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Sangue freddo - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/02/2007 alle ore 14:52:21

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1

La giornata era davvero stupenda, una di quelle in cui viene voglia di sdraiarsi su una spiaggia come una lucertola, e di abbandonarsi al dolce far niente.
Ed era esattamente quello che Helena stava facendo in quel momento, beandosi sotto al sole, mentre il suo corpo sembrava assorbire l’energia e la vitalità della natura circostante, per ritemprarsi dalle fatiche e dallo stress accumulato.
E come una pianta che assorbe la linfa vitale dal terreno, la sua pelle sembrava assorbire dall’aria quella sensazione di pace e di tranquillità che negli ultimi tempi sembrava aver perso definitivamente.
Solo in quel modo riusciva a sentirsi bene, tranquilla e in pace con se stessa, senza i soliti pensieri angoscianti che la opprimevano da un po’ di tempo.
Da sola, sdraiata sulla quella spiaggia isolata e deserta e su quella sabbia che, nonostante fosse pieno agosto, non era neanche troppo rovente.
I tiepidi raggi di sole la carezzavano scaldandole la pelle, mentre il leggero mormorio delle onde che si infrangevano sul bagnasciuga e le voci stridule dei gabbiani facevano da dolce sottofondo a quell’ atmosfera quasi paradisiaca.
Ma nonostante tutto questo la facesse sentire a suo agio e rilassata, sentiva a tratti rinascere dentro di lei quelle sensazioni angoscianti che ogni volta le raggelavano il sangue dandole brividi misti di tristezza e di paura. Sensazioni di un pericolo imminente, come se nell’aria ci potesse essere qualcosa pronto a trasformarsi in una minaccia e a distruggere quei brevi momenti di felicità.
E mentre il vento le arruffava i capelli dandole dei leggeri brividi sulla pelle inumidita dalla crema solare, cominciò ad avvertire in lontananza una specie di leggerissimo ronzio.
Un suono appena percettibile, che piano piano stava diventando sempre più forte.
Sollevò la testa incuriosita appoggiandosi sui gomiti, con la mano sulla fronte a riparare gli occhi, ma nonostante vagasse con lo sguardo lungo l’orizzonte non riusciva a vedere da dove provenisse.
Non riusciva a vedere assolutamente nulla.
Quel suono sembrava avvolgerla, sembrava provenire da ogni parte.
E più passavano i minuti e più diventava forte e intermittente. Quasi assordante.
Finché si svegliò di soprassalto con il sogno che si dissolse come una bolla di sapone.
Si mise a sedere sul materasso mentre il trillo del telefono sul comodino accanto al letto, rimbombava nel silenzio, graffiandole i timpani. Si stropicciò gli occhi per mettere a fuoco meglio la stanza, cancellando gli ultimi sprazzi del sogno appena interrotto.
Si girò verso l’apparecchio allungando la mano per alzare la cornetta e subito un brivido le salì lungo la schiena appena sentì una voce roca e gutturale dall’altro capo del filo.
"Ciao Helena, ti ricordi di Melanie?" disse la voce, subito seguita da un suono metallico, come una specie di ’click’ appena percettibile.
Helena rimase per qualche attimo immobile all’apparecchio, come paralizzata da una scarica elettrica. Con la cornetta appoggiata all’orecchio nel buio della stanza, seduta sul bordo del letto, col fiato mozzato dalla paura che le bloccava la glottide impedendole quasi di respirare.
Deglutì con uno sforzo enorme buttando fuori l’aria con un colpo secco di tosse, prima di riagganciare con la mano che le tremava come una foglia. Ma appena la stanza piombò di nuovo nel silenzio, subito la donna fu avvolta da una sensazione angosciante di paura, che distrusse in un attimo la piacevole atmosfera del sogno appena interrotto.
Guardò l’orologio. Erano passate da poco le 6 di mattina e sapeva che doveva sbrigarsi. Andò in bagno per farsi una doccia ma neanche l’acqua calda riuscì a sciogliere quella gelida sensazione che sembrava essersi insinuata lungo la spina dorsale. Si vestì in fretta e passando dalla cucina, prese gli strumenti che le servivano uscendo quindi di corsa dall’ appartamento.
Fuori era ancora buio e le luci dei lampioni stampavano ancora i loro aloni circolari lungo le strade, quasi a volerle indicare il percorso che doveva seguire.
Si rimboccò il bavero del soprabito e si diresse verso lo studio, che non era molto distante da casa sua. Doveva arrivare lì entro le 8 prima che la dottoressa Power uscisse per tornare a casa.
Sapeva che la dottoressa lavorava a volte tutta la notte se aveva del lavoro urgente da sbrigare e quando questo accadeva di solito usciva dallo studio subito dopo le 8 del giorno dopo, o al massimo dopo le 8,30.
Le strade stavano iniziando ad animarsi sia per il traffico sia per la gente che si stava muovendo per andare a lavoro.
Lo studio si trovava circa a 6 isolati da casa sua e aveva già percorso più di metà strada. Il suono ritmico delle suole delle sue scarpe, rimbombava tra gli edifici mentre teneva stretta sotto il braccio la borsa che aveva preso in cucina. Raggiunse la porta dello studio e i suoi occhi andarono subito al campanello. Allungò la mano tremante e suonò.
Ma nessuno rispose.
Provò una seconda volta ma senza risultato. Il respiro le si affannava in gola per la camminata a passo svelto ed ora anche per il timore di essere arrivata tardi.
Ma subito una luce si accese all’interno, fugando ogni suo timore, col cuore che le diede una fredda scarica di adrenalina. Una luce soffusa illuminò la superficie di vetro ruvido che si stagliava al centro della porta con la scritta ’Studio della Dottoressa Melanie Power’. La dottoressa aprì la porta.
"Buon giorno" disse Melanie dando un’occhiata ai flaconi che la ragazza aveva in mano e che aveva subito messo in mostra appena aveva visto la porta aprirsi.
Sperava dentro di sé che la donna non le chiedesse documenti o altre cose che avrebbero rischiato di farle perdere tempo prezioso.
"Venga, mi segua" continuò la dottoressa facendo entrare Helena "ma facciamo in fretta perché sto per andare via."
La dottoressa Power richiuse la porta girandosi per condurre la donna al laboratorio, ma non fece in tempo a muovere un passo sentendosi subito afferrare da due forti mani che la presero e la spinsero scaraventandola a terra in avanti, mandandola a sbattere contro il tavolo nell’angolo sinistro della stanza. Melanie cadde pesantemente a quattro zampe rotolando sulla schiena, presa alla sprovvista da quella violenta reazione che la lasciò per qualche frazione di secondo a terra intontita dalla botta. Cercò di rialzarsi, ma l’altra donna fu più veloce di lei e le saltò addosso afferrandola per i polsi e spingendola con le spalle a terra di nuovo, facendole sbattere violentemente la testa sul pavimento.
La dottoressa cercò di liberarsi, divincolandosi con tutte le forze, ma l’altra donna la spingeva e la strattonava talmente forte da opprimerla impedendole quasi di respirare. Helena aveva una corporatura esile e magra, ma aveva una forza imprevedibile, e le stava seduta sopra come una roccia che la schiacciava al suolo.
Poi, con un movimento rapidissimo e violento della mano destra, Helena colpì Melanine alla tempia per stordirla. La afferrò quindi per le caviglie e iniziò a trasportarla nella stanza da bagno trascinandola lungo il pavimento. La dottoressa pur semisvenuta riusciva coscientemente a percepire tutto quello che stava accadendo, ma era incapace di reagire. Tutta la stanza e le luci le giravano intorno come una giostra infernale che girava e girava senza mai fermarsi.
