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Metrò - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 13/10/2006 alle ore 11:49:53

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1
"E dai su muoviti!! Accidenti a te!! Il semaforo è verde, che aspetti a partire??" sbottò Audrie cominciando a suonare il clacson come un’isterica, contro la macchina ferma all’incrocio davanti a lei. Aveva una fretta indiavolata e non poteva arrivare in ritardo. Ma quello, o quella, davanti a lei non accennava a muoversi. Stava quasi per scendere dalla sua auto, furiosa come non mai, quando l’altra finalmente si mosse. A quel punto affondò con rabbia l’acceleratore con un colpo secco, invadendo l’altra corsia e continuando a inveire contro l’altro conducente mentre lo superava, e a riempirlo di improperi e di gesti che davvero non si addicevano ad una donna di classe come lei. Non vide neanche chi c’era al volante, sicuramente un incapace, pensò, e sfrecciò a razzo passando a pochi centimetri dalla fiancata dell’altra auto.
Aveva da poco passato i 45 ma il suo aspetto giovanile e il suo look sempre curato, la facevano sembrare una trentenne. E la cosa le faceva decisamente piacere. Adorava sentirsi al centro dell’attenzione in tutte le situazioni e sentirsi addosso gli sguardi della gente le dava dei brividi che la facevano sentire importante.
Imboccò l’uscita dell’autostrada quasi fosse la rampa di lancio dello Space Shuttle, dirigendosi verso il centro per raggiungere quanto prima la stazione della metropolitana. Avrebbe già dovuto essere lì, ma una serie di contrattempi le avevano fatto perdere talmente tanto tempo che ora, doveva sbrigarsi per non perdersi l’ora di punta in cui la maggior parte della gente tornava a casa. Era riuscita a staccare dal lavoro in anticipo rispetto agli altri giorni e questo le aveva dato un discreto vantaggio sugli altri lavoratori che invece stavano uscendo dagli uffici proprio mentre lei stava arrivando alla stazione. Sbucò sul corso principale dopo pochi minuti e subito venne avvolta dal traffico locale che a quell’ora stava diventando, per sua sfortuna, davvero caotico.
Temeva di non fare in tempo, mentre stringeva il volante con le mani sudate.
Si mise a superare contromano come una furia, invadendo la corsia di sinistra a dispetto dei segnali stradali e dei limiti di velocità. E proprio durante il sorpasso di un camion, ebbe la brutta sorpresa di vedere una pattuglia della polizia ferma dietro l’angolo di un palazzo. Rallentò per cercare di nascondersi dietro la sagoma enorme del mezzo pesante, ma appena superò la pattuglia, subito la sirena infranse i suoi sogni di essere riuscita a passare inosservata. Vide l’auto coi lampeggianti sbucare da dietro la sagoma del camion e dirigersi verso di lei. Le si affiancò mentre uno dei due agenti le faceva segno di rallentare e di accostare sulla destra.
Con un pugno sul volante dovette ubbidire.
Si fermò qualche decina di metri più avanti seguita come un’ombra dall’altra auto. I due poliziotti scesero e le andarono incontro.
"Patente e libretto per favore" chiese uno dei due, il più giovane. L’altro rimase un po’ indietro.
Audrie diede loro i documenti appoggiando il gomito sul finestrino aperto con il mento appoggiato sul palmo della mano.
"Signora qui siamo in città, e c’è il limite a 50 Km ora. E lei andava a più di 80. Non le sembra un po’ troppo?"
"Si lo so agente, ma ho un appuntamento che non posso perdere. Se arrivo tardi è la fine."
"A volte è meglio arrivare tardi che rischiare di non arrivare affatto, non crede?" le rispose lui mentre scriveva il verbale.
"Ecco si, ora mettitici anche tu con la tua sviolinata" pensò tra sé mentre stringeva con la mano destra il volante fissando, seccata, un punto imprecisato davanti a lei.
"Ecco, firmi qui prego" disse l’agente porgendole il verbale.
Audrie sbuffò senza rispondere girandosi verso l’agente per porre la sua firma.
"Ecco fatto, ora può andare" aggiunse il ragazzo porgendole i documenti "e si ricordi di andare piano."
"Che palle!!" mormorò ancora tra sé richiudendo il finestrino e sbuffando mentre la rabbia la stava facendo bollire come una pentola a pressione.
Ripartì con calma apparente e svoltò all’incrocio successivo. Mancavano ormai pochi isolati ma il tempo sembrava scorrere inesorabile. Guardò l’orologio. Le sette e cinquanta. Aveva solo dieci minuti prima della partenza della metro. E doveva arrivare assolutamente prima che ciò accadesse, altrimenti i suoi piani sarebbero andati in fumo. Arrivò all’ultimo incrocio sperando di trovare il semaforo verde, ma appena lo vide ad una decina di metri davanti a lei, la luce divenne gialla e poi rossa.
"Accidenti pure a te, che diavolo!!!" gridò da sola dentro l’auto, sbattendo di nuovo il pugno sul volante che le rispose con un suono sordo attutito dall’imbottitura di gomma che lo rivestiva.
E si dovette fermare di nuovo in attesa del verde.
Ripartì sgommando appena la luce diventò verde e svoltò all’ultimo incrocio, trovandosi proprio nel piazzale antistante la stazione della metropolitana. Si diresse di corsa al parcheggio e trovò un posto libero, l’ultimo rimasto.
Scese dalla macchina di corsa, dirigendosi a passo svelto verso la scalinata che scendeva ai binari della metro. A quell’ora il piazzale era un vero via vai di gente. Tutti di corsa. Tutti che avevano da poco lasciato gli uffici per correre a casa e per passare la serata in famiglia. Tutti tranne lei, che voleva approfittare proprio di quel momento per realizzare il progetto che aveva in mente.
Arrivò all’inizio della rampa e già da fuori il vocio che sentiva dava un’idea della calca di gente che avrebbe trovato all’interno. Ma per lei era meglio così.
Più gente c’era e meglio era.
Diceva sempre che "nel torbido ci si confonde meglio" e confondersi era proprio quello che voleva.
Per poter agire meglio.
Raggiunse i cancelli della biglietteria e cominciò a guardarsi intorno. C’era gente davvero di tutti i tipi e di tutte le razze. Quella sera la metro sembrava davvero un porto di mare. Una coppia si stava piacevolmente sbaciucchiando dietro il distributore automatico di biglietti, mentre una mamma stava trascinando per un braccio il proprio figlio che non ne voleva sapere di salire sul treno. Dalla parte opposta invece, alcuni ragazzi si stavano allontanando abbastanza imbarazzati dall’edicola, con delle riviste sotto braccio. Sicuramente riviste pornografiche, pensò sorridendo.
E proprio mentre li osservava, l’occhio le andò per caso su una dona ferma proprio davanti all’edicola, nascosta fino ad un attimo prima dagli stessi ragazzi che si erano appena allontanati, e che ora stavano correndo verso il treno.
La vide in un attimo e capì subito che era quella la persona giusta per lei.
Si fermò a guardarla. A studiarla. A carpire ogni suo movimento prima di entrare in azione.
La donna era voltata di spalle, intenta a sfogliare una rivista dal giornalaio prima di decidersi se comprarla o no. A vederla da dietro doveva avere circa 40 anni, quasi la sua stessa età, ma con una corporatura molto più tozza e robusta, e non magra e longilinea come la sua. Indossava una camicetta color crema su un paio di blue jeans sdruciti, con una borsa sportiva aperta nella quale infilò la rivista che aveva in mano, prendendo quindi il portafoglio per pagare. Audrie le si avvicinò a passo lento, da dietro, come un giaguaro pronto a balzare sulla preda. Tenendo d’occhio la borsa e il portafoglio che la donna aveva in mano. Avanzava come un automa, con gli occhi fissi sulla donna e su ogni suo minimo movimento.
Ma soprattutto fissi sul suo portafoglio.
