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The Angels Rules - di Gabriele Galeotti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/09/2008 alle ore 23:11:57

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Il telefono del mio ufficio cominciò a squillare destandomi da quel torpore al quale mi ero lentamente adattato, non volevo nemmeno rispondere, tanto sapevo che con ogni probabilità qualcuno aveva sbagliato numero
Era molto difficile che ci chiamassero a quell’ora di notte, gettai lo sguardo verso la parte opposta della stanza fino alla scrivania della mia partner che molto lentamente si alzò ed andò a rispondere al telefono
“Distretto di polizia, dica pure?” disse la mia collega con la frase di routine
La conversazione durò poco, troppo poco perché potesse essere una chiamata importante, Giulia, era questo il nome della mia collega, ritornò a sedere e stirandosi le braccia disse
“Il solito scherzo!”
Diedi una scossa alle spalle e sbadigliando aggiunsi
“Tipico, mai una volta che ci sia una chiamata per noi, siamo attualmente senza lavoro amica mia!”
Giulia guardò fuori della finestra e sospirò
“Nonostante New York pulluli di criminali, la sera se ne stanno tranquilli”
In effetti era molto strano, di solito tutta la “feccia criminale” attende proprio le tenebre per entrare in azione, ma da un mese la situazione si era incredibilmente fermata, sembrava il preludio per una catastrofe imminente
“Io vado a prendere un caffè giù di sotto” disse Giulia alzandosi “Ne vuoi uno?” chiese infine
Feci segno di si con la testa e poi tornai a guardare fuori dalla finestra, le luci della città rischiaravano New York in una maniera un po sinistra, tutta quella calma aveva quasi dell’incredibile, nel vetro riuscivo a vedere il mio volto, quello di un ragazzo di vent’anni con i capelli neri sempre dritti, ero uno che con il gel ci andava pesante, ma con il mio lavoro, sempre a contatto con la gente, dovevo essere presentabile
Girai intorno alla scrivania e guardai un targhetta un po vecchiotta datata 1998, su di essa la scritta
“Al miglior agente della NYPD Clo Madison”
Ed era proprio quello il mio nome, ero diventato un agente di polizia il 6 giugno del 1996 e da allora ricoprivo il ruolo di detective insieme alla mia partner Giulia Hunter proveniente dal distretto di Los Angeles, entrambi eravamo stati reclutati per porre fine ad uno spaccio di droga continuo che stava avvenendo nella zona portuale
Questa droga, aveva la capacità di passare inosservata a qualsiasi tipo di controllo, nemmeno i cani erano in grado di distinguerla, essa era chiamata Angels, nome più che appropriato perché chiunque ne assumeva delle dosi, si avvicinava al paradiso in tutti i sensi, fino quasi ad andarci veramente
I vari casi riscontravano da prima una sovraeccitazione del soggetto, poi una quasi totale paralisi di ogni parte del corpo e infine una morte fra atroci sofferenze, nonostante tutto questo, molte persone continuavano ad acquistarla e intorno ad essa si era creato un vero e proprio spaccio
Poi all’improvviso non se ne era più sentito parlare, come se fosse scomparsa, alcuni dicono che in realtà i trafficanti stiano preparando una variante della droga, ancora più potente della prima e iinvece, non era successo più niente!
Da quel momento in poi il nostro lavoro era diventato un tram tram continuo di noia, come se all’improvviso i criminali fossero spariti dalla circolazione, non che la cosa non mi piacesse, anzi, meno pregiudicati equivaleva a dire meno problemi ma bisognava ammettere che tutto questo era molto sospettoso
Giulia ritornò con il caffè e lo mise sul mio tavolo, lo raccolsi e ci soffiai sopra per farlo un po raffreddare, la mia collega si posizionò sulla sedia pronta per un nuovo sonnellino quando il telefono squillò di nuovo, io e lei ci guardammo intensamente
“E’ la seconda chiamata questa sera, che sia....
Immediatamente mi diressi verso il telefono ed alzando la cornetta dissi un po titubante
“Distretto di polizia, qual è il problema?”
Ci fu un po di silenzio prima che un potente ronzio mi colpisse dritto all’orecchio, feci una smorfia di dolore ed allontanai il ricevitore da me, Giulia alzò pur essa la cornetta per sentire la conversazione, ma adesso dal telefono non arrivava più nessun suono
“Pronto? Ehi c’è nessuno”
Si udì in lontananza un rumore non ben definito, come una carrozzella che scivolava lentamente sul pavimento, nel frattempo si sentiva pure un respiro parecchio affannoso quasi ansimante, Giulia mi guardava un po preoccupata da quella strana quanto misteriosa telefonata
“Chi parla?” chiesi in maniera insistente sperando di ottenere una qualche risposta
Chiunque fosse dall’altro lato riuscì a perfezionare il suo silenzio, spazientito abbassai il ricevitore
“Ma guarda te che razza di tipi ci sono in giro, quasi peggio dei criminali!”
“Quella telefonata, aveva qualcosa di..di....”
“Inquietante, si, ho avuto anch’io la tua stessa impressione, probabilmente qualche mitomane che voleva spaventarci con il suo silenzio”
“Più che altro è stato quel suo respirare e quel rumore di sottofondo a farmi impressione”
“Già....”
Il telefono squillò ancora e questa volta fu Giulia a rispondere mentre io mi limitai ad ascoltare
“Pronto....chi parla?”
Dall’altra parte c’era ancora quel fastidioso rumore, la mia collega stava per riabbassare il ricevitore quando
“....Do..Dov’è?”
Io e Giulia ci guardammo fissi negli occhi come per capire che cosa riguardasse quella strana domanda, la strana voce dall’altra parte ripetè di nuovo quella frase con la stessa veemenza e i nostri dubbi aumentarono ancora di più
“Dov’è che cosa?” chiesi cercando di capire qualcosa in più
La voce rimase in silenzio o per meglio dire si limitò a farci sentiri i suoi respiri lenti e gravi, poi finalmente
“Dov’è il tuo dipinto?” disse tutto d’un fiato la strana voce
Io e Giulia ci guardammo allibiti, oltre ad essere una bizzarra telefonata era anche un insolita, quanto improvvisa, richiesta, di quale dipinto stava parlando quella voce, prima ancora di scoprire qualcosa di più, la persona dall’altra parte abbassò il suo ricevitore e a noi non toccò altro che fare lo stesso
Mi misi a sedere per riflettere e Giulia sembrava essere alquanto preoccupata, si vedeva da come guardava costantemente il telefono con quello sguardo triste e innocente
“Non preoccuparti amica mia, sarà il solito squinternato che non ha niente di meglio da fare!”
“:.....C’era qualcosa di inquietante in quella richiesta, non era un matto qualsiasi, quella richiesta era ben mirata per essere eseguita”
“Non è possibile Giulia, come possiamo noi eseguire una richiesta del genere, di quale dipinto stava parlando quel tizio?”
Giulia fece segno di non sapere niente, passarono quasi dieci minuti scanditi dal mio lento tamburellare delle dita sul tavolo, aspettavo con ansia che il telefono squillasse ancora e che dall’altra parte ci fosse quella strana voce a farci capire di cosa parlasse prima
Il telefono squillò e io mi ci avventai sopra come un animale che afferra una preda, dissi pronto tutto d’un fiato, ma dall’altra parte non c’era la solita voce
“Dipartimento di polizia?”
Ancora un po confuso dissi “Si....in cosa posso aiutarla?”
“Sono l’agente Parker, dovreste venire al numero 34 di Washington Street, c’è stato un omicidio!”
“...D’accordo, aspettateci li, arriviamo fra cinque minuti”
Abbassai il ricevitore e guardando Giulia li feci segno di prepararsi
“C’è stato un omicidio e ci vogliono sul posto!”
