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Sogni di bimba - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/07/2006 alle ore 12:08:41

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1
Erano da poco passate le 11 di sera e Carol si era da poco coricata dopo una giornata piena di giochi e di divertimenti. Come tutti i sabati era tornata a casa verso le 8 dopo aver passato il pomeriggio con la sua amichetta Jenny. Aveva cenato come al solito insieme ai genitori e si era coricata subito dopo mangiato, con gli occhi che le si chiudevano da soli per la stanchezza.
Aveva compiuto da poco 5 anni e quando non andava all’asilo, passava intere giornate a giocare con la sua amichetta del cuore che aveva conosciuto proprio all’asilo.
La loro amicizia era stato un vero colpo di fulmine e da allora ogni momento era buono per ritrovarsi insieme.
Ma ora, la sua mente era altrove, mentre giocava in compagnia degli amici dei suoi sogni. Il suo cuore batteva lento, accompagnato del respiro profondo che rivelava un sonno tranquillo. Ma mentre la sua fantasia correva felice sul dorso di Spirit, insieme a Winnie the Pooh, col vento tra i capelli, un lamento quasi impercettibile la fece spaventare. Tirò le redini di Spirit e nel sobbalzo si svegliò bruscamente.
Aprì gli occhi col cuore in gola.
Quel rumore l’aveva spaventata a morte.
I fumi del sogno stavano svanendo lentamente, mentre la sua mente di bambina cercava di capire se quello che aveva sentito era un rumore che apparteneva al sogno che stava facendo, oppure era stato qualcosa di reale che le sue orecchie avevano captato mentre dormiva.
Ma in ogni caso era stato qualcosa che l’aveva spaventata davvero tanto, lasciandola in preda ai brividi che sentiva scendere leggeri lungo la schiena, come sottili tentacoli di ghiaccio.
Il cuore le batteva veloce nel petto come un piccolo tamburo, e non aveva il coraggio di alzare la testa dal cuscino per paura che il suo sguardo potesse incontrare chissà quale orribile creatura nascosta nell’ombra della sua stanza.
Era stato una specie di lamento triste, doloroso, che l’aveva risvegliata di soprassalto con una fitta al petto. E neanche le immagini del sogno che stava facendo riuscivano a calmarla. Tremava tutta, respirando a fatica, come avesse fatto chissà quale corsa sfrenata.
E invece era lì sdraiata nel suo lettino.
Gli occhi sporgevano appena fuori dal lenzuolo, aggirandosi spaventati lungo il soffitto e lungo le pareti della sua cameretta, piena di pupazzi di peluche e di giocattoli. E lo stesso Winnie the Pooh che dormiva con lei, non riusciva a darle sollievo. Lo stringeva a sé cercando rifugio nel suo morbido pelo, ma neanche quel contatto che l’aveva confortata tante volte nel passato, riusciva a distogliere la sua mente da quello che aveva appena sentito. Le manine stringevano da una parte l’orsacchiotto e dall’altra il lenzuolino che la ricopriva e che per lo spavento aveva piano piano tirato su fino al naso. Così l’unica cosa che sporgeva fuori erano i suoi due occhietti spaventati che si guardavano intorno cercando di capire. E soprattutto cercando una consolazione che non trovava. Tante volte si era svegliata nel cuore della notte, soprattutto dopo aver fatto brutti sogni o dopo brutti incubi. E tutte le volte si sentiva il cuore battere talmente forte da scoppiare.
Non era una bambina paurosa, non lo era mai stata, ma il buio la terrorizzava. Tante volte le era capitato guardare sotto al letto o nell’armadio prima di coricarsi per paura che qualcosa o qualcuno potesse essersi nascosto in camera sua per poi saltarle addosso durante la notte. E tutte le volte lo faceva sempre con papà o mamma vicino a lei a darle conforto.
Ma in quel momento era sola, e nel buio della stanza la sua immaginazione cominciò subito a riproporle tutta una serie di immagini di mostri o di pericoli che potevano essere in agguato nella sua cameretta. Mani scheletriche che uscivano dall’armadio. Tentacoli che uscivano da sotto al letto per afferrarle i piedi che si protendevano nel buio attorno al materasso. Pupazzi di peluche che improvvisamente si animavano, e lentamente le si avvicinavano per farle del male. E mentre cercava di scacciare quei pensieri dalla mente, la sua manina cominciò a muoversi piano piano per abbassare un po’ il bordo del lenzuolo, per vedere meglio l’altra parte della stanza davanti a lei, che col lenzuolo tirato fino su non riusciva a vedere. Sentiva la manina fredda scivolare lenta strusciando sulla stoffa del lenzuolo cercando di non fare il minimo rumore, mentre un po’ alla volta, gli occhi cominciavano a perlustrare anche la parete di fronte.
