsi visto che tutto sommato, il viaggio le era stato offerto dalla sua amica Louisa che l’aveva prenotato per se stessa, ma aveva dovuto poi rinunciare all’ultimo minuto dando a lei sia i biglietti dell’aereo che la prenotazione dell’albergo. E tutto gratis. Davvero un colpo di fortuna, pensò.
E anche se il tempo non era molto buono, era contenta lo stesso, perché non era mai stata a Venezia e ora che si trovava lì, poteva vedere di persona i posti che aveva solo potuto vedere in fotografia o in cartolina.
Pagò il conto del bar, prese dal tavolo sia la borsa che la cartina della città, avviandosi all’uscita. Si fermò per qualche attimo in piedi, fuori del bar, a osservare la bellezza della piazza. Ma mentre i suoi occhi giravano come due fari, attratti dalla bellezza e il fascino della torre e della basilica di S. Marco, cominciò ad avvertire degli strani brividi di freddo lungo la schiena, che le gelarono la spina dorsale, come se del ghiaccio liquido le scorresse nelle vene al posto del sangue caldo.
Sicuramente, pensò, era una sensazione dovuta al repentino abbassamento della temperatura a causa del maltempo, e poi, era anche stata diverso tempo nel bar al caldo, e il contrasto con l’aria fresca esterna, le stava dando ora quei brividi di freddo che le increspavano la pelle.
Si mise la giacca sulle spalle alzando il colletto di pelliccia, e si diresse verso il bordo della laguna. Si fermò proprio sul ciglio, con lo sguardo perso all’orizzonte, ad ammirare il mare circostante. Battelli e motoscafi si incrociavano nelle acque della laguna in un moto armonico, quasi elegante seguiti dalle lunghe scie spumeggianti che increspavano la superficie dell’acqua, e si allontanavano lentamente, smorzandosi contro i muri di cemento immersi nell’acqua.
La brezza dal mare le carezzava il viso mentre piccoli rivoli d’aria le scompigliavano i capelli. Le gondole nere ancorate alla sponda scricchiolavano urtandosi tra loro, quasi a volerla invitare a salire a bordo. Non era mai stata in gondola e voleva a tutti i costi farlo prima di andare via.
All’orizzonte, morbide nuvole nere si muovevano nel cielo, spostando la pioggia verso le altre isole della laguna e, dal lato opposto, un denso manto di nebbia si stava avvicinando ricoprendo lentamente i tetti delle case.
Strinse il bavero della giacca per coprirsi la gola, dando un’occhiata alla mappa che aveva tra le mani. Voleva muoversi in fretta per ritornare in albergo, visto che il tempo minacciava di peggiorare e soprattutto perché la fastidiosa sensazione che aveva provato un attimo prima, non le era ancora del tutto passata.
Tracciò con la punta del dito il percorso che doveva seguire per ritornare in albergo e fece un lungo sospiro di rassegnazione quando si rese conto che aveva ancora parecchia strada da fare prima di potersi coricare sul letto, magari dopo un bel bagno caldo. Era uscita la mattina presto ed aveva iniziato ad andare in giro per poter vedere con calma i posti più belli prima che la calca dei turisti rovinasse quell’atmosfera magica. Ma così facendo si ritrovava ora a parecchi chilometri di distanza dall’albergo, e si doveva anche sbrigare.
Era sempre stata una buona camminatrice e adorava muoversi lungo le calli e i canali di Venezia, ma a volte la stanchezza prendeva il sopravvento e adesso solo l’idea di dover percorrere tutti quei chilometri la faceva sentire stanca.
Era molto attratta da quella città. A tratti era calma e tranquilla, ma poteva diventare anche misteriosa e inquietante. Ed era questo doppio aspetto a renderla ancora più affascinante.
A volte, mentre camminava, le sembrava addirittura di vivere in un’epoca diversa. In un’epoca passata. Aveva la suggestiva impressione che da un momento all’altro potesse sbucare fuori da qualche angolo, qualche personaggio della Venezia antica, con addosso i vestiti d’epoca. Oppure di voltare l’angolo e di trovarsi a vivere delle scene di vita del passato. E solo il pensiero di trovarsi in situazioni del genere, le faceva venire la pelle d’oca, con brividi misti di paura e di eccitazione.
Lasciò Piazza S. Marco per dirigersi verso l’albergo mentre la nebbia cominciava a ricoprire l’area della stazione e della piazza, alle sue spalle. Voltandosi indietro aveva quasi l’impressione che quel manto sbiadito in lontananza, la stesse inseguendo. Sempre più bassa e sempre più fitta, tanto che gli edifici intorno sembravano trasformati in ombre evanescenti e le uniche cose visibili erano i bordi dei canali al lato delle case. E quell’immagine così spettrale di Venezia, la suggestionò a tal punto che, senza accorgersene, si ritrovò ad accelerare il passo.
L’albergo non era nel centro della città, ma piuttosto in periferia forse un po’ troppo tagliato fuori dal cuore della città.
Sentiva l’umidità della nebbia carezzarle il viso come una specie di velo impalpabile. E il silenzio che la circondava era rotto solo dal rumore leggero delle suole delle scarpe, accompagnato dal gorgogliare delle acque nei canali e dal rumore delle barche ancorate al bordo della laguna, cullate dalle onde.
Si avvicinò e si sporse con la testa oltre il bordo del canale e le venne da ridere nel vedere la sua faccia riflessa sulla superficie dell’acqua, arricciata dal movimento delle onde. Raccolse un sassolino e lo gettò nell’acqua, e subito una serie di onde circolari cominciò a far ondeggiare il suo viso riflesso.
Si ritrasse sorridendo e riprese a camminare.
La nebbia stava diventando veramente impenetrabile, nascondendo a tratti persino il ciglio del marciapiede per cui Christy si trovava, ignara, a camminare talmente vicina al bordo da rischiare di cadere in acqua. E anche l’aria umida, aveva reso i sampietrini talmente scivolosi da costringerla a far attenzione ad ogni passo per non scivolare. Quella situazione le ricordò le prime volte che era andata a pattinare sul ghiaccio e doveva fare i movimenti più strani per evitare di scivolare e di cadere. E si sentiva davvero molto goffa, proprio come si sentiva ora, mentre camminava con passo lento e indeciso su quei ciottoli umidi.
L’eco dei suoi passi risuonava intorno rompendo il silenzio col suo ritmico intercalare. Poteva chiaramente sentire il suono dei suoi tacchi, subito seguito da un eco dietro di lei, come una specie di risposta.
Sembrava una specie di gioco buffo.
"TIC . TOC" le sue scarpe.
"TIC .. TOC" l’ eco.
E di nuovo.
"TIC . TOC" le sue scarpe.
"TIC .. TOC" l’ eco.
Il vicolo dove si trovava finiva in una specie di piazzetta su cui confluivano altre due piccole stradine. Si fermò giusto un attimo all’ingresso della piazza per riprendere fiato. Fece un respiro profondo, girandosi a guardare le altre due stradine che si dipartivano alla sua destra, che avvolte dalla nebbia, davano l’impressione di condurre direttamente all’inferno.