La raggiunse e le si mise di fianco, proprio dal lato della borsa, e mentre questa riponeva il portafoglio all’ interno, lei, con una mossa degna di Arsenio Lupin, la precedette infilando la mano all’interno e lasciando che la donna facesse cadere il portafoglio proprio sulla sua mano aperta. Lo afferrò stretto sfilando veloce la mano, prima che la donna stessa richiudesse la borsa e si allontanasse dall’edicola. Aprì con noncuranza la sua borsa facendo finta di cercare qualcosa, infilando invece all’interno l’oggetto appena sottratto.
Poi, a passo svelto si allontanò dall’edicola.
Imboccò la scala mobile che portava ai piani inferiori e al binario della linea che doveva portarla a casa, mentre stringeva soddisfatta la sua borsetta dentro la quale sentiva il gonfiore del borsellino appena sottratto.
Nessuno avrebbe mai sospettato che fosse una cleptomane. E il suo aspetto così appariscente e ben curato la aiutava molto a camuffare questa sua mania. Fin da piccola aveva sempre sentito il desiderio di rubare, e aveva iniziato come tutti gli adolescenti a fare i primi furtarelli nei supermercati. Prendendo a volte dolciumi, a volte trucchi da donna. Più di una volta era uscita dai negozi con 3 o 4 paia di calze indossate tutte una sopra l’altra, e lo stesso accadeva quando doveva appropriarsi di biancheria intima. Si nascondeva sempre nei salottini di prova e lì indossava tutti i capi che aveva preso, allontanandosi poi come niente fosse e gettando le stampelle nel cestino. Solo una volta aveva corso il rischio di essere beccata. Era successo parecchi anni prima quando era ancora giovane e forse ancora inesperta a imprese di quel genere. Era stata la prima volta che aveva provato a rubare una cinta di pelle.
Era entrata nel supermercato la mattina presto, cominciando a dare un’occhiata in giro e dirigendosi verso il reparto di pelletteria. Quel giorno non aveva messo di proposito nessuna cinta proprio per poter indossare subito quella nuova. E così infatti aveva fatto. Era entrata in uno dei salottini di prova, aveva infilato la cinta ed era uscita. Ma all’uscita del camerino aveva avuto la sfortuna di incappare in un bambino che rimase a guardarla sorpreso per il fatto di averla vista entrare con una cinta ed uscire senza nulla in mano. Lei se ne accorse e prima che il bimbo potesse correre dalla madre a spifferare tutto, lo prese per un braccio e lo fulminò con uno sguardo che sicuramente il povero bimbo non avrebbe dimenticato per parecchio tempo.
"Prova a fiatare" gli disse sottovoce "e ti brucio tutti i capelli uno alla volta. Poi ti infilo gli aghi sotto le unghie e ti strappo via tutti i denti. Mi hai capito!!" concluse scuotendo il braccio del bimbo che rimase a fissarla incredulo di quello che aveva sentito. Con gli occhi sbarrati cominciò a retrocedere verso la sua mamma, incapace di dire una parola, mentre Audrie si allontanava soddisfatta e contenta per lo scampato pericolo.
Dall’espressione terrorizzata che aveva il bambino, era sicura che non avrebbe detto nulla di quello che aveva visto.
Fu quella l’unica volta in cui rischiò di essere scoperta. Tutte le altre volte erano andate più o meno lisce. E ogni volta che riusciva ad agguantare qualcosa in quel modo, sentiva un piacere interiore che non aveva nessun termine di paragone. Era una gioia, una soddisfazione che la gratificava a livelli inimmaginabili. E più rubava e più si sentiva appagata e felice di farlo.
Mai aveva pensato di rivolgersi a qualche centro per curarsi, perché avrebbero messo fine a quel suo godimento interiore a cui non aveva nessuna intenzione di rinunciare.
Era troppo forte. Troppo bello. Troppo eccitante.
Mentre scendeva la prima rampa di scale cominciò a sentire le vampate di calore che provenivano dai tunnel sotterranei della metropolitana, insieme con quel tipico odore di macchinari che si sente sempre nelle stazioni sotterranee di tutto il mondo. Fuori faceva un caldo infernale, ma lì sotto la situazione era decisamente peggiore. Ormai ci era abituata visto che erano anni che prendeva la metro per andare in ufficio, ma in quel momento, forse per l’eccitazione che provava nello stringere la borsetta contenente il suo trofeo, si sentì quasi soffocare.
Cominciò a mancarle l’aria, e i polmoni sembravano non riuscire a pompare ossigeno a sufficienza, facendola ansimare come un animale dopo una corsa disperata. Arrivò alla fine della prima rampa di scale mobili boccheggiando, in preda ad un giramento di testa che la costrinse a fermarsi e ad appoggiare la mano al muro per non cadere. Chiuse gli occhi per un attimo inspirando profondamente, anche se l’aria che entrava dalle narici sembrava avere un effetto tutt’altro che rinfrescante. Non riusciva a stare in piedi. Si sentiva improvvisamente stanca, affannata. Esausta.
Si appoggiò con le spalle alla parete respirando a fatica. E alla fine si dovette sedere su una delle panchine destinate ai passeggeri in attesa di prendere il treno.
Chiuse gli occhi strizzandoli forte, per far passare quella sensazione fastidiosa, e rimase così avvolta dal buio dietro le palpebre per qualche attimo. Fece qualche respiro profondo per riossigenarsi, e per isolarsi da tutto il resto. Forse si addormentò per qualche istante, ma subito si riprese, ridestandosi e riaprendo gli occhi, e lasciando che il suo sguardo si stampasse sul soffitto della stazione. La luce sembrò accecarla per qualche attimo, e mentre si riparava gli occhi con la mano destra, sollevò la sinistra per vedere che ora fosse al suo orologio da polso.
Ma l’orologio non c’era più.
Sgranò gli occhi incredula, rimanendo con lo sguardo ancora intorpidito sul polso nudo dove fino a poco prima c’era il suo orologio, quasi nuovo di zecca. Frutto anche quello di uno dei suoi giochetti che gli aveva fruttato un bel gruzzolo, con il quale aveva poi acquistato quello Swatch da 200 dollari.
Si stropicciò gli occhi con entrambe le mani, per cancellare quello stato di torpore che l’aveva costretta a sedersi, cercando anche di fare mente locale e di ricordare se forse lo aveva dimenticato in ufficio. Ripercorse mentalmente le cose che aveva fatto nell’arco della giornata, ma si ricordava bene di averlo controllato pochi minuti prima di uscire, proprio per rendersi conto dell’ora e per calcolare i tempi per arrivare in tempo alla stazione.
Quindi ce l’aveva quando era uscita dall’ufficio. E per forza di cose ce lo doveva avere anche quando era arrivata alla stazione.
Ma ora non l’aveva più.
Si sporse a guardare sotto la panchina su cui era seduta, per vedere se per caso si fosse sganciato e fosse caduto lì sotto. Ma non era neanche lì.
E fu proprio allora che le venne quasi da sorridere al pensiero che forse qualcuno aveva approfittato dell’attimo in cui aveva chiuso gli occhi per sfilarglielo dal polso.
"Sembra incredibile" mormorò tra sé. "vuoi vedere che me lo hanno rubato davvero? Proprio a me poi. Sembra davvero uno scherzo del destino."
Ma scherzo o non scherzo, fatto era che l’orologio era sparito.
E a quel punto non sapeva neanche che ore fossero.
Si era appisolata solo per qualche attimo, o almeno così le era sembrato. Ma non avendo più l’orologio non sapeva quanto tempo fosse passato e che ora fosse. Decise comunque di non dare troppo peso al contrattempo. Ne avrebbe ricomprato un altro con il bottino di quella sera che era ancora nella sua borsa, e lo tastò con sollievo mentre si alzava. E poi tutto sommato, per sapere che ora fosse, bastava guardare uno dei tanti orologi che erano appesi lungo i binari della stazione.
