Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

Luna Park - di Benedetto Silvestri

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Thriller > Luna Park

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 06/02/2006 alle ore 14:54:37

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1

Mark e Lenny si conoscevano ormai da tanti anni, da quando avevano iniziato insieme le scuole elementari, ed erano sempre andati d’accordo tranne i soliti screzi tipici dei ragazzi della loro età. Lenny era il più grande dei due, mentre Mark era di un anno più giovane di lui. Ma nonostante la lieve differenza di età la loro amicizia sembrava cementarsi sempre più, man mano che crescevano. Niente sembrava dividerli, e l’unica cosa che per un attimo aveva dato l’impressione di poter incrinare il loro rapporto fu l’arrivo di Marianne, la fidanzata di Lenny, che aveva conosciuto circa un anno prima e di cui Mark era segretamente geloso.
A suo parere Marianne era davvero uno splendore di ragazza, e ogni volta che la vedeva o aveva occasione di parlarle, si sentiva imbarazzatissimo e gli cominciavano a sudare le mani per l’emozione. Avrebbe desiderato tanto incontrare anche lui una ragazza come lei, anche se era convinto che se questo fosse accaduto davvero, allora probabilmente le ragazzate con Lenny sarebbero diminuite perché avrebbe preferito passare la maggior parte del tempo con la sua fidanzata, piuttosto che con il suo amico.
Ne avevano fatte davvero di tutti i colori insieme.
A cominciare da quella volta che misero la colla liquida sul rotolo di carta igienica dei bagni delle ragazze a scuola. Per continuare con la volta in cui scrissero con inchiostro indelebile sul muro della scuola che il preside era gay. E ancora, quando il professore di ginnastica li scoprì mentre spiavano le ragazze negli spogliatoi dopo la lezione in palestra.
Erano davvero una coppia affiatata per quanto riguardava le bravate, e non perdevano mai occasione di mettersi nei guai in cerca di gesta eroiche sempre più eclatanti.
E proprio una di queste era quella che si stavano accingendo a fare, per aggiungerla al loro già nutrito curriculum.
Due giorni prima era stato aperto un nuovo luna park nel paese e quasi tutti i loro amici c’erano stati ed erano rimasti estasiati dagli effetti speciali di alcune attrazioni. Mark purtroppo si era ammalato e non c’era potuto andare, e Lenny, deciso di non andare con gli altri compagni di scuola, volle aspettare che Mark guarisse per poterci andare insieme a lui.
Damon, un amico di Lenny gli aveva detto di essere rimasto letteralmente affascinato dalla Casa degli Orrori, ed era stato lui stesso a suggerirgli caldamente di andarci appena possibile.
Ed era proprio quello che avevano deciso di fare tutti e due.
Ma non andandoci nel modo tranquillo come fanno tutti, durante il giorno, pagando il biglietto di ingresso. Bensì di notte, quando il luna park era chiuso in modo tale da poter entrare senza pagare, e soprattutto perché in quel modo sarebbero potuti entrare nella Casa degli Orrori direttamente a piedi, e non stando forzatamente seduti sui vagoncini. E poi, un altro motivo fondamentale era che di notte, sarebbe stato molto più eccitante entrare lì dentro. Più elettrizzante.
Sarebbe stata di sicuro una delle loro avventure più emozionanti.
"Sei proprio sicuro Lenny che non c’è nessuno di notte?" chiese Mark bisbigliando.
"No, stai tranquillo. Te ’ho già detto che non c’è nessuno. Damon mi ha garantito che non ci sono sorveglianti all’interno e se me lo ha detto lui, ci possiamo credere. Lui non racconta balle" rispose l’amico bisbigliando a sua volta.