Alzò il piede per riprendere il cammino ma subito si bloccò, col piede alzato, appena sentì un altro "TIC .. TOC".
Due passi alle sue spalle.
Il cuore le saltò nel petto. Rimise lentamente il piede a terra, girandosi di scatto per vedere dietro di sé. Ma la nebbia non le permetteva di vedere molto lontano. E subito il suo sguardo fu raggelato da un altro "TIC .. TOC".
E poi silenzio.
C’era qualcun’altro allora. Non era sola. Credeva che il suono che sentiva fosse l’eco dei suoi passi. Ma si sbagliava. Con un rapido movimento, spostandosi in punta di piedi per non fare rumore, si nascose dietro l’angolo che il vicolo formava con la piazza, rimanendo ferma, quasi spaventata, con le spalle al muro.
Ma lo spavento si tramutò in vero terrore quando sentì un altro "TIC .. TOC".
Sempre in fondo al vicolo. Erano dei passi molto lontani e a giudicare da quello che sentiva le sembrava che si stessero avvicinando. E sapendo anche che la nebbia attutisce i suoni, si rese conto che potevano essere ancora più vicini di quanto credesse.
Era sicura che fossero passi che la stavano seguendo, visto che aveva cominciato a sentirli mentre era ancora nel vicolo e ogni volta riecheggiavano proprio dietro di lei.
Si fermò nella piazza e nonostante la nebbia, cominciò a guardarsi intorno freneticamente quasi per cercare qualcosa che la tirasse fuori da quella situazione. Ma non c’era nulla. E ora il vicolo e la piazza giacevano in un silenzio che sembrava più fitto della nebbia. Sembrava quasi che il silenzio e la nebbia riempissero tutto lo spazio circostante senza lasciare il minimo posto per niente altro.
Fece un altro passo.
"TIC . TOC".
E poi il silenzio. Nessuna risposta. Niente.
Ma dopo qualche attimo ecco il suono di due passi.
"TIC .. TOC" , "TIC .. TOC".
"Oh Mio Dio" bisbigliò tra se, col cuore in gola per la paura.
Il vicolo era deserto e lei era sola. Sola in una città che non conosceva. Sola con qualcuno che la stava seguendo. Ma chi?
Il suo respiro divenne più veloce e sentiva il cuore batterle nel petto come un martello sull’incudine scuotendo la catenina d’oro che portava al collo, e ogni battito si ripercuoteva fastidiosamente nei timpani, mentre il calore del sangue le avvampava il viso.
Si guardò di nuovo intorno, ma non c’era nulla. Solo nebbia, e le ombre evanescenti delle pareti dei palazzi, le cui finestre chiuse, sembravano tanti occhi che la scrutavano in silenzio. Respirava come un mantice e il maggiore afflusso di ossigeno nel sangue, le cominciò a dare la sensazione di vertigine, come se la piazza cominciasse a girarle intorno e le case si cominciassero a muovere, protendendosi verso di lei. Chiuse per un attimo gli occhi e tutto passò. Quella sgradevole sensazione svanì. Ma i polmoni le continuarono a bruciare, graffiati dall’aria fresca e umida che respirava.
Avrebbe voluto strillare "C’è nessuno?", ma la paura della risposta che avrebbe potuto ottenere le soffocò la domanda in gola. Il suo respiro usciva dalla bocca con piccole rapide nuvolette che immediatamente si mischiavano con la nebbia, scomparendo. Si sentiva davvero spaventata, e quello che era peggio, non sapeva cosa fare. Se tornare indietro e affrontare l’individuo che la stava seguendo, oppure scappare a gambe levate in uno dei vicoli adiacenti alla piazza. Sentiva le gambe indurite e pesanti, come due pezzi di legno. Voleva nascondersi dietro qualcosa e aspettare, ma era troppo spaventata per muoversi. E soprattutto non c’era nulla lì intorno dove nascondersi. Rimase in piedi al centro della piazza, pietrificata, non riuscendo a vedere più lontano di due metri. E oltre quella distanza c’erano solo le pallide ombre dei palazzi e le ombre scure dei due vicoli che partivano dalla piazza.
E la sua mente era sconvolta dall’idea di vedere improvvisamente qualcuno sbucare da una delle due stradine e avvicinarsi.
Rapidamente si girò come se si fosse risvegliata da un incantesimo, e cominciò a spostarsi lungo il muro alle sue spalle. Lentamente girò il viso e si allungò oltre l’angolo per guardare nel vicolo da dove era venuta. Ma non riusciva a vedere nulla, e con un profondo sospiro chiuse gli occhi adagiandosi con la schiena contro il muro.
Forse si era allontanato, pensò.
Ma lo shock la costrinse subito a riaprirle gli occhi.
"TIC .. TOC".
Di nuovo.
Spalancò gli occhi inorriditi in preda al panico. Lo aveva sentito così vicino ora. Non se n’era andato, ma l’aveva raggiunta a passi lenti per non farsi sentire. Ed era proprio dietro l’angolo da dove si era affacciata un attimo prima. Ma non aveva visto nulla, come era possibile che ora fosse proprio lì dietro?
Cap 2
Rimase attaccata al muro per qualche attimo, appiattendosi contro la parete, quasi a voler diventare talmente sottile da essere invisibile. Per sprofondare dentro i mattoni del muro e mettersi in salvo. Trattenne il respiro, quasi per paura che l’individuo dall’altra parte dell’angolo potesse sentirlo oppure vedere le dense nuvolette di aria che uscivano dalle sue labbra.
Poi, senza neanche accorgersene, cominciò lentamente a muoversi lungo la parete, trascinandosi per allontanarsi dall’angolo. Gli occhi le rimasero incollati all’ingresso del vicolo, tanto che non si rese conto delle asperità del muro che, come tanti uncini, le rialzavano la giacca, graffiando la camicetta sottostante.
E camminando all’indietro non si accorse della piccola aiuola alla base del muro, dietro di lei. Ci inciampò col tacco della scarpa e cadde pesantemente nel fango all’interno, sbattendo la schiena contro il bordo di cemento. Urlò per il dolore ma subito dopo si pentì di averlo fatto, terrorizzata al pensiero di aver rivelato la sua presenza a chiunque fosse nel vicolo.
Sentì l’eco della sua voce spegnersi, inghiottita dalla nebbia, mentre le finestre scure intorno a lei sembravano osservarla, ridendo della sua caduta.
Rimase sdraiata in terra, respirando affannosamente sia per il dolore che per la paura e provò una sensazione di disgusto quando sentì il fango bagnato inzupparle la gonna.
Aveva paura a muoversi, mentre gli occhi ruotavano senza sosta in preda al panico. Si appoggiò sulle mani e sui gomiti per rialzarsi, ma un fruscio alle sue spalle la raggelò.