Tutto era calmo e niente sembrava nascondersi nell’oscurità della stanza, e quella scoperta riuscì a rasserenarla almeno un po’, facendole socchiudere per un attimo gli occhi con un leggero sospiro di sollievo.
Ma un altro lamento la paralizzò.
Un lamento soffocato come quello di prima. Il respiro le si spense improvvisamente nei polmoni con un gemito soffocato che le morì in gola mentre il cuore sussultò colpendola come un pugno in pieno petto.
La mano le si bloccò sotto il lenzuolo mentre il cuore cominciò a battere forte come a voler schizzare via. Le tempie le pulsavano al ritmo cardiaco mentre il respiro affannoso sembrava non riuscire a pompare ossigeno a sufficienza, dandole così un leggero senso di stordimento accentuato dalla paura che ora stava prendendo il sopravvento.
Questa volta lo aveva sentito chiaramente ed era proprio un lamento, che sembrava provenire dalla sua destra, da un punto imprecisato che non riusciva a distinguere.
Dal corridoio? o sotto al letto? o dall’armadio? Da dove?
La sua cameretta stava proprio di fronte a quella dei genitori, e se si fosse messa a sedere sul letto avrebbe potuto vedere bene la porta della loro stanza. Ma la paura la paralizzava a morte, mentre i muscoli del corpo le tremavano in preda ai brividi.
Non osava muoversi.
E anche se avesse provato a farlo, era sicura che non ci sarebbe riuscita, per paura che, chi o che cosa avesse prodotto quel rumore, potesse accorgersi di lei.
Si sforzava di respirare più piano possibile, per paura di esser scoperta, mentre sentiva il torace tremare sotto la spinta dei polmoni che cercavano di pompare lentamente l’aria.
"Hai controllato ieri sera sotto il letto?" le disse la vocina della sua coscienza.
A quelle parole si ricordò che la sera prima era andata a dormire molto tranquilla e per questo non era sicura se avesse o meno controllato sotto il letto e dentro l’armadio. E quest’idea cominciò a farla tremare ancora di più, coinvolgendo nel tremore anche il pupazzo che teneva stretto sotto il braccio.
Forse la vocina aveva ragione e non aveva proprio controllato, e non poteva essere sicura che non ci fosse nessuna insidia nascosta lì sotto.
Quel pensiero la colpì forte come una scarica elettrica e subito si immaginò di sentire qualcosa strisciare fuori da sotto al letto e avvinghiarla stretta, stritolandola come una lattina di coca cola.
Cercò disperatamente di ripensare alla sera prima, e mentre le immagini di quello che aveva fatto le ripassavano come diapositive davanti agli occhi, si ricordò che mentre si stava sedendo sul letto, nel togliersi le pantofole, aveva dato una sbirciatina sotto il letto e rivide la scena come al rallentatore, mentre si inginocchiava lentamente davanti al letto per guardare sotto.
Con un sospiro di sollievo e di soddisfazione riuscì ad allontanare quella paura dalla sua mente.
"Ecco, vedi che invece l’ho fatto? Sei contenta ora?" rispose in silenzio alla vocina persistente che le ronzava dentro.
"Si, va bene, hai guardato sotto il letto. Ma hai guardato anche dentro l’armadio?" disse ancora la vocina.
E questa volta si rese conto che la vocina aveva ragione, purtroppo. Non aveva guardato dentro l’armadio e se lo ricordava benissimo perché appena entrata in camera, si era seduta direttamente sul letto, senza passare dall’armadio. Istintivamente rivolse gli occhi verso le ante alla sua destra, vicino alla porta, e rimase a bocca aperta nel vedere che una delle due era socchiusa. Gli occhi rimasero fissi immobili sul quella lunga fessura nera che si apriva tra i due sportelli, larga pochi centimetri, che avrebbe potuto lasciar passare qualsiasi tipo di orrore nascosto nell’armadio.