Trovò strano però che nessuno si fosse accorto di una donna così attraente che se ne stava addormentata sulla panchina da sola, a quell’ora di sera, senza provare a svegliarla per sapere se stava bene o quanto meno accertarsi se aveva bisogno di aiuto.
"Poco male" pensò, "si vede proprio che la gente se ne frega di tutto. Sembra che ognuno sia pronto solo a passare sul cadavere dell’altro. E anche se vede qualcuno in difficoltà, preferisce voltarsi dall’altra parte e far finta di nulla. E’ un motivo in più per fare come faccio io. Almeno ogni tanto qualche soddisfazione riesco a togliermela alla faccia loro" concluse abbozzando un sorriso di scherno nei confronti della società.
Cap 2
Si alzò in piedi spingendo con le mani sulle ginocchia, cominciando a guardarsi intorno per capire dove dovesse andare per raggiungere il binario della linea C. Vide il cartello appeso sulla parete opposta, seminascosto da una colonna, e si indirizzò a passi lenti verso quella parte. La stazione in quel momento era ormai vuota, e se ne rese conto dal silenzio che regnava sovrano nelle varie aree che attraversava. Sembrava quasi che l’ultimo convoglio si fosse portato via tutti quanti. E d’altra parte era anche ovvio, visto che in genere l’ultimo viaggio della metro era quello più carico di pendolari.
I suoi passi rimbombavano nel silenzio dei corridoi accompagnati dal ronzio delle scale mobili che facevano da sottofondo a quel ritmico ticchettio.
Arrivò al binario dopo pochi minuti, e come previsto, era completamente deserto.
Si sedette di nuovo su una panchina ai piedi del muro, guardando alternativamente le due gallerie a destra e a sinistra della stazione. Alzò lo sguardo verso il muro alle sue spalle dove c’era il cartello col numero 12-C che indicava proprio la stazione numero 12 della linea C. Era quella giusta. Rimanendo seduta, si sporse in avanti per vedere l’orologio appeso sul muro in fondo alla banchina.
Ma non vide nulla.
Si alzò allora in piedi per vedere meglio lungo tutta la parete alle sue spalle. Ma niente. Non c’era.
"Strano" pensò "forse lo hanno tolto perchè è in riparazione."
E si sedette di nuovo, approfittando della situazione per controllare il suo bottino.
Si guardò circospetta intorno prima di aprire la borsa e tirare fuori il portafoglio che a giudicare dal gonfiore doveva essere ben fornito. Lo aprì ed in effetti ebbe la conferma di quello che aveva sentito al tatto. C’erano diversi biglietti da 100 dollari e ancora di più da 50. Li tirò fuori per contarli. Erano circa 1500 dollari. Davvero un bel gruzzolo.
"WOW" esclamò a bassa voce per non farsi sentire da qualcuno che poteva sopraggiungere da un momento all’altro "un colpo davvero super stavolta. E alla fine, chi se ne frega dell’orologio. Con questi me ne posso comprare quanti ne voglio." concluse con un sorriso smagliante stampato sul viso mentre un fresco vento che proveniva dalla galleria alla sua sinistra cominciò a scompigliarle i capelli. Si girò da quella parte, infilando di corsa tutti i soldi in borsa, perché sapeva che in gemere quel vento precedeva l’arrivo della metro, e non voleva che gente estranea la vedesse con tutti quei soldi in mano. Sarebbe stato il colmo che qualcuno la derubasse anche di quello. Già era una situazione buffa il fatto che le avessero scippato l’orologio, ma se poi qualcuno le avesse portato via anche i soldi, sarebbe stato davvero troppo.
Si alzò per andare in contro al convoglio che di lì a qualche secondo sarebbe comparso dal buio del tunnel. Ma non ne vide nessuno.
Si avvicinò al bordo del marciapiede per sporgersi verso il tunnel, ma non vide nulla. Né convogli, né tanto meno i fari accesi che li rendono inconfondibili.
Niente di niente.
"Mah, sarà stata una corrente sotterranea allora" pensò ritornando a sedersi sulla panchina.
I minuti passavano lenti e lunghi, mentre aspettava paziente l’arrivo del treno. Ma più si guardava intorno e più le sembrava strano che non ci fosse davvero più nessuno in giro. D’accordo che ormai dovevano essere le nove passate, e che tutti dovevano essere ormai a casa, ma qualcuno in giro c’era sempre. Qualche ragazzetto o qualche ritardatario che aveva perso la corsa precedente.
Si rialzò incuriosita e attraversò di nuovo gli archi che portavano al binario per avvicinarsi alle scale che portavano invece ai piani superiori verso l’uscita. Si sporse ai piedi della scala mobile ma dal silenzio che sentì provenire da sopra ne dedusse che neanche sopra c’era nessuno.
Nonostante ciò, rimase per un po’ a guardare verso l’alto allungando il collo e cercando di vedere qualcosa, prima di essere interrotta da un ronzio improvviso che distolse la sua attenzione verso il binario. Lo riconobbe subito. Era il tipico ronzio della motrice che si avvicinava. Cominciò a correre verso il treno per non rischiare di a prenderlo e superò di nuovo gli archi di slancio.
Ma il treno non c’era.
Si fermò sui suoi passi con gli occhi fissi verso il buio del tunnel.
E cosa aveva sentito allora? Cominciava forse ad avere le traveggole e a sentire rumori inesistenti? O forse il desiderio di tornare a casa le aveva fatto immaginare quel rumore che le era sembrato di sentire?
Rimase per qualche istante perplessa, fissando sempre il tunnel alla sua sinistra, che tracciava un arco nero nella parete come fosse la tana di un topo gigantesco.
"Eh si, ci manca solo il topo gigante ora" disse tra sé sorridendo per quel pensiero stupido che le era venuto in mente. Neanche da bambina aveva mai pensato ad una sciocchezza simile e il fatto di averla pensata ora le faceva venire davvero da ridere.
Mentre si girava per ritornare sui suoi passi, vide con la coda dell’occhio un inserviente proprio sull’angolo in fondo al corridoio, dall’altra parte degli archi, intento a spazzare per terra. E lo seguì con lo sguardo, incamminandosi istintivamente verso di lui. Finalmente qualcuno a cui poter chiedere informazioni. Sicuramente lui sapeva se c’erano dei ritardi sul servizio o se c’era stato qualche guasto. In genere i convogli passavano ogni 5 o al massimo 10 minuti, ma lei era lì da un tempo sicuramente più lungo e non capiva come mai. Superò gli archi avvicinandosi a passo svelto verso l’angolo dove lo aveva visto. Arrivò e svoltò rapida appoggiandosi al muro.
Ma non c’era più.
"Accidenti!" imprecò a denti stretti "Accidenti a me !!! Perché non l’ho chiamato?? Potevo almeno farmi sentire, così almeno mi avrebbe aspettata" continuo stringendo i pugni contro il muro per la rabbia "stai a vedere che stasera me la dovrò fare a piedi fino a casa."
Ma proprio mentre si girava rabbiosa per tornare al binario, notò qualcosa che lì per lì le era sfuggito. Si sporse di nuovo oltre l’angolo dove aveva visto l’inserviente e rimase perplessa nel vedere che davanti a lei c’era solo un corridoio. Un corridoio abbastanza lungo, circa 60-70 metri. Ma solo un corridoio, senza alcuna porta né passaggio. Un corridoio cieco.
Ma allora dove era andato a finire quell’uomo? Come aveva fatto a sparire?
Fece qualche passo lento in avanti, proprio per controllare bene se davvero non ci fossero porte.
E infatti non ce n’erano.
Scosse la testa nervosamente strabuzzando gli occhi, come per cancellare quell’immagine che in quel contesto sembrava davvero impossibile e fuori luogo. Quasi fosse stata una visione sbagliata che i suoi occhi le avevano proposto chissà come, e che in realtà non esisteva.
