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Spiaggia solitaria - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/08/2006 alle ore 15:40:44

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1
I gabbiani volavano alti in quel cielo azzurro d’agosto, e il suono stridulo delle loro voci si accompagnava con quello più lento e delicato delle onde del mare, creando un sottofondo soffice come gommapiuma. La sabbia bianca contrastava col fondo del mare azzurro che diventava via via più intenso man mano che ci si allontanava dalla riva. La spiaggia era quasi deserta nonostante fossero solo le prime ore del pomeriggio, e c’erano solo due coppiette poco distanti da lei che si stavano godendo gli ultimi raggi di sole.
Proprio come lei che si era venuta a godere uno dei suoi ultimi giorni di mare prima di partire per tornare a casa. Era lì, seduta sul suo asciugamano, con indosso il suo nuovo bikini giallo, a pochi metri dal bagnasciuga mentre scrutava con gli occhi l’orizzonte, con le spalle alla parete di roccia che circondava la piccola insenatura rendendola quasi inaccessibile se non dal mare o da una lunga scalinata sul versante destro.
E lei aveva scelto quest’ultima via visto che non possedeva una barca per arrivare via mare. Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia piegate, scrutava l’orizzonte, socchiudendo a tratti gli occhi per consentire ai suoi cinque sensi, di perdersi, cullati da quell’atmosfera. La parete dietro di lei era a picco sulla spiaggia e presentava solo due grotte una, la più grande, stava esattamente dietro di lei mentre l’altra, più piccola, era poco più lontano.
Sentiva il sole che sembrava baciare la sua pelle già abbronzata, quasi carezzandola con i suoi caldi raggi estivi. Un vento leggero proveniente dal mare le scompigliava i capelli dandole un leggero senso di refrigerio sulla pelle sudata e inumidita dalla crema solare. Chiuse per un attimo gli occhi cullando la mente e lo spirito al suono delle onde, come fosse una dolce ninna nanna, e si lasciò trasportare da quelle sensazioni mentre la luce del sole filtrava attraverso le palpebre dandole l’impressione di essere circondata da fantasmi che si muovevano su quello sfondo rosa.
Quando li riaprì, strizzò più volte le palpebre per mettere bene a fuoco le immagini, e si accorse che le altre due coppiette erano già andate via, ma nonostante si sentisse un po’ impaurita a rimanere lì sulla spiaggia da sola, decise di concedersi quegli ultimi sprazzi di luce prima di tornare in albergo. Era sempre stata un’amante del mare e andava in spiaggia ogni volta che poteva, quasi fosse per lei una specie di droga. L’azzurro del mare sembrava confondersi con l’azzurro del cielo, e solo una sottile linea di separazione, leggera e liscia come un filo di seta appena visibile, distingueva l’una dall’altro. Tolse gli occhiali da sole che aveva sulla fronte e li poggiò sull’asciugamano sdraiandosi giù sulla schiena con gli occhi chiusi, con un profondo respiro come per imprimere nei polmoni il sapore di quell’aria salmastra. La sabbia bollente le scaldava la schiena attraverso la spugna dell’asciugamano e con dei leggeri movimenti schiacciò le piccole dune sotto di lei per creare un piccolo avvallamento dentro cui accucciarsi.
Subito però sentì qualcosa di pungente che si muoveva sotto di lei che la fece alzare di scatto a sedere. Si girò sollevando l’asciugamano e vide due piccole chele che spuntavano fuori dal terreno mentre cercavano di farsi largo per cercare di uscire. Era solo un piccolo granchietto che stava faticando non poco per emergere dalla sabbia dove sicuramente lo aveva spinto lei quando si era sdraiata un attimo prima. Lo vide farsi forza e spingere con le sue piccole pinzette, finché dopo qualche attimo, e qualche altro strattone, anche il resto del corpo uscì fuori.
Le venne da sorridere a vedere quella scena, ma il sorriso fu subito distratto da un’altra chela che spuntò a fatica fuori dalla sabbia, accanto all’animaletto appena uscito, appartenente sicuramente ad un altro della stessa specie.
Si alzò in ginocchio sulla sabbia prendendo il bordo dell’asciugamano e trascinandolo un po’ più in là, sdraiandosi poi sopra ad osservare di nuovo i due animaletti, incuriosita da quella scena buffa.