Girò di scatto la testa a sinistra per vedere, ma urtò violentemente il sopracciglio contro una sporgenza sullo spigolo di cemento che non si era accorta fosse proprio dietro la sua testa. L’urto e il contraccolpo la fecero ricadere giù, con la testa nel fango di nuovo. Le immagini cominciarono a girarle intorno come tante trottole sfocate, finchè lo sguardo assente, si fissò su quella sporgenza su cui aveva appena sbattuto.
Fece appena in tempo a metterla a fuoco quando l’adrenalina le diede una violenta scarica e un urlo le crebbe in gola appena vide una piccola sagoma nera sporgersi dal bordo, verso l’interno dell’ aiuola. La bocca si spalancò per urlare, ma subito si rilassò ingoiando l’aria, appena vide un piccolo musetto nero e due piccoli occhi gialli, sporgersi e osservarla incuriositi. Buttò fuori l’aria dai polmoni con un lungo sospiro.
Era solo un gattino nero.
"Oh Christy, sei davvero una stupida" disse a se stessa "guarda. E’ solo un gattino innocente."
E poi, come parlando al gattino.
"Ma tu mi hai davvero spaventata sai? Sono già abbastanza nervosa e spaventata. Non ti ci mettere anche tu a peggiorare la situazione."
Il gattino saltò dentro l’aiuola miagolando, e si avvicinò al lei, strofinandole la testa sulla spalla. Era tutto nero, tranne una piccola macchia bianca proprio al centro della fronte. Christy socchiuse gli occhi respirando profondamente per riprendere fiato dopo quello spavento. Si toccò la fronte e si accorse che stava sanguinando. La toccò di nuovo e sentì un brutto gonfiore proprio sopra il sopracciglio e un taglio profondo che andava dal sopracciglio alla tempia.
Si tirò su per mettersi a sedere.
"Accidenti che botta! E adesso che cosa ci metto per tamponare il sangue?" disse rovistando nella borsa.
"Vediamo se trovo un fazzoletto. Anche se così sembrerò la sorella di Morgan il pirata". E le venne ironicamente da sorridere mentre annodava la benda sopra la fronte. La botta l’aveva talmente intontita che dovette strizzare più volte gli occhi prima di poter mettere a fuoco il fazzoletto per annodarselo sulla ferita. Si alzò in piedi, guardando il gattino ai suoi piedi. Si chinò per prenderlo in braccio sorridendogli come fosse un bambino.
Si sentiva molto meglio ora, più rilassata, coccolando quel cucciolo. Ma la sensazione durò solo un attimo, appena si rese conto che per la caduta e per l’arrivo del gatto, aveva perso il contatto reale con la quello che le stava succedendo. Per alcuni minuti aveva completamente dimenticato il pericolo che incombeva su di lei e questo la fece raggelare, spingendola a guardarsi freneticamente intorno.
Si mise di nuovo in ascolto, ma niente. Tutto era silenzio. Rimase in ascolto per qualche minuto ma il silenzio era totale. Niente di niente. Solo in lontananza sentiva il lento mormorio delle gocce di umidità che scivolavano lungo le grondaie per riversarsi dentro un catino a fianco al muro alla sua sinistra. Ma per il resto, tutto era silenzio. Le venne anche da pensare che la sua fosse stata tutta una suggestione, influenzata dall’atmosfera, dal tempo, dalla nebbia. E questa ipotesi le si annidava sempre di più nella sua mente, quasi convincendola che i passi che aveva sentito appartenevano di certo a qualcuno, ma questo qualcuno, probabilmente se ne stava tranquillo a camminare per conto suo. Magari per tornare a casa e magari non si era neanche accorto della presenza di Christy, E quindi non c’era assolutamente nulla di cui aver paura. Ed era solo una coincidenza che i quei passi seguissero la sua stessa direzione. Niente altro che una coincidenza.
Il gattino intanto, stava giocando con le ciocche bionde dei suoi capelli, afferrando i riccioli e tirandoli con le zampine. Rimase in quella posizione ancora per un po’, e poi, con un sospiro di sollievo, decise di riprendere il cammino.
"Sei davvero stupida Christy a lasciarti influenzare in questo modo, come una bambina paurosa. Che ne dici tu gattino? Sono o non sono stupida?"
Il gattino rimase ad osservarla con i suoi occhietti gialli, con il suo sguardo pieno di curiosità.
Lo mise quindi giù salutandolo con un sorriso.
Ma il sorriso le sparì immediatamente dalle labbra sostituito da una smorfia di paura.
"TIC .. TOC".
Eccolo di nuovo.
Si sentì quasi soffocare. Come se qualcuno le stesse stringendo la gola con un laccio. E tutte le ipotesi riguardo a quei passi, che aveva formulato un attimo prima, si frantumarono all’istante come un cristallo colpito nel punto critico.
Il gattino saltò fuori dall’aiuola correndo via, infilandosi veloce dentro l’ apertura di un cancello.
Si girò di scatto a destra, con una fitta di dolore alla fronte talmente forte che le sembrava di avere la testa schiacciata tra le ganasce di una morsa.
Rimase immobile, con lo sguardo fisso al vicolo da dove aveva sentito provenire quel suono.
Lentamente si mosse per scavalcare il muretto di cemento dell’aiuola e appena i piedi furono di nuovo saldi sui sampietrini, si diresse, camminando all’indietro, verso lo stretto vicolo alle sue spalle. Lo raggiunse, si girò in avanti e cominciò a correre a perdifiato, senza meta. Voleva solo andare via da lì. Scappare. Non sapeva dove stava andando, ma sapeva che doveva scappare lontano da lì. Ed era quella la sola cosa che le premeva.
Poteva sentire i suoi passi
"TIC TOC", "TIC TOC", "TIC TOC"
Subito seguiti da altri dietro di lei, molto più lenti
"TIC .. TOC", "TIC .. TOC", "TIC .. TOC"
Ora era davvero in preda al panico più devastante. Cosa poteva fare? Dove poteva trovare riparo? Dove poteva nascondersi e a chi poteva chiedere aiuto se non c’era nessuno in giro? Tutti sembravano scomparsi e la città sembrava disabitata. Ma soprattutto. Chi era e cosa voleva da lei quell’individuo che la stava seguendo? Era la prima volta che lei si trovava a Venezia e non conosceva nessuno. E questo la spaventò ancora di più.
Rallentò la corsa per un attimo, impaurita, ma anche piena di rabbia. Per un attimo pensò anche di affrontare quell’individuo, e si fermò. Era senza fiato e si appoggiò al muro voltando lo sguardo al vicolo dietro di lei, ma non riusciva a vedere nulla. Attese in silenzio con le spalle al muro, guardando tra la nebbia. Strizzando gli occhi per cercare di vedere meglio, ma senza risultato. Ma dopo un attimo si rese conto che quello che stava per fare sarebbe stata davvero una sciocchezza. Non poteva affrontarlo. Era un’idea ridicola. Cosa avrebbe potuto fare, da sola, contro di lui? Se aveva davvero brutte intenzioni, e dentro di lei era sicura che fosse così, che cosa avrebbe potuto fare? Niente. Assolutamente niente. Si staccò quindi dal muro con una spinta, si girò e riprese a correre.