"Calma Audrie, stai calma" disse a se stessa "stai forse diventando arteriosclerotica? Cominci a 45 anni ad avere le visioni? Andiamo bene allora. E il prossimo passo quale sarà, il ricovero in un centro di igiene mentale?"
Eppure era sicura di averlo visto. Non se lo era immaginato.
Ma allora dov’era?
Mentre tornava indietro verso il binario, rimuginando su quanto successo, sentì di nuovo il ronzio della motrice, ben distinto in lontananza, e si affrettò di corsa per non perderla.
Ma quando raggiunse il binario, la metro non c’era. Neanche questa volta.
"No ,no ,no..calma Audrie, non farti prendere dal panico. Forse stai ancora sognando e in realtà non ti sei ancora svegliata da quel sonnellino che stavi facendo pochi minuti fa. Calma. Stai calma" e così dicendo si avviò a passo deciso verso le scale mobili per salire al piano di sopra e per tornare in superficie. All’imbocco delle scale, lesse il cartello col numero ’-2’ che indicava il secondo piano sotto il livello stradale. Sotto di quello c’era solo il terzo che però era riservato al solo personale tecnico autorizzato
"Meglio andare a piedi stasera. Si, decisamente meglio" borbottò trasportata dalle scale che lentamente la riportavano su. Arrivò in cima spostandosi con un saltello sull’altro lato per prendere l’altra rampa che l’avrebbe portata fuori nel piazzale della stazione.
Ma quando passò davanti al cartello del piano non riuscì a credere a quello che vide.
’-2’. Di nuovo
"Che??" disse ad alta voce fissando con sguardo corrucciato quel cartello che indicava lo stesso piano da cui era partita. Si sporse istintivamente verso le scale appena percorse per leggere il cartello di sotto, ma da quella distanza non riusciva neanche a vederlo perché era coperto dalla stessa scala mobile.
Presa da un certo nervosismo, si mosse di corsa per prendere l’altra rampa che l’avrebbe portata al piano terra, fuori da lì. Iniziò la salita e subito cominciò a sporgersi in avanti per leggere in anticipo il cartello del piano superiore. Ma riuscì a leggerlo solo all’ultimo gradino.
’-2’. Lo stesso piano.
Incredula, si sporse verso la tromba della scala mobile, per guardare verso l’alto. Se davvero si trovava ancora al secondo piano sotterraneo, avrebbe dovuto vedere gli altri due piani sopra di lei.
E infatti li vide.
E a quel punto un velo di paura cominciò a scenderle freddo lungo la schiena. La testa cominciò a girarle come una trottola e il cuore cominciò a batterle all’impazzata nel petto, mentre i polmoni sembravano rincorrere i suoi respiri che si avvicendavano come cavalli imbizzarriti.
"Oh mio Dio, ma che mi sta succedendo?" cominciò a bisbigliare poggiandosi una mano sulla fronte, cercando di capire. Sforzandosi di capire.
Ma non ci riusciva.
"C’è nessuno?? C’è nessuno qui??" cominciò a gridare sperando davvero che qualcuno potesse sentirla e potesse risponderle.
Ma l’unica risposta fu il silenzio.
Cominciò a guardarsi intorno, girando e rigirando come una trottola impazzita, cercando qualcosa, qualcuno che potesse aiutarla.
Ma non c’era nessuno. Era sola.
Si avvicinò di nuovo agli archi che delimitavano la banchina transitabile che accedeva ai binari, e oltrepassandoli lesse di nuovo il cartello che indicava 12-C il numero della stazione. Era lo stesso. Sempre quello. Proprio quello che aveva visto prima. E lo riconobbe anche da un graffio nero che segnava la superficie gialla sull’angolo in basso a destra.
Era sempre lì. Era sempre quello il piano.
Sembrava che per qualche strano motivo non potesse allontanare da quel binario. Aveva provato a risalire ma per qualche arcano motivo era ritornata senza accorgersene sempre allo stesso piano.
Si inginocchiò a terra singhiozzando, in preda alla disperazione.
Non sapeva cosa fare.
"Vi prego, se c’è qualcuno mi aiuti!!! Qualcuno mi risponda!!!" cominciò a gridare disperata sperando davvero che qualcuno potesse sentirla.
Ma così come era successo prima, nessuno rispose.
Solo quel ronzio che per la terza volta sembrò avvisare dell’arrivo del treno e che invece, come le altre due volte, portò solo quel fastidioso spostamento d’aria che riempì il marciapiede, svanendo in pochi attimi.
Audrie si rialzò avvicinandosi lentamente all’imboccatura del tunnel da dove sentiva provenire quel rumore, per sporgersi quanto più possibile e per cercare di vedere. Ma il buio era talmente fitto che il canale stesso sembrava avvolto da una bolla di inchiostro. Appoggiò la mano sul muro interno del tunnel, e proprio in quell’istante, il ronzio si fece sentire di nuovo. Più forte stavolta, più fastidioso. Una folata d’aria la investì in pieno viso costringendola a socchiudere gli occhi che cominciarono a lacrimarle per effetto di quell’aria fredda che le scivolava sul viso. Si spostò per ripararsi dietro l’angolo, ma il ronzio continuò a tormentarle le orecchie come una zanzara.
Poi, come le volte precedenti, il vento cessò di colpo, e lo stesso fece il rumore, che sembrò spegnersi come un lamento. Si sporse istintivamente di nuovo verso la sorgente di quel ronzio, ma come prima, non vide nulla.
C’era solo quel buio, quel vento e quel rumore che ogni tanto usciva fuori. Solo quelli, che sembravano l’unica forma di vita lungo quel binario che si stava trasformando in un incubo allucinante.
Rimase con le spalle e la testa appoggiate alla parete, con gli occhi chiusi, come per trovare un rifugio, mentre il respiro le si affannava in gola e il cuore riusciva a fatica a tenere il ritmo del suo respiro.
Si sentiva il sangue alla testa. Non riusciva a capire e non sapeva cosa fare.
Solo quando riaprì gli occhi e il suo sguardo si stampò sull’altro tunnel dalla parte opposta del binario, la sua mente partorì una scappatoia diversa. Ma certo, pensò, il tunnel di uscita della stazione. Poteva provare a passare da lì, dal tunnel di uscita.
Staccò la testa dal muro, fissando quell’apertura come un naufrago allo stremo che avvista la terraferma. Rimase a fissarlo, quasi con odio, meditando se fosse davvero la cosa giusta da fare. Certo era rischioso perché sarebbe dovuta scendere sui binari, e se mentre era lì, fosse passato davvero il treno, allora avrebbe letteralmente polverizzato le ultime speranze che aveva di uscire da lì.
Ma d’altra parte, che alternative aveva?
Nessuna.
Fece un respiro profondo e si staccò dal muro. Mentre si avvicinava al bordo del marciapiede si mise la borsa a tracolla, per rendere più agevole la discesa in mezzo ai binari. Si accovacciò poggiando le mani sul pavimento, e si sedette sul bordo, guardando più volte sia a sinistra sia a destra, per controllare eventuali movimenti.
Ma tutto era fermo e in silenzio. Non c’era nulla che si muovesse in nessuno dei due tunnel.
E con una spinta al bacino, saltò giù in mezzo ai binari.
Cap 3
Allargò le braccia barcollando per riprendere l’equilibrio, cercando di non poggiare i piedi direttamente sui binari d’acciaio, ma sulle traversine di legno. Allungò la mano per appoggiarsi sul bordo appena lasciato e rimase dritta in piedi rivolta verso l’apertura davanti a lei, indecisa se continuare nel tentativo o di risalire sulla banchina.
E proprio in quell’attimo il ronzio riprese.
Il panico la prese stavolta alla sprovvista come un colpo di frusta che la colpì al cuore raggelandole il sangue nelle vene.
Avrebbe dovuto essere abituata a sentire quel rumore visto che lo aveva già sentito più volte. E in effetti lo era. Ma sentirselo di nuovo dietro le spalle, stando in mezzo ai binari in una condizione così vulnerabile in cui non avrebbe avuto alcuno scampo, la impietrì come una statua di sale.