Cap 2
Senza accorgersene, cominciò a scivolare lentamente sotto le lenzuola quasi a voler scomparire all’interno del materasso, per diventare invisibile, mentre il suo corpo tremava come una foglia.
Ma subito un altro gemito la paralizzò esplodendole nelle orecchie come un petardo. Un urlo le risalì in gola fermandosi contro la glottide, soffocato dalla paura che ora si stava trasformando in terrore.
Col cuore che le lanciava fitte di dolore ad ogni battito, rimase immobile, rallentando a forza il respiro per non farsi sentire.
"No, non ho guardato nell’armadio ma tanto lo so che non c’è nessuno. Ci sono solo i miei vestiti" rispose irritata a quella vocina persistente.
"I tuoi vestiti? Sei davvero sicura?Hai guardato bene dentro?"
"No, non ci ho guardato, ma so che non c’è niente dentro. Solo i vestiti e le scarpe e tu lo sai bene. E poi stai zita" continuò Carol quasi a voler soffocare quella voce dispettosa che sentiva dentro di se.
"Sei davvero sicura che non ci sia nulla dentro? Non pensi che il rumore che hai sentito possa venire invece proprio da lì dentro?"
E la vocina fece centro di nuovo e Carol si sentì persa.
L’armadio era proprio vicino alla porta e il rumore che aveva sentito poteva provenire proprio da lì. Eppure le era sembrato provenire fuori della stanza. Oppure si sbagliava e in realtà proveniva dall’interno? Dall’armadio? O sotto il letto? Non ne era più sicura adesso. Non era più sicura di nulla. E quella vocina sembrava fare di tutto per confonderle ancora di più le idee e per terrorizzarla.
"E che ne dici se di colpo quell’armadio si aprisse e ne uscisse fuori qualcosa che ti afferrasse quel bel piedino che sporge fuori dal letto e fuori dal lenzuolo?"
"Ma quale pied...", ma la frase le rimase bloccata a metà, quando in una frazione di secondo si rese conto che per la terza volta la vocina aveva ragione.
Il suo piedino coperto.
I brividi che aveva sentito fino ad un attimo prima diventarono terrore cieco quando si rese conto di avere il piede destro fuori delle coperte, che sporgeva oltre il bordo del letto. Lo sentiva freddo rispetto all’altro, esposto all’aria fresca della notte. La paura la investì come un’onda in piena, e il terrore era così forte che le impediva di muoverlo. Spalancò gli occhi col cuore in gola, mentre la paura la stava devastando. Allungò lentamente l’indice e il medio della mano destra e con la mano sinistra tremante e agganciò il lembo di lenzuolo che le copriva il naso. Lo spinse verso il basso abbassando contemporaneamente gli occhi che si fermarono inorriditi quando videro le dita nude sporgere dalla coperta e protendersi nel vuoto oltre il letto. Socchiuse per un attimo gli occhi incapace di reagire, col cuore che le bruciava nel petto, dandole delle fitte dolorose ad ogni battito. Sembrava che ad ogni pulsazione corrispondesse una lama che le si conficcava nel petto. Strizzò istintivamente gli occhi come per cancellare quell’immagine e subito una miriade di piccoli puntini luminosi si accesero all’interno delle palpebre chiuse, come uno sciame di lucciole.
Di colpo il freddo che aveva sentito fino ad un attimo prima divenne gelo, che avvolse come un manto quelle piccole appendici della sua gamba esposte al pericolo. Rimase con gli occhi chiusi, col terrore di sentire qualcosa afferrare il piede e stringerlo in una morsa. Si immaginò nel buio di vedere una mano scarnificata con le lunghe dita scheletriche che di scatto si avvolgevano attorno alla caviglia. E dentro di sé sentì crescere l’urlo che le sarebbe esploso in gola, se davvero avesse sentito qualcosa afferrarle il piede.
Non poteva lasciarlo lì fuori, ma il terrore le impediva al tempo stesso di muoverlo, perché era sicura che l’essere di cui parlava la vocina avrebbe percepito ogni minimo movimento e l’avrebbe afferrata prima che fosse riuscita a nascondere il piede di nuovo sotto le coperte. Voleva urlare per la disperazione e per la paura, ma non osava farlo anche perché era sicura che la voce le sarebbe rimasta soffocata in gola.