"E che mi dici di Marianne? Lei lo sa che stanotte venivamo qui?"
"Che cosa? Stai scherzando? Se lo avesse saputo avrebbe sicuramente cercato di convincermi a non venire. E non mi andava di sentire le sue solite prediche per cui ho preferito non dirle nulla. Le ragazze non capiscono mai nulla di queste cose e ogni volta ti ripetono sempre le stesse frasi ...’ma è pericoloso’...’non andare’...’che succede se qualcuno ti vede?’...’vedrai che ti metterai nei guai’...e così via...la solita noia."
"Ma si, hai proprio ragione, sono d’accordo con te" aggiunse Mark "andiamo allora dai".
Era da poco passata l’una di notte e tutta l’area intorno al luna park era immersa nel buio e nel silenzio. I rumori della serata erano ormai spenti da un po’ e l’oscurità e il silenzio la facevano da padroni. La notte ricopriva gli stand del luna park come una soffice coperta nera illuminata solo a tratti dalle deboli luci dei lampioni.
Raggiunsero il recinto con il fiato in gola per la corsa e si fermarono a guardare all’interno, con le dita infilate nelle maglie della rete di recinzione. Rimasero fermi per qualche istante con gli sguardi fissi verso l’interno, in silenzio, mentre piccole nuvolette di condensa uscivano intermittenti dalle loro bocche per svanire subito nell’aria umida della notte.
I capannoni erano avvolti dal buio e dalle ombre della notte che li faceva sembrare come tanti guardiani che si stagliavano uno accanto all’altro. E solo il leggero brusio di un generatore elettrico rompeva delicatamente il silenzio.
La rete era molto alta e si resero subito conto che non sarebbero mai riusciti a scavalcarla. Cominciarono allora di muoversi lungo la recinzione intorno al parco per cercare un passaggio da cui poter entrare, o magari qualche buco nella rete dal quale avrebbero potuto facilmente intrufolarsi. Se non lo avessero trovato sarebbe stato davvero un problema perché non avrebbero certo potuto tagliare la rete metallica, visto che non avevano portato con loro nessuno strumento per poterlo fare e in ogni caso non avrebbero mai avuto il coraggio di farlo.
Passarono davanti al cancello principale chiuso da una sbarra orizzontale a strisce rosse e bianche, appoggiata su due paletti infilati nel terreno, e bloccata da una grossa catena chiusa con un lucchetto. A fianco dell’entrata c’era il botteghino con la piccola finestra chiusa da una tapparella scorrevole con a fianco il listino prezzi dei biglietti d’ingresso.
"Cinque dollari per il biglietto? Cinque dollari per entrare? Devono essere impazziti davvero. E’ una cifra enorme !! Meglio entrare gratis come facciamo noi. Vero Mark?" disse Lenny e si guardarono per un attimo negli occhi scoppiando poi a ridere in silenzio.
"Pensa alla faccia che farebbe Marianne se ci potesse vedere in questo momento" sussurrò Mark sorridendo.
"In questo momento? Ma che dici dai ! Lei ora sta dormendo nel suo lettino per fortuna."
"Sta dormendo nel suo lettino? Sei sicuro? E con chi?" Aggiunse Mark scoppiando in una risatina a bocca chiusa.
"Scemo !" disse Lenny dandogli una pacca sulla spalla "Parli così solo perché sei invidioso."
E scoppiarono a ridere di nuovo, subito riprendendosi per non rischiare che qualcuno potesse sentire le loro voci.
Ripresero a camminare ma dopo pochi passi Mark si fermò.
"Eccolo lì Lenny, guarda" disse indicando uno strappo nella recinzione "credi che potremmo riuscire a passare da lì?"
"Proviamo dai, vediamo da vicino se è abbastanza largo."