La mia collega si alzò dalla sedia e mettendo la pistola nella fondina si preparò per uscire, misi la segreteria telefonica per scoprire se quella misteriosa voce avrebbe più richiamato, l’attenzione mia e di Giulia era concentrata soprattutto su questo, ma dovevamo pensare al caso che ci attendeva, e che in un modo o nell’altro, avrebbe cambiato per sempre le nostre vite

Capitolo I
Il dipinto

Arrivammo al palazzo in questione in perfetto orario anche per il semplice fatto che non avevamo trovato quasi nessuna macchina in giro, era come se New York la sera dormisse in un sonno innaturale, uno stato di torpore che non mi piaceva, per niente!
Scendemmo di macchina e ci avviammo verso la scena del crimine, un poliziotto ci fece fermare proprio di fronte alle strisce che impedivano l’accesso agli estranei
“Aspettate un momento prima di entrare, il coroner sta ancora eseguendo i rilievi sul cadavere ritrovato”
“E noi non possiamo entrare adesso?”
“Mi dispiace agente Madison, ma per ora dovete restare qui, sono ordini che vengono dall’alto!”
Feci una sgrollata di spalle e mi misi a sedere sul cofano della macchina attendendo che ci facessero finalmente entrare, la mia collega continuava a girottolare davanti all’ingresso del palazzo guardando in continuazione l’orologio, la metropolitana passò facendo eccheggiare il ferro dei binari
“Certo che fa un casino da matti quella cosa, se io abitassi da queste parti diventerei matta!”
“Più di quanto tu non lo sia già!” dissi ridendo
Giulia si avvicinò e mi diede un calcio in uno stinco, per scherzare ovviamente
“Mi raccomando fai come l’ultima volta e mandami all’ospedale”
“Già è vero...colpa tua che sei uscito male di porta, io ormai stavo caricando il tiro”
Io e Giulia andavamo spesso a giocare a calcetto o a basket e devo dire che è piuttosto brava, tra tutte le ragazze del distretto è lei quella che detiene il primato, otto gol segnati in tre partite, uno dei quali riuscì a segnarlo a me, però mi ruppe il dito con un piede
“Non preoccuparti” risposi “Non mi hai fatto male”
Giulia sorrise e continuò a guardare l’orologio sbuffando
“Ma quanto cavolo ci mette il coroner, non è mica che deve scoprire adesso come è morto!”
“Lascia fare, lo sai come sono maniacali questi agenti, non vogliono farsi sfuggire nulla”
“Approposito di sfuggire, come va con la tua nuova ragazza?” chiese Giulia sorridendo
La mia collega amava molto stuzzicarmi specialmente se sapeva che in quel momento ero senza ragazza, ma che volete farci, le ragazze sono fatte così!
Ricordo che una volta mi fece fare una figuraccia di fronte a delle ragazze che avevo incontrato appena fuori dal dipartimento, esse stavano cercando di raggiungere un posto e io mi ero offerto di accompagnarcele, ma Giulia cominciò a mandarle via dicendo che io ero il suo ragazzo, ovviamente mi ero opposto ma lei sembrava non preoccuparsene, anzì, mi diede pure un bacio per farle andare via
Posso ancora sentire quella sensazione di imbarazzo che provai in quel momento, quelle ragazze se ne andarono via lasciando me e Giulia li a ridere come dei matti.
La mia collega non aveva il ragazzo, almeno questo era quello che diceva sempre a me, in realtà non conoscevo molto della mia partner ad eccezione fatta per tutto ciò che mi raccontava
Mentre parlavamo l’agente di guardia si girò verso le scale e si vide piombare giù il coroner sconvolto, esso si portò una mano alla bocca e vomitò in un angolo, io e Giulia ci sollevammo in piedi quasi contemporaneamente vedendo quella scena
L’agente diede una mano al coroner per sollevarsi, andammo da lui per cercare di capire
“Che cosa è successo lassù di sopra?” chiese Giulia
“...Siamo entrati dentro....e poi...oddio...è terribile!!” rispose il coroner mettendosi a piangere
Ero rimasto allibito da quel comportamento, non avevo mai visto nessun poliziotto in lacrime dopo un omicidio, doveva essere qualcosa di veramente sconvolgente, così io e la mia partner entrammo dentro l’edificio, le ampie scale ci stavano portando diretti sulla scena del crimine
Arrivati al terzo piano e superato il corridoio ci trovammo di fronte alla porta dell’appartamento dove era stato compiuto l’omicidio, aprii l’uscio e...... finalmente compresi appieno come doveva essersi sentito il coroner nel vedere ciò che era accaduto, i muri era completamente imbrattati di sangue ancora fresco che colava per terra creando ampie macchie sul pavimento
La vittima era completamente aperta dal torace all’addome e la sua faccia era stata tagliata via, era davvero incredibile la brutalità che era stata messa nel compiere quel delitto, mi faceva disgusto perfino a me
Mossi i primi passi all’interno della stanza mentre alcuni agenti entravano dentro per controllare meglio la situazione, anche loro erano visibilmente provati nel vedere quella scena, Giulia si guardò intorno inorridita
“Mio Dio, quale essere può compiere un delitto del genere?”
“Qualcuno che vede le cose solo con un aspetto macabro!” mi limitai a dire
“Bella definizione, ma non basta per spiegare ciò che è successo qui stasera”
Nel frattempo entrò nella stanza l’agente speciale dell’FBI John Parker, era come tutti i federali di questo mondo, sempre pronto a non farsi scrupoli e in quell’occasione non fu da meno
“Finalmente ce l’avete fatta a venire, siete proprio come ogni agente di questo fottuto distretto, sempre in costante ritardo”
Era difficile poter andare d’accordo con l’agente Parker a causa della sua strafottenza nei confronti di chi non era un federale come lui, l’unica che riusciva a tenerli testa a parte me, era proprio la mia collega Giulia, anche per il fatto che John era perdutamente innammorato della mia partner fin dai tempi più remoti
“Ehi, si puo sapere che cosa vuoi da noi?” disse Giulia avvicinandosi a John
Quest’ultimo non rispose e si limitò a scrutare le proprie scarpe, la mia collega sapeva essere davvero perfida, sapeva di piacere a John ma non gli aveva mai dato una possibilità, nemmeno una.
“E dai Giulia, non lo vedi che fra un po esplode!” dissi con sarcasmo mettendole una mano sulla spalla, lei con un sorriso me la strinse e poi si girò verso il cadavere lasciando me e John l’uno di fronte all’altro
“Mi spieghi come fai con Giulia?”
“In che senso?” domandai incuriosito, ma sapevo che cosa intendeva
“Come riesci a stare così con Giulia, vi vedo molto affiatati!”
“Siamo colleghi, è normale avere una certa confidenza”
John non era molto soddisfatto, credeva che parlando con me io gli rivelassi qualche curioso particolare che gli servisse per conquistare Giulia, ma io non sapevo assolutamente niente su come ottenere l’amore della mia partner
“Ehi vieni a vedere!” disse Giulia facendomi segno con la mano di avvicinarmi, eseguii prontamente andando verso la mia collega seguito da John
Eravamo proprio di fronte alla vittima, una ragazza di all’incirca vent’anni mora e probabilmente con gli occhi marroni, ma uno di essi era stato strappato via e l’altro non era in ottime condizioni, non quadrava niente di tutto questo, non c’erano i segni di un stupro o niente che facesse intendere qualsiasi tipo di violenza a sfondo sessuale, praticamente la ragazza era stata uccisa solo per puro divertimento
Mi guardai intorno e apparte il sangue non c’era niente di interessante che copriva i muri fatta eccezione per qualche quadro, eppure dovevano esserci degli indizi, qualcosa che ci portasse all’identità dell’assassino
Giulia si avvicinò alla vittima e la mise di fianco per esaminarla con più attenzione e notò qualcosa, per terra c’era una strana incisione, curiosa quanto misteriosa, non riuscivo a capire che cosa riguardasse, l’agente Parker si soffermò un secondo sui quadri al muro e poi guardò il pavimento
“Quell’incisione assomiglia molto a questo dipinto!”