Vide il secondo granchietto che faceva molta più fatica del primo ad emergere dalla sabbia, e dopo un istante scoprì anche il perchè. Stava cercando di trascinare in superficie qualcosa che non riusciva a identificare. Vedeva le chele del piccolo animale infilarsi sotto la sabbia e spingere da sotto un piccolo oggetto lungo e nero, per poi afferrarlo da sopra per tirarlo via.
Era qualcosa di molto sottile, ma con un odore terribile. Puzzava di marcio.
Presa dalla compassione per lo sforzo immane che quell’animaletto sembrava stesse facendo, decise di aiutarlo afferrando l’oggetto tra le dita e tirando. L’oggetto si sfilò delicatamente dalla sabbia seguito a ruota dal piccolo animale che era rimasto aggrappato ad esso con una delle chele.
La situazione la fece sorridere e lentamente depositò il piccolo animale giù sulla sabbia, lasciando la presa sul bastoncino di legno che stava trasportando. E subito vide l’altro granchietto che si avvicinò al compagno afferrando l’altro capo del bastoncino, e insieme iniziarono a trasportarlo via.
Margie si guardò la punta delle dita con le quali aveva aiutato l’animaletto con una smorfia di disgusto per via della puzza che quella specie di rametto aveva. Le portò vicino al naso per sentire se le era rimasto sulle dita, ma subito le allontanò con una smorfia appena sentì quel terribile odore che la spinse a strofinarle più volte nella sabbia per cercare di ripulirle, mentre i due animaletti pian piano si allontanavano.
Era una scena davvero buffa e rimase ad osservarli divertita mentre saltellavano sulla sabbia allontanandosi da lei in direzione della grotta grande alla base della parete di roccia. Ogni tanto ad uno dei due sfuggiva la presa e allora l’altro si fermava per dare modo al compagno di afferrare di nuovo il rametto e riprendere a trasportarlo via.
Presa dalla curiosità si mise inginocchio, e cominciò a camminare a quattro zampe seguendo i due animaletti nel loro cammino.
Era curiosa di sapere dove volessero portare quel bastoncino e cosa ne volessero poi fare.
Ma appena mise le mani e le ginocchia fuori dall’asciugamano, subito sentì la sabbia bollente a contatto della pelle che la costrinse a mettere le ciabatte e seguirli camminando accovacciata sui piedi. Gli animaletti procedevano molto lentamente e proprio per questo motivo, gli altrettanto lenti movimenti delle gambe di Margie che li seguiva, diventavano a tratti talmente dolorosi per via dei muscoli tesi e contratti, da costringerla a rialzarsi per distendere le gambe e poi a ripiegarsi per riprendere il cammino.
Cap 2
Sentiva le gocce di sudore scorrerle lungo la schiena sia per la fatica che per il caldo e più si avvicinava alla parete rocciosa e meno sentiva il dolce refrigerio del vento sulla pelle. E ancora di più sentiva le gocce di sudore scorrere lente e calde sulla pelle che la costringevano a grattarsi spesso per la fastidiosa sensazione di prurito.
Si passò una mano sulla fronte tirando indietro i lunghi capelli biondi, e la ritrasse completamente bagnata di sudore. Erano ormai a pochi metri dalla grotta e Margie si fermò un attimo a guardarla. Sembrava molto ampia e guardandola da fuori doveva essere anche molto profonda visto che non riusciva a vedere assolutamente nulla all’interno, anche per il fatto che la luce esterna contrastava violentemente contro l’ombra interna.
Man mano che si avvicinava all’ apertura della roccia, sentiva l’echo dei suoni del mare e dei gabbiani, rimbombare all’interno formando un effetto sonoro molto particolare. Una specie di suono ovattato che le dava una sensazione a tratti fastidiosa alle orecchie.
Man mano che si avvicinava alla soglia della grotta, cominciò a sentire il tipico odore salmastro e di muffa proveniente dall’interno, dovuto probabilmente alle alghe secche portate lì dall’alta marea o anche magari da piccoli pesciolini morti, rimasti imprigionati lì dentro nel periodo di bassa marea.