Mentre il suo corpo strisciava sulle mattonelle fredde del laboratorio, istintivamente cercò di aggrapparsi a qualsiasi cosa le passasse vicino. La gamba del tavolo, il montante del muro, ma ogni volta che si accorgeva di queste resistenze, l’altra le schiacciava violentemente le mani con il piede per sganciarla dall’oggetto al quale si era aggrappata. E fu proprio quando strinse lo stipite della porta del bagno, che la donna, la colpì con un calcio violentissimo schiacciandole la mano contro il legno come fosse un mozzicone di sigaretta. L’urlo straziato di dolore lacerò la stanza, e Melanine sentì le ossa delle dita frantumarsi sotto la pressione del piede mentre il dolore si irradiava lungo il braccio come un esercito di bisturi che le trafiggevano la carne. Quel dolore atroce subito la risvegliò dallo stordimento di un attimo prima, e guardandosi intorno riconobbe la sua stanza da bagno.
Stringendo la mano fratturata con l’altra, Melanine vide l’altra donna inginocchiarsi davanti a lei rovistando nella borsa. Cercò di approfittare di quel momento per rialzarsi, ma fu immediatamente sospinta indietro con uno schiaffo sul viso. Ricadde indietro urtando con la nuca contro il bordo della vasca. Chiuse gli occhi per un istante ma subito li riaprì, proprio nel momento in cui la donna stava estraendo un oggetto allungato dalla borsa. Ancora intontita dalla botta alla nuca, non riuscì bene ad identificarlo. Ne vide solo luccicare la sagoma, mentre la donna si stava avvicinando per avventarsi contro di lei.
Lo sguardo di Helena era furioso, cattivo, molto diverso da quello che aveva fino ad un attimo prima quando era davanti alla porta dello studio. La dottoressa aprì la bocca per urlare ma la voce le rimase imprigionata in gola mentre la punta di una lama le penetrò nel collo, squarciandole la gola da parte a parte. Sentì la gelida lama affondare nella sua carne e con un movimento rapido tagliare muscoli, tendini e nervi fino a fuoriuscire dall’altro lato del collo. Sentì il calore del proprio sangue schizzare, colando come una cascata sul petto, e in un attimo tutto si spense, diventando nero e freddo.
Helena rimase per qualche istante ad osservare il corpo della donna, come ipnotizzata da quell’immagine, e in un attimo, come colta da un raptus di follia, cominciò ad infierire sul corpo ormai senza vita di Melanine come impazzita, continuando a colpirla con furia selvaggia, quasi volesse distruggere quel corpo senza vita.
Alla fine si fermò, col cuore in gola, e il respiro che le bruciava nei polmoni come brace ardente. Spinse indietro i capelli con un gesto della mano e si alzò dirigendosi verso il lavandino. Buttò la lama nel lavabo aprendo il rubinetto dell’acqua calda e si lavò le mani. Guardò l’orologio ed erano da poco passate le otto. Tra pochi minuti sarebbero arrivate le altre persone che lavoravano nel laboratorio e non poteva perdere tempo. Si doveva sbrigare.
Aspettò ancora per qualche minuto e poi si precipitò fuori dallo studio per tornare a casa. Si avvolse il soprabito stretto attorno al corpo, cercando di coprire le vistose macchie di sangue sul maglione e sui pantaloni. Sentiva il cuore che le saltava nel petto come volesse schizzare via, mentre il suo respiro sembrava affannoso come quello di un cane dopo una lunga corsa.
Arrivò a casa in pochi minuti e mentre infilava la chiave nella toppa, il suo sguardo andò all’etichetta posta sopra il campanello ’Miss Helena Jerkins’. Entrò di corsa e si tolse subito i vestiti. Li mise subito nella lavatrice affrettandosi in bagno per una doccia calda, per rimuovere anche le tracce di sangue che aveva dappertutto e per trovare sollievo da quel getto d’acqua calda, come per ripulire la sua mente da quello che era appena successo.
Ma mentre era nella doccia, sentì il telefono squillare di nuovo. Un trillo, subito seguito da un secondo. E solo quando il silenzio tornò a riempire lo spazio intorno a lei, riuscì a chiudere gli occhi e a rilassarsi, mentre il caldo getto d’acqua scivolava sulla pelle del suo corpo portando via con sé ogni ricordo.


Cap 2

Poco più tardi, la segretaria della dottoressa Power, Miss Lenthon, infilò la chiave nella serratura della porta dello studio. La aprì con uno scatto, ma rimase per un attimo sconcertata nel vedere una scarpa sotto la sedia nell’angolo a sinistra dello studio. Si avvicinò lentamente e subito riconobbe una delle scarpe della dottoressa. Stava per chiamarla, ma appena alzò lo sguardo, il suono scrosciante dell’acqua corrente attrasse la sua attenzione verso il bagno.
Si avvicinò alla porta senza dire una parola, ma non poté trattenere un urlo quando vide il corpo della donna in un lago di sangue con la gola squarciata. Si ritrasse di scatto con le spalle contro lo stipite della porta, con gli occhi e la bocca spalancati in una smorfia di orrore, mentre una serie di urla silenziose cercavano di uscire dalla sua gola. Impietrita davanti a quello spettacolo.
Rimase immobile con gli occhi fissi sulla chiazza di sangue sul pavimento con la stanza piena di vapore per via del rubinetto dell’acqua calda ancora aperto. Non toccò nulla e corse fuori per chiamare la polizia, visto che non c’era più nulla da fare ormai per la dottoressa.
Il Capitano Bauer del Dipartimento di Polizia arrivò allo studio insieme a due agenti e rimasero tutti e tre impressionati da quella scena terribile. Un omicidio di una violenza inaudita, con la stanza che sembrava un vero e proprio mattatoio. La segretaria stava seduta vicino alla porta d’ingresso dello studio incapace di entrare di nuovo nel bagno per vedere Melanie. Con le mani sul volto non riusciva a smettere di piangere.
Dopo qualche minuto arrivò anche l’ambulanza per prelevare il corpo della dottoressa e portarlo via. I due infermieri scesero dall’automezzo e con una barella caricarono il corpo straziato della donna dopo averlo avvolto in un sacco di plastica nera.
Bauer si avvicinò quindi alla segretaria, per cercare di fare qualche domanda, pur sapendo che lo shock che aveva avuto doveva essere stato devastante. Ma era il suo lavoro e purtroppo doveva farlo, anche in circostanze come quella.
"Capisco il suo stato d’animo signorina Lenthon e capisco anche che lo shock per lei è stato terribile, ma le sarei grato se potesse rispondere ad alcune mie domande" disse gentilmente alla donna.
"Si, naturalmente, lo so che è compito suo quello di fare domande." rispose lei con la voce impastata dai singhiozzi.
"A che ora è entrata nello studio questa mattina?"
"Erano da poco passate le 8. Ho aperto la porta con le chiavi e subito ho notato una scarpa della dottoressa laggiù, sotto la sedia. Mi sono subito insospettita e quando ho visto la porta del bagno aperta e ho sentito il rumore dell’acqua che scorreva dal rubinetto, ho pensato che forse Melanie era lì dentro a lavarsi le mani. Ma poi, appena sono entrata nella stanza e l’ho vista in quel lago di sangue ..." e non riuscì più a finire la frase, scoppiando di nuovo in lacrime.
"Il rubinetto dell’acqua quindi era già aperto quando lei è entrata?"
"Si, certamente, ho sentito l’acqua scorrere appena messo piede nello studio."
"E non ha toccato nulla prima del nostro arrivo?"
"No, assolutamente nulla. Ero troppo sconvolta e sono corsa via dalla stanza per chiamarvi e poi mi sono seduta qui ad aspettare" continuò tra i singhiozzi.
"Signorina Lenthon, sapeva se per caso la dottoressa aveva dei nemici? Oppure qualcuno che avrebbe potuto farle del male o addirittura ucciderla?"
"No, assolutamente no, era una persona così dolce e adorabile. Tutta casa e lavoro. E tutti l’amavano. Non riesco proprio a spiegarmi chi può averla uccisa. E in quel modo orribile poi."