Cominciò a sentire il gelo scendere lungo la gamba e irradiarsi verso il piede. Mentre l’immaginazione continuava a tormentarla proponendole la visione di quella mano che l’afferrava e la stringeva, trascinandola via dal letto, facendola cadere sul pavimento e portandola via in preda ad urli di terrore e di disperazione, incapace di reagire. E senza che nessuno potesse fermare quell’essere che l’avrebbe portata chissà dove, per poi divorarla.
"Perché non ho controllato? Perché?", le rimbombavano in mente queste parole mentre cercava una disperata soluzione per mettere in salvo il piede.
"Non lo hai fatto perché sei proprio una bambina stupida certe volte."
"Stai zitta tu !!" rispose alla vocina, urlando in silenzio nella sua mente.
Non sapeva cosa fare ma doveva provare a fare qualcosa. Qualsiasi cosa.
Anche in preda al panico doveva cercare di salvare il suo piede.
Rimase con gli occhi che spuntavano appena dal bordo del lenzuolo, fissi a quelle piccole dita che si stagliavano immobili contro il buio della stanza. La mente era ipnotizzata a quella visione, quasi volesse con la sola forza del pensiero, farle sparire e ricomparire nascoste al caldo sotto le lenzuola.
Ma non poteva. Sapeva che se voleva farlo avrebbe dovuto muoverlo.
Chiuse gli occhi per un attimo e li strizzò più forte che poté, quasi per cercare di annullare la paura che sentiva. Contrasse i muscoli del corpo fino al punto da farle male. Emise un respiro lento e profondo e riaprì gli occhi fissandoli di nuovo sul piede.
Era pronta.
Doveva farlo ora, o non sarebbe mai più riuscita a trovare la forza per farlo. Contrasse lentamente i muscoli della gamba, pronta a tirare indietro il piede.
Ma un altro lamento la pietrificò.
Cap 3
Presa alla sprovvista ebbe un sussulto e i muscoli tesi nello sforzo, reagirono in maniera incontrollata dandole uno scossone alla gamba.
Quel movimento le fece tremare il piede e per un attimo si sentì persa.
"Oh mio Dio, no, no" si disse in silenzio, ormai pronta a sentire il tentacolo avvinghiarsi attorno alla caviglia e strattonarla via.
Tremava come una foglia.
Ma non successe nulla.
Col cuore straziato dalle fitte di dolore rimase immobile.
Gocce di sudore le imperlavano la fronte scivolando lungo le tempie e sulle guance, dandole una fastidiosa sensazione di solletico, che aveva paura a grattare via. Un solo movimento avrebbe potuto esserle fatale. La mano destra impugnava ancora il lembo del lenzuolo ma non osava toglierla da lì per asciugare le gocce di sudore dalle guance e alleviare il solletico.
Avrebbe voluto ma era troppo pericoloso.
Riuscì solo a sollevarlo lentamente fino a coprire gli occhi per nascondersi, convinta che coprendosi il viso, avrebbe potuto grattare via quel prurito senza farsi vedere.
Ma più ci pensava e più il fastidio aumentava, rendendo il solletico insopportabile. Sapeva per esperienza che quando qualcosa ti infastidisce, la soluzione migliore era di non pensarci e cercare di pensare ad altro. Ma in quella circostanza a cosa altro poteva pensare se non alla paura che la stava corrodendo? E nel frattempo il prurito aumentava estendendosi dalle guance verso i lobi delle orecchie e verso il collo, quasi fosse uno sciame di formiche che si muovevano veloci sulla sua pelle.
Era una tortura.
Provò allora ad allentare la mano che teneva ancora stretto il lenzuolo e ad avvicinare l’unghia dell’indice alla guancia. Lasciò il lenzuolo a coprirle il viso fino alla fronte, mentre il contatto leggero del polpastrello contro la guancia le diede una sferzata di prurito ancora più forte proprio in quel punto. Ma poi, il lento raschiare dell’unghia contro la pelle iniziò a darle il sollievo che cercava. Piano piano, grattando con l’unghia, sentiva i muscoli del viso rilassarsi al sollievo di quella sensazione. Passò lentamente dalla guancia destra a quella sinistra abbandonandosi per qualche attimo a quel sollievo che sembrava rigenerarla. Le dita che grattavano diventarono due, poi tre, alla fine quattro. Sembrava in preda ad un’estasi talmente incontrollabile da farle perdere il contatto con la realtà che la circondava. Non riusciva a smettere di grattare quel prurito dal viso, e la sensazione di sollievo riuscì per qualche istante a farle dimenticare quei lamenti che la stavano tormentando come un incubo ad occhi aperti.