Raggiunse quindi l’ingresso e pur aguzzando la vista verso l’interno non riuscì a vedere nulla avendo gli occhi ancora abbacinati dalla forte luce del sole. Si rialzò allora in piedi e fece un passo all’interno per mettersi all’ombra e per lasciare che i suoi occhi si abituassero al buio per consentirle di vedere meglio l’interno. Abbassò lo sguardo verso i due granchietti che nel frattempo avevano anche loro varcato la soglia della grotta, e li vide mentre passavano saltellando dalla zona al sole, alla zona d’ombra vicino a lei, sparendo per qualche istante alla sua vista.
Si passò le mani sul viso e sulla fronte per asciugare il sudore, mentre il suo sguardo tornò verso l’interno della grotta. Sentiva il suo respiro affannoso e stanco, come se avesse percorso a piedi diversi chilometri, e invece aveva fatto solo una decina di metri dal suo asciugamano fino lì.
Ma forse era stato proprio lo sforzo di camminare accovacciata a farla sentire così esausta.
Ora i suoi occhi si stavano abituando piano piano all’oscurità, ma nonostante ciò non riusciva a vedere nulla, perché la grotta sembrava essere completamente vuota, a parte dei piccoli anfratti alla base delle pareti che sembravano delle grandi bocche nere aperte su chissà quali misteriosi cunicoli. L’aria all’interno era fresca e la sua pelle sembrava respirare l’umidità presente con un piacevole senso di refrigerio, dandole dei leggeri brividi lungo la schiena. Mosse alcuni passi verso l’interno guardando a tratti il suolo davanti a lei e facendo bene attenzione a dove metteva i piedi, mentre le suole delle ciabatte di gomma scricchiolavano sul suolo schiacciando i residui di conchiglie e di alghe. Le sembrava quasi di camminare su un tappeto di gusci di noce che scricchiolavano ad ogni suo passo. Mentre l’eco del mare rimbombava nella grotta e le onde che si infrangevano sulla spiaggia sembravano sferzare il silenzio col loro ritmico intercalare.
Poi di colpo, una corrente d’aria fredda, proveniente sicuramente da una di quelle aperture all’interno, la fece rabbrividire e con le mani si strofinò lungo le braccia sentendo al tatto la pelle che cominciava ad incresparsi per i brividi.
Si fermò a pochi metri dall’ingresso della grotta e abbassò lo sguardo per vedere dove fossero i due animaletti, ma non li vide più.
Spostò alcuni cumuli di sabbia con i piedi per cercarli, e non trovandoli, si inginocchiò per spostare meglio la sabbia con le mani. Ma niente, non c’erano. Pensò che probabilmente si erano già addentrati nella caverna ed erano già spariti chissà dove. Ritrasse le mani dalla sabbia, trascinando via anche molti piccoli residui di conchiglie e frutti di mare duri e spigolosi che le rimasero impigliati tra le dita e sotto le unghie.
Si pulì le mani sbattendole l’una contro l’altra con degli schiocchi sonori che rimbombarono all’interno della grotta..
Ma l’ultimo schiocco le rimase bloccato a metà, sostituito da uno scricchiolio sordo, come di ciottoli che scivolano uno sopra l’altro, che la fecero girare di scatto impaurita.
Si girò in un attimo su se stessa, verso la direzione del rumore, e strizzando gli occhi, ebbe la sensazione di vedere, vicino ad uno degli anfratti, una specie di sagoma scura che si stava movendo lentamente. Socchiuse di più gli occhi per cercare di vedere meglio e l’ impressione che aveva avuto si rivelò esatta.
Era davvero qualcosa che si muoveva scivolando come un’ombra sulla sabbia.
Ma non riusciva a capire cosa fosse..
Rimase per un attimo impietrita per la paura cercando di vedere meglio e di capire, mentre il cuore cominciò a batterle nel petto come fosse il sacchetto preso a pugni dal pugile durante un allenamento. Forse era solo un gatto o un cane o qualche altro animale che si aggirava per quella spiaggia, ma una fredda sensazione di paura le stava facendo venire la pelle d’oca. Ormai i suoi occhi si erano già assuefatti al buio e riusciva a vedere distintamente l’interno della grotta. Tuttavia non riusciva a vedere la forma esatta della sagoma che vedeva muoversi lungo la parete, e si ritrovò istintivamente ad arretrare verso l’uscita.
E il suono che sentiva provenire da quella parte era davvero irritante, da brivido.