"Si, proprio in quel modo orribile. L’assassino ha dimostrato una freddezza e una ferocia incredibile, colpendola prima alla gola e poi ripetutamente su tutto il corpo. Da come ha ridotto la poveretta, doveva essere in preda ad un raptus che lo ha spinto ad accanirsi sul corpo della donna come una belva impazzita. Oppure la odiava a tal punto da volerla distruggere fisicamente, spinto da un desiderio irrefrenabile di annientarla." aggiunse George, uno dei due poliziotti venuti con Bauer.
"Qualcuno sapeva che la dottoressa era qui in studio a quest’ora?" chiese di nuovo Bauer
"Beh, a dire il vero, tutti sapevano che la dottoressa rimaneva qui in studio se aveva del lavoro urgente da sbrigare. E quando questo accadeva, di solito andava via verso le 8 del mattino seguente, sapendo che tanto io sarei arrivata poco dopo per archiviare i risultati del suo lavoro."
"E così l’assassino oltre a sapere che la dottoressa era qui, sapeva probabilmente di avere anche pochi minuti a disposizione per compiere il suo delitto, visto che a quanto mi ha detto deve essere andato via pochi attimi prima del suo arrivo."
"Si, credo anche io che se ne sia andato poco prima che arrivassi io" rispose la donna automaticamente senza dare peso alle parole che diceva.
"In ogni modo signorina Lenthon, per ora è tutto ma la prego di restare ancora a nostra disposizione se abbiamo bisogno di altri dettagli."
"Certo capitano, può contare su di me" disse la donna abbassando lo sguardo sulle sue mani che tremavano come foglie, e che continuava a strofinare l’una contro l’altra cercando di di scaricare la tensione e di dimenticare tutto quello che aveva visto.
Ma dentro di sé sapeva che non avrebbe mai dimenticato.
Il capitano e i due agenti lasciarono quindi lo studio e risalirono in macchina.
"Quello che non capisco è perché un assassino che sa di avere i minuti contati, si ferma per aprire il rubinetto dell’acqua calda, magari per lavare le tracce di sangue dalle mani o dal vestito o forse per ripulire l’arma del delitto. Non sarebbe stato più semplice scappare via portando con se l’arma usata, e poi ripulire tutto in qualche altro posto? Chi glielo avrebbe impedito?" disse Bauer.
"E non si può neanche sospettare che il rubinetto fosse stato aperto dalla dottoressa perché non c’erano tracce d’acqua sulle sue mani, né sul corpo. Le uniche tracce erano vicino al lavandino, segno che chi l’ha usato si trovava lì vicino. C’è qualcosa di poco chiaro in quella scena. Qualcosa fuori posto che non suona nel modo giusto e che non mi convince. E poi non mi convince neanche il fatto che l’assassino abbia portato con sé l’arma del delitto. E’ contraddittorio il fatto che prima l’assassino si avventa contro la vittima con una violenza inaudita e poi di colpo sembra riacquistare la lucidità e si mette ad aprire il rubinetto, a riporre magari l’arma in tasca e a scappare via con calma. Ci sono troppi particolari che non combaciano, non crede anche lei capitano?"
"Si, anche io sono molto perplesso su quello che può esser davvero accaduto, e anche io trovo strano il comportamento dell’assassino subito dopo l’aggressione. L’unico motivo che in questo momento mi viene in mente è che forse l’assassino ha portato via l’arma del delitto perché sapeva che lasciandola lì, ci avrebbe fornito qualche elemento importante per poterlo rintracciare. Ma sento che c’è qualcosa che mi sfugge e che ancora non capisco." aggiunse il capitano "Comunque è meglio fare una visitina in ospedale ora, voglio sentire il medico legale per i risultati dell’autopsia della vittima."
Helena era appena uscita dalla doccia ed entrando in camera da letto, si era lasciata cadere a corpo morto sul letto. Si sentiva distrutta, esausta, come se avesse trascinato il mondo intero sulle spalle. Rimase per qualche istante con lo sguardo fisso al soffitto, respirando profondamente, e quasi senza accorgersene si addormentò, nella speranza di riprendere il sogno brutalmente interrotto poche ore prima.
Nel frattempo il capitano raggiunse l’ospedale per incontrare il dottor Coleman per chiedergli i risultati dell’autopsia. Lo incrociò per caso nella sala d’aspetto.
"Buon giorno dottor Coleman, sono il capitano Bauer del Dipartimento di Polizia, la stavo proprio cercando per avere notizie sul delitto della dottoressa Power."
"Si lo immagino, ho appena dato il rapporto alla mia segretaria per trascriverlo. Sarà pronto in pochi minuti."
"Nel frattempo mi può dare la sua opinione personale?"
"Certamente. Le ferite inferte erano molto profonde ma quella fatale è stata senza ombra di dubbio quella alla gola. La morte deve essere sopraggiunta quasi immediatamente a causa dell’emorragia. Tutte le altre ferite sono state inferte subito dopo la prima e alcune di queste anche dopo la morte della donna."
"Dopo la morte della donna? Ne è sicuro?"
"Si, perché alcune di quelle ferite non sanguinavano, e questo dimostra che al momento in cui sono state inferte il cuore era ormai fermo e quindi la dottoressa doveva essere già morta."
"E quindi la ferita mortale alla gola è stata la prima in ordine di tempo?"
"Si, ne sono più che certo. Forse l’assassino, dopo aver ucciso la vittima, è stato preso da una sorta di raptus che lo ha portato ad infliggere ulteriori ferite al corpo ormai inerte della donna. Quasi volesse scaricare la rabbia che aveva dentro contro quel corpo senza vita."
"Si, abbiamo notato anche noi la violenza che ha usato."
"E poi ho anche notato una cosa strana" continuò il dottore.
"Quale cosa strana?" chiese Bauer incuriosito.
"Ho notato che nel caso della prima ferita, quella alla gola, il taglio era netto. Voglio dire che nonostante lo squarcio fosse molto profondo, i bordi della ferita erano molto nitidi, come se fossero stati fatti dalla lama di un rasoio. Mentre i lembi di tutte le altre ferite non erano così netti e sembravano quasi fatti da un’arma differente dalla prima. Da una lama grezza e non affilata. Mi ha dato quasi l’impressione che le ferite fossero state inferte da due armi differenti. Anche se ovviamente non posso asserirlo con certezza. Avete trovato l’arma del delitto?"
"No, purtroppo no l’abbiamo ancora trovata, ma sulle basi di quello che mi sta dicendo ce ne potrebbero essere due allora?"
"No, non mi fraintenda. Io non ho detto questo. Io ho solo detto che i tagli sul corpo della donna sono diversi e che potrebbero essere stati inferti da due lame diverse. Ma non posso dirglielo con certezza."
"Comunque potrebbe essere un elemento utile per l’inchiesta e lo terremo in considerazione. Grazie dottor Coleman."
"Spero di esservi stato di aiuto. Provate a passare dalla segretaria, forse nel frattempo la ragazza ha già trascritto il mio rapporto" rispose il dottore.
Bauer lasciò l’ospedale e risalì in macchina preoccupato che anche questo caso potesse diventare come tanti altri e potesse essere archiviato con l’etichetta ’insoluto per mancanza di indizi’.


Cap 3

Tornò alla centrale per cercare negli archivi notizie riguardanti la dottoressa Melanie Power. Aveva un curriculum vitae davvero invidiabile. Si era laureata molto giovane e aveva preso la specializzazione in psichiatria. Aveva iniziato a lavorare in ospedale ma dopo poco tempo cambiò per entrare nello staff medico di una clinica privata. Poco dopo però lasciò anche questo secondo lavoro per via di alcuni dissapori col primario. E circa un mese prima di essere uccisa, decise di aprire un suo studio con annesso anche un laboratorio di analisi, e il lavoro andava avanti molto bene e le dava anche molte soddisfazioni.