Io e Giulia rimanemmo come bloccati da quella frase, dando un’occhiata molto attenta si poteva notare che una volta tanto in tutta la sua vita, l’agente Parker aveva ragione, quelle incisioni coincidevano quasi perfettamente con quelle presenti nel dipinto, un particolare piuttosto interessante
Un’idea cominciò a susseguirsi nella mia mente con un ritmo crescente, stavo pensando al fatto che quella misteriosa telefonata che avevamo ricevuto potesse avere qualcosa a che fare con questo delitto, entrambi comunque rimanevano un vero e proprio mistero
Il fotografo del dipartimento scattò diverse foto a quell’incisione sul pavimento e anche ai vari dipinti che ricoprivano le pareti, potevano esserci altri elementi in comune fra di loro, Giulia prese un campione di sangue da fare esaminare dal corpo della vittima, probabilmente per vedere se l’assassino in qualche modo si era ferito compiendo quel delitto
Adesso avevamo qualche pista sulla quale lavorare e non ci restò altro da fare che ritornarsene al dipartimento e vedere se quella misteriosa voce aveva telefonato ancora e se si, bisognava capire in tutte le maniere chi fosse, ma soprattutto, se era lui l’assassino!
Per strada Giulia continuava a restare in silenzio, questo era un cattivo segno, di solito non fa altro che parlare, probabilmente qualcosa la preoccupava
“Che cos’hai chiaccherona?” dissi sorridendo
Giulia accennò un debole sorriso che però si spense subito lasciando posto ad una tristezza manifestata dai suoi occhi blu come il mare
“So che cosa ti preoccupa!” dissi guardando verso la strada
“Davvero?”
“Ti conosco ormai da qualche anno e so ciò che ti passa per la testa, eri così anche quando demmo la caccia a quel killer nel 96”
Giulia rimase in silenzio, probabilmente avevo centrato nel punto giusto, comunque era meglio non metterla troppo in agitazione, nonostante l’aspetto freddo era una ragazza facilmente emozionabile, se aveva qualcosa toccava a lei dirmelo
“Ti ho mai raccontato perché sono diventata un poliziotto?” disse Giulia tenendo sempre lo sguardo rivolto verso la strada, accennai un no con il capo
“Quando avevo all’incirca 13 anni ho assistito ad uno stupro.......il mio!”
Inchiodai la macchina in mezzo alla strada rischiando di venire tamponato da almeno una decina di auto, i clacson presero a suonare contro di me così accostai al marciapiede e fissai Giulia
“Che cosa hai detto?”
Una lacrima cadde giù dall’occhio della mia collega che subito lo asciugò con la manica
“Mi assalirono in quattro mentre tornavo a casa e.......mi hanno stuprata!” disse scoppiando in lacrime e appoggiandosi alla mia spalla, le poggiai una mano sui capelli e la strinsi, in questi anni non mi ero mai accorto di niente, eppure ci sarei dovuto arrivare in qualche modo
“Non hanno mai scoperto chi è stato?” domandai a Giulia dopo che si era un po ripresa dallo shock, lei mi fece segno di no con la testa
“Sai che cos’è che mi salvo quella volta, una volante della NYPD con due agenti che misero in fuga quei mascalzoni....loro erano proprio li di fronte a me come degli angeli pronti a tendermi la mano per aiutarmi....non dimenticherò mai il loro gesto!”
“E da quel momento decidesti di entrare nella polizia?”
“Esattamente, pensavo continuamente a ciò che mi era accaduto e in qualche modo volevo impedire che succedesse anche ad altre ragazze come me!”
“Capisco, il killer che abbiamo preso nel 96 era anche uno stupratore, avevi la stessa aria anche quella volta.....tu pensi che anche questo di ora sia.....”
Giulia diede uno sgrollata di spalle come per dire che non ne aveva idea e in quanto a me ero della stesso opinione, l’unca era vedere se il misterioso mitomane aveva chiamato di nuovo la centrale, restava solo un modo per saperlo......

Capitolo II
Ancora sulla scena del delitto

La lucina della segreteria telefonica stava lampeggiando con veemenza, Giulia ed io ci scambiammo lunghe occhiate di intesa, con ogni probabilità sapevamo a chi apparteneva il messaggio in segreteria, quindi non restava altro da fare, farsi coraggio e premere il bottone
La segreteria telefonica dopo aver mandato indietro il nastro partì con uno scatto, per il momento non si riusciva a capire niente e quindi tendemmo l’orecchio verso l’apparecchio, passarono una manciata di secondi ma non si udiva un suono.
Ma all’improvviso, anche se in lontananza, si cominciarono ad udire dei rumori di sottofondo, come di passi che si trascinavano attraverso una stanza vuota, questo si capiva grazie ad un eco incredibile che accresceva sempre di più la sensazione che quel tipo volesse spaventarci in qualche maniera
“Non riesco a capire” disse Giulia battendo le mani sul tavolo “Che cosa vuole da noi?”
“Se lo sapessimo non ci sarebbero problemi” risposi con semplicità
Ad un tratto ci fu un secondo rumore più sommesso e forte, come un grido soffocato, e mi accorgo anche che in sottofondo si sente il rumore della metropolitana che passa, non riesco proprio a capire dove si trovi quest’uomo
Ci misi davvero poco a comprendere che cosa stesse facendo, un grido stridulo e penetrante mi invase le orecchie mentre i passi cominciavano ad aumentare nella registrazione, sembrava che di colpo tutti i suoni si fossero amplificati di almeno dieci volte, potevo solo immaginare dove si trovasse
Giulia si portò una mano alla bocca e mi fissò, probabilmente anche lei aveva capito, di colpo le grida che fino ad allora mi avevano invaso le orecchie cessarono con una specie di gorgoglio, sentimmo che anche i passi erano ritornati quelli lenti e gravi ai quali ci eravamo abituati
Era davvero incredibile la sensazione che stavo provando in quel momento, non riuscivo più a capire un accidenti di niente, poi all’improvviso sentii una voce schiarisci la gola e dire
“Il dipinto........è cominciato!”
Li il messaggio finiva e quando il nastro si fermò fu come ritornare bruscamente ad una realtà che avevo preso una piega molto misteriosa, il mi sguardo incrociò quello di Giulia che si alzò in piedi
“Io so dov’è!” sentenziò afferrando la giacca
“Davvero...e come diavolo?”
“Non te lo ricordi, abbiamo già sentito il rumore della metropolitana stasera, quando eravamo fuori dal palazzo della vittima!”
Pensandoci bene Giulia aveva ragione, come al solito! Quindi non restò altro da fare che ritornare sulla scena del delitto

Parcheggiai la macchina proprio di fronte al palazzo e sia io che la mia collega ci avviammo per entrare, arrivammo in prossimità della porta della vittima che purtroppo era già coperta dai sigilli
A questo punto restava un problema, non potevamo certo entrare dentro senza un mandato di perquisizione, almeno che sia io che Giulia non fossimo preparati a ricevere una dura punizione
Appoggiai una mano alla porta che cigolando ci aprì, come era possibile tutto questo? Doveva esserci qualcuno all’interno, così io e Giulia estraemmo le armi dalla fondina ed entrammo dentro la casa della vittima
Ci trovavamo esattamente nello stesso posto dove era stata rinvenuta la vittima, Giulia si avvicinò al’interruttore della luce e lo premette, niente, non c’era corrente all’interno della casa, tipico!