Ma non fu così.
Un tonfo sordo accanto al letto la ridestò come un pugno nello stomaco.
Le dita si contrassero, affondando con uno spasmo incontrollato nella guancia graffiandole la pelle. Un grido le esplose in gola, e riuscì a stento a trattenerlo quasi afferrandolo con le unghie e con i denti per impedirgli di uscire. Solo allora si rese conto che nell’enfasi di grattare via quel prurito, aveva sollevato il gomito fino a spingerlo con tutta la spalla fuori dal lenzuolo, che ora giaceva arricciato e schiacciato sotto il braccio, impedendole di ritrarlo e di nasconderlo di nuovo sotto le coperte.
Quella vista la raggelò ancora di più bloccandole il respiro già congestionato dal tonfo che aveva appena sentito.
Ma cosa era stato? Allora davvero c’era qualcuno sotto il letto?
"E certo che c’è qualcuno sotto al letto finalmente lo hai capito?" riprese la vocina dentro di lei.
"Zitta tu. Smettila, smettila, smettila."
"Hai sentito quel rumore? Secondo te cosa potrebbe essere? Vediamo un po’. Uno scheletro? Un ragno gigante? Cosa preferisci?"
"Ti ho detto di stare zitta, stupida" ringhiò Carol in silenzio.
"Se aspetti ancora un po’ oltre al piede ora ti intrappola anche il braccio. Così poi, farà presto a prendersi anche tutto il resto"
"Stai zitta ora. Ti odio, ti odio".
Rimase col gomito alzato sopra il lenzuolo incapace di muoversi, mentre sentiva le lacrime calde che iniziavano a riempirle gli occhi e a scenderle lente lungo le guance. Tese le orecchie per cercare di ascoltare il pur minimo rumore.
Ma niente. Tutto era silenzio.
Ma la situazione ora, era peggiorata rispetto a prima, visto che oltre al piede aveva anche il braccio fuori allo scoperto.
Rimase ferma in quella posizione mentre una piacevole sensazione di fresco cominciò ad irradiarsi sotto l’ascella facendola girare istintivamente verso destra. Abbassò lo sguardo e subito si rese conto di cosa era successo.
Era solo Winnie the Pooh che era caduto dal letto, sul pavimento.
Non si era accorta che alzando il braccio per grattarsi le guance, aveva involontariamente spinto l’orsacchiotto oltre il bordo del letto, facendolo cadere giù, con un tonfo. Quella visione la fece rilassare per un attimo, giusto in tempo per essere colpita da un altro lamento.
Il rumore la prese alla sprovvista facendole scattare i muscoli del corpo come molle, e con un movimento istintivo fece scivolare il piede dentro al letto mentre stringeva il braccio al petto, nascondendolo come prima sotto le lenzuola.
Rimase con i muscoli contratti e tremanti per alcuni attimi. Senza respirare, pronta a sentirsi afferrare da chi stava producendo quel suono angosciante, accovacciata in posizione fetale dentro il letto. Con gli occhi chiusi, pronta a tutto.
L’aria usciva dai polmoni come sputata via da una pompa riscaldandole la superficie delle mani che teneva davanti alla bocca. Mentre singhiozzi silenziosi si facevano strada dentro di lei, scuotendola da capo a piedi.
Tremava come una foglia, ma al tempo stesso, ora che si era rifugiata di nuovo sotto le lenzuola, sentiva la paura che pian piano si scioglieva come ghiaccio al sole, lasciando il posto ad una sensazione di sicurezza datole proprio dal suo lettino e dalle coperte che sembravano proteggerla come uno scudo.
Voleva chiamare i genitori in suo aiuto, ma la voce non rispondeva alla sua volontà e riuscì solo a sussurrare "mamma" per poi ripiombare spaventata nel silenzio.
Ma cosa erano quei maledetti lamenti? Di chi erano? Sentiva le lacrime scendere lungo la guancia subito assorbite dalla federa del cuscino. Gli occhi erano chiusi, coperti dai pugni stretti quasi per difendersi da chiunque la stesse spaventando in quel modo.