Bauer lesse e rilesse più volte quelle notizie, riflettendo in particolar modo sui dissapori che si erano creati tra lei e il primario della clinica presso cui aveva lavorato per quel breve periodo. Se davvero aveva avuto degli attriti con lui, avrebbe potuto benissimo avere altri dissapori con altre persone conosciute in precedenza nell’ospedale in cui aveva lavorato o anche in altri ambienti che era solita frequentare. E tra queste poteva trovarsi la persona che l’aveva uccisa per motivi che non conosceva ancora. Ma se davvero era così, allora l’inchiesta sarebbe diventata come cercare un ago in un pagliaio, e trovare l’assassino non sarebbe stato affatto semplice.
Passò quasi l’intero pomeriggio negli archivi a leggere notizie, sfogliare documenti, ma alla fine, non trovò nulla che potesse essere in qualche modo d’aiuto nell’inchiesta. Fece le copie dei documenti trovati e li mise in una cartella. Vide dall’orologio sul tavolo che erano ormai le 9 di sera e decise di tornare a casa con le copie fatte per cercare di analizzarle più a fondo.
Raggiunse la sua abitazione rimettendosi subito al lavoro. Ma non durò più di mezz’ora visto che la stanchezza di quella giornata cominciò a prendere il sopravvento costringendolo ad andare a letto. Nonostante la difficoltà ad addormentarsi come sempre succede quando si è troppo stanchi, il sonno fu profondo e tranquillo, senza incubi. Ma dopo solo poche ore fu il trillo del telefono a svegliarlo di soprassalto strappandolo al sonno.
Si girò di scatto verso il telefono.
"Pronto?"
"Capitano Bauer sono George, mi dispiace svegliarla a quest’ora, ma purtroppo ho delle brutte notizie. Abbiamo un’altra vittima."
"Un’altra vittima?" chiese il capitano mentre cercava rapidamente di disperdere le ultime tracce del sonno.
"Si, abbiamo ricevuto poco fa una telefonata da parte di un certo signor Phillips, che diceva di aver sentito delle urla agghiaccianti provenire dall’appartamento vicino al suo, subito seguite da un profondo silenzio. Si è subito allarmato, temendo che fosse successo qualcosa di grave e ci ha chiamati per dirci di andare a dare un’occhiata all’appartamento. Ci siamo recati sul posto e abbiamo dovuto sfondare la porta per entrare e ci siamo trovati di fronte una scena simile a quella di ieri."
"Oh cielo !!" esclamò Bauer, e poi aggiunse "George tu sei ancora lì nell’appartamento in questo momento?"
"Si capitano, siamo ancora qui nella casa della vittima, ma sarebbe meglio se venisse anche lei."
"Certo, sarò lì in un attimo. Dammi l’indirizzo."
George diede l’indirizzo al capitano che saltò giù dal letto vestendosi di corsa e precipitandosi in strada. Saltò in macchina e partì come un fulmine.
Era ancora notte fonda e questo gli permise di raggiungere il posto in pochi minuti. Corse su per le scale incrociando proprio in quel momento gli infermieri che stavano portando via il cadavere della vittima. Li fermò e aprì solo un lembo dell’involucro di plastica, trovandosi di fronte un altro viso di donna, con la gola squarciata e gli occhi sbarrati in una maschera di terrore. Richiuse l’involucro e raggiunse George nell’appartamento. Lesse l’etichetta sulla porta. ’Miss Laura Lecomte’
"Buon giorno capitano, eccoci di nuovo. Sembra una copia esatta dell’altro omicidio. Appena siamo arrivati, abbiamo suonato il campanello ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Abbiamo dovuto sfondare la porta e appena siamo entrati abbiamo sentito subito un fruscio soffocato provenire dalla cucina. Ci siamo precipitati e abbiamo trovato la donna morta distesa sul pavimento, con la gola squarciata proprio come quella di ieri e anche lei aveva molte altre ferite su tutto il corpo proprio come l’altra. Ma quello che ci ha colpito è stato di nuovo il rubinetto dell’acqua calda aperto, che provocava il rumore che abbiamo sentito appena entrati in casa."
"Non avete notato altri particolari?"
"No, niente altro. Solo il fatto che la vittima non era giovane come la precedente. L’ha vista capitano?"
"Si, ho incontrato gli infermieri mentre la trasportavano giù e si, hai ragione. La signorina Lecomte era molto più anziana della dottoressa Power. A occhio e croce doveva avere una cinquantina d’anni mentre l’altra non credo ne avesse più di una trentina."
"Si, ma a parte la differenza di età, tutto il resto sembra coincidere."
"Viveva da sola?"
"Si, ho interrogato il vicino di casa che ci ha chiamati e mi ha detto che la donna era divorziata e viveva da sola nell’appartamento. Ha solo notato che ultimamente un uomo le faceva visita molto spesso. Forse un suo nuovo compagno. Ma anche quando questo era in casa con la donna, non li aveva mai sentiti urlare o litigare. Mi ha anche detto che la donna era un’infermiera e faceva assistenza domiciliare ai malati e soprattutto agli anziani."
"E non ti ha detto niente altro?"
"No, niente altro. Solo che conduceva una vita molto tranquilla e si faceva gli affari suoi senza impicciarsi in quelli degli altri."
"E che mi sai dire dell’arma usata? L’avete trovata?"
"No, non l’abbiamo trovata e questo è un altro punto in comune con l’altro omicidio. Tutto farebbe pensare che la mano che li ha commessi sia la stessa, ma per ora non possiamo dire niente di più preciso."
"No che non possiamo e anzi, se non riusciamo a trovare altri indizi possiamo anche dire che non abbiamo assolutamente nulla in mano che ci possa aiutare per le indagini" aggiunse Bauer con un gesto di stizza.
Nello stesso momento Helena stava ritornando a casa. Poggiò la borsa sul tavolo della cucina mentre la sua mente vagava ancora confusa e spaventata e sentiva solo il bisogno di stendersi un po’ e di riposare. Tutto intorno a lei sembrava girare confusamente come un inquietante carosello. Si avvicinò alla finestra e mentre chiudeva i vetri per riposarsi un po’, sentì in lontananza le sirene della polizia che andavano e venivano dalla casa di Laura Lecomte che non era molto lontana da lì, lasciando lunghe scie sonore lungo le strade.
Si sedette sul bordo del letto con le mani in grembo, e le dita che si intrecciavano nervosamente come per cercare di scaricare la tensione.
Ma il trillo del telefono la fece saltare come una molla. Seguito subito da un secondo trillo.
Bauer uscì dalla casa con George e salirono tutti e due in macchina.
"Due omicidi nella stessa giornata sono sufficienti a farti saltare i nervi. Soprattutto poi quando sono così violenti e brutali come questi ultimi due" disse George.
"Forse è vero che sono stati causati dalla stessa mano, ma è meglio attendere il risultato delle analisi del dottor Coleman sull’autopsia della donna." aggiunse Bauer "Proviamo ad andare ora da lui, in caso arrivassimo troppo presto lo aspetteremo lì. Forse l’attesa ci potrà aiutare a pensare."
E così fecero, dirigendosi verso l’ospedale dove proprio Bauer era stato appena poche ore prima.
Ma mentre George guidava, Bauer non riusciva a smettere di pensare.
Se l’assassino era lo stesso, e più ci pensava e più si convinceva che fosse proprio così, probabilmente doveva trattarsi di un altro dei soliti serial killers. Ma cosa lo spingesse ad uccidere era ancora un mistero, e soprattutto perché lo facesse in maniera così violenta e furiosa. Le due vittime non avevano apparentemente nessun legame, ma era facile pensare che se l’assassino era lo stesso, probabilmente un filo conduttore ci doveva essere, anche se non sapeva al momento quale fosse. Ed era proprio questo il problema. Era sicuro che se avesse in qualche modo trovato qualche legame tra le due vittime, questo gli avrebbe permesso anche di risalire al probabile assassino.