Si avvicinarono ad una piccola apertura nella rete fatta sicuramente da altri ragazzi prima di loro e cominciarono a tirarla per allargarla, cercando di fare meno rumore possibile. La tiravano con forza ma senza strattonarla finchè cominciarono a sentirla cedere con l’apertura che piano piano si allargava. E continuarono a tirare finchè il foro fu sufficientemente largo per farli passare.
"Vai tu per primo" disse Lenny.
"Ok" disse Mark accovacciandosi e puntando il piede sulla rete ripiegata a terra. Si diede una leggera spinta scivolando dall’altra parte del recinto, facendo attenzione a non impigliarsi con la maglietta sugli spuntoni della rete tagliata.
Appena passato si girò verso Lenny tenendo la parte alta della rete con le mani e spingendo in terra l’altro lato col piede.
"Ecco, io ci sono, ora tocca a te" bisbigliò.
E Lenny replicando gli stessi movimenti dell’amico entrò. Si fermarono tutti e due con le spalle alla rete con gli sguardi fissi verso i capannoni.
Nonostante le luci dei lampioni esterni al luna park non fossero molto forti, la differenza di luminosità tra l’esterno e l’interno li lasciò abbagliati per qualche istante e rimasero in piedi fermi, proprio per far abituare gli occhi all’oscurità. Piano piano, le sagome dei capannoni cominciarono a diventare più nitide, stagliandosi tra le ombre e quando finalmente riuscirono ad avere una visione migliore del posto, si guardarono l’un l’altro con gli occhi pieni di sottile soddisfazione.
Soddisfazione che si frantumò in un attimo quando il ringhio selvaggio di un cane li fece raggelare trasformando quello sguardo sorridente, in una smorfia di terrore.
L’animale si avventò come una furia contro rete alle loro spalle, che lo face rimbalzare indietro spingendolo a terra poco più in là. I due ragazzi saltarono in avanti in preda al panico, girandosi di scatto, con gli occhi sbarrati, e le urla soffocate in gola per lo spavento. L’animale si rialzò di scatto, ringhiando e abbaiando, lanciandosi di nuovo all’attacco cercando di arrampicarsi con le zampe tra le maglie della rete. Mark sentì il cuore saltargli nel petto, come cercasse di arrampicarsi lungo l’esofago per scappare, mentre Lenny rimase impietrito incapace quasi di respirare. Il cane era lì, quasi in piedi con le zampe anteriori appoggiate sulla rete, che latrava contro di loro. Vedevano i denti bianchi che si stagliavano su quel muso nero, mentre gocce di saliva grondavano dalle gengive rosso fuoco. Non osavano muoversi, paralizzati dalla paura di essere assaliti, mentre gi occhi inferociti del cane li scrutavano dall’altro lato della rete.
Ma in un attimo il terrore divenne vero panico quando Lenny si ricordò del buco da cui erano appena passati.
Se il cane si fosse accorto di quell’apertura, ci sarebbe passato attraverso e allora si che se la sarebbero vista davvero brutta. Ma il cane continuò a ringhiare attraverso le maglie, e non si accorse dell’apertura a poca distanza da lui.
Lentamente, come per istinto, cominciarono entrambi ad arretrare verso il buio, camminando all’indietro, con gli occhi incollati a quelle fauci spalancate, muovendosi come in un film al rallentatore, cercando di sottrarsi alla vista del cane. Arrivarono con le spalle al primo capannone e si sedettero a terra nascondendosi nell’ombra, mentre i latrati riecheggiavano nel silenzio notturno.
Non riuscivano a staccare gli occhi dal cane che, forse rassegnatosi a lasciar andare le sue prede, smise di abbaiare abbassando le zampe dalla rete, e si allontanò di corsa per sparire silenzioso nel buio da cui era venuto.