Lentamente abbassò il bordo del lenzuolo con la punta delle dita e guardando attraverso la porta, con la pallida luce che filtrava dalla finestra, vide che la porta della camera dei suoi genitori era chiusa.
Non avrebbero mai potuto sentirla se non avesse gridato forte. Ma era terrorizzata dall’idea di farlo.
Cosa sarebbe successo se avesse gridato ma i suoi non avessero risposto? Allora quell’entità che si nascondeva sotto al letto sarebbe uscito di colpo allo scoperto e l’avrebbe presa prima ancora che il papà o la mamma potessero fare qualcosa.
Era da sola, spaventata, e non poteva neanche contare più sull’aiuto psicologico del suo Winnie che era caduto. E fu proprio quel pensiero a trapassarle il cuore come la lama di un rasoio affilato. Il suo adorato Winnie era alla mercé di quell’essere sotto al letto o dentro l’armadio. E forse in quel momento lo aveva già smembrato e fatto a pezzi. E quel pensiero le diede un dolore fortissimo pensando che non lo avrebbe visto mai più. Spostò lo sguardo verso l’armadio, cercando di sbirciare con la coda dell’occhio il punto in cui l’orsacchiotto era caduto, ma non vide nulla.
Solo buio e solo le ante dell’armadio immobili davanti a lei.
Il rumore lontano di un’auto che si avvicinava distolse la sua attenzione e mentre il veicolo passava sotto la sua finestra, la luce dei fari passò attraverso i vetri tagliando come una lama il buio della stanza. Seguì istintivamente con lo sguardo quel fascio di luce che attraversò la stanza veloce stampandosi per una frazione di secondo su una sagoma scura che stava immobile fuori dalla porta.
Il terrore la investì come un’onda di lava bollente.
La vide solo per un attimo, immobile accanto alla porta dei genitori, dritta in piedi nel corridoio.
Il fascio di luce l’aveva illuminata per un istante per poi nasconderla di nuovo nell’ombra, ma era stato sufficiente per far esplodere di nuovo la paura dentro di lei e per rigettarla nel panico.
Si strinse sempre di più su se stessa, quasi a voler diventare così piccola da sparire sotto le lenzuola per ricomparire in un altro posto. In qualsiasi altro posto.
Adesso era sicura che c’era qualcuno. Lo aveva visto. E sapeva che anche che quel qualcuno aveva visto lei.
Rimase nascosta sotto il lenzuolo per tanto tempo. In silenzio.
Trattenendo a tratti il respiro per non essere sentita da quell’ombra la fuori. Sperando che non riuscisse a vedere i movimenti del suo corpo mentre respirava. Sperava che forse, rimanendo nascosta sotto le coperte, l’avesse lasciata stare. Se avesse pensato che dormisse, forse non le avrebbe fatto nulla.
Ma il terrore non smetteva di macerarla.
Cap 4
Tutto era silenzio nella casa. E il suono più forte che sentiva era quello del suo battito che rimbombava sempre più forte. Sentiva il bordo del lenzuolo tremare scosso dai suoi brividi. Ma non poteva fare nulla per fermarli. I muscoli non rispondevano più alla sua volontà e la scuotevano come un terremoto.
E intanto quell’ombra là fuori la osservava, in silenzio, quasi con l’intento di farla impazzire di paura prima di afferrarla e portarla via. Sentiva il suo sguardo addosso, che la scrutava e la controllava in ogni piccolo movimento, pronta ad entrare in azione al momento giusto.
Ma perché se ne stava lì immobile? Se davvero voleva prenderla, cosa stava aspettando?
Ma in un attimo, fu proprio quell’ultimo pensiero a farle balenare un’idea.
Si ricordò che fuori dalla stanza dei suoi, c’era un attaccapanni, e siccome era inverno, suo padre era solito appendere lì sopra il suo soprabito blu scuro.
Ecco allora cosa aveva visto.
Era il cappotto di papà.
Altro che un fantasma. Era il suo cappotto.
Istintivamente un sorriso le si disegnò sulle labbra, come per far svanire quello spettro inesistente che si era immaginata, mentre i brividi si attenuavano lentamente lasciando il posto ad un’onda di calore che sembrò rassicurarla.