Ma per far ciò doveva conoscere di più sulla vita delle due donne, riguardo al loro passato sperando davvero di riuscire a trovare qualcosa. Al momento si trovava solo alla fine di un binario morto. Con un assassino e due vittime, e niente altro. E riguardo all’arma? In entrambi i casi non avevano trovato nulla, ma avevano solo potuto supporre che tipo di arma avesse usato, dal tipo di ferite trovate sui corpi delle vittime. Ma dove era? Perché l’assassino la nascondeva portandosela dietro? Forse l’arma nascondeva davvero qualcosa che avrebbe potuto identificarlo? Forse era davvero così, o forse no, ma purtroppo in entrambi i casi non era stata trovata.
Raggiunsero l’ospedale e si rivolsero all’infermiera all’ingresso.
"Il dottor Coleman è impegnato in questo momento, ma se volete posso avvertirlo che voi siete qui" disse la ragazza.
Si sedettero sulle poltrone all’ingresso in attesa del ritorno dell’infermiera.
Dopo circa mezz’ora, videro il dottore uscire da una stanza e incamminarsi lungo il corridoio. Bauer si alzò andandogli incontro.
"Salve capitano" disse "sembra quasi che qualcuno si stia divertendo a giocare con i coltelli."
"Si, sembrerebbe proprio così. Cosa mi può dire della donna?"
"Sembra proprio una situazione analoga alla precedente. Il corpo presenta una ferita molto profonda alla gola che ha causato la morte della donna e poi le altre ferite sono state inferte subito dopo quella prima, mortale, ma questa volta tutte le ferite sono state inferte quando la donna era ancora in vita, prima del suo decesso clinico."
"E cosa mi può dire circa le caratteristiche delle ferite? Sono diverse come nel caso dell’altra donna?"
"No, questa volta sembra che tutte siano state procurate con lo stesso tipo di lama. Non ho notato differenze tra la ferita alla gola e quelle sul reso del corpo. L’unica differenza che ho notato rispetto all’altra vittima, è che in questo caso i lembi delle ferite non sono affatto netti, e questo potrebbe indicare che l’arma usata non era molto affilata come quella usata per l’altro delitto."
"Beh, questo sarebbe davvero inusuale visto che in casi come questo, un assassino cerca sempre di usare armi efficienti che possano anche uccidere rapidamente. E non armi rozze."
"Beh, non saprei cose dirle in proposito, ma credo che potremmo saperne molto di più quando potemmo leggere nella sua mente. Cosa pensa che voglia dimostrare facendo tutto questo? E cosa lo spinge a fare tutto questo? Avete trovato nulla di nuovo?"
"No, dobbiamo ancora scoprirlo e purtroppo non abbiamo molti elementi da mettere insieme" rispose il capitano.
"Posso immaginare che non è mai facile in casi come questo. Ora però mi dispiace ma vi devo lasciare perché ho del lavoro urgente da sbrigare. Ma potete trovarmi qui in qualunque momento" disse il dottore salutandoli con una stretta di mano e allontanandosi a passo svelto.
Bauer e George si incamminarono entrambi verso l’uscita dell’ospedale.
Era ormai giorno e appena uscirono, il calore del sole li avvolse come un caldo abbraccio. Anche se era inverno, il tempo non era affatto freddo durante il giorno nonostante le temperature calassero bruscamente durante la notte.
"Tutte e due le vittime lavoravano in ospedale o in cliniche private, giusto?" sottolineò Bauer "la prima era una dottoressa e la seconda un’infermiera. Potrebbe essere un legame non credi? Ma è troppo debole. E inoltre, in entrambi i casi, sembrerebbe che la vittima conoscesse bene il suo assassino visto che tutte e due le donne hanno aperto la porta per farlo entrare. Deve essere quindi una persona che loro conoscevano molto bene, altrimenti non lo avrebbero mai fatto accomodare in casa. E a giudicare dalla violenza dei colpi inferti alle vittime, dovrebbe essere probabilmente un uomo. Una donna non avrebbe così tanta forza da ridurre una persona in quello stato. Dobbiamo investigare più a fondo nel giro delle conoscenze delle due vittime e anche nel giro delle persone con cui lavoravano. Torniamo alla centrale per cercare in archivio notizie sul passato delle due donne, sperando di non ricevere ulteriori brutte notizie nel frattempo."
Ma purtroppo la sua preoccupazione non risultò infondata.


Cap 4

La sera dopo, Helena era in cucina a preparare la cena ascoltando alla radio la sua musica preferita. Adorava la musica e l’ascoltava spesso durante la giornata. Era appena ritornata dal lavoro ed aveva un discreto appetito.
Lavorava come segretaria e nonostante il suo lavoro non fosse nulla di speciale, le consentiva di vivere abbastanza bene visto che lo stipendio era buono anche per via di ore di straordinario che faceva durante la settimana. E il lavoro straordinario le veniva pagato anche molto bene, nonostante la costringesse a stare fuori casa dalle 8 di mattina fino all’ora di cena e quella sera si sentiva davvero esausta. Aveva ancora i vestiti addosso perché era troppo stanca per cambiarli con altri più confortevoli.
Lo avrebbe fatto subito dopo mangiato e dopo una bella doccia.
Si stava preparando una buona insalata quando il trillo del telefono la paralizzò.
Mise giù lentamente il coltello che aveva in mano e che stava usando per tagliare l’insalata, rimanendo in piedi impietrita, in attesa, con lo sguardo rivolto all’apparecchio appeso al muro davanti a lei.
Era spaventata.
Attese il secondo trillo e poi il terzo. Si avvicinò al telefono e sollevò la cornetta.
La solita voce disse.
"Ciao Helena, ti ricordi di Ester?" disse la voce, seguita da un secco ’click’.
Subito un nodo le si strinse in gola e riuscì a scioglierlo solo sforzandosi di respirare con un colpo secco di tosse, riagganciando poi istintivamente il telefono, come un robot.
Rimase per qualche attimo attonita, in preda a convulsioni e giramenti di testa. La nausea le rivoltava lo stomaco e tutti gli oggetti della stanza sembravano girare intorno a lei mentre la luce della lampada le passava davanti agli occhi come un soffice pennello luminoso.
Ma tutto si calmò quasi immediatamente e quella sensazione sgradevole cessò.
Andò nella camera da letto per prendere il soprabito e poi di nuovo in cucina per prendere la sua borsa. Lasciò la casa, chiuse a chiave e si incamminò a passo svelto lungo la strada.
La notte era abbastanza fredda ma l’aria era asciutta. Si diresse verso la sua auto affrettando il passo, quasi fosse preoccupata di arrivare in ritardo. Doveva andare abbastanza lontano e doveva per forza prendere la macchina altrimenti non avrebbe mai fatto in tempo.
Salì in fretta nell’auto, dirigendosi veloce verso la periferia della città.
Dopo circa 5 chilometri lasciò la strada principale per inoltrarsi in una stradina di campagna. Avrebbe raggiunto l’abitazione in pochi minuti ma doveva guidare lentamente per non allarmare la persona che abitava nella casa. Appena la vide in lontananza rilasciò l’acceleratore e la macchina cominciò a rallentare fino a fermarsi. Vedeva le luci delle finestre accese mentre il cuore le agitava il petto come fosse una molla che le rimbalzava impazzita nel petto. Il respiro le si bloccò per un istante, facendole riprovare la sgradevole sensazione che aveva provato un attimo prima in casa sua. Ma anche questa volta sparì dopo qualche attimo. Inserì di nuovo la marcia e si fermò proprio a pochi metri dal cancello. Scese lentamente dall’auto cercando di fare meno rumore possibile, aprendo lentamente la portiera e chiudendola solo appoggiandola e spingendola con la mano, senza sbatterla.