Fece alcuni passi indietro per paura, mentre la sagoma davanti a lei si ingrandiva come una macchia di petrolio che fuoriusciva dalla roccia.
Non sembrava neanche fosse un animale. A guardarlo bene non aveva né gambe né testa. Sembrava solo una macchia fluida che si muoveva, senza una forma particolare.
E poi quel rumore fastidioso che le martellava le orecchie.
Mentre procedeva all’indietro con lo sguardo fisso a quell’ombra che avanzava, e ascoltando meglio il rumore che sentiva, in un istante capì di cosa si trattava.
Erano centinaia a centinaia di piccoli granchi che si stavano muovendo come una specie di sciame di api, avvicinandosi molto velocemente. Ma dovevano essere davvero tanti almeno a giudicare dal rumore che sentiva, e riuscivano stranamente a muoversi anche molto rapidamente.
Voleva scappare ma il terrore le paralizzava le gambe, dure come bastoni piantati nella sabbia, mentre lo sciame le si avvicina stridulo, arrivando ormai a pochi passi da lei.
Si sforzò di vincere la paura e di muovere le gambe che iniziavano ora a dolerle mentre cercava di contrarre i muscoli che le sembravano duri come corde secche. Fece forza per muoversi e per scappare, ma appena si girò infilò il piede in qualcosa che sporgeva dalla sabbia, che le fece perdere l’equilibrio, mandandola lunga distesa, con il viso nella sabbia, a poca distanza dai granchi.
Inaspettatamente anche lo sciame si fermò dietro di lei.
Si mise seduta pulendosi il viso dalla sabbia e sputacchiando via i frammenti che nella caduta le si erano infilati in bocca. Abbassò lo sguardo per cercare di vedere che cosa le avesse agganciato il piede, e così facendo vide qualcosa che sporgeva nella sabbia.
Si avvicinò carponi a quell’oggetto allungando la mano per toccarlo. La luce in quel punto non le permetteva di vedere bene, ma toccandolo con le dita, le sembrò una specie di ramo, nero, dello stesso tipo di quello che i granchi avevano trasportato dalla spiaggia poco prima, o almeno così sembrava a giudicare dal terribile odore di marcio che emanava. Ma questo era molto più lungo e largo.
Lo afferrò con tutte e due le mani per tirarlo fuori dalla sabbia. Ma non si muoveva. Cominciò allora a tirare sempre più forte puntando i piedi in avanti per strapparlo dalla sabbia, ma sembrava come fosse ancorato a qualche macigno nascosto li sotto.
Rimase per qualche attimo in tensione, con i muscoli contratti nello sforzo di tirare, finché l’ostacolo cominciò a cedere. Piano piano, sentì la sabbia allentarsi rilasciando l’oggetto che cominciò a sfilarsi lentamente trattenuto dalle sue mani.
Lo aveva sfilato quasi del tutto quando lo sentì bloccarsi di nuovo.
Si mise allora in ginocchio facendo forza con tutta se stessa per estrarlo ma sentiva di non riuscirci. Si avvicinò di più, afferrandolo meglio con tutte e due le mani e dando una serie di strattoni forti.
Alla fine ci riuscì.
L’oggetto si svincolò di colpo dalla sabbia facendole perdere l’equilibrio e facendola rotolare all’indietro. Cadde seduta a terra con l’oggetto che le rimbalzò addosso, e non riuscì a trattenere un urlo di orrore quando vide, attaccato a quel pezzo di legno, le ossa della spalla e il cranio semi divorato di un essere umano. E quello che lei credeva essere un pezzo di legno era in realtà un braccio umano, scorticato fino all’osso come tutto il resto del corpo che era nascosto sotto la sabbia.
Cap 3
Le sue urla risuonarono all’interno della grotta, rimbalzando sulle pareti di roccia che le amplificavano graffiandole i timpani come unghie affilate.
Ma poi, tutto si spense in un attimo e il silenzio tornò a regnare intorno a lei.
Con una smorfia di disgusto, scaraventò via quell’orrore rimanendo seduta a strofinarsi le mani che le tremavano come foglie, cercando di pulirle dai residui di marciume che le erano rimasti attaccati alla pelle.
Il cuore le batteva nel petto come un tamburo e fu proprio in quell’istante che la sua mente la riportò meccanicamente indietro nel tempo, a pochi attimi prima quando era sulla spiaggia, e subito si rese conto che quello che i due granchi stavano trasportando non era un rametto.