Si girò di scatto con gli occhi sbarrati dalla paura.
Ma come le altre volte, non vide nulla e la solita folata di vento la investì in pieno come una secchiata d’acqua ghiacciata.
Con i capelli al vento e gli occhi semichiusi, si girò di nuovo in avanti, verso il canale che avrebbe dovuto percorrere. Ma la mente interruppe il movimento a metà, costringendola a voltarsi di nuovo indietro e costringendola a sgranare gli occhi. Il suo viso si trasformò in una maschera di terrore e quello che vide la colpì come una doccia gelata lasciandola di sasso.
Una motrice. Una motrice che trascinava un convoglio a forte velocità sui binari.
Il panico le dipinse la disperazione sul volto, e la bocca le si riempì con un grido silenzioso mentre allungava il braccio per afferrare il bordo della banchina. La afferrò con entrambe le mani spingendosi per risalire. Ma il sudore freddo le fece scivolare le dita facendola cadere di nuovo giù in ginocchio sui binari. Il suo sguardo era incollato verso quell’apertura, con quell’ombra che si avvicinava velocissima. E quei fari che sembravano gli occhi di un demonio. Doveva fare presto. Presto. Doveva risalire. Prima che quell’ombra la sbriciolasse come un grissino.
Allungò di nuovo le braccia afferrando il ciglio del marciapiede e stringendo più forte che poté. Le dita sembravano artigli pronti a conficcarsi nello strato di cemento, ma ogni sforzo sembrava inutile. Più si affannava e più scivolava giù.
E intanto il convoglio si avvicinava, sempre più vicino. Sempre più vicino.
Un’altra folata di vento la investì in pieno mentre si dava la spinta con le braccia per risalire. E stavolta il vento era più forte. Sembrava fosse vivo. E sembrava quasi spingerla verso il basso per impedirle di risalire. Più cercava di spingersi verso l’alto con le braccia e più il vento sembrava ricacciarla giù.
Con il treno che avanzava inesorabile. Sempre più vicino. Sempre più veloce.
Era uno sforzo disumano. Ma nonostante spingesse con tutta sé stessa, sembrava non riuscire a contrastare la forza di quel vento. Riuscì a sollevarsi solo di poco, fino alla cintola. Ma non bastava. Provò a spingersi più forte, aiutandosi anche con le gambe. Ma niente. Tutto sembrava inutile.
Quel vento sembrava intrappolarla. Quasi come una piovra che la trascinava nell’abisso coi suoi tentacoli.
Con la forza della disperazione, diede alla fine uno strattone più forte riuscendo ad arrivare col bacino all’altezza del bordo, mentre il sibilo della motrice era ormai dietro di lei e la sua ombra era ormai vicina all’apertura del tunnel.
Era ormai questione di secondi. Di attimi.
Con uno spasmo riuscì ad allungare una gamba e a distenderla sul marciapiede e a fare leva su questa per trascinarsi sulla banchina. E proprio in quel momento, un’altra folata di vento la investì in pieno, spostandola di peso a facendola rotolare qualche metro più in là, prima di scomparire e di spegnersi insieme al ronzio del convoglio che l’aveva accompagnata.
Il silenzio calò come una cappa di piombo.
Audrie rimase a terra, sdraiata sulla schiena con lo sguardo rivolto al soffitto a fissare le luci al neon che sembravano osservarla in quella posizione inusuale. Si sentiva quasi come un malato steso sul lettino di una sala operatoria. Col fiato in gola e il cuore che sembrava scoppiarle nel petto, non riusciva a rialzarsi, in preda al terrore e allo shock che la stavano bruciando da dentro come brace ardente.
Chiuse gli occhi per un attimo, prima di cominciare a singhiozzare disperata.
"Ma che cosa sta succedendo? Cosa sta succedendo?" continuò a dire come una cantilena mentre i singhiozzi si susseguivano interminabili scuotendola come un giocattolo elettrico rotto.
Non riusciva ad alzarsi, preda ormai della disperazione più profonda e del terrore più cieco. Avrebbe voluto urlare, gridare per sfogare la rabbia e per cercare aiuto. Ma ormai sapeva che nessuno l’avrebbe potuta aiutare ad uscire da quell’incubo che la stava distruggendo.
Era sconvolta. E non riusciva a capire.
Come era potuto succedere? Come aveva potuto ritrovarsi in quell’incubo che non le dava via di scampo? Come aveva potuto entrarci?
Tante domande. Ma nessuna risposta.
Si appoggiò sui gomiti sperando di riuscire a rialzarsi, e proprio in quel frangente rivide l’ombra dello stesso inserviente che aveva visto poco prima, che come prima stava pulendo una parte del corridoio in fondo oltre gli archi.
Ma questa volta la sua reazione fu diversa.
"Ehi lei!! Mi aiuti la prego!!!" gridò stavolta sperando di farsi sentire "Mi aiuti!!! Aiuto!!"
Ma appena l’eco delle sue grida si spense, il silenzio riprese possesso dell’aria, senza lasciare spazio per nessuna risposta.
Decisa a non perdersi d’animo, si alzò di scatto cominciando a correre in direzione dell’uomo. Ora riusciva a vederlo distintamente in fondo al corridoio, con una specie di scopa in mano, mentre raccoglieva la sporcizia da terra e si avvicinava di nuovo all’angolo dove lo aveva visto sparire prima.
Era una corsa frenetica. Doveva raggiungerlo. Forse lui sapeva. Doveva chiedergli spiegazioni. Doveva sapere.
L’individuo voltò l’angolo proprio un attimo prima dell’arrivo in scivolata di Audrie.
Ma fu troppo tardi.
L’uomo non c’era già più. Era sparito. Di nuovo.
Stava davvero diventando pazza?
Sentiva che stava crollando. La sua mente stava andando in pezzi come un cristallo colpito nel punto critico.
"No, no, no...non è possibile!! NOOOOOOO!!!" gridò alla fine con la rabbia della disperazione, sbattendo i pugni contro il muro
"Venga fuori, maledetto!!! Si faccia vedere!!! Perché si nasconde?? Cosa mi sa succedendo qui!!!" cominciò a gridare con tutto il fiato che aveva in gola, ma senza ottenere alcuna risposta.
"VOGLIO SAPERE!!!!!" sbraitò alla fine accasciandosi a terra come in preda ad una crisi isterica.
Rimase in ginocchio a singhiozzare per parecchio tempo, prima di provare a rialzarsi e a riprendere il controllo della situazione. Si rimise in piedi ma subito un giramento di testa la costrinse a sedersi per terra con il viso tra le mani, mentre il sangue le ribolliva dentro come la lava all’interno di un vulcano.
Cominciò a respirare profondamente con respiri lenti, per cercare di calmarsi. Non doveva perdere la testa, doveva mantenere il controllo altrimenti sarebbe stata la fine.
Cercò di ripensare a quanto era successo poco prima quando si trovava sui binari. Al treno che l’aveva quasi colpita. Sembrava tutto vero, tutto reale. Ma in realtà si convinse che non lo era. E più ci ripensava e più si convinceva che quella che aveva visto doveva essere stata solo un’allucinazione. Una visione dovuta forse alla tensione nervosa che le aveva fatto vedere un treno che in realtà non c’era mai stato. Il vento si, ma il treno no. Era risalita sul marciapiede proprio nel momento in cui il convoglio era passato in quel punto. E se fosse stato reale, l’avrebbe di certo colpita in pieno alle gambe, con conseguenze che non voleva neanche immaginare.
E fu proprio questa convinzione a farle capire che era il caso di riprovare. Anche perché, in quella situazione, non aveva alternative. Era ormai l’unica cosa che le rimaneva da fare.