Raggiunse come un fulmine la fine del vicolo fermandosi di colpo, facendo scivolare le suole delle scarpe sul selciato riuscendo a fermarsi senza cadere. L’aria fredda e umida le bruciava nei polmoni che sbuffavano fuori rapide nuvolette di condensa. Freddi brividi le risalivano lungo la spina dorsale, mentre il cuore le batteva nel torace come una scimmia in gabbia e lo sguardo perso vagava tutto intorno, cercando qualcosa a cui aggrapparsi. Guardava, guardava, ma senza vedere.
Non sapeva più dove fosse perché aveva corso così velocemente, senza guardare la cartina e senza leggere i cartelli delle strade che aveva percorso. E ora si trovava in un posto che non aveva mai visto prima. Prese la cartina dalla borsa per cercare di capire dove si trovasse, ma la nebbia era talmente fitta che non le consentiva di leggere i nomi delle strade sui cartelli. Ed era impossibile cercare di rintracciarli sulla mappa. Si era persa. E questo pensiero la terrorizzò ancora di più. Persa oltretutto in un posto che non conosceva.
E, peggio ancora, ... era sola, anzi, non propriamente sola, ma in pessima compagnia.
Le sembrava un incubo in cui ti trovi disperatamente a scappare da qualcosa, e poi ti rendi conto che non hai scampo. Ma la differenza era che l’incubo finisce al risveglio. Ma ora, lei, era già sveglia e quella era la realtà. Non un sogno. E non poteva cambiarla.
Si avvicinò al muro in quell’atmosfera avvolta nel silenzio. L’unico rumore era sempre e solo il gorgogliare dell’acqua nei canali vicini. Lo poteva sentire forte e chiaro oltre l’angolo alla fine del vicolo adiacente. Lentamente si mosse in quella direzione, seguendo il rumore e raggiunse una stretta stradina che si congiungeva col canale. Ma un attimo prima che svoltasse l’angolo, il gorgoglio quasi si spense, facendola fermare perplessa. Era strano, pensò, visto che i rumori aumentano di intensità man mano che ci si avvicina alla fonte. E non come era appena successo a lei, che aveva sentito quel gorgoglio spegnersi appena girato l’angolo. Ma il suo dubbio si risolse da solo e fu lei stessa a rispondere alla sua domanda, quando si rese conto che il suono era stato amplificato dall’eco del vicolo. Ecco perché lo aveva sentito più forte.
Soddisfatta del suo ragionamento si mosse per avvicinarsi al bordo del canale. C’erano due gondole ancorate al muro e per vederle meglio, appoggiò la mano su un palo a righe bianche e rosse immerso a metà nell’acqua. E si sporse.
Rimase per qualche attimo a guardarle. A osservare il loro lento ondeggiamento quasi sincronizzato. Mosse dalle onde che spingevano in alto le prue, facendole poi ricadere giù. Sembravano come due foche ammaestrate che aspettavano il cibo dal loro addestratore.
Ma mentre questi pensieri le affioravano in mente, ci fu qualcosa che attrasse la sua attenzione. C’era qualcosa di sbagliato in quella scena, ma non riusciva a capire cosa. Qualcosa che spezzava con l’armonia di quell’immagine. Qualcosa di diverso tra le gondole. Non erano simili, per cui era ovvio che ci fossero delle differenze. Ma non era una differenza sull’aspetto. Non era qualcosa che riguardasse il colore, la forma, le dimensioni. Era qualcos’altro. Rimase a osservarle facendo rimbalzare lo sguardo da una all’altra, come una pallina da ping pong, cercando di capire, sempre più perplessa.
Poi, in un attimo l’immagine si schiarì e lo shock la colpì come un’onda gelida di un mare in tempesta. I sedili. Ecco la differenza. Le due gondole avevano entrambe i sedili di pelle rossa, ma quello di una delle due, era appiattito, schiacciato. Sembrava come se fino a qualche istante prima ci fosse stato qualcuno seduto sopra. Qualcuno? Ma chi allora?
E quella domanda le spazzò via dalla mente gli ultimi barlumi di lucidità.
Ma era sicura di quello che stava dicendo? O forse stava diventando pazza? Forse il sedile era appiattito solo perché era rovinato per tutte le persone che ogni giorno ci si sedevano sopra. Certo, pensò, probabilmente era così, ma voleva accertarsene di persona.
Con la mano ancora sul palo si mosse per salire a bordo. Allungò la gamba destra nella gondola, cercando di non perdere l’equilibrio. La gondola iniziò a ondeggiare sotto il suo piede, spinta giù nel mare dal suo peso, con un leggero gorgoglio l’acqua. Solo quando fu di nuovo ferma, Christy mise dentro anche l’altro piede e la gondola riprese a ondeggiare da destra a sinistra facendola quasi cadere. Ma con un movimento rapido, piegò velocemente le gambe e si inginocchiò al centro della barca, aspettando che l’ondeggiamento finisse. Appena fu di nuovo stabile, si alzò in piedi spostandosi verso il sedile. Le mani le tremavano per la paura di trovare la conferma di ciò che temeva. Raggiunse il sedile e si inginocchiò accanto.
Chiuse li occhi e avvicinò la mano alla superficie di pelle del sedile. La ritrasse più volte istintivamente per paura, ma poi l’allungò di nuovo, decisa, e lo toccò.
Era caldo.
Il cuore ebbe un sussulto doloroso e ritrasse istintivamente la mano, disgustata. Spalancò gli occhi inorriditi su quella pelle rossa, incapace di muoversi, e solo alcuni secondi dopo si rese conto che stava trattenendo il respiro nei polmoni, incatenati dal terrore e dovette fare un grande sforzo per riprendere a respirare.
E il terrore divenne ancora più devastante quando la mente, come risvegliata da un sogno, la riportò indietro ad alcuni minuti prima, quando cercava di spiegarsi come mai il suono era diventato improvvisamente più lieve appena girato l’angolo. E capì cosa invece era successo veramente. Il suono che lei aveva sentito in precedenza dal vicolo era più forte perché c’era qualcuno che stava scendendo dalla gondola e il peso dell’individuo aveva fatto sbattere più pesantemente la prua della gondola contro il pelo dell’acqua. E poi, una volta scesa a terra, la gondola aveva continuato il suo movimento, ma con un rumore molto più lieve. E il sedile ancora caldo glielo confermava.
Subito dopo, questa persona si doveva essere allontanata in fretta visto che non aveva visto nessuno quando aveva girato l’angolo.