Era un dito. Un dito umano.
Cominciò a tremare tutta in preda a convulsioni di terrore, con brividi di paura che le risalivano lungo la schiena e su tutto il corpo, come se centinaia di formiche le stessero camminando addosso.
Conati di vomito cominciarono a crescerle nello stomaco a sentire quell’odore e a alla visione di quel corpo scarnificato in quel modo atroce.
Ma la nausea le si bloccò dentro con un singhiozzo silenzioso, lasciandola a bocca aperta nell’attimo in cui sentì di nuovo il rumore scrosciante che ricominciò ancora più forte di prima. Con le spalle verso l’ingresso della grotta, seduta per terra, poggiò le mani dietro di sé per rialzarsi, ma non fece in tempo a spingere con le mani a terra che sentì sotto il palmo qualcosa di liscio e rigido.
Infilò la mano sotto la sabbia per prenderlo e lo sollevò.
Erano le ossa di un bacino umano.
Un altro grido esplose nella caverna con una violenza devastante, trapanandole i timpani di riflesso, rimbalzando come una palla tra le pareti della grotta prima di essere assorbito dal rumore scricchiolante che la stava di nuovo torturando, sempre più assordante.
Saltò in ginocchio in preda al panico scrollando la mano dalla sabbia e dai frammenti di ossa rimasti infilati tra le dita, ma appena fatto un passo urtò col piede un’altra sporgenza rotonda.
Un altro cranio umano.
Il panico le esplose nella mente colpendola come un martello, e le immagini di tutte quelle ossa sepolte sotto la sabbia, la fecero immediatamente ricredere circa l’origine dello scricchiolio che sentiva sotto i piedi mentre camminava.
Non era dovuto alle conchiglie come aveva pensato. Era il rumore delle ossa che si frantumavano sotto il peso dei suoi passi, e la nausea fu a quel punto così forte che vomitò.
Ma l’ultimo conato le rimase intrappolato in gola appena sentì di nuovo quello scroscio che diventava sempre più forte, quasi assordante, mentre lo sciame di granchi riprendeva a muoversi, più veloce di prima.
Paralizzata dalla paura cercò di scappare ma le gambe sembravano non rispondere alla sua volontà. Sentiva il suo corpo come riempito di fluido gelido che le atrofizzava i muscoli, come se del ghiaccio liquido le scorresse dentro le vene invece del sangue, bloccandole ogni tentativo di movimento.
Mentre quello sciame si avvicinava. Sempre di più. Sempre più rumoroso.
Con uno scatto istintivo si alzò in piedi per scappare, ma subito qualcosa le si conficcò nel piede.
Iniziò a scalciare per il dolore, allungando una mano per vedere cosa fosse. Un pezzetto di chela era penetrato dalla suola dei sandali infilandosi nella carne lasciando sgorgare piccole gocce di sangue che scivolavano giù lungo la pianta del piede.
Lo sfilò dalla ferita, appoggiando il piede a terra, appena in tempo per vedere le migliaia di animaletti che ormai erano giunti a pochi centimetri da lei.
Presa dal panico si mise a correre saltellando sull’altro piede verso all’uscita, ma subito si fermò con un grido nel vedere un’altra miriade di granchi che stava ricoprendo la soglia all’ingresso della grotta sbarrandole la strada.
Era circondata. Si sentiva persa. Senza via d’uscita.
Sapeva che doveva scappare, ma si rendeva anche conto che per poterlo fare, avrebbe dovuto affrontare quella massa di animali che la circondavano, e il solo pensiero di saltare o di camminare sopra quel tappeto vivente le faceva venire il voltastomaco. Solo il pensiero di sentire quelle pinzette e quelle zampette sotto i suoi piedi, le faceva venire i brividi. Anche se aveva le ciabatte, sentiva di non avere il coraggio di farlo.
Ma sapeva anche che era l’unica via d’uscita.
Chiuse gli occhi stingendo i pugni lungo i fianchi come per scacciare la sensazione di disgusto che avrebbe provato nel calpestare quell’esercito intorno a lei. Rimase per qualche istante con i muscoli tesi come per raccogliere le energie necessarie e per farsi coraggio.