"Ecco perché è fermo e immobile. E’ di stoffa" disse tra sé. E subito le venne voglia di darsi tanti pugni in testa per essere stata così stupida da spaventarsi inutilmente.
Presa dall’euforia di quella scoperta, abbassò piano le lenzuola per rendersi conto che aveva ragione, ma la piacevole sensazione fu subito annientata dalla presenza di un volto scuro e da due occhi che la guardavano da vicino facendole esplodere dentro il terrore in maniera devastante. Un urlo le scoppiò in gola come uno sparo, mentre il cuore la stordì con un colpo secco. Il tempo si fermò per un attimo e le grida disperate echeggiarono nella casa, mentre con le braccia e le gambe cominciò a spingere in avanti per colpire quel viso a pochi centimetri da lei, dimenandosi come un’ invasata e per scappare via.
Le braccia e le gambe si dimenavano e colpivano come furie, tra urla di terrore, mentre dall’altra parte, quell’entità cercava di afferrarla, allungando le braccia e spostando le lenzuola dal letto. Colpiva alla cieca senza guardare, in preda al panico più profondo, mentre le lenzuola le rimbalzavano addosso come se volessero legarla e impedirle di scappare.
Era una lotta disumana mentre le grida incessanti riempivano la casa.
Poi, con un gesto disperato si buttò giù dal letto dal alto opposto, cadendo a terra e urtando col ginocchio contro lo spigolo del comodino. Un altro urlo, ma questa volta di dolore, lacerò l’aria, mentre cercava di nascondersi sotto il letto. Spostandosi a quattro zampe urtò il comodino col piede facendolo rotolare verso la finestra, rovesciando la collezione di puffi sul pavimento, insieme alla lampada.
Il terrore era accecante, ma in un attimo, tutto si fermò improvvisamente.
"Carol, Carol, calmati, che ti succede?"
Rimase impietrita a quattro zampe con la testa appena infilata sotto al letto e gli occhi sbarrati nel buio.
Era la voce della madre.
Non poteva crederci. Era la sua mamma.
Sfilò lentamente la testa da sotto al letto e alzò lo sguardo. Era proprio lei, e in quell’attimo il cuore le si sciolse nel petto come un fiocco di neve al sole, cominciando a singhiozzare a dirotto e allungando le braccia verso la donna. Risalì sul letto e si gettò tra le sue braccia in preda ai singhiozzi disperati, senza riuscire a dire una parola. La madre l’abbracciò e la tenne stretta per cercare di calmarla.
Rimasero abbracciate per alcuni minuti mentre piano piano i singhiozzi cominciarono a diminuire e il respiro di Carol diventò più regolare. Le piccole braccia si stringevano forti attorno al corpo della madre, come per cercare quel conforto che aveva creduto di perdere per sempre in quei momenti di terrore che aveva vissuto fino a poco prima.
"Calmati piccola, cosa è successo? Hai avuto un incubo?" chiese dolcemente alla bimba.
Carol era ancora incapace di rispondere e riuscì solo ad annuire con la testa, sussurrando appena le parole "Ho sentito dei rumori mamma, dei lamenti" per poi tacere di nuovo in preda alle lacrime.
Il volto della madre le era comparso così improvvisamente e così vicino che non l’aveva riconosciuto, suggestionata sia dal buio sia dalla paura che la stava facendo ancora tremare.
La madre si mise allora a sedere sul letto stringendola a sé rimanendo nel buio della stanza visto che la lampada era rotolata vicino alla finestra.
E fu proprio quel movimento a far sentire a Carol un odore strano provenire dal corpo della madre, che indossava solo la camicia da notte intrisa di un profumo acre che non le aveva mai sentito addosso.
Per un istante le venne in mente una frase che la sua amichetta Jenny le aveva detto qualche tempo prima. Le aveva confessato che una notte, dopo che la madre era corsa in suo aiuto per un incubo, le aveva sentito uno strano odore sulla pelle, un odore diverso, quasi dolciastro, e da lì aveva capito che i genitori stavano facendo l’amore quando lei li aveva interrotti con le sue urla. E questo pensiero la fece un po’ sorridere pensando di aver interrotto anche lei i suoi genitori mentre si stavano godendo la loro intimità.
Eppure l’odore che sentiva non era dolciastro come le aveva detto Jenny.
Era piuttosto un odore acre, che aveva sentito già altre volte, ma non ricordava dove.