Per fortuna nonostante non ci vedesse molto bene, la stanza era abbastanza distinguibile, non nel dettaglio ma almeno non andavamo alla cieca, andai avanti a Giulia controllando l’ampio corridoio che ci separava dal salotto
Feci segno a Giulia di andare avanti mentre io davo una controllata al bagno, la mia collega eseguì portandosi dall’altro lato della porta, la aprì e io con la pistola controllai in ogni direzione, vuoto!
Entrai dentro e provai l’interruttore della luce ancora una volta, la stanza rimase al buio, mi avvicinai allo specchio e guardai nel lavandino per cercare qualcosa, c’erano delle piccolissime macchie rosse appena sopra il rubinetto, mentre mi avvicnavo urtai contro uno scaffale con il piede, vi guardai dentro e trovai una torcia...meno male!
La accesi e guardai il lavandino, effettivamente quello a prima vista sembrava proprio del sangue, così lo presi come campione da far esaminare al laboratorio e feci per uscire dalla stanza quando la torcia dopo qualche lampeggio si spense lasciandomi di nuovo alla penombra
Battei un paio di colpi sulla torcia, ma non ne volle sapere di riaccendirsi, però qualcosa stava succedendo all’interno della stanza perché sentivo che la luce era quasi aumentata, mi guardai intorno tenendo in una mano la torcia e nell’altra l’arma carica e pronta al fuoco
Nelle mie orecchie avvertii un fischio continuo e stridulo che mi fece tappare le orecchie, poi avvertii un urlo e girandomi vidi qualcosa riflesso nello specchio, qualcosa che mi resterà per sempre nella mente, la figura della vittima stava cercando di venirmi incontro con le mani aperte tese per salvarsi
Appena dietro di lei c’era un’ombra che la afferrò e la trascinò via, mi girai di lato e riguardai di nuovo, tutto era sparito e anche la stanza era ritornata al suo stato originale mentre la torcia si riaccese illuminando il mio volto diventato pallido e sudato, guardandomi nello specchio potevo scorgere quanto quella scena mi avesse spaventato
Un rivolo di sudore mi colò lungo la faccia fino al mento, lo asciugai con la manica e mi tenni la testa fra le mani, ciò a cui avevo assistito andava oltre la mia comprensione, cosa diamine stava succedendo intorno noi?
Giulia nel frattempo aveva proseguito verso il salotto quando camminando slittò quasi su qualcosa, guardandoci con più attenzione la mia partner scoprì altre macchie di sangue che conducevano alla cucina poco distante, attraversai anch’io il salotto per andare nella camera da letto, feci segno a Giulia di guardare dove portavano quelle macchie mentre io andai per la mia strada, aprii lentamente la porta e vidi un’ombra appena fuori dal cornicione, se ne stava li impassibile quasi non temesse niente
“Fermo lì polizia!” urlai puntando la mia arma contro il misterioso individuo, costui si girò lentamente verso di me e sparì in una frazione di secondo, Giulia fece capolino nella stanza e io andai verso la finestra, quel tizio stava percorrendo le scale anti-incendio ad una velocità incredibile
Aprii in fretta la finestra e mi gettai all’inseguimento seguito immediatamente da Giulia, sparai un paio di colpi per cercare di fermarlo, ma tra le scale non riuscivo a prenderlo, senza contare il fatto che si muoveva veloce il piccoletto, ci aveva distaccati di parecchio.
Scesi la seconda rampa di scale e guardando in basso incredibilmente non lo vidi più, sembrava come essersi volatilizzato nel nulla, ci arrestammo un secondo guardandoci in giro mentre nel cielo si stavano affacciando delle nuvole nere cariche di pioggia.

Capitolo III
Scioccanti rivelazioni

“Eccolo la, prendiamolo!” urlò Giulia correndo avanti a me scendendo l’ultima rampa delle scale, la seguii a ruota correndo come un forsennato, il misterioso tizio passò nel mezzo al traffico cittadino con una semplicità incredibile, alcune macchine sbandarono urtandosi fra di loro, Giulia passò in fretta mentre io rimasi bloccato tra una vettura e l’altra, saltai sul cofano di una di esse e seguii la mia collega all’interno di un vicolo molto stretto.
All’improvviso persi di vista la mia partner, mi guardai intorno ma non vedevo nessuno...alcune gocce cominciarono a cadere sul terreno bagnandolo leggermente, un paio di esse mi caddero sul viso rigandomelo dalla fronte fino al mento, mi asciugai con la manica e proseguii verso una stradina che dava sulla destra di un edificio che si reggeva in piedi per miracolo.
Superato un cassonetto ribaltato in mezzo alla strada incrociai quell’individuo seguito puntualmente dalla mia collega, senza perdere nemmeno un secondo prezioso corsi anch’io dietro a quell’uomo, svoltai l’angolo e... gli avevo persi ancora!
‹‹ Ma dove diavolo sono finiti! ›› pensai fra me e me, improvvisamente udii uno sparo non lontano da me e seguendo la sua eco giunsi a trovare Giulia, la pistola che la ragazza teneva ancora fra le mani era tutt’ora fumante, le sue dita si allentarono dal grilletto e rimisero l’arma nella fondina.
“Dov’è andato?” chiesi alla mia collega
Lei alzò lo sguardo e con un dito indicò una struttura in disuso ormai da molto tempo, un brivido freddo mi passò attraverso la schiena facendomi tremare da capo a piedi, quell’edificio mi dava una sensazione spettrale, Giulia che lesse nel mio modo di fare il pensiero che mi passava nella mente sorrise
“Capisco perché sei così teso....quello è il manicomio cittadino di Tears Peak!”
“Ma...non era quello fatto chiudere perché si dicevano cose strane, tipo torture fatte subire ai pazienti?!”
Giulia rimase un po in silenzio e con un cenno della testa annuì, speravo con tutto il cuore che il nostro uomo non si trovasse all’interno di quell’edificio....ma alcune macchie di sangue fresche che portavano in quella direzione mi diedero purtroppo un’amara conferma, dovevamo entrare all’interno del manicomio, così preso il coraggio a quattro mani, ci addentrammo nel piazzale
Il cancello cigolò quando lo scostai per entrare, Giulia mi seguii mentre dal cielo cominciava a scendere della pioggia sempre più fitta tanto che ci toccò fare una corsa fino ad una tettoia prima di diventare fradici come pulcini
L’intero manicomio con quella pioggia e quella leggera nebbiolina che si sprigionava quasi a mezza altezza aveva un’aspetto ancora più sinistro, difficile immaginare posto peggiore in quel momento, forse, l’inferno.
La porta centrale era stata forzata da tempo e uno dei battenti era stato letteralmente sventrato dai propri cardini, io e Giulia con una rapida corsa entrammo all’interno dello stabile senza ancora sapere a cosa saremmo andati incontro, ma ce ne saremo accorti ben presto quale mistero si nascondeva dentro le mura del terribile manicomio di Tears Peak.
Come previsto l’impianto elettrico doveva essere saltato decenni fa, c’era tanta di quella condensa sugli interruttori e sui pannelli ormai privi di protezione che sarebbe bastato un piccolo contatto per mandare tutto in corto circuito, ragion per cui accendemmo le nostre fide torce.
L’intero ambiente era ormai logoro e le pareti presentavano segni tangibili di infrazioni dall’esterno, probabilmente quel posto era stato riutilizzato per qualcosa di ancora a noi sconosciuto.....le nostre torce illuminarono delle macchie di sangue sul pavimento e c’era anche una manata rossa sul muro con un scia, il nostro uomo ci stava lasciando una traccia ben chiara del suo passaggio
Giulia afferrò una mappa all’interno della reception, molti degli schedari erano stati rovesciati per terra e il loro contenuto sparso per tutto il corridoio, il vetro principale era stato infranto da un sedia che giceva in un angolo non lontano da noi
Controllai la mappa ed osservai le stanze, il complesso era costituito da una reception, sei celle di identiche dimensioni, una sala dei dottori e un ripostiglio......così pochi alloggi per una struttura così grande?! Tutto questo risultava essere molto strano.