Guardando attraverso il cancello, riusciva a vedere due finestre illuminate. Scavalcò le sbarre incamminandosi verso la casa, cercando di rimanere il più possibile nell’ombra per evitare di essere vista da chi stava all’interno. I piedi scivolavano sull’erba bagnata senza alcun rumore, mentre gocce di umidità le bagnavano i pantaloni e le caviglie. Raggiunse il muro esterno della casa col cuore in gola e si adagiò lungo la parete socchiudendo gli occhi per un istante. Si sentiva terrorizzata, ma non capiva perché. Non aveva mai provato quella sensazione prima ed era spaventata dal fatto di provarla proprio in quel momento. Rimase con le spalle appoggiate al muro di cinta per riprendere fiato, come se avesse corso per chilometri e chilometri, mentre invece aveva percorso solo i pochi metri che separavano la casa dal cancello.
Fece un profondo respiro e si avvicinò alla prima delle due finestre illuminate. Si sporse per vedere dentro. Era la cucina, ed era deserta. Solo pochi piatti e un bicchiere occupavano il tavolo al centro della stanza. Si trascinò lungo la parete passando davanti ad altre due finestre buie, fino a raggiungere alla fine l’altra illuminata. Si sporse di nuovo, riconoscendo subito la stanza da bagno e dai rumori che sentiva provenire dall’interno, sembrava che qualcuno si stesse preparando per fare una doccia. Attraverso il vetro, la stanza era avvolta da una densa nebbia per via dell’acqua calda che fuoriusciva dai rubinetti aperti e, attraverso quella coltre, poteva vedere distintamente la sagoma di una donna all’interno.
Rimase a fissarla per qualche attimo, quasi per imprimersi quell’immagine nella mente.
Ritrasse la testa per trascinarsi di nuovo lungo il muro fino a raggiungere di nuovo la prima finestra illuminata. Poggiò la mano sul vetro e la spinse per aprirla.
Era chiusa.
Riprovò a spingere più energicamente ma non si muoveva. Si spostò allora per cercare di passare attraverso una delle altre due finestre buie. Spinse sul vetro della prima e, nonostante al primo impatto sembrasse bloccata, la sentì cedere lentamente, man mano che spingeva. Continuò a spingere finchè questa si sbloccò di colpo, aprendosi con uno stridio del legno.
Si fermò all’istante spaventata, voltando lo sguardo verso la finestra del bagno. In ascolto. Con gli occhi sbarrati in silenzio. Terrorizzata dall’idea che la donna avesse potuto sentire quel rumore.
Ma il rumore dell’acqua scrosciante aveva coperto quello del legno che si apriva e dopo qualche istante di panico capì che poteva proseguire tranquilla. Si arrampicò con le mani sul davanzale della finestra scivolando dentro come un serpente.
Raggiunse con le mani il pavimento dall’altra parte e si inginocchiò alla base della finestra, nell’oscurità fermandosi un attimo per permettere agli occhi di abituarsi al buio. Era una camera piccola, semivuota, forse lo studio della donna che viveva nella casa. Camminando accovacciata sul pavimento si avvicinò alla porta aperta che dava sul corridoio. Si sporse oltre lo stipite per dare un’occhiata, ma non c’era nessuno. Poteva solo vedere chiaramente alla fine del corridoio la luce proveniente dal bagno con una densa nuvola di vapore che fuoriusciva dallo specchio della porta.
Si alzo in piedi e camminando in punta di piedi si avviò verso la luce in fondo al corridoio. Sulla sinistra proprio accanto alla porta del bagno c’erano due mensole basse con sopra dei libri e altri oggetti, che la costrinsero a chinarsi e a passare sotto anche per evitare di esporsi troppo alla luce che proveniva dalla porta. Mentre proprio davanti alla porta del bagno, sulla parete opposta, spiccava un mobile basso con una grande specchiera appoggiata sopra.
Arrivò carponi vicino allo stipite della porta del bagno, poggiandosi con le spalle al muro. E solo allora vide la sagoma della donna riflessa nello specchio del mobile sulla parete del corridoio e si accovacciò ancora di più per evitare che la donna la potesse vedere riflessa nello specchio, così come la stava vedendo lei. Si girò di fianco sporgendo appena la testa per vedere all’interno e la vide in piedi davanti allo specchio del bagno con in dosso solo slip e reggiseno, in procinto di entrare sotto la doccia. La donna era con le spalle alla porta e così non poteva vedere gli occhi di Helena che la osservavano da dietro lo stipite e il vapore era così denso che Helena dovette strizzare gli occhi più volte per evitare che cominciassero a lacrimarle impedendole di vedere bene.
Sempre rimanendo nascosta dietro l’angolo, aprì la borsa estraendo lentamente l’arma, impugnandola saldamente e nascondendola dietro la schiena. Era quello il momento adatto per entrare, perché l’altra persona si stava specchiando e non avrebbe potuto vedere lei che si avvicinava, se non all’ultimo minuto.
Ma a quel punto sarebbe stato troppo tardi.
Scivolò, rialzandosi, lungo lo stipite della porta, ma appena mise il piede nella stanza, fu subito fulminata dalla stessa sensazione di stordimento che le era capitata prima. Chiuse immediatamente gli occhi strofinandoli con i polpastrelli della mano libera, mentre una miriade di puntini bianchi le comparivano nel buio dei suoi occhi chiusi. Fece un profondo respiro appoggiata al montante di legno ed entrò nella stanza brandendo l’arma nella mano.
Appena fu a mezzo metro dietro di lei, la donna vide la sagoma di Helena riflessa nello specchio, che si avvicinava con la mano alzata che brandiva un oggetto luccicante. Si girò di scatto urlando, alzando le mani verso la mano armata di Helena per fermarla.
Ma non fece in tempo e la lama affondò completamente nella sua spalla sinistra, fino al manico.
La donna si accasciò a terra urlando, la lama sgusciò fuori dalla ferita, mentre fiotti caldi di sangue uscivano dallo squarcio nella carne, inondando il pavimento del bagno. Helena alzò la mano per colpire ancora, ma stavolta le mani della donna riuscirono a bloccarle il polso. Iniziò una lotta furibonda e la donna ferita sembrava avere la meglio su Helena. Ma in un attimo, con un brusco movimento, Helena colpì duramente l’altra con una ginocchiata allo stomaco. La donna ebbe un brusco sussulto all’indietro per il dolore e allentò la presa sulla mano di Helena, che approfittò di quell’attimo per affondare per due volte la lama nel braccio della vittima, lasciando due lunghi squarci e portando via frammenti di muscoli e tendini estirpandoli dal braccio. La donna si spinse con le gambe indietro cadendo di nuovo a terra distesa sulla schiena, mentre Helena si preparava per assalirla di nuovo come una furia selvaggia. Le salì sulle gambe per immobilizzarla alzando la lama con entrambe le mani, pronta a colpirla di nuovo con la stessa ferocia.
Ma uno squillo del telefono la paralizzò.
Si bloccò pietrificata, in preda al terrore con le mani alzate pronte a colpire, girandosi poi di scatto verso la porta aperta. Il respiro le morì in gola. Gocce di sudore le colavano lungo il viso e lungo le braccia gocciolando dalle mani. Il caldo della stanza la stava soffocando e quel rumore l’aveva terrorizzata.
Mentre la donna sotto di lei si lamentava per il dolore Helena sembrava come un animale che si sente improvvisamente in pericolo, con lo sguardo impietrito sul rettangolo buio della porta, senza sapere cosa fare.
Seguì un altro squillo, improvviso come il primo, e subito il panico la aggredì in maniera devastante. Abbassò l’arma lentamente, mentre il suo sguardo si posava sulle sue mani insanguinate e sul corpo straziato della donna sdraiata sotto di lei.
Il suo viso divenne in un istante una maschera di terrore nel vedere tutto quel sangue e la donna ormai morente che si contorceva per liberarsi dal suo peso.
Un terzo squillo sembrò farle esplodere la mente in mille scintille di terrore.
Si sentiva persa e non sapeva cosa fare.