Prese il coraggio a due mani e si rialzò, incamminandosi di nuovo verso il bordo della banchina. Arrivò al ciglio del marciapiede e saltò dentro come prima. Si fermò con l’orecchio teso per ascoltare eventuali rumori, ma stavolta tutto era silenzio. Né rumori, né vento. Niente di niente. E questo fatto contribuì a farla sentire un po’ meglio.
Con un sospiro profondo, chiuse gli occhi e si sporse per vedere dentro la galleria davanti a lei. Al contrario di quella alle sue spalle che era completamente buia, in fondo a questa si intravedeva una luce soffusa che forse stava ad indicare la stazione successiva, la numero 13-C, che sapeva essere particolarmente vicina alla 12-C e quindi visibile anche da quella distanza. E fu proprio la vista di quella luce che contribuì a risollevarle appena il morale e a spingerle i passi in quella direzione.
Non aveva torce e neanche un accendino, per cui appena superata la soglia del tunnel, dovette camminare un po’ a tentoni, facendo attenzione a dove metteva i piedi, seguendo con gli occhi la luce davanti a lei. Sentiva i binari scivolosi al contatto con le suole delle scarpe, mentre le traversine di legno le davano invece una presa più salda.
Ma se ci fosse stato qualche ostacolo imprevisto, sicuramente non lo avrebbe visto e ci avrebbe sbattuto contro. Ma in quel momento non voleva pensarci. E poi, a pensarci bene, che ostacolo poteva esserci lì in mezzo, visto che si trattava di binari percorsi ogni giorno dai treni?
Mentre meditava immersa nei suoi pensieri, l’ansia le fece allungare il passo per raggiungere prima possibile quella luce che sembrava chiamarla dal fondo della galleria. Il primo tratto era molto stretto, poco più largo del treno che ci passava in mezzo, ma già dopo pochi metri, la volta della galleria e la pareti sembravano allargarsi metro dopo metro, dando quasi l’idea di trovarsi in una grotta invece che in un tunnel della metropolitana.
Il cuore le batteva forte nel petto, quasi come un metronomo che scandiva il passare del tempo, con quel ronzio alle sue spalle che riprese a tormentarla come prima. Ma stavolta non aveva paura.
Sapeva già che non c’era pericolo.
Si girò solo per curiosità, pronta per essere investita di nuovo da quel vento che le passò attraverso sfiorandola come le volte precedenti, e spegnendosi insieme al rumore dopo qualche attimo.
E come previsto, non era successo nulla.
E non c’era stata nessuna motrice fantasma a minacciarla.
Vedendo le luci della stazione che aveva ormai lasciato dietro di sé, si rese conto di aver percorso circa un centinaio di metri e rivoltandosi invece nella direzione di marcia, calcolò che si trovava circa a un terzo di strada.
In pochi minuti sarebbe arrivata all’altra stazione.
Le luci davanti a lei cominciavano a delinearsi meglio man mano che avanzava, mentre quelle della stazione lasciata cominciavano a confondersi in un alone indistinto di luce soffusa.
Mancavano orami un centinaio di metri e la tensione nervosa cominciava a salire per l’ansia di tirasi fuori da quella situazione in cui si trovava senza neanche sapere come.
Accelerò il passo e fece gli ultimi metri correndo, sicura di non incontrare ostacoli, visto che i binari in quel tratto erano illuminati dalla luce della stazione. Arrivò alla fine della galleria, sbucando in un alone di luce che per qualche attimo la accecò. Socchiuse le palpebre per cercare di abituare gli occhi alla luce e cominciò a spostarsi verso destra per risalire sul marciapiede.
La stazione era deserta. Solo luce e silenzio sembravano farla da padroni. Proprio come la precedente.
Si appoggiò con le mani sul bordo pronta a salire, ma appena lo sguardo andò sul cartello della stazione, le braccia le si piegarono come fossero di gomma. E il mondo le crollò addosso.
’12-C’.
Lo stessa scritta.
Cap 4
A quel punto la disperazione divampò dentro di lei devastante come un incendio, e chiudendo gli occhi si appoggiò singhiozzando con le braccia sul bordo.
"No, non è possibile. non è possibile. Non ci credo. Sto sognando!!" bisbigliò incapace di urlare. Incapace persino di provare rabbia, che ora sembrava essere soffocata dalla disperazione.
E dalla paura.
"Ma che cos’e? Chi è che mi sta facendo questo? Perché?" continuò a dire tra un singhiozzo e l’altro, senza riuscire a trovare la forza di risalire sul marciapiede.
Rimase in quella posizione per diverso tempo, quasi sperando che una volta aperti gli occhi si potesse ritrovare tranquilla nella sua realtà di tutti i giorni.
Ma invece non fu così.
E la sua realtà non era cambiata.
Per un attimo desiderò addirittura che potesse passare un convoglio in quel momento e la potesse investire in pieno per porre fine a quella tortura.
Ma dentro di sé sapeva che non sarebbe mai successo.
"Ma cosa sta facendo lì signora??"
Quella voce la colpì come un pugno allo stomaco facendole alzare la testa di scatto con gli occhi sbarrati dalla paura. Il cuore le saltò in gola soffocandola, mentre cercava disperata l’origine di quel suono.
E subito la riconobbe.
Riconobbe l’uomo che per due volte aveva visto prima e che per due volte aveva visto sparire sotto i suoi occhi.
Rimase a bocca aperta senza riuscire a spiccicare una parola, in preda ad un misto di sensazioni che si accavallavano dentro di lei.
"Non lo sa che è pericoloso attraversare i binari? Se passa un treno può immaginare in che condizioni la riduce. Venga subito fuori di lì, presto" proseguì l’uomo con tono calmo ma categorico, rimproverandola per essere scesa sui binari.
Audrie reagì a quella richiesta come un robot, dandosi la spinta con le braccia e risalendo su con un salto. Ma rimase imbambolata a fissare quell’uomo che sembrava apparso dal nulla. Perché ora era lì mentre prima aveva sempre preferito dileguarsi? Anche la seconda volta quando lo aveva chiamato?
Aprì la bocca per dire qualcosa, ma riuscì solo a balbettare frasi smozzicate.
"Ma ... prima io l’ho vista ..." iniziò a balbettare la donna " ... l’ho anche chiamata. Perché non mi ha risposto?..."
"Prima lei dice? E sicura di quanto sta dicendo signora? Prima quando?" rispose l’uomo, con un tono secco che mise a disagio Audrie, quasi le stesse dando della bugiarda o della stupida.
"Ma come prima quando? Prima, qualche minuto fa" replicò lei cominciando a spazientirsi dal tono di rimprovero che sentiva dalle parole di quell’uomo che oltre tutto non conosceva e non sapeva neanche chi fosse.
"Ah" aggiunse l’uomo poggiando il gomito sulla punta del manico della scopa e alzando lo sguardo al soffitto come se stesse pensando "lei dice...qualche minuto fa?" proseguì quindi con un tono di scherno che fece saltare i nervi a Audrie.
"MA CHE MI SA PRENDENDO IN GIRO??" sbottò a quel punto la donna alzando la voce.
Ma l’uomo le rispose solo con lo sguardo, dimostrando di non gradire affatto il tono di voce con cui si stava esprimendo la donna. Audrie guardò fisso quegli occhi e rimase impietrita, sentendosi in imbarazzo e pentendosi di aver urlato in quel modo.
"Ma chi è lei?" aggiunse quindi con tono più pacato.
"Chi sono io? Perché invece non mi dice chi è...lei?" ribattè l’altro guardandola sempre più fisso negli occhi.
"Senta, io non ci sto capendo più nulla e se non esco da qui penso che diventerò matta."
"Diventerà ... dice?" la interruppe lui, sempre con tono da presa in giro.
"Vuole dire allora che lo sono già diventata?"
"Ma no, no. Assolutamente no. Non sono così maleducato. Non volevo dire questo."
"E allora cosa voleva dire? Si spieghi meglio."