Sentii un rumore proveniente dall’ampio corridoio che dava sulle celle, puntai immediatamente l’arma mentre Giulia con la torcia cercava la fonte di quel rumore, la luce ondeggiava all’interno del corridoio, tanto che più volte chiesi alla mia partner di non tremare, ma la sua mano era scossa da fremiti, aveva una paura terribile, ed anche io naturalmente.
I rumori si fecero più vicini e più distinti, provenivano dalla prima cella sulla nostra destra, avanzammo con passo lento ma deciso tenendo le nostre pistole con il colpo in canna, le mie dita scivolarono lentamente sul grilletto osservando qualsiasi movimento di fronte a me.
Eravamo arrivati in prossimità della cella, Giulia scivolò lentamente dall’altro lato in modo tale da essere l’uno opposto all’altro, feci segno alla mia partner di aprire la porta, essa eseguì prontamente cosicchè entrai dentro brandendo la mia arma e vidi due piedi gocciolanti di rosso a mezz’aria, alzai lo sguardo e mi trovai di fronte una cosa che mi resterà impressa nella mente per sempre.......un cadavere ondeggiava nel mezzo alla stanza legato con una corda al collo.
I suoi occhi erano rimasti fissati su di un punto non ben precisato e continuavano a fissarlo, il cadavere appariva in un avanzato stato di decomposizione ed essiccazione, ma nonostante tutto ciò, il corpo continuava a perdere sangue fresco che cadeva a terra creando ampie macchie al suolo, perché tutto ciò? Le cose stavano lentamente prendendo una piega piuttosto surreale.
Mi avvicinai a quel corpo ed osservai che i vestiti che aveva addosso gli erano come rimasti impressi sulla pelle, una scena che ricordava molto quelle vecchie foto riguardanti le persone irradiate dalle bombe atomiche, non avevo mai visto niente del genere prima e probabilmente nemmeno Giulia dato che continuava a guardarsi intorno con lo sguardo di chi non capiva cosa accadesse, in quel momento eravamo in due a non capire.
“Un suicidio piuttosto macabro!” disse la mia partner cercando di rompere il silenzio creatosi in quel posto, non risposi immediatamente ed osservai un foro di entrata probabilmente causato da un proiettile, proprio sotto il collo..... quel tizio sarebbe morto anche senza il bisogno di impiccarsi, qualcosa cominciò ad attraversarmi la mente mettendomi sempre di più in agitazione, i misteri stavano aumentando e nello stesso tempo si infittivano.
Sembrava quasi di non capirci più niente....e poi quei rumori da dove provenivano, in quella stanza non c’era nessuno apparte noi e quell’uomo, com’era possibile che quel tizio avesse fatto tanto baccano? Ma la cosa più sconvolgente era appunto questa, non c’era nessuna sedia in quella stanza.....
Quel tizio se si fosse suicidato si sarebbe tirato giù da una sedia o dal letto, ma quest’ultimo era troppo distante dal punto dove stava il cadavere, ebbi come la certezza quasi matematica che quell’uomo non si era ucciso, ma era bensì stato ucciso da qualcun altro.
Giulia si avvicinò al taschino della giacchetta semidistrutta e ne tirò fuori un tesserino quasi interamente bruciato, era solo visibile il cognome del tizio, “Spiegel”, cossicchè la mia partner per saperne di più telefonò al laboratorio di analisi e richiese tutte le informazioni possibili sul cadavere in questione.
“Ecco fatto, basterà aspettare qualche minuto!” disse la mia collega rimettendosi il cellulare in tasca, continuai ad esplorare l’area circostante trovando altre macchie di sangue sul muro e sul pavimento, chiunque avesse fatto tutto questo era uno che non ci andava leggero.
“Hai qualche ipotesi?” mi chiese Giulia cercando forse anche lei di capirne di più, ma io era ad un punto morto e che Dio mi perdoni l’orrendo gioco di parole che in quel momento mi era venuto, ma che potevo farci, era vero, non ci capivo assolutamente niente.
Il cellulare della mia collega risuonò nel silenzio creatosi, Giulia rispose e ascoltò...il suo sguardo divenne improvvisamente ancora più serio e sbalordito di quanto non lo fosse già in precedenza, dopo qualche minuto la mia partner chiuse la comunicazione e si rimise il telefonino in tasca senza proferire parola.
Passarono diversi minuti scanditi dal battere dell’orologio prima che Giulia si decidesse a parlare
“Hanno cercato tutto quello che potevano, il risultato è stato che il Dottor Micheal Spiegel, primario di questo stesso manicomio sia deceduto all’incirca quattro anni fa!”
Rimasi letteralmente scioccato nell’udire quest’ultima cosa, com’è possibile che in questi anni il cadavere fosse rimasto così integro e che soprattutto il sangue fosse così fresco.......gli interrogativi che mi si paravano nella mente erano veramente numerosi e complicati, tutto stava diventando sempre più misterioso.
“E’ impossibile!” commentai dopo un bel po di tempo tanto che Giulia rimase un po colpita da quel mio comportamento, di solito ero io quello che dava una risposta razionale su tutto, ma questa volta avevo veramente bisogno di capire meglio tutta la questione, quindi non ci restò altro da fare che ritornare verso il dipartimento di polizia, uscimmo dalla cella e ci dirigemmo quindi verso l’uscita, quando...
Avvertii nell’aria una strana presenza che mi fece rabbrividire, sia la mia torcia che quella di Giulia dopo qualche sussulto si spensero facendoci calare nella penombra, proprio com’era successo nell’appartamento della vittima.
Ci fu un ronzio intenso che sembro invadere l’ambiente che ci circondava penetrandomi dentro le orecchie in tono continuo, dietro di me udii un qualcosa che già conoscevo e che mi dava i brividi al solo pensarci, anche Giulia mi fissò con sguardo terrorizzato incapace di muovere un muscolo.
Sentii una breve e leggera frenata sul pavimento e il rumore lento di un respiro faticoso...per un momento tutta quella scena mi sembrò surreale, ma mi accorsi che tutto ciò che vedevo e sentivo non aveva niente di irreale, ma era un qualcosa di estremamente reale.
Le mie dita scivolarono lentamente sul grilletto mentre mi giravo per vedere ciò che accadeva dietro di noi....tutto ciò che ricordo fu il rumore spaventoso di una sedia a rotelle che lentamente dal corridoio si stava avvicinando sempre di più a noi, quella carrozzella veniva avanti condotta da un figura che non riuscivo a distinguere nella penombra, ma che aveva le fattezze di un uomo, almeno così sembrava.
Giulia si portò una mano alla bocca ed urlò riempendo ancora di più di suoni quell’edificio, in quella confusione non ricordo precisamente che cosa accadde, non so nemmeno se provai a fermare quel tizio che si avvicinava con andatura decisa, le ruote stridevano nel corridoio e il suo respiro mi penetrava nelle orecchie come un sibilo che mi tormentava.
Poi come in un battito di ciglio tutto era tornato normale, le torce si riaccesero mostrandoci il corridoio delle celle completamente sgombro da qualsiasi cosa o persona, il misterioso tizio con la carrozzella sembrava essersi dileguato nel nulla, la mia partner si appoggiò al muro rimettendo la sicura all’arma.
Mi asciugai un po di sudore che lentamente mi colava dalla fronte, era già la seconda volta in una serata che avevo una sensazione di paura incredibile, credo che in tutta la mia vita non abbia mai avuto così tanta fifa come adesso, sembravo come un bambino indifeso, e così pure la mia partner.
“Continuiamo ad esplorare, questo manicomio ha ancora qualche segreto!” dissi cercando di infondere un po di coraggio a Giulia, ma soprattutto anche a me stesso...la mia partner sospirando si rimise in piedi e mi seguì tenendo l’arma in pugno, la sicura venne disinserita rimettendo il colpo in canna.