Si girò per lasciare la gondola e risalire sul marciapiede. Si mise in piedi al centro, ma il rapido movimento fece ondeggiare di nuovo l’imbarcazione spingendola a destra e a sinistra rischiando di nuovo di farla cadere. Poggiò le mani sul bordo di cemento per spingersi con le braccia e risalire, ma si fermò a bocca aperta quando vide un’ombra scura avvicinarsi al bordo dal marciapiede. Stava per urlare quando si accorse che era solo un gattino nero.
Lo stesso gattino che aveva visto prima che riconobbe dalla piccola macchia bianca sulla fronte.
Cap 3
Nonostante fosse sotto shock, fece un sospiro di sollievo buttando fuori l’aria che aveva trattenuto alla vista di quell’ombra, e spingendosi sulle braccia, saltò sul marciapiede, fermandosi dritta in piedi, a guardare il gattino ai suoi piedi. Rimasero per un attimo a guardarsi l’un l’altra negli occhi.
"Ciao micetto, sei sempre tu? Che ci fai qui? Non hai paura di perderti?" disse.
"Perderti" disse poi a se stessa con un sorriso amaro "non sei tu che ti sei perso. Sono io"
Si inginocchiò davanti al gatto per carezzarlo, ma appena mise la mano sul soffice manto nero si fermò. C’era qualcosa che non quadrava. Qualcosa non la convinceva. Come poteva essere lì quel gattino? La prima volta che lo aveva visto era nella piazzetta e lo aveva visto scappare via in direzione opposta, nascondendosi dietro quel cancello rotto. Come aveva fatto quindi a raggiungerla lì? Lei aveva corso come una furia in una direzione. Lui aveva corso nella direzione opposta. Come poteva essere lì ora? Non poteva ovviamente. Eppure c’era. Proprio lì, davanti ai suoi occhi.
Ma si sentiva troppo confusa, e decise di non pensarci troppo. Gli carezzò il pelo e si rialzò di nuovo per andare via, camminando all’indietro con lo sguardo ancora fisso sul gatto. Ma più lo guardava e più sentiva che c’era qualcosa di strano. Forse nei suoi occhi. Qualcosa che non riusciva a capire ma che le ronzava in testa come una zanzara.
Presa da questi pensieri, sempre con lo sguardo fisso al gatto, raggiunse di spalle, l’angolo tra il canale e il vicolo, e non si rese conto del rumore in sottofondo dietro di lei.
"TIC .. TOC".
Si girò di scatto a bocca aperta e se lo trovò davanti, a circa un metro da lei.
Il tempo si fermò. Il cuore smise di battere mentre il respiro le moriva in gola con un singhiozzo. Era paralizzata. Terrorizzata davanti a quell’orribile sagoma scura, avvolta dalla nebbia che la rendeva ancora più spettrale. Cercò di urlare ma non ci riuscì. Sentiva le corde vocali annodate in gola che quasi le impedivano di respirare. Era ipnotizzata da quella visione, da quell’essere che la sovrastava talmente da vicino che ne poteva sentirne il lento respiro che somigliava più che altro ad un profondo rantolo.
Era lì davanti a lei, in silenzio. Christy si sentiva come sospesa nella nebbia. Come appartenesse ad un’altra realtà e stesse vedendo quella scena come in un film, ipnotizzata da quel rantolo che fuoriusciva a tratti da quell’ombra. Anche se non riusciva a vederne gli occhi, era sicura che la stesse osservando. Sentiva il suo sguardo su di lei, trapassarla come un punteruolo affilato.
Avrebbe voluto schioccare le dita a scomparire da quella scena. Avrebbe voluto essere trasportata via col tocco di una bacchetta magica. Ma non poteva.
Senza pensarci su, buttò le mani avanti per spingere via quella figura e scappare. Ma quella mole pesante non si mosse di un millimetro, rimanendo immobile come una statua. E il contraccolpo sulle braccia fece rimbalzare Christy facendola scivolare all’indietro a quattro zampe. Aggrappandosi con le mani e spingendo sui piedi, riuscì a rialzarsi quel tanto che bastò per scappare via con un urlo che le uscì dai polmoni come uno sparo. Le cadde la borsa ma non si preoccupò di fermarsi a raccoglierla. Passò talmente vicina al micetto che quasi rischiò di colpirlo col piede. Entrò come un lampo nel vicolo iniziando a correre, urlando con tutto il fiato che aveva in gola.
"Aiuto !!...C’è nessuno??...Aiutatemi ...per favore !!!....Dove siete spariti tutti quanti ??...Rispondetemi vi prego...aiutatemi !!"
Era esausta. Correva come un cavallo impazzito senza meta con i muscoli delle gambe che le bruciavano per lo sforzo.
Girò l’angolo correndo ma subito sentì un dolore lancinante alla gamba destra, talmente forte che la fece inciampare sui suoi stessi piedi e scivolare distesa a terra.
Si afferrò la gamba stringendola forte per il dolore, non capendo esattamente cosa fosse successo. Forse aveva solo preso una storta alla caviglia, oppure era inciampata suoi stessi piedi. Ma il dolore non era alla caviglia, ma un po’ più su. Sullo stinco. Con la mano alzò leggermente la gonna per scoprire la gamba e vide alcuni graffi abbastanza profondi sulla parte esterna del polpaccio. Alzò gli occhi verso l’angolo per cercare di vedere cosa l’avesse ferita. Forse un filo di ferro, oppure qualche ramo di qualche pianta. Oppure anche una pietra affilata. Ma non c’era nulla di tutto questo. Anzi, non c’era proprio nulla intorno a quell’angolo che poteva averle procurato quelle ferite. L’unica cosa che vide, fu solo il gattino nero. Di nuovo lui, con la sua macchiolina bianca sulla testa, che apparve come un fantasma in miniatura da dietro l’angolo, movendosi a passi lenti verso di lei. Si fermò ai suoi piedi, strofinando il musetto sulle sue caviglie. Ma fu proprio la vista dell’animaletto, apparentemente tranquillo, che le fece balenare in mente l’immagine di quello che era realmente accaduto. Ma quale pianta? Quale filo di ferro? Quale pietra affilata?
Era stato il gatto!
C’era solo lui in quel punto e doveva essere per forza stato lui.
Rimase per qualche istante perplessa e incredula a quell’idea, mentre l’animale continuava a fare le fusa e a strofinare il caldo musetto sui suoi piedi.
"Ei tu, stupido gattino!" gli urlò "che diavolo hai fatto? Sei impazzito per caso? Perché mi hai graffiata? Guarda. Guarda qui cosa hai combinato" continuò urlando, mostrando i graffi al gatto.