E poi, come in preda ad una furia cieca, iniziò a scalciare contro i granchi, facendoli schizzare via dappertutto e schiacciando quelli che rimanevano a terra.
Nuvole di sabbia e pezzi di granchio volavano dappertutto mentre le grida di paura e di orrore riempivano la caverna insieme al suono terribile dei granchi che venivano stritolati. Lo scricchiolio dei gusci dei granchi che si rompevano sotto il peso dei suoi piedi e dei suoi calci, riecheggiavano nella caverna, insieme alle sue grida, come in una scena apocalittica. Più ne allontanava e più li sentiva salire sui suoi piedi e sulle sue gambe. Sentiva le chele graffiarle i piedi affondando nella carne, mentre altre l’afferravano scorticandola lungo le caviglie, e risalendo su fino alle gambe. Le calde gocce di sangue scivolavano inumidendo la pelle e il contatto del sudore e della sabbia con le ferite le bruciava come lava incandescente. Mentre i piccoli animali sembravano impazzire all’odore del sangue.
Era ormai circondata da un mare di granchi.
Più ne scalciava via e più ne arrivavano.
L’aria nella caverna era ormai densa di sabbia e di frammenti che volavano tutti intorno, in una lotta estenuante che sembrava senza fine.
Cap 4
Poi, di colpo, il rumore cominciò a diminuire e a diventare meno assordante, finché cessò del tutto e tutti i granchi si fermarono allontanandosi lentamente da lei. L’assalto sembrava terminato inspiegabilmente, mentre l’esercito lentamente si ritraeva da lei lasciando una zona circolare vuota tutta intorno ai suoi piedi. Rimase perplessa a vedere la scena dei granchi che piano piano si ritiravano e si allontanavano da lei come una macchia oleosa, lasciando quel piccolo cerchio vuoto.
Ma la pausa durò solo un attimo.
Lentamente quelli di fronte a lei cominciarono ad avanzare di nuovo mentre quelli dietro arretravano, facendo muovere il cerchio intorno ai suoi piedi verso la parete alle sue spalle. Davano quasi l’impressione che non volessero aggredirla ma solo farla spostare verso la parete della grotta.
Margie capì subito che se fossero riusciti a spingerla verso la parete allora sarebbe stata davvero in trappola. Ma l’istinto e la paura la facevano procedere proprio in direzione dove volevano loro, senza riuscire ad opporsi a quel movimento. Cominciò piano ad indietreggiare con lo sguardo che si muoveva frenetico sopra quella miriade di piccoli mostri, mentre i piedi le bruciavano come tizzoni ardenti ogni volta che gocce di sudore o granelli di sabbia si infilavano nelle ferite.
Ma nonostante questo sapeva che non doveva lasciarsi sopraffare dal dolore o dalla paura. Se lo avesse fatto allora sarebbe diventata facile preda di quei piccoli aggressori. Doveva essere più forte di loro anche se sentiva che i suoi nervi stavano andando in pezzi.
Si voltò indietro per vedere la distanza che la separava dalla parete della grotta e spalancò gli occhi spaventata quando vide che era ormai a pochi passi dalla roccia.
I granchi si fermarono di colpo e tutto ripiombò nel silenzio.
Il suo sguardo era fisso verso la grotta e verso i suoi aggressori che ora erano fermi a pochi passi dai suoi piedi. Sentiva il cuore martellarle in gola e il suo respiro affannoso le faceva mancare l’aria.
La caverna era avvolta da un silenzio fitto come una nebbia, rotto a tratti solo dal rumore del suo respiro. Respiro che si tramutò in un urlo di terrore quando improvvisamente sentì qualcosa di freddo e rigido che le si stringeva attorno alla caviglia destra.
L’urlo si propagò nella caverna rimbombando come uno sparo, e subito Margie abbassò lo sguardo per vedere un’enorme chela chiusa intorno alla caviglia.
Ritrasse istintivamente la gamba scalciando per liberarla, ma niente.
Sembrava intrappolata in una morsa d’acciaio.
Lentamente la sentì muovere mentre si strofinava attorno alla caviglia, graffiandole la pelle già martoriata a sangue. La sentiva stringere mentre la spingeva lontano dalla parete verso il centro della grotta. Era impietrita dal terrore e non riusciva a fare altri movimenti se non quelli che la chela le faceva fare. Riusciva solo a muoversi saltellando sul piede sinistro viso che l’altro era bloccato da quella pinza d’acciaio. Man mano che si spostava il suo sguardo rimaneva fisso su quell’ appendice che la bloccava, mentre piano piano vedeva uscire dall’ombra anche tutto il resto del corpo.