"Non sono io che devo dare spiegazioni a lei, ma è lei che deve dare spiegazioni a me."
Quella frase le risuonò nelle orecchie molto strana e la lasciò decisamente interdetta.
"E’ quello che le stavo spiegando un attimo fa, prima che mi interrompesse. Allora, riprendiamo daccapo. Io stasera sono arrivata qui in stazione, e mentre scendevo le scale ad un certo momento ho avuto un piccolo giramento di testa e mi sono seduta su una panchina qui all’interno dei locali della metro. Quando mi sono risvegliata mi sono ritrovata senza orologio e ne desumo che qualche ladro me lo abbia portato via."
"Un ladro?" la interruppe l’uomo.
"Si, un ladro. Come li chiama lei quelli che ti scippano un orologio dal polso?"
"Certo. Un ladro. Ma vada avanti. Cosa è successo dopo?"
"Quando mi sono rialzata, sono scesa qui al binario alla stazione 12-C e mi sono messa ad aspettare il treno. Siccome il tempo passava e il treno non arrivava, mi sono messa a guardare in giro se c’era qualcuno a cui chiedere informazioni sul perché di quel ritardo, e dopo poco ho visto lei per la prima volta. Ma lei si è subito defilato e non so come è scomparso nel nulla."
"Esagerata!! Nel nulla addirittura??" scoppiò a ridere l’uomo "non sono mica n fantasma io, no?"
"Beh, fantasma o no io l’ho vista, e un attimo dopo non c’era più. Comunque ora non ha più importanza questo. Dopo un po’, mi sono scocciata di aspettare e ho deciso di uscire da qui e di tornare a casa a piedi, ma quando sono salita al piano di sopra mi sono ritrovata nello stesso piano da cui ero partita. Ero al piano ’-2’ e salendo mi sono trovata di nuovo al piano ’-2’. Sono salita ancora e mi sono ritrovata sempre allo stesso piano ’-2’. Me lo sa spiegare lei come è possibile questo?" concluse Audrie guardando l’uomo quasi con atteggiamento di sfida.
"E cosa ha pensato quando le è successo questo?"
"Cosa ho pensato? Ho pensato o che stessi impazzendo o che qualcuno mi stesse facendo uno scherzo di cattivo gusto."
"E poi? Vada avanti. Mi racconti il resto. Che altro è successo?"
"Poi, ho visto di nuovo lei e nonostante l’abbia chiamata più volte, lei si dileguato di nuovo, senza rispondermi."
"Caspita!! Ma allora, se è davvero successo quello che mi sta dicendo, devo essere diventato proprio maleducato a non rispondere all’appello di una bella donna come lei che grida aiuto. Oppure devo essere diventato sordo."
"Se fosse diventato sordo, allora adesso non potrebbe stare qui a parlare con me" rispose Audrie di getto, prima di cogliere un dettaglio nella frase appena detta dall’uomo.
"BRUTTO BASTARDO!!!" continuò di nuovo lei sbottando di rabbia "come fa a sapere che stavo chiedendo aiuto?? Io le ho solo detto che l’ho chiamata più volte e non che le stavo chiedendo aiuto. Come fa allora lei a sapere cosa stavo gridando se dice di non avermi sentito? Allora mi ha sentita invece e nonostante questo se n’è andato via??? BASTARDO!!! BASTARDO!!!" continuò ad inveire contro l’uomo alzando sempre di più il tono di voce e stringendo i pugni quasi a volerlo colpire con tutta la forza che aveva.
Ma l’uomo non sembrò reagire alla provocazione e le rispose senza aprire bocca, soltanto guardandola negli occhi.
Rimasero a fissarsi per qualche istante senza dire una parola. Quasi che quello sguardo fosse più significativo di mille parole.
Poi fu ancora Audrie a rompere quel silenzio e a riprendere la parola.
"Ma lei chi è? Perché mi fa tutte queste domande e perché si diverte a prendermi in giro? Ha forse architettato lei tutta questa messa in scena? E’ lei che si sta divertendo alle mie spalle?"
"Io non mi sto divertendo affatto. Le sto solo chiedendo di spiegarmi come mai si trovava in mezzo ai binari. Tutto qui" rispose l’uomo con una calma disarmante.
"Il motivo per cui mi trovo qui è perché alla fine ho capito che l’unica via di fuga poteva essere questa stazione, ma ora che mi ci trovo vedo che non lo è. Neanche questa."
"E non mi dica che anche questa è la stessa stazione da cui è partita. Come le è successo quando ha cercato di risalire ai piani superiori" la interruppe lui con un sorrisetto che la fece imbestialire come una furia.
"MA LA VUOLE SMETERE DI PRENDEMI IN GIRO? E MI VUOLE SPIEGARE UNA VOLTA PER TUTTE COSA STA ACCADENDO?? E PERCHE’ MI TROVO IN QUESTA SITUAZIONE DEL CAVOLO??"
A sentire quella sfuriata isterica l’uomo si mise a ridere, ma questa volta la sua risata non infastidì la donna, che invece rimase perplessa da quella reazione inaspettata, in attesa di ottenere le risposte che voleva.
"Beh, a giudicare da quello che mi dice, sembrerebbe quasi che qualcuno l’abbia reclusa qui dentro, mettendola in condizioni di non poter andare via da qui."
"Ma che genio!!!...Complimenti!! Complimenti davvero!! Brillante deduzione" rispose irritata lei usando tutto il sarcasmo che aveva.
"Non usi quel tono con me signora. In fondo, vede, lei ha notato tante cose strane qui intorno, mi ha raccontato i fatti insoliti che le sono successi qui dentro. Ma non ha fatto caso ad alcuni dettagli che avrebbero potuto darle una spiegazione di tutto quello che sta accadendo."
"Cosa vuol dire? Si spieghi meglio."
"Non mi dica che non ha notato le folate di vento che periodicamente escono dal tunnel, accompagnate dal ronzio della motrice della metropolitana."
Quella frase la lasciò di stucco.
"Certo che l’ho notato. E ogni volta credevo che fosse davvero il treno che passava mentre invece non c’era nulla. Solo vento e niente altro. Tranne quella volta, quando sono scesa per la prima volta sui binari, e mi è sembrato di vedere proprio la motrice che mi veniva addosso. Ma credo sia stata solo un’allucinazione dovuta probabilmente alla tensione nervosa o alla paura."
"Mhhhh...tensione nervosa lei dice? Paura? E se invece l’avesse vista realmente quella motrice?"
La donna lo guardò a quel punto accigliata come mai.
"Che diavolo sta dicendo?" rispose secca.
"Voglio dire, signora, come fa a dire con certezza che quella è stata solo un’allucinazione?"
"Lo dico perché quel treno mi è passato talmente vicino che mi avrebbe sicuramente colpita in pieno mentre risalivo sulla banchina. Mentre invece in quel momento io non ho visto nulla e ho solo sentito solo una folata di vento più violenta delle altre che mi ha spinta ancora più lontano dai binari. Ma come vede sono ancora tutta intera."
"E questo non le ha suggerito nulla? Allora lei è proprio ingenua."
"Perché?? Cosa avrebbe dovuto suggerirmi?"
"Pensi bene a quella folata di vento, più forte e più violenta delle altre."
"E cosa dovrebbe farmi pensare?"
"Beh, le potrebbe forse suggerire che quel convoglio in realtà, le è passato vicino per davvero, e quella ventata più violenta potrebbe essere la prova. Ma c’è un piccolo dettaglio che fa la differenza. Una grossa differenza..."
"Quale dettaglio??...Quale differenza?? ...Di cosa sta parlando?"
"Mah, ... niente di speciale." replicò l’uomo con tono di sufficienza quasi a voler minimizzare quello che stava per dire "Quello che sto cercando di spiegarle è che quel convoglio non se l’è immaginato. Non è stata la paura o il nervosismo a darle l’impressione di vederlo. Lei lo ha visto davvero. Perché quel treno le è davvero passato accanto. L’ha sfiorata davvero per un pelo, anche se in realtà...non era qui...capisce?"