Passammo di fronte alla cella del cadavere e ci gettai un’occhiata rimanendo sconcertato, il cadavere era misteriosamente scomparso, Giulia non l’aveva ancora notato per cui cercai di non farglielo scorgere, sarebbe stato il colpo definitivo per la sua sanità mentale, sfortunatamente la mia partner si girò verso la cella cercando di guardare al suo interno
Mi parai davanti a lei per allontanarla il più possibile da quel posto, ma Giulia mi scostò e osservò, i suoi occhi si riempirono di lacrime e le sue dita presero a tremare, un suo dito premette il grilletto facendo partire un colpo di pistola che eccheggiò nell’ambiente circostante con una detonazione forte.
Forse spaventata da quel colpo Giulia ritrovò il suo sangue freddo e scusandosi rimise la sicura alla sua arma, stava diventando troppo nervosa e questo poteva essere un bel problema, volevo lasciarla li per un po in modo tale da farla tranquillizzare, ma avevo molto paura che restando da solo potesse essere....in qualche modo ferita o peggio!
Quindi Giulia doveva calmarsi strada facendo, tutto stava diventando sempre più bizzarro, prima la strana apparizione, poi il cadavere che scompariva dalla cella, una cosa era certa, quello non era un comune manicomio.
Arrivammo alla fine del corridoio delle celle senza aver trovato niente di insolito, proseguimmo fino ad entrare dentro la stanza del dottor Spiegel, essa era ridotta esattamente come il resto del manicomio e cioè ad un rudere, non vi era niente di interessante al suo interno fatta eccezione per uno schedario ancora in un buono stato che conteneva vecchie cartelle cliniche datate 1994.
Cominciai a rovistare tra i file cercando qualcosa che mi potesse essere utile, ma era come cercare un ago in un pagliaio completamente bendati, totalmente inutile senza avere un nome o un qualcosa da trovare.
Mentre sfogliavo un file, alcuni fogli caddero a terra....fu con mio grande stupore che vidi una vecchia fotografia ingiallita raffigurante un uomo sulla carrozzella la cui somiglianza con il nostro “amico” era veramente notevole, esso aveva come una specie di camicia di forza e guardando il riflesso nello specchio notai che sulla spallina aveva un numero, il 347.
Che poteva mai significare? Forse il numero dello file nello schedario? Senza nemmeno rendermene conto mi ero messo a cercare come un disperato quasi come se da quelle informazioni dipendesse la mia vita, anche Giulia letto il numero si mise a cercare.
Svuotammo tutti gli schedari compresi quelli che erano caduti a terra, ma di quel fascicolo nemmeno l’ombra, tornai a guardare quel numero ed effettivamente era corretto, non ci potevamo essere sbagliati in due a leggerlo, guardai verso lo specchio e sul tavolo nel mezzo a tutta quella roba intravidi quel file
Corsi in fretta verso il tavolino e lo afferrai con forza notando che però il numero era 743, non era quello il file....eppure....ma certo, come avevo fatto a non pensarci prima?! Noi vedevamo quel numero semplicemente perché esso era riflesso nello specchio ed apparivano le cifre invertite, però, astuto come trabocchetto, se non fosse stato per quel colpo di fortuna potevamo restare li per tutta la notte ed oltre.
Giulia si avvicinò a me e con un respiro profondo aprii il fascicolo e lessi ciò che più ci interessava, l’identità dell’uomo sulla carrozzella

Capitolo IV
Un mistero agghiacciante

Aprendo il fascicolo ci fu subito ben chiaro che quell’uomo non era come uno dei soliti matti ricoverati in quel manicomio, la sua storia appariva molto normale per qualcuno che veniva portato in quei posti, decorato con onore durante un’azione di polizia e membro onorario di un’associazione umanitaria per parecchi anni, almeno fino al suo internamento nel manicomio di Tears Peak.
Il nome di quest’uomo era Patrick Coen, un esploratore a caccia di reperti archeologici, quarantadue anni di cui dieci trascorsi sulla sedia a rotelle per una lesione sconosciuta alla base della spina dorsale, poveraccio, mi faceva quasi pena vedere le sue foto di com’era e vederlo adesso con quella camicia di forza addosso.
Il mistero come al solito si infittiva talmente tanto che mi metteva quasi paura, sai che novità, da quando ero entrato in quel manicomio ogni cosa, anche la più piccola mi scatenava il terrore nelle vene.
Continuai con la lettura del fascicolo ed arrivai alla parte del motivo dell’internazione, sembra che improvvisamente il signor Coen sia andato in black-out totale per quanto riguarda il fattore mentale, ed uscendo di casa con la sedia a rotelle ed un fucile a canne mozze abbia fatto fuoco su tutto il vicinato causando tre morti e sedici feriti compresi due agenti che erano sopraggiunti sul posto.
Quando finalmente sono riusciti a fermarlo, il signor Coen continuava a ripetere come una specie di ritornello “E’ per il dipinto, è per il dipinto!”
In quel momento il mio sguardo e quello di Giulia si incontrarono immancabilmente, era la stessa frase dell’uomo che ci aveva contattato quella sera stessa ed era da li che era cominciato tutto il casino.
Proseguendo nella lettura notammo che la salute di quel tizio era andata lentamente peggiorando durante la sua permanenza al manicomio tanto che molto volte fu ricoverato in ospedale per gravi anemie e sottoposto a continue trasfusioni di sangue, diciamo in poche parole che Patrick da quando aveva avuto quella lesione alla spina non era più stato bene.
Sembra che avesse tentato più volte anche il suicidio, ma era sempre stato fermato in tempo dai secondini del manicomio, la sua cella, la numero nove era sotto continua sorveglianza.......un momento, c’era qualcosa che non mi tornava ed anche a Giulia con ogni probabilità dato che fu lei a dirmi “Ma nel corridoio e in tutto il complesso, non ci sono sono sei celle?”
Era vero in effetti, quel manicomio secondo la mappa non aveva una cella con il numero nove, ma solo fino a sei, probabilmente c’era un errore di battitura del fascicolo.....e se invece, c’era un’altra zona del manicomio non riportata della cartina?!
Seguendo questo sospetto uscimmo fuori dalla stanza ed andammo verso l’ultima, ovvero il ripostiglio, non vi era niente di interessante, solo vecchie scope e stracci praticamente ovunque, mi rigirai quando sul muro notai con estrema chiarezza che c’era un’altra manata di sangue fresco che gocciolava per terra, quindi il nostro amico doveva essere molto vicino
Giulia controllò il soffitto cercando di raggiungerlo per vedere se c’era una qualche botola non riportata nella mappa, ma essendo più alto la mia collega decise di spiccare un salto, il pavimento sotto di lei si aprì nel mezzo facendola precipitare verso il piano inferiore con me dietro.
Cademmo entrambi l’uno sull’altro sopra un letto, e per fortuna, ci saremmo fatti parecchio male senza il materasso proprio sotto di noi, Giulia alzò la testa e mi fissò con i suoi occhi blu come il mare dicendomi
“Se sapevo che eri così comodo qualche volta ci sarei venuta a letto con te!”, la mia partner probabilmente cercava un modo per tranquillizzarsi dopo quel volo e cercò di fare una battuta per risollevare un po il morale ad entrambi, sorrisi scostandola e sollevandomi da terra osservai il luogo dove eravamo precipitati
Aveva tutta l’aria di essere una cella, di dimensioni identiche a quelle già visitate, solo che queste emanavano un’odore acre ed intenso che mi faceva storgere il naso, conoscevo quella sensazione.....con ogni probabilità quella stanza era impregnata di sangue.
Accesi la torcia ed illuminai i muri, essi erano completamente ricoperti di mani rosso sangue di diverse dimensione che facevano presagire quali tipi di cose potevano essere successe li dentro....osservando bene notai che quella non era una cella, ma bensì una specie di sala operatoria allestita alla meglio.