Cercò di strattonare con tutte le forze ma non riusciva a liberarsi.
Solo quando l’animale uscì completamente dalla sua tana, Margie potè vederlo distintamente.
Ma dall’orrore che provò, avrebbe preferito non averlo mai visto.
Lanciò un urlo terrificante in preda al panico, quando vide le dimensioni reali di quell’animale. Era un granchio enorme, di circa un metro di diametro, incatenato alla sua caviglia, con quella forma disgustosa del guscio. Non solo era gigantesco, ma la forma del suo corpo era del tutto differente da quello di un normale granchio. Era di un colore verde scuro macchiato di marrone, con due specie di occhi neri, grandi come palle da biliardo in mezzo alle chele, che sembravano scrutarla. Con la forza della disperazione, scalciò violentemente il piede prigioniero noncurante delle fitte di dolore che le trapassavano la gamba e inaspettatamente, si liberò.
La morsa sembrò allentarsi di quel tanto che le bastò a far scivolare via il piede.
Si girò indietro di scatto per scappare di corsa, ma si fermò di nuovo con un gemito disperato quando vide un altro granchio simile a quello di prima che le sbarrava la strada, proprio davanti all’ingresso della caverna.
Per un attimo il tempo sembrò fermarsi, e la paura le bloccò la voce in gola senza darle possibilità di urlare. Rimase ferma e immobile come paralizzata da quell’altra orribile visione.
Si sentiva esausta. Mentre una vena di rassegnazione cominciò a farsi strada dentro di lei.
I piccoli granchi erano immobili. E anche gli altri due più grandi.
Tutto sembrava sospeso.
Poi, con due guizzi improvvisi, come obbedendo ad un comando preciso, i due granchi allungarono simultaneamente le chele che afferrarono entrambe le caviglie della donna e la strattonarono violentemente e facendola cadere. Cadde in mezzo all’esercito di granchietti che subito ripresero vita ricominciando ad aggredire il corpo della donna, mentre i due grandi la tenevano ferma per le caviglie. Margie urlava e si contorceva mentre le chele affilate le aprivano la carne, le graffiavano la pelle, nutrendosi di lei e del suo sangue. Il dolore era misto al terrore mentre ormai la sua mente stava annegando nel panico. Scalciava con i piedi cercando di liberarsi ma inutilmente. Mentre con le mani cercava di allontanare quei terribili animali che la stavano scorticando viva.
Li sentiva dappertutto.
Sentiva i morsi delle loro chele strappare i lembi di pelle e di carne, subito seguiti dal fiotto caldo del sangue che fuoriusciva dalla ferita. Sentiva la forze venirle meno mentre il cuore faticava sempre di più a mantenere il suo battito. Il respiro cominciava a mancarle e piano piano il buio della grotta cominciò a diventare sempre più fitto. Lottava con le mani e con le braccia per liberarsi da quell’esercito di mostri, ma sapeva che non avrebbe mai potuto contrastare i due più grandi.
Cadde distesa esanime al suolo mentre i mostriciattoli continuavano a correre sul suo corpo continuando il loro pasto.
Semisvenuta, sentì per un attimo le chele intorno caviglie allentarsi, ma la sensazione piacevole di sentirsi libera, fu subito ottenebrata dal dolore lancinante delle stesse chele che, risalite all’altezza delle cosce, le penetravano nelle gambe, stringendo e squarciando la carne e frantumando le ossa. Il dolore la paralizzò mentre violenti spasmi di dolore la percorrevano su tutto il corpo e le sue urla agghiaccianti rimbombavano all’interno della grotta sempre più deboli fino a smorzarsi quando l’ultimo fiato uscì dalle sue labbra.
La mattina dopo una coppia di ragazzi arrivati sulla spiaggia col gommone, trovarono dei granchietti che giocavano con un pezzetto di stoffa giallo.
Si avvicinarono e si fermarono divertiti a guardare quei due piccoli animaletti mentre cercavano di trasportare il loro trofeo verso la grotta sotto la parete a picco.
Spinti dalla curiosità, li seguirono...