Il sangue misto al sudore le bruciava sulle ferite e subito pensò a qualcosa con cui pulirle o disinfettarle. Ma appena infilò la mano in tasca per prendere il fazzoletto, sentì qualcosa che le tirava la camicetta da dietro. Strattonò leggermente le spalle in avanti per cercare di liberarsi, sentendo il tipico rumore della stoffa che si strappava, seguito da una fitta tagliente tra le scapole, uguale a quella che sentiva alla gamba. Girò di scatto la testa e il suo sguardo si stampò sulla sagoma di un altro gattino nero. Con la stessa macchia bianca sulla fronte come l’altro. Inarcò la schiena come per liberarsi di quel bruciore e allungando la mano dietro le spalle, sentì calde gocce che le colavano lungo la pelle. Si sdraiò sul fianco destro appoggiandosi sul gomito infilando le dita attraverso la stoffa strappata. Subito un forte bruciore la fece rabbrividire al contatto dei polpastrelli con la pelle, e quando le ritrasse vide che erano sporche di sangue. Il suo sguardo andò di nuovo sul gattino dietro di lei e capì allora come aveva potuto incontrarlo dopo così poco tempo. Non era lo stesso gattino incontrato nella piazzetta di prima, ma era un altro. Una copia perfetta di quello che aveva visto la prima volta. Tuttavia questa scoperta non diede molto sollievo al bruciore che sentiva. E soprattutto non riusciva a far tacere la paura che ancora sentiva ardere dentro, ancora di più delle ferite sulla pelle.
Aveva ancora gli occhi fissi su l’animale dietro di lei, quando, con la coda dell’occhio, vide un’altra piccola sagoma apparire dall’altro angolo sulla sua destra. Un’altra ombra, piccola e affusolata, che si muoveva verso di lei. Strizzando leggermente gli occhi vide che era un altro gattino. Un’altra copia dei due che erano accanto a lei, immobili. Il primo le stava davanti vicino ai piedi, mentre il secondo si era intanto spostato di fianco e stava giocando con un pezzetto di stoffa strappato dalla sua camicetta. E il terzo, camminando a passo lento, si stava avvicinando. Si alzò rimettendosi a sedere e subito l’ultimo animaletto le salì in grembo con movimenti molto lenti e morbidi. Avvicinò il musetto al viso di Christy, quasi per odorarla, ma con un movimento rapido e inaspettato, alzò la zampetta e la graffiò. Ritrasse istintivamente la testa appena sentì la punta delle unghie sulla pelle, ma era troppo tardi, e gli artigli, affilati come piccoli rasoi, le solcarono il viso, lasciando profonde strisce rosse sulla guancia. Un grido di dolore lacerò il silenzio e subito il gattino si ritrasse sedendosi in grembo di nuovo. Rimase incredula a fissare la bestiola sulle sue gambe, con la mano premuta sulla guancia. Spaventata da quegli occhietti piccoli e dolci, che si erano improvvisamente trasformati in uno sguardo cattivo e selvaggio. Uno sguardo freddo, crudele.
Con gli occhi ancora incollati in quelli del gatto, non fece caso ad uno degli altri due che si era intanto spostato dietro di lei. Ma lo sentì quando, con un piccolo saltello, le salì sul collo affondandole le unghie nella carne e subito ritraendole, scavando dei profondi solchi come un aratro. Questa volta l’urlo fu ancora più forte, ma le tre bestiole sembravano assolutamente refrattari a quei suoni striduli. Era come se non le sentissero affatto e non ne fossero minimamente intimoriti. Né dalle urla né tanto meno da quello che la donna avrebbe potuto fare loro. Cercò freneticamente di allungare le mani dietro al collo per togliere l’animale da lì. Ma non ci riusciva. Più lo afferrava e lo strattonava, e più lui si agganciava con le unghie alla sua carne per rimanere aggrappato. Sembrava una lotta selvaggia, mentre sentiva le unghie trafiggerla dappertutto, schizzando miriadi di gocce di sangue tutto intorno a lei. Si sentiva graffi ovunque, ma non riusciva a fermare quella bestia infernale.
Alla fine, con uno gesto disperato, riuscì ad afferrarlo di nuovo per la collottola e con un brusco strattone riuscì a staccarlo dal collo, insieme a piccoli brandelli di pelle che rimasero infilati tra le unghie dell’animale in seguito allo strappo. Il gattino rotolò a terra con le zampe e il muso insanguinati, e con un calcio lo fece rotolare ancora più lontano.
Era sconvolta e non riusciva a credere a quello che le stava accadendo. Era peggio di un incubo, soprattutto perché non era solo un sogno, ma era realtà.
Cap 4
Ora i tre gattini si erano raggruppati tutti e tre davanti a lei, vicino ai suoi piedi, uno a fianco all’altro come tre soldatini. E la guardavano coi loro occhietti crudeli, mentre lei li scrutava cercando di capire il motivo di tutto ciò. Le testa le girava vorticosamente e le dava un senso forte di stordimento e di nausea. Sentiva lo stomaco rivoltarsi con dei conati di vomito che riuscì però a trattenere. Con lo sguardo fisso ai tre animali ai suoi piedi, sentiva il sangue pulsarle alle tempie, rimbombandole nelle orecchie aumentando quella sensazione di stordimento. Si sentiva svenire. Avrebbe voluto sdraiarsi sul un letto morbido, dormire fino alla fine della vacanze per recuperare la fatica di quella giornata. Ma non poteva. La realtà che aveva di fronte era completamente diversa da quella che avrebbe desiderato. E non era affatto riposante. Aveva l’affanno e ogni volta che respirava, sentiva la pelle della schiena e del collo stirarsi e le ferite bruciare come brace ardente.
Infilò la mano in tasca per prendere tutti i fazzoletti che aveva e solo allora si accorse di quanti graffi aveva sulle mani. E quanto sangue c’era tutto intorno a lei. Voleva urlare e piangere, ma dentro di se sapeva che non poteva. Non poteva e non doveva lasciarsi andare. Doveva reagire. Prese allora i fazzoletti, trascinandosi con le gambe verso il muro alla sua sinistra, vicino all’angolo con il vicolo adiacente, e appena raggiunto, appoggiò la testa sul muro chiudendo gli occhi per un istante. Sperando con quel gesto di far scomparire quell’incubo. Ma quando li riaprì, la realtà che aveva davanti la colpì come un sasso in pieno viso.
E i gatti erano sempre lì, davanti a lei che continuavano a fissarla.
"Non è possibile. Non può essere vero" disse senza aprire bocca, in preda allo sconforto.
"Possibile che non ci sia nessuno in giro? Dove sono spariti tutti quanti? Che diavolo di posto è questo !!" urlò quindi con voce piena di rabbia.
Le parole le attraversavano l’aria veloci, ma non riusciva a trovare risposta alle sue domande.
Aveva bisogno di riposarsi un po’ per riprendere fiato e per riprendere le forze altrimenti non sarebbe stata in grado né di rialzarsi né di scappare via da lì. Ma sentiva che stava sanguinando molto, troppo, e ogni goccia di sangue sembrava portarsi via una parte delle sue ultime energie.
Mise una mano a terra per cercare di rialzarsi. Lo sforzo era enorme, spingendo con il palmo della mano. Sudava, ansimava, le mancava l’aria.