Voleva urlare ma non poteva. Il panico la stava paralizzando e non ricordava chi fosse e cosa ci facesse lì.
Un altro squillo, subito seguito dal breve fischio della segreteria telefonica che scattava, con una voce che iniziava a leggere il messaggio.
"Non sono in casa, lasciate per favore un messaggio e vi richiamerò appena possibile."
Un secondo fischio terminò il messaggio subito seguito da una voce maschile.
"Ciao Ester, so che sei a casa ma se non mi rispondi so anche che sei impegnata. Il convegno è stato cancellato e sarò lì da te tra 5 minuti. Non vedo l’ora di riabbracciarti" e poi la voce cessò.
Helena subito si alzò guardando freneticamente intorno a se per cercare non sapeva neanche lei cosa.
I suoi occhi giravano intorno nella stanza come leoni in gabbia. Le mani le tremavano per la paura. La persona che aveva lasciato il messaggio stava per arrivare lì in pochi minuti e doveva fuggire.
La donna a terra si lamentava, era ancora viva, ma non poteva aiutarla.
Doveva per forza scappare. Via. Lontano. Più lontano possibile. Si avvicinò di scatto verso il lavandino mettendo la lama sotto l’acqua corrente e subito le gocce d’acqua si tinsero di rosso.
Ma in una frazione di secondo capì che era tutto inutile e con un gesto di stizza richiuse il rubinetto lanciando l’arma contro la finestra.
Il vetro esplose in mille pezzi mentre Helena saltando sopra il corpo della donna, si precipitò fuori della porta del bagno. Attraversò di corsa il corridoio spingendo violentemente la porta di casa e attraversando il giardino come una furia. Saltò in macchina e partì sgommando, mentre il mondo intorno sembrava essersi fermato attorno a lei, e l’unico rumore che riusciva a sentire era quello del suo cuore che sembrava sul punto di scoppiare.
La donna nel bagno era ancora distesa a terra.
Respirava con affanno in un lago di sangue, accasciata accanto alla vasca da bagno. Cercò di muoversi allungando con un gesto disperato le mani verso la porta per cercare forse qualche appiglio per rialzarsi, ma era troppo debole.
Aveva perso troppo sangue.
Riprovò una seconda volta con le braccia che si stiravano in direzione della porta, quasi per cercare salvezza, ma inutilmente. Ricadde a terra pesantemente, con le braccia tese in un ultimo inutile sforzo e le mani che sbatterono pesantemente per terra sulle mattonelle. Con le dita che si contraevano tremando sul pavimento, come in un gesto disperato di aggrapparsi a qualcosa. Ma tutto fu inutile e mentre l’aria gelida della notte entrava dal vetro rotto della finestra rinfrescando l’aria nella stanza e liberandola dal vapore, la vita della donna sfumava con un ultimo respiro da quel corpo martoriato.


Cap 5

Dopo alcuni minuti, un’auto si fermò davanti al cancello, e l’uomo che ne scese, subito si fermò a bocca aperta appena vide la porta di casa spalancata.
Rimase fermo per un istante con gli occhi fissi su quella porta aperta, ma subito la sua mente lo riportò ad alcuni istanti prima, quando stava telefonando alla moglie ma non aveva ricevuto nessuna risposta. Aveva pensato logicamente che non potesse rispondere perché era impegnata in quel momento, ma ora, vedendo la porta spalancata, sentì dentro di sé che era successo qualcosa di grave.
Scavalcò con un salto il cancello, entrando in casa come una furia, urlando il nome della moglie. Attraversò la porta di ingresso e subito vide la luce in bagno accesa. Si precipitò e fu colpito da una coltellata al cuore appena vide quella orribile scena davanti ai suoi occhi.
Il corpo massacrato della moglie, accovacciato sul pavimento accanto alla vasca, in una lago di sangue. Subito si inginocchiò per soccorrerla. Le mise due dita sulla giugulare, ma inutilmente.
Non c’era più battito. Era morta.
Si rialzò in preda al panico più cieco, con lo sguardo perso. Terrorizzato. Mentre sentiva il cuore scoppiagli nel petto per l’orrore e per il dolore.
Chi aveva potuto fare una cosa del genere, e perchè?
Se solo avesse rifiutato quel maledetto invito per il convegno. Se solo fosse rimasto a casa con lei. Ora sarebbe ancora viva. Lo shock era terribile. E dalle ferite che ancora sanguinavano, capì che l’assassino doveva essere scappato via pochi attimi prima del suo arrivo, e solo per poco non lo aveva incrociato.
E avrebbe davvero voluto averlo tra le mani in quel momento.
Mentre i suoi occhi ruotavano in giro in preda alla disperazione, vide i pezzi di vetro ai piedi della finestra. Si avvicinò per vedere meglio, e solo allora si accorse che insieme alle schegge di vetro, c’erano altri frammenti di qualcosa che non era vetro. Erano trasparenti come il vetro, ma erano diversi. Allungò la mano per prenderne uno.
Era ghiaccio.
Erano tutti frammenti affilati di ghiaccio, simili a schegge di vetro che lentamente si stavano sciogliendo per il calore. Ma cosa ci facevano nel bagno?
Si girò disperato, di nuovo verso corpo della moglie, ma solo mentre si accingeva a ricoprirlo con un asciugamano, fece caso a degli strani segni sul pavimento che non aveva notato prima, proprio accanto alle dita insanguinate della moglie. Si avvicinò e capì subito che dovevano essere stati lasciati da lei negli ultimi istanti di vita. Segni che sembravano disegnare una specie di quadrato, con una lunga linea che usciva da uno dei quattro angoli, e che finiva proprio sulla punta dell’indice della donna. Mosse lo sguardo alle dita della moglie e poi di nuovo a quei segni, ma senza capire cosa fossero.
Li aveva lasciati lei, ma per indicare che cosa?
Si sentiva la testa che scoppiava e non riusciva a pensare, devastato com’era dal dolore.
Coprì il corpo della donna con l’asciugamano lasciando fuori la mano che aveva tracciato quello strano disegno sulle mattonelle e uscì dalla stanza vedendo sulla mensola della specchiera di fronte al bagno, la lucetta rossa lampeggiante della segreteria telefonica che stava a significare che il messaggio lasciato in precedenza non era stato ascoltato, perché la moglie non ne aveva avuto il tempo. E fu questo pensiero che lo colpì violentissimo come una scarica elettrica gettandolo nella disperazione più profonda. Perché si rese conto che proprio mentre lui stava lasciando quel messaggio, l’assassino la stava invece uccidendo.
Si diresse verso il salone e compose il numero del pronto intervento dal telefono che era in salotto, cadendo svenuto sul divano un attimo dopo aver parlato e aver riagganciato la cornetta.
La polizia arrivò quasi subito e il capitano Bauer entrò con i suoi due agenti dalla porta già aperta. Trovarono l’uomo svenuto sul divano e mentre due agenti si fermarono per soccorrerlo, il capitano si avviò verso il bagno dove scoprì il corpo della donna coperto dall’asciugamano che nel frattempo si era inzuppato di sangue. Subito la sua attenzione fu catturata dalla mano che sporgeva da sotto l’asciugamano e dagli strani segni che la vittima aveva cercato di disegnare sul pavimento prima di morire. Si inginocchiò, tirando fuori il suo taccuino dalla tasca, per appuntare quei segni su un pezzo di carta, prima che potessero essere accidentalmente cancellati o rovinati durante i rilievi della scientifica. Tutto intorno c’erano evidenti segni di una lotta furibonda intercorsa tra la vittima e il suo assassino. Non toccò nulla e chiamò altri due agenti per fare i rilevamenti necessari, deciso a parlare con l’uomo nel salotto, per cercare di sapere da lui cosa fosse realmente successo.
Il marito si era appena ripreso e stava seduto sul divano con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a lui. Poi, notando la presenta del capitano, alzò lo sguardo verso di lui.