"Ti senti meglio ora?" la rassicurò la madre carezzandole la testa "mi era sembrato di sentire dei lamenti e pensavo ti sentissi male".
"No, ero solo tanto spaventata mamma" disse Carol con un filo di voce "mi dispiace di averti svegliata."
"No, tesoro, non mi hai svegliata. Ero già sveglia."
Nel buio non riusciva a vedere il viso della madre, ma ne sentiva il calore, mentre si teneva stretta a lei. E mentre le sue braccine la stringevano, le mani, passarono sulla schiena toccando una zona bagnata e calda. Subito le scostò dalla camicia da notte quasi disgustata nel sentire quel contatto umido, ma poi, ripensando a quello che aveva detto Jenny, capì che doveva trattarsi sicuramente di sudore. E infatti era appiccicaticcio come il sudore.
E istintivamente, le venne da sorridere di nuovo.
"Vuoi venire a dormire di là, tesoro?" le chiese dolcemente la madre alzandosi dal letto, con Carol che rispose annuendo con la testa.
La donna si allontanò dal letto tenendola in braccio mentre la bimba rimase con la testa reclinata appoggiata alla sua spalla, e uscirono dalla stanza.
Ma fu proprio nel piccolo tratto di corridoio che separava le due camere, che lo sguardo di Carol si posò sulla piccola mensola accanto all’attaccapanni dove il padre metteva di solito il cappotto, e vide qualcosa che luccicava. Un oggetto allungato che luccicava alla luce riflessa che proveniva dalla finestra della sua stanza. Ma non gli diede importanza e socchiuse gli occhi rilassandosi di nuovo sulla spalla della madre.
Arrivarono nella camera di fronte e fu solo allora che l’odore che aveva sentito fino ad un attimo prima addosso alla madre, si ingigantì diventando quasi disgustoso. Alzò la testa incuriosita non avendo però il coraggio di chiedere alla madre cosa fosse. La donna la depose sul letto tornando indietro verso la porta della stanza, mentre Carol saltò giù dal letto con un senso di disgusto, sentendo le lenzuola bagnate, quasi zuppe. Allungò la mano per toccarle e sentì lo stesso umido caldo che aveva sentito addosso alla madre, e che aveva inzuppato completamente le lenzuola. Avvicinò il naso al letto e subito sentì l’odore acre perforarle le narici.
E fu in quel momento che si ricordò dove lo aveva già sentito.
Era successo l’estate precedente, al pronto soccorso dell’ospedale, quando era stata trasportata d’urgenza per una ferita profonda che si era procurata sulla gamba sinistra cadendo su una bottiglia di vetro. Il vetro si era rotto e le aveva lacerato la gamba con due tagli profondi che avevano avuto bisogno di diversi punti di sutura. Ma si ricordava benissimo una cosa in particolare.
Un dettaglio che le ritornò in mente come fosse accaduto il giorno prima.
Si ricordò l’ odore acre del sangue.
Si girò di scatto verso la sagoma del padre, sdraiato sulla schiena sull’altro lato del letto nel buio della stanza, e subito un’immagine orribile le si materializzò davanti agli occhi.
E solo allora ricollegò i lamenti che aveva sentito prima, dal suo lettino.
Non erano versi di mostri orrendi che si aggiravano nella sua stanza creati dalla sua immaginazione.
Erano dei lamenti veri, lamenti di dolore e di paura.
Erano i lamenti soffocati di suo padre, vittima dell’unico vero mostro presente in quella casa.
Sua madre.
E quello che inzuppava il letto era il suo sangue.
Non riusciva a distogliere lo sguardo dal quel corpo senza vita, con gli occhi sbarrati nel buio, mentre l’orrore e la paura divamparono come un incendio dentro di lei, alimentate dal dolore atroce per l’orribile morte di suo padre.
Si girò di scatto verso la porta, ma era troppo tardi.
La sagoma della donna si stagliava nel rettangolo scuro della porta ostruendole l’uscita, e l’oggetto scintillante che aveva notato prima, ora pendeva dalla sua mano destra.
Istintivamente si coprì la bocca con le mani, allungando l’altro braccio in un gesto disperato, prima che la lama l’aggredisse e le sue urla lacerassero il silenzio.
Distruggendo per sempre i suoi sogni innocenti di bimba.