Ma la spinta si trasformò improvvisamente in un urlo di dolore quando qualcosa le schiacciò violentemente la mano a terra. Quasi come un grosso blocco di granito che le premeva la mano a terra, immobilizzandola. Con un grido soffocato si girò a sinistra e mentre il dolore lancinante le scoppiava dentro, vide la sua mano schiacciata sotto una scarpa. Una scarpa scura.
Alzò lo sguardo. E l’ombra era lì. Di nuovo.
Si stagliava nella penombra dritta in piedi accanto a lei, sull’altro lato dell’angolo, e la osservava mentre la teneva imprigionata con il piede, incatenandola a terra come una tagliola. Sentiva la pressione tremenda sulla mano, mentre la scarpa si muoveva ruotando a destra e a sinistra, come stesse schiacciando un mozzicone di sigaretta, con le ossa della mano che si frantumavano scricchiolando sotto quel peso.
La testa le ricadde indietro urlando, e urtando il muro alle sue spalle. Ormai il panico la stava devastando. Il sangue le pulsava nelle vene, trasformandosi in calde gocce che fuoriuscivano dalle ferite, mentre in sottofondo le sue urla venivano accompagnate da quel freddo rantolo che ormai conosceva bene, e che aveva già sentito poco tempo prima.
Aveva lo sguardo fisso su di lui, sulla sua ombra. Uno sguardo ormai vuoto, disperato. Quasi rassegnato. Non aveva più la forza di reagire, e il respiro affannoso accompagnava lentamente il battito frenetico del cuore, nello sforzo immane di sostenerlo. Lentamente, il piede si allontanò lasciando libera la mano. La ritrasse dolorante, massaggiandola, sentendo le ossa fratturate piegarsi in modo innaturale, con delle fitte atroci. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quell’immagine, chiedendosi chi fosse, cosa volesse, e il perché di tutto quello che stava accadendo.
Immersa in questi pensieri, non si accorse che nel frattempo i tre gattini si stavano di nuovo avvicinando a lei, finché non sentì uno di loro saltarle sulle gambe. Ebbe un sussulto appena sentì le zampette saltarle in grembo con un contraccolpo che le provocò una fitta atroce alla mano. Si girò di scatto in avanti appena in tempo per vederlo saltare ferocemente sul suo viso. Vide la sagoma sfocata che le si avventava contro e le unghie subito affondarono nella carne trafiggendole le guance. Le sentiva affondare e scorticare dovunque, sulla fronte, sul naso, sulle guance. Come una furia selvaggia. Cercò di proteggersi con entrambe le mani ma le zampette dell’animale erano così piccole che riuscivano ad infilarsi in ogni piccolo spazio tra le mani e le dita, riuscendo ad affondare quelle piccole lame dovunque. La mano fratturata le dava delle fitte lancinanti, ma il dolore passava in secondo piano rispetto al terrore di quella atroce tortura. Intanto, con passo felpato tipico dei felini, anche gli altri due animaletti avevano raggiunto il primo e si erano uniti a lui nella lotta a colpi di unghie e denti. Riuscì per un attimo ad afferrare la bestia inferocita davanti al viso con entrambe le mani, ma subito un dolore lancinante le fece mollare la presa. Uno degli altri due, le aveva affondato i denti sulla coscia destra, squarciandola con un violento strattone della testa. Lasciò ricadere il gatto che aveva tra le mani per allungare la mano sulla gamba, ma non fece in tempo perché l’animale, così liberato, subito tornò all’assalto con le unghie e i denti. Non ce la faceva più. Il dolore era atroce, e sentire quelle piccole lame affondare nella sua pelle era disumano. Si divincolava e scalciava come una furia, ma niente sembrava distogliere le bestiole dal loro compito.
Poi, alla fine, fu la forza della disperazione a farle compiere un gesto brusco con entrambe le mani consentendole ad afferrare di nuovo uno dei gatti, stringendolo forte per il collo e scaraventandolo lontano. L’animale percorse una parabola in aria andando a sbattere violentemente contro il muro dall’altra parte del vicolo, scivolando lungo la parete fino al suolo.
Tutto si fermò in un istante. Gli altri due gatti si fermarono arretrando da lei, scrutandola prima con odio e osservando poi il corpicino nero, immobile, alla base del muro. Anche lei si girò verso quella piccola sagoma scura accanto al muro. L’animale era immobile a terra. Sembrava morto. Probabilmente lo aveva ucciso, pensò, e nonostante tutto quello che era appena successo, e nonostante le ferite che la stavano torturando, si sentì invadere da una strana sensazione. Si sentiva irrazionalmente colpevole di averlo ucciso. Anche se non era sicura che fosse davvero morto.
Fece un respiro profondo e si passò istintivamente il braccio sulla fronte e dal sangue che vide sul braccio stesso, poté immaginare in che condizioni fosse il suo volto. Ma quella immagine le fece venire in mente una cosa strana. E cioè che nonostante i gatti l’avessero graffiata quasi ovunque, sembrava quasi che avessero intenzionalmente evitato di ferirle gli occhi. E questo le suonava particolarmente strano in quanto sapeva che i gatti e i felini in generale, facilmente aggrediscono agli occhi. Ma nel suo caso sembrava che avessero fatto di tutto per non toccarli.
Ma non ebbe il tempo per riflettere su quella circostanza. Due mani enormi la afferrarono sollevandola e spingendola violentemente contro lo stesso muro dove aveva appena scagliato il gatto.
Si sentì sollevare e poi letteralmente volare leggera come una piuma. L’urto fu violento. Si fermò a terra accanto al muro con una fitta terribile al ginocchio destro, proprio vicino allo squarcio provocato da uno dei gatti. Abbassò lo sguardo, e dalla posizione innaturale della gamba capì che era rotto.
Lentamente l’ombra le si avvicinò rompendo il silenzio con i suoi passi.
"TIC .. TOC".
Cap 5
Si fermò davanti a lei. Il dolore ormai la stava martoriando e anche il solo respirare le dava delle fitte talmente insopportabili che a volte si costringeva a trattenere il fiato per non sentire il dolore.
Non sapeva più neanche lei cosa provasse. Paura, terrore, rabbia. Ma sapeva solo che era ormai senza scampo. Aveva perso talmente tanto sangue che le forze la stavano lentamente abbandonando. Come lo stoppino di una candela che si affievolisce sempre di più fino a spegnersi, man mano che la cera si consuma.
Nonostante ciò, cercò con le ultime energie di risollevarsi spingendo sull’altra gamba e risalendo con la schiena contro il muro. Lo sforzo era enorme, e l’attrito della pelle sanguinante contro la superficie ruvida del muro le dava delle fitte atroci. Era insopportabile, e dovette lasciare la presa cadendo pesantemente a terra di nuovo. Il contraccolpo le si ripercosse sulla gamba fratturata e sulla mano, strappandole un urlo disperato. Con la testa appoggiata al muro, vide l’ombra davanti a sé voltarsi e guardare verso il corpo immobile del gatto.
Improvvisamente tutto si fermò.