Molti bisturi erano disseminati per terra sporchi di sangue, sul tavolo medico notai che c’era perfino un coltello da cucina, deglutii profondamente osservando altri strumenti non particolarmente ortodossi, c’era perfino una sega per il legno tutta arrugginita e coperta ovviamente di sangue.
Giulia osservò ancora in giro e trovò un sacco nero gocciolante proprio nell’angolo, la ragazza aprì e quando ne vide il contenuto si tirò indietro di scatto e vomitò quasi all’istante, mi avvicinai anche io e all’interno osservai che c’erano tutti dei crani scoperchiati alla stessa identica maniera, mi disgustò moltissimo quella scena tanto che anch’io fui più volte propenso a vomitare...mi trattenni!
Diedi un fazzoletto a Giulia che si asciugò la bocca, il suo sguardo era molto preoccupato e non cercò di nascondermi la sua paura, cosa molto strana per una ragazza che sa tenersi sempre e comunque tutto dentro.
“Ti prego, usciamo da qui prima di rimetterci qualcosa in più della sanità mentale!” disse Giulia tenendomi per la giacca, odiavo doverle dare ragione, ma questa volta ne aveva da vendere, se non uscivamo da li quanto prima, finiva veramente male, per tutti e due.
“D’accordo” dissi accarezzando il viso alla mia collega “Andiamocene via!” aggiunsi guardandomi intorno, apparte una porta mezza arrugginita non vi erano altre vie di uscita, dal buco nel soffitto causato dalla nostra caduta era impossibile uscirne, era troppo in alto.....così non restò altro da fare che uscire da quel portone
Appena usciti ci trovammo in un corridoio stretto ed angusto nel quale non si vedeva assolutamente niente, per fortuna avevamo le torce a nostra disposizione, proseguimmo passando attraverso un nuovo numero di celle, forse erano proprio quelle di cui si parlava nel documento di Coen, la cella numero nove era proprio di fronte a noi e non restava che aprirla, quando improvvisamente accadde l’inatteso, ne io ne Giulia capimmo al primo colpo ciò che accadde in quei minuti.
Ci fu di nuovo quel rumore assordante che mi fece tappare le orecchie, il vetro delle torce si crepò e si frantumò lasciandoci a deboli bagliori di luce, la porta della cella numero nove saltò via dai cardini ed andò a sbattere contro il muro vicino per poi ricadere a terra con un tonfo sordo...dalla cella emerse l’uomo sulla carrozzella.
Io e Giulia ci guardammo smarriti mentre quel tizio con il volto completamente avvolto in una benda putrita e sanguinolenta si girò verso di noi, i suoi occhi apparivano privi di vita e le palpebre non sbattevano nemmeno.
L’uomo emise qualche rantolo tentando di aprire la bocca e quando finalmente vi riuscì disse una frase che mi fece tremare da capo a piedi “Dov’è il vostro dipinto?”
Non gli demmo nemmeno il tempo di completare la frase che già si eravamo messi a correre come dei forsennati per il corridoio urlando, estrassi la pistola dalla fondina e sparai un paio di colpi verso quell’uomo, i proiettili attraversarono il corpo di quel tizio senza ferirlo minimamente, sembrava quasi che fosse solo uno spettro.
I proiettili si conficcarono nel muro penetrandovi attraverso e aprendo numerosi buchi dai quali filtrava un’insolita luce verdognola, Patrick si girò verso la parete e sorrise “Siete arrivati al suo cospetto!” disse prima che la sua immagine si dissolvesse sotto i nostri occhi.
Giulia vedendo che il pericolo era momentaneamente scampato si arrestò e riprese fiato, mi avvicinai a quella strana luce verde e notai che quei mattoni erano stati messi molto recentemente e alcuni di essi non erano ben fissati con il cemento.
Ne premetti uno e questo cadde al di là della parete facendo filtrare ancora più luce, armato di sana pazienza riuscii piano piano a levare ogni singolo mattone creando una breccia nel muro tanto grande da permettere a me e Giulia di passarvi senza problemi.
Ci addentrammo all’interno di questa immensa stanza nella quale ondeggiava quello stranissimo fumo denso e verde, alle pareti erano appesi numerosi dipinti macabri, impiccagioni, inquisizioni e altre cose che facevano accapponare la pelle a chiunque.
Arrivammo al centro della stanza e trovammo un pannello di controllo accesso e ancora oltre vi era una grande capsula completamente sigillata, mi avvicinai e la toccai, non successe assolutamente niente....allora provai a guardare al suo interno e quello che vidi mi lasciò completamente bloccato a bocca aperta.
Due ali....sembravano veramente due ali quelle che coprivano come un mantello quello che probabilmente era un uomo della mia stessa età, quelle strane cose avevano come una specie di piumaggio che le rendevano veramente molto credibili
Giulia non aveva ancora visto niente fortunatamente, sarebbe stato il colpo di grazia...la mia partner osservò il pannello di controllo e fissò i comandi premendone qualcuno, il fumo presente nella stanza si diradò rapidamente lasciandoci solo quella luce verdognola quasi impercettibile.
Le luci della stanza si accesero sequenzialmente mostrandoci completamente l’interno di quel posto, c’erano numerose capsule contenenti strani liquidi di diverso colore...ma nessuno di quei contenitori aveva quella sorpresa che avevo rinvenuto all’interno del primo!
Ci fu uno scatto metallico proveniente delle chiusure della prima capsula che si aprì sotto i nostri occhi facendo fuoriuscire del gas incolore ed inodore, ci avvicinammo a passi molto lenti ed osservammo all’interno della capsula, non riuscivo veramente a credere a quello che vedevo.....non poteva essere ciò che sembrava.
Quell’uomo era ricoperto da una strana polverina arancione che emanava un odore pungente ed acre, era tipo etere o qualcosa di simile solamente più forte, mi faceva quasi girare la testa, Giulia si avvicinò verso il corpo e lo toccò.....niente, sembrava quasi come se fosse morto...quasi!
La mano destra di quel tizio si mosse a velocità incredibile e bloccò il polso della mia collega che cacciò fuori un urlo che eccheggiò nella stanza, mi avventai sopra quel braccio e lo percossi in modo tale da farli allentare la presa, ma era del tutto inutile, quel tizio non aveva la benchè minima intenzione di lasciare andare Giulia
Afferrai la mia pistola e la puntai addosso a quell’uomo urlando con quanto fiato avevo in corpo “Lascia immediatamente la mia collega o ti apro un buco in mezzo alla fronte!”.......gli occhi di quel tizio si aprirono e mi lasciarono inchiodato con le dita tremanti a fissarli, in un istante mi sembrò che il suo sguardo mi penetrasse dentro l’anima fino a conoscere ogni minima cosa di me.
Lo strano essere spalancò le sue ali e mi tirò in un angolo, Giulia la mia collega fece la stessa fine montandomi addosso, entrambi con le armi in pugno sparammo un paio di colpi, i proiettili si fermarono a pochi centimetri dall’uomo e ricaddero a terra, la pistola lentamente mi scivolò dalle dita e ricadde sul pavimento con un tonfo sordo, quel tizio finalmente parlò “Non potete sperare di farmi niente con quelle armi, Madison, Hunter, finitela!”
Quel tizio ci conosceva allora! Com’era possibile?! Poi accadde qualcosa,di non ben definito ovviamente....dal muro emerse ancora una volta Patrick con la sua sedia a rotelle, fissò un momento noi e poi quella strana creatura ed improvvisamente venne colpito da delle convulsioni molto forti che lo fecero tremare da capo a piedi.