"Ma cosa è successo?" balbettò in preda allo shock.
"Beh, dovrebbe essere lei a dirmelo. Lei è il signor Brown vero? il marito della vittima?" chiese Bauer.
"Si, sono il marito" disse l’uomo rialzandosi a fatica dal divano, appoggiando il viso tra le mani come per cercare di cancellare dagli occhi le immagini terribili che aveva appena visto "erano circa la dieci di sera, quando ho telefonato a mia moglie per dirle che stavo tornando a casa perché il meeting a cui avrei dovuto partecipare era stato annullato. Ma lei non mi ha risposto al telefono e così ho pensato che avesse da fare e non potesse venire all’apparecchio. Ho lasciato allora un messaggio nella segreteria. Ma poi, quando sono arrivato a casa 5 minuti dopo la telefonata, ho visto la porta aperta e nel bagno c’era lei. Morta. Poi sono tornato in salotto e vi ho chiamati e poi, credo di essere svenuto."
"Non ha visto nessuno lasciare la casa appena lei è arrivato?"
"No, nessuno. Era tutto buio fuori, ma se ci fosse stato qualcuno che scappava, sicuramente lo avrei visto."
"E non ha toccato nulla nella stanza dell’omicidio?"
"No, assolutamente nulla. Ho solo visto mia moglie in un lago di sangue e ho solo cercato di soccorrerla ma era ormai già morta. E allora l’ho coperta con un asciugamano. Questo è tutto. Ci sono però due cose che non capisco e che mi hanno colpito."
"Quali cose?"
"La prima è che quando ho visto la finestra rotta, e mi sono avvicinato ai vetri per terra, ho visto che insieme alle schegge di vetro, c’erano anche dei frammenti affilati di ghiaccio. Li avete visti?"
"No, non li abbiamo ancora visti. Mi faccia vedere dove li ha trovati" disse Bauer
Si spostarono tutti di nuovo nel bagno ma appena raggiunsero la porta il marito si bloccò, spaventato dall’idea di rivedere il cadavere della moglie, e si fermò fuori la porta, indicando la finestra agli agenti.
"Sono lì, e quando li ho visti stavano appena iniziando a sciogliersi. Se fate presto potreste trovarne ancora alcuni. Mia moglie faceva sempre la doccia molto calda e appena sono arrivato, l’intera stanza era avvolta dal vapore e quindi si sono sciolti molto rapidamente. Crede che possano significare qualcosa?"
"Forse si, se quello che sto pensando è vero, allora potrebbero davvero esser importanti. George, prendi tutti i frammenti che riesci a trovare e anche un po’ del liquido sciolto e mandali al laboratorio" disse Bauer avvicinandosi di nuovo alla vittima.
"E poi, la seconda cosa" continuò il signor Brown " è quello strano segno che mia moglie ha tracciato sul pavimento con le dita."
"Si, quello l’ho notato anche io", disse Bauer avvicinandosi di nuovo al cadavere delle donna, inginocchiandosi e sollevando l’asciugamano per vedere la posizione esatta del corpo. Sollevò appena un lembo dell’asciugamano e vide le profonde ferite sulla spalla e sul braccio, e anche le dita della donna appoggiate sulle mattonelle della doccia, contratte, come in un ultimo gesto disperato.
"Secondo lei cosa può significare quel disegno? Quel quadrato con quella specie di linea?"
"Non ne ho la minima idea, anzi, credo che forse proprio lei che è il marito potrebbe darci qualche indicazione a riguardo."
"Purtroppo no capitano, non mi dice assolutamente nulla quel disegno. Forse negli ultimi sprazzi di vita, mia moglie ha voluto dirci qualcosa. Magari comunicarci qualche cosa che riguardasse il suo assassino. Ma non so proprio cosa possa significare."
"Da come è messo il cadavere," continuò Bauer "si vede che la donna ha cercato in tutti i modi di aggrapparsi o di rialzarsi in qualche modo. Lo si capisce dalla posizione delle braccia che sono completamente distese davanti al corpo. E anche le dita, sono messe quasi ad indicare che volesse raggiungere qualcosa. Forse la porta, forse la vasca da bagno per riuscire a rialzarsi, ma poi, deve essere crollata a terra esausta e deve aver capito che non ci sarebbe mai riuscita e ha deciso quindi di lasciare qualche indicazione che potesse denunciare il suo aggressore. Ma cosa vuol dire, ancora non lo sappiamo."
"Se solo fossi arrivato qualche minuto prima, forse avrei potuto soccorrerla e non sarebbe morta" disse sconsolato il signor Brown.
"Sua moglie lavorava?" chiese quindi il capitano.
"Si, era una psicologa e aveva lavorato per molti anni in ospedale. Poi aveva iniziato a lavorare presso una clinica privata, ma poche settimane fa aveva lasciato il posto e in questo periodo era in cerca di un nuovo lavoro."
"Signor Brown, purtroppo dobbiamo fare ulteriori ricerche e per fare questo dobbiamo sigillare la casa. Lei ha un altro posto dove trasferirsi per qualche giorno?"
"Si, certo, ho un altro piccolo appartamento in città. Andrò a stare lì finché non avrete finito il vostro lavoro qui."
"La ringrazio, e credo che sarebbe meglio se potesse trasferirsi in città ora, così posso dire ai miei agenti di proseguire senza interruzione."
"Certo, mi dia solo il tempo di prendere alcune cose e vi lascio in pace. Ma la prego, mi faccia sapere se ci sono delle novità."
"Naturalmente signor Brown, non si preoccupi, la terremo informata sugli ulteriori sviluppi."
Mentre il signor Brown raccoglieva i suoi oggetti personali, Bauer e George rimasero nel salone.
"A cosa sta pensando capitano?" chiese l’agente.
"Sto pensando a quel ghiaccio e ai due precedenti omicidi. C’è qualcosa che mi ronza in testa e non vedo l’ora di leggere il rapporto del laboratorio riguardo a quei frammenti. Se il risultato conferma quello a cui sto pensando allora potremmo aver fatto un passo avanti."
"E cosa è di preciso quello a cui sta pensando? Che significato pensa che abbia quel ghiaccio?"
"Ripensa per una attimo ai delitti precedenti. La prima vittima, la dottoressa Power fu uccisa nel suo studio mentre invece la signora Lecomte fu assassinata a casa sua. Ma in entrambi i casi ci sono due elementi in comune. Il primo è il rubinetto dell’acqua aperto, e il secondo è il fatto che in entrambi i casi non abbiamo trovato l’arma del delitto. E ora, qui, ci ritroviamo in una stanza da bagno, dove una donna stava accingendo a fare la doccia. Non ci sono rubinetti aperti, ma guarda caso, troviamo dei frammenti di ghiaccio semidisciolti, che probabilmente appartengono ad un oggetto di dimensioni più grandi e che potrebbe essersi rotto durante la colluttazione. E tutto questo mi fa pensare ad una sola cosa. Mi fa pensare seriamente che l’arma che l’assassino ha usato per i suoi crimini, sia proprio fatta di ghiaccio."
"Un’arma di ghiaccio? Ma sta scherzando?" disse George sorpreso. Ma poi, guardando il capitano dritto negli occhi capì che non stava scherzando affatto.
"No George, non sto affatto scherzando. Segui per un attimo il mio ragionamento. Cerchiamo di fare una ricostruzione sia pur fragile della sequenza dei fatti riguardanti i tre omicidi. Nel primo omicidio, il killer dopo aver ucciso la sua vittima, butta l’arma nel lavandino e apre l’acqua calda per scioglierla. Ecco perché non ne abbiamo trovato alcuna traccia. Nel secondo caso succede la stessa cosa e l’arma usata viene sciolta nel lavandino della cucina. Ma in questo ultimo caso qualcosa è cambiato. Forse qualcosa è andato storto per qualche motivo e l’assassino non ha avuto il tempo materiale di sciogliere l’arma sotto l’