Il silenzio sembrava aver fermato il tempo. Ma solo per qualche attimo. Giusto il tempo di vedere la sagoma del gattino che lei credeva fosse morto, cominciare a muoversi cercando di rialzarsi sulle zampette.
L’ombra si girò di nuovo verso di lei avvicinandosi quasi a contatto. Christy alzò lo sguardo ma non riusciva a vedere il suo volto. Non era molto alto, ma doveva essere di corporatura robusta. Era avvolto da un mantello scuro, forse nero, che lo copriva dalle spalle fino ai piedi, con una specie di cappuccio come quelli usati dai monaci. Non riusciva a distogliere lo sguardo da lui, ma con la coda dell’occhio intravide un leggero movimento in basso, sotto il mantello. Abbassò subito gli occhi e vide un luccichio muoversi nell’ombra lì sotto. Non riuscì a vedere bene cosa fosse, ma lo poté sentire quando cominciò a spingere forte sulla sua spalla sinistra, affondando nella carne. Il dolore fu devastante e le trapassò il cervello come la punta di un trapano elettrico. Cercò di urlare ma non ci riuscì. Mise istintivamente la mano sulla spalla per cercare di estrarre quella punta d’acciaio, ma poté solo sentire la fredda lama affondare sempre di più. Subito senti il sinistro scricchiolio delle ossa della clavicola prima, e della scapola poi, che si spezzavano e la punta della lama fuoriuscire dalla parte opposta della spalla. La lama continuava a scorrere nella ferita finché la punta raggiunse la parete dietro di lei. A quel punto, con un’ultima spinta, l’individuo conficcò la lama nella parete inchiodando Christy al muro, con la spalla sanguinante.
Con il capo reclinato da una parte, vide la mano del suo aguzzino ritrarsi, lasciando l’impugnatura della lama e mentre le passava sotto gli occhi la potè vedere meglio. Era una mano grande, nuda. Con una pelle color grigio scuro che sembrava squamosa come la pelle di un pesce. Di un pesce in putrefazione. Con lunghe dita scheletriche che la facevano somigliare alla mano di uno zombie o di uno di quei personaggi che si vedono nei film horror. Ma quello che la spaventò di più furono le unghie. Unghie simili agli artigli dei gatti. Ma molto più grandi e lunghe, e soprattutto affilate. E poi il suo odore. L’odore della sua pelle era disgustoso. Sapeva di muffa.
"Ma chi sei? Cosa vuoi da me?" disse Christy mentre le parole le uscivano da sole dalla bocca senza che se ne accorgesse neanche.
Ma la sua domanda fu seguita dal silenzio più profondo. Nessuna risposta. Solo un muto silenzio rotto da quell’angosciante rantolo.
"Chi sei ??" urlò singhiozzando, con le ultime forze che le erano rimaste.
Ma l’eco delle sue grida risuonò nella nebbia, per poi affievolirsi per fare spazio di nuovo al silenzio.
"Perché mi fai questo? Cosa ti ho fatto di male io? Perché non mi uccidi se questo è quello che vuoi?"
La sua voce era ormai un susseguirsi di singhiozzi. Ma nessuna risposta seguì alle sue domande.
Con gli occhi semichiusi, distrutta dal dolore e dalla fatica, non si accorse che altri gattini stavano intanto avvicinandosi a lei, uscendo fuori dall’angolo seminascosto dietro quella sagoma scura. Decine e decine di piccoli gatti, tutti neri e tutti con la stessa macchia bianca sulla testa si avvicinavano a lei, circondandola da ogni direzione.
Poi, come obbedendo ad un segnale, cominciarono a miagolare tutti insieme. Piano piano all’inizio, ma poi sempre più forte trasformando il miagolio in una serie di urla stridule assordanti. Cercò di coprirsi le orecchie con le mani ma il dolore alla spalla sinistra le aveva quasi paralizzato il braccio che rimase con la mano inerme a terra, mentre quel verso tagliente le lacerava i timpani come un rasoio.
Era ormai in balia dei quell’essere davanti a lei e di quella miriade di gatti che la stavano facendo impazzire, incapace di reagire. Ma fu scossa da un violento sussulto quando vide il mantello scuro spalancarsi davanti a lei. Immediatamente i suoi occhi reagirono a quell’immagine e istintivamente lo sguardo si fissò all’interno. Ma non riuscì a vedere nulla. Solo buio. Solo ombra e niente altro. Non riusciva a vedere nulla ma poteva sentire quel terribile odore che le stava inondando le narici come un fluido disgustoso spinto a forza nei polmoni.
Poi, lentamente, il mantello la avvolse cominciando a richiudersi intorno a lei, ricoprendola come un macabro velo. Cominciò a tremare sempre di più, urlando cercando disperatamente di spingere via quella sagoma. Ma tutto era inutile contro di lui. E poi era così debole che non sarebbe riuscita a spostare neanche un fiammifero.
Man mano che quel mantello si richiudeva su di lei, sentiva i polmoni pompare sempre meno ossigeno nel sangue. Aveva la gola secca. Si sentiva soffocare. Lottando fino allo spasimo per uscire. Ma il buio la stava avvolgendo sempre di più, nero come l’inchiostro.
I gatti miagolando sempre più forte, cominciarono a spostarsi più vicino a quell’essere, che sembrava il loro padrone, scivolando sotto il mantello rendendo quel suono ancora più insopportabile, che risuonava dolorosamente nelle sue orecchie.
Poi, con un ultimo scatto il mantello si chiuse su di lei. La puzza le mozzò il respiro. Spalancò la bocca per cercare di respirare, ma l’unica cosa che potè immettere nei polmoni fu quel sapore disgustoso di marcio che la fece annaspare, costringendola a vomitare.
Con tutte le sue forze continuava a spingere contro quella massa oscura intorno a lei, ma erano solo deboli e inutili tentativi. Gli ultimi.
Sentì una mano forte e ruvida afferrarla per i capelli spingendole la testa indietro, e una punta fredda e affilata appoggiarsi sul lato destro del collo. Il respiro le si fermò di botto con un singhiozzo disperato. Rimase paralizzata dal terrore con gli occhi spalancati nel buio e la bocca aperta per urlare. Ma non fece in tempo. Lentamente, la punta d’acciaio cominciò ad affondare nella carne, strappandole urla silenziose di dolore che si scioglievano in rivoli di sangue. La sentiva affilata, affondare dentro di lei e scorrere nella sua carne fino al manico, con un dolore straziante. Poi, con un movimento rapido la lama attraversò la gola da parte a parte, squarciandola, esplodendo in un fiotto caldo di sangue.
Di colpo, il tagliente miagolio dei gatti cominciò a smorzarsi. A diventare via via più lontano, e via via più debole, fino a scomparire del tutto, insieme al dolore dei loro dentini affilati. Mentre il caldo fluido della sua vita, scivolava fuori, sciogliendosi lentamente come neve al sole. Subito sostituito dalla fredda nebbia della laguna.