Non potevo restare li a guardare senza fare niente, corsi immediatamente verso di lui e cercai in qualche modo di raggiungerlo seguito puntualmente da Giulia, ma quella specie di angelo mosse le sue ali e ci spruzzò addosso quella polvere misteriosa che lo ricopriva, immediatamente i miei occhi si fecero lucidi e cominciarono a lacrimare, sentivo la gola secca e un improvviso senso di nausea mi invase dall’interno facendomi vomitare con violenza.
Giulia tentò ancora una volta di premere il grilletto, ma le forze la abbandonarono e cadde a terra priva di sensi e anche io di li a poco anche io caddi in catalessi.....tutto divenne improvvisamente nero e tetro come il peggiore dei miei incubi

“Si può sapere perché non li hai uccisi!
“Non ce n’era bisogno, sono stracolmi di Angels!”
“Necrosis...fai silenzio se non vuoi che prema il bottone!”
“....Sissignore!”

Capitolo V
All’’ interno di Angels

Quando finalmente spalancai gli occhi mi ritrovai in un vicolo buio e dal quale non vedevo via d’uscita...mi sentivo letteralmente a pezzi come se avessi preso una sbronza tale da mandarmi in coma per l’eternità.
Provai ad alzarmi in piedi ma le mie gambe sembravano come incollate al terreno, sentivo ancora qualcosa di nauseabondo invadermi dall’interno come una specie di piaga, mi appoggiai con le mani al muro e mi sollevai almeno un po dal terreno umido.
Non avevo la benchè minima idea di dove mi trovassi e soprattutto del come ero finito li, l’unica cosa che sapevo con certezza era quella di sentirmi veramente molto male, come mai prima di allora.....i miei pensieri si erano fermati a quando quel tizio mi aveva gettato addosso quella polvere misteriosa, da quel momento in poi era stato il black out totale.
Le mie mani scivolarono lentamente sul muro cercando come un appiglio a cui aggrapparsi e quando finalmente lo trovarono mi accasciai contro la parete cercando di non perdere di nuovo i sensi....sembrava che l’intero vicolo ruotasse intorno a me e non riuscivo a fermarlo, ancora qualche minuto e avrei vomitato di nuovo.
Già, probabilmente dovevo aver già rimesso di stomaco parecchie volte anche mentre era privo di sensi, c’era una pozza di vomito che aveva un colore quasi verdognolo e un odore che è meglio non parlarne...sapeva di qualcosa di andato a male da molto tempo.
Provai ancora a sollevarmi in piedi per muovere qualche passo, ma era come se fossi rimasto incollato al muro e non riuscivo più neanche a far muovere il mio corpo come volevo, sembravo quasi come un burattino appeso ad un filo di un burattinaio addormentato.
Sentivo ancora dentro di me un senso di nausea infinito e infatti mezzo secondo più tardi ero di nuovo a terra a vomitare qualcosa di verde....dentro la mia testa seguivano pensieri tanto confusi quanto senza senso logico.
Immagini si susseguivano a ritmo vertiginoso senza che io nemmeno me ne accorgessi, ma nel mezzo a tutto quel caos un pensiero vivo e pulsante mi portò di nuovo a contatto con la realtà, dov’era finita Giulia?
Immediatamente i miei occhi si aprirono e si guardarono intorno cercando qualche segno visibile della mia collega, ma sembrava non esservene traccia, non so sinceramente quale forza misteriosa mi spinse a sollevarmi di nuovo in piedi, ma ci riuscii....
Avevo ancora nella testa quell’incredibile incontro con quella specie di angelo che ci aveva gettatto addosso quella polvere, in un certo senso pensai ad un idea un po strana ma ugualmente plausibile, i sintomi e tutto il resto mi facevano riflettere sull’eventuale natura di quella cosa, era la Angels.
Non potevi dirlo con esatta certezza ma ero quasi sicuro di non sbagliarmi, tutto cominciava lentamente ad avere un senso....almeno sembrava spiegata la quasi totale mancanza di indizi al riguardo.
Cominciai a muovere qualche passo non senza molte difficoltà, la testa mi batteva come un tamburo e le mie gambe sembravano fatte di gelatina, guardandomi intorno riuscii a capire almeno dove mi trovavo, era quel vicolo da dove io e Giulia avevamo seguito le tracce di quel tizio fino al manicomio.....già, quel posto infernale in cui non tornerò mai più.
Con la fronte tutta bagnata di un sudore freddo finalmente riuscii a raggiungere la strada cittadina, la mia macchina era ancora parcheggiata al solito posto, nessuno era venuto a rimuoverlo e sfortunatamente non c’era nemmeno Giulia nelle vicinanze, sembrava come se la mia collega fosse sparita nel nulla.
Attraversai la strada e mi diressi verso la vettura, aprii lo sportello ed entrai dentro, mi appoggiai allo schienale e chiusi per un momento gli occhi...avevo fatto una fatica enorme a fare pochi metri di strada e non ero affatto sicuro di essere in grado di guidare la macchina, avrei potuto causare un incidente catastrofico.
L’unica cosa che potevo fare era chiamare la centrale e farmi venire a prendere da qualcuno, accesi la radio ed attesi la linea....finalmente dopo qualche minuto dall’altro capo dell’apparecchio rispose il nostro centralino tale T.C Willson.
Conoscevo quel ragazzo già da parecchi anni, prima ancora di entrare in servizio alla NYPD, era un tipo in gamba che aspirava a diventare un detective come me, ma il destino a volte ci riserva delle amare sorprese e il nostro T.C ottenne dal dipartimento nient’altro che un posto come centralinista.
Una persona qualsiasi avrebbe lasciato l’incarico dopo meno di un mese, ricevere ogni giorno centinaia di telefonate e doverle smistare per tutto il dipartimento è un lavoro frustrante e massacrante, eppure T.C stava al centralino da quasi due anni ormai e non si era mai lamentato di niente.
“Pattuglia 504 che succede?” disse T.C, mi ci vollero dieci secondi buoni prima di formulare una frase coerente
“Sono il detective Madison...venitemi a prendere al 34 di Washington Street...è un’emergenza e...” non ricordo ciò che successe in quel momento, so solo che i miei occhi si chiusero senza che io potessi fermarli.

Quando finalmente ripresi i sensi ero sul letto di un ospedale e ovviamente non mi sentivo per niente bene, avevo ancora quel senso di nausea e la testa continuava a farmi un male incredibile, accanto a me in dormiveglia stava il capo della polizia William Hudson.
William era come uno di quei tizi vecchio stampo che si erano fatti per strada, i suoi modi di fare erano amichevoli ma era meglio non girargli le spalle almeno di essere un suo amico, sinceramente non potevo dire se lo ero o meno.
Mi ricordo una volta durante una di quelle uscite con i colleghi aveva preso una sbronza tale che quando lo accompagnai a casa non ero sicuro se respirasse ancora, il giorno dopo era come al solito puntuale nel suo ufficio a sbraitare e dare ordini a destra e a sinistra.
Mi sorprendeva il fatto che fosse venuto lui in persona a vedere come stavo, ma probabilmente il motivo era un altro, forse voleva sapere cos’era successo a Giulia e infatti non mi sbagliavo minimamente, quando William si svegliò mi chiese immediatamente
“Che fine ha fatto l’agente Hunter?”
“Non ne ho idea...dopo essere entrati in quel manicomio siamo finiti separati, non so che cosa sia successo all’agente Hunter...”
William si alzò in piedi ed arrivò lentamente fino alla finestra per poi guardarvi fuori con un aria quasi melanconica, si guardò nel taschino e afferrando un pacchetto di sigarette un po rovinato ne fece scivolare fuori una e se la mise in bocca
“Ma non avevi smesso?” chiesi a William, esso con una sgrollata di spalle la accese e dando un’ampia boccata di fumo mi fissò “Non si puo mai smettere del tutto, c’è sempre qualcosa che ti spinge a riprendere!”
Annuii con un cenno della testa, ma all’improvviso ebbi uno sbocco