"Ma certo, è facilissimo da capire..." replicò Audrie più irritata che mai "...quella motrice è passata qui ma non era qui quando è passata...che ci vuole a capire?? E’ talmente evidente !!!...Anche io sono qui. Anche lei è qui. Ma in realtà potremmo non essere qui. Giusto? E’ semplicissimo no?...MA SI VUOLE SPIEGARE UNA VOLTA PER TUTTE??? SI O NO??" sbottò alla fine la donna cominciando a non sopportare più il tono di quell’uomo.
"Perché invece di gridare, non ricomincia daccapo e non mi dice davvero tutto quello che le è successo. E quando dico tutto voglio dire proprio...’tutto’?" chiese l’uomo strizzandole l’occhio e sottolineando la parola ’tutto’ con un tono che per un attimo la mise in imbarazzo.
"Ma gliel’ho già detto tutto. Cosa altro vuole sapere? A quanto mi sembra di capire poi, lei ne sa più di me su tutta questa storia, per cui non credo che io possa darle ulteriori spiegazioni su cose che sono sicura lei già sa."
"Certo che le so già, altrimenti non sarei qui." la interruppe lui strizzandole di nuovo l’occhio.
"E allora cosa altro vuole sapere da me?"
"La verità. Ecco cosa voglio."
"Ma gliel’ho già detta, come devo spiegarglielo? Vuole che gliela ripeta altre mille volte?"
"Lo so che me l’ha detta, non sono sordo. Ma so anche che non mi ha detto tutto. Ci pensi bene, e sono sicuro che appena si ricorderà un piccolo dettaglio che lei ha, credo volutamente, tralasciato, forse comincerà a ricostruire i tasselli e a comprendere quello che sta succedendo."
"Ma quale dettaglio? A cosa si riferisce?" chiese la donna non sapendo più che pesci prendere.
E fu a quel punto che lo sguardo dell’uomo si fissò di nuovo su di lei come un chiodo nel muro. Anche Audrie rimase a fissarlo, quasi per cercare di leggere negli occhi dell’uomo cosa volesse sapere, e fu proprio in quell’attimo che sentì scoccare la scintilla che le fece capire.
Un dettaglio. O meglio...quel dettaglio.
Aprì la borsa e tirò fuori il portafoglio sottratto alla donna di fronte all’edicola.
"Si riferisce a questo forse?"
L’uomo non rispose, ma dall’espressione del volto Audrie capì che aveva indovinato.
"E allora tutto questo cosa sarebbe? Una punizione per aver rubato un portafoglio? Anche se ci sono parecchi soldi dentro, mi sembra una punizione un po’ eccessiva, non crede?"
"Ma no, certo che no. A me non interessa affatto il denaro che c’è nel portafoglio."
"E allora? Cosa è che le interessa? E cosa vuole da me?"
"Se lei non avesse la vista ovattata dalla smania di denaro, avrebbe visto che dentro quello che lei definisce un comune portafoglio c’è anche qualcos’altro di enormemente più importante. Provi a guardare e veda se riesce a trovarlo."
Audrie abbassò lo sguardo sull’oggetto che aveva in mano e lo aprì di nuovo, cominciando a svuotarlo di tutto quello che c’era dentro. I soldi li aveva già tolti prima, ma non c’erano solo quelli all’interno. Trovò un libretto di assegni, una serie di foglietti scritti a mano, una tessera bancomat di plastica e una carta di credito di metallo. Ma a parte quello, niente altro.
"Non vedo nulla di particolare. Non mi sembrano oggetti così speciali da giustificare tutto questo" concluse rivolgendosi di nuovo all’individuo di fronte a lei.
"Lei dice?" replicò lui abbassando lo sguardo sulle mani della donna.
"Cosa sta guardando?" continuò lei.
"Mi tolga una curiosità. Lei ha mai visto prima d’ora, carte di credito metalliche?"
La donna abbassò lo sguardo riprendendo in mano la carta in questione. L’uomo aveva ragione, non ne aveva mai viste prima, e anzi, a guardala bene, quella non sembrava neanche una carta di credito.
"Vuole dire, questa qui?" chiese mostrandola all’uomo.
Questo non le rispose ma annui solo con la testa.
"E cos’ha di così speciale?" continuò la donna rigirandosi la carta tra le dita e guardando poi di nuovo l’individuo davanti a lei. Non capiva ancora dove volesse andare a parare, ma un lampo le trapassò il petto, quando vide sbucare da dietro l’uomo, la proprietaria del portafoglio. La donna a cui lo aveva sottratto.
Cap 5
La bocca le si aprì da sola in un’espressine mista di stupore e di paura, facendole ingoiare una boccata d’aria che per poco non la soffocò.
L’uomo allungò la mano per prendere quella tessera e per restituirla alla donna che nel frattempo si era fermata di fianco a lui.
"Ma chi siete voi?" balbettò Audrie.
"Stia calma, una domanda per volta" si intromise la donna appena arrivata "Lei non ha idea di cosa sia questo, vero?" continuò quindi sventolandole sotto il naso la tessera metallica.
A quelle parole Audrie cominciò a sentire il gelo risalirle lungo la schiena e irradiarsi per tutto il corpo.
"Nnnno," bisbigliò "non lo so."
"E’ evidente che non lo sa, non può saperlo, visto che non ne ha mai viste di simili. E sa perché non ne ha mai viste?" chiese ancora la donna.
"No, non lo so" continuò Audrie balbettando sempre di più
"Non ha mai visto una tessera come questa perché in realtà questa non è una carta di credito, ma soprattutto, perché questa tessera ... non appartiene al suo mondo."
E quelle ultime parole la colpirono come una mazza di legno.
"Il mio mondo?" chiese a quel punto con un filo di voce talmente sottile che gli altri due riuscirono a stento a sentirla.
"Si, ha sentito bene. Al suo mondo. E visto che non sa cos’è questa lamina di metallo, glielo dico io. Questa barretta contiene al suo interno un codice genetico."
"Un che??" replicò Audrie sempre più incredula.
"Un codice genetico. Delicatissimo ma anche molto potente. Un codice genetico che consente a noi di passare nel vostro mondo e di poter poi ritornare nel nostro, senza problemi."
"Ma di che diavolo state parlando? Ora siete voi ad essere fuori di testa" replicò la donna che si sentiva scoppiare il cervello ancora peggio di prima.
"No, assolutamente no" si intromise l’uomo "non siamo fuori di testa, siamo solo fuori dal suo mondo. Fuori dal suo mondo e fuori dalla sua realtà. Apparteniamo ad una dimensione diversa, parallela alla vostra. E questo codice ci permette di intrometterci nella vostra realtà. Cosa che invece voi non potete fare visto che non ne conoscete neanche l’esistenza."
"No, no, no, fatemi capire un attimo. Voi mi state dicendo che appartenete ad una dimensione parallela alla nostra qui sulla terra e che tramite quel codice genetico potete passare dalla vostra dimensione alla nostra e poi ritornare alla vostra. E lo potete fare a vostro piacimento?"
Il sorriso che si stampò sui volti degli altri due fu la risposta più evidente che potesse ricevere,ma lo shock fu talmente devastante che dovette sedersi per non svenire a terra.
"La vedo scettica signora, come mai?"
"COME MAI???" sbraitò lei "MA CHE CAVOLO DI DOMANDA E’?? VOI MI VENITE A PARLARE DI CODICI GENETICI, DI DIMENSIONI PARALLELE, DI PASSAGGI DA UNA DIMENSIONE ALL’ALTRA....E MI CHIEDETE PURE COME MAI MI SENTO SCONVOLTA??? MA SIETE SCEMI ALLORA???"
"No, signora" la interruppe la donna "la scema è lei che col suo comportamento si è volutamente trascinata in questa situazione ed è per questo che per evitare guai peggiori, siamo stati costr