Cap 2

"Mamma mia che paura!" disse Mark col fiato in gola coprendosi il viso con le mani sudate che ancora gli tremavano.
"Non mi dire niente per piacere. Se non mi è venuto un infarto oggi allora vuol dire che non mi verrà mai più."
"Mi sento scoppiare il cuore. Mi gira la testa!"
"A chi lo dici. Gurada come mi tremano le mani" disse Lenny allungando le braccia verso l’amico.
Rimasero per qualche istante seduti, immobili e in silenzio per riprendere fiato e coraggio dopo lo spavento. Sentivano la pressione del sangue tamburellare nelle tempie, al punto tale da stordirli con una sgradevole sensazione di capogiro e di nausea, come di chi ha respirato troppo ossigeno e vede tutto intorno la realtà che comincia a girare lentamente intorno a lui.
E dovettero aspettare qualche minuto per riuscire e riprendere il controllo della situazione.
Tirarono un sospiro profondo per riprendere coraggio, inginocchiandosi per procedere carponi, in modo che le sagome alte dei capannoni potessero coprire le loro ombre, rendendoli invisibili all’esterno. Si muovevano seguendo i profili dei tendoni, nascondendosi dietro gli angoli, con movimenti lenti ma furtivi, con le orecchie tese al minimo rumore.
Raggiunsero lo stand del tiro a segno e proseguirono, passando davanti a quello delle boccette e a quello della caccia ai pesciolini rossi.
Il terreno era in leggera pendenza e dopo un po’ cominciarono ad ansimare per lo sforzo di camminare a quattro zampe in salita.
Camminavano in fila indiana, Mark davanti e Lenny dietro di lui, come un piccolo commando in un’azione di guerra. Ma così facendo non si avvidero del sottile cavo orizzontale, teso tra due capannoni, e ci rotolarono sopra finendo contro lo spigolo del capannone stesso.
Mark cadde in avanti e Lenny dietro, addosso a lui.
"Accidenti Lenny, quanto pesi" disse Mark, spingendo l’amico, cercando di liberarsi del suo peso "mi hai quasi schiacciato"
"Ma dai esagerato! Pensa se invece fossi caduto tu su di me" replicò Lenny prendendolo in giro.
Senza dire una parola, Lenny fece per rialzarsi, tendendo la mano all’amico per aiutarlo a rialzarsi. Ma si irrigidì di scatto con la mano bloccata a mezz’aria quando senti qualcosa che gli strusciava sulla caviglia.
Fece un salto indietro ritraendo la mano, con la bocca spalancata da un singhiozzo.
"Oddio !! Cos’è stato?" disse quasi urlando.
"Sshhh, non urlare. Ma che stai dicendo?"
"Qualcosa mi ha strusciato veloce sul piede" disse con voce spaventata.
"Ma dai, fifone! Erano solo il lacci delle mie scarpe. Cosa pensavi che fosse?" disse Mark scoppiandogli a ridere in faccia.
"Ma sei tutto matto? Per poco mi facevi morire" disse Lenny con tono quasi seccato
"Shhh...ti ho detto di parlare sottovoce altrimenti qualcuno ci può sentire. E poi, dai, cosa credevi che fosse? La mano di un cadavere?" aggiunse Mark ridendo e prendendolo in giro.
"Mi hai spaventato a morte, stup..."
Ma non potè finire la frase, bruscamente interrotta da un tonfo sordo, dall’altra parte del capannone.
Proprio dietro l’angolo.
Rimasero pietrificati, immobili in silenzio. Si guardarono negli occhi, con sguardi spaventati e interrogativi, col fiato gelato in gola, incapaci di dire una parola. Lo avevano sentito proprio vicino a loro, ma non avevano il coraggio di sporgersi oltre l’angolo per vedere cosa fosse stato.
Erano paralizzati dalla paura, coi cuori che martellavano come tamburi, quasi sul punto di scoppiar loro nel petto.
Lentamente si spostarono indietro, per nascondersi ancora più in profondità nell’ombra del capannone alle loro spalle, ma il rumore delle suole sul brecciolino, lì fece tremare ancora di più per paura che chiunque fosse dall’altro lato, potesse sentire i loro movimenti. Si schiacciarono con le spalle contro la parete di metallo dello stand, quasi cercando di farsi piccoli piccoli, appiattendosi fino a sparire, e rimasero in silenzio nell’ombra, trattenendo il respiro quasi per paura che l’altro, oltre l’angolo, potesse vedere le nuvolette di vapore uscire sbuffanti dalle loro bocche.
Rimasero immobili, in silenzio, coi muscoli del corpo dolorosamente contratti e i pugni chiusi bloccati dal terrore. Volevano trovare il coraggio di sporgersi e guardare, ma erano troppo spaventati per farlo, pensando a cosa avrebbero potuto vedere. Il parco era avvolto nel silenzio, e la suggestione cominciò a creare nella loro immaginazione, una serie orribile di esseri mostruosi che avrebbero visto se si fossero affacciati oltre l’angolo, e che erano lì nascosti proprio ad aspettarli.
Mark era i più vicino all’angolo e cercò di muoversi ma la paura era più forte di lui e rinunciò.
Allora fu Lenny a prendere la situazione in mano e tremando come una foglia sporse la testa oltre l’angolo.
Subito Mark socchiuse gli occhi incassando la testa nel collo, immaginandosi di vedere la testa dell’amico rotolare a terra, stroncata da una lunga lama spuntata dal buio. E la testa rotolare ai suoi piedi schizzando sangue dappertutto, mentre il corpo senza testa stramazzava immobile a terra in una pozza di sangue.
Ma non accadde niente di tutto questo e Lenny vide solo una fitta coltre buia oltre l’angolo. Nera come l’inchiostro. E non poteva vedere nulla perché la luce dei lampioni all’esterno era in quel punto coperta dalle sagome alte dei capannoni le cui ombre ricoprivano la zona non permettendo di vedere nulla di più di un manto nero.
Lentamente, si ritrasse di nuovo dietro l’angolo, ma un altro tonfo, poco distante dal punto in cui avevano sentito il precedente, li fece saltare di nuovo come molle.
Lenny fece un balzo indietro, ritraendosi di scatto per ripararsi dietro l’angolo, urtando violentemente la testa di Mark con la sua. Non si era accorto che l’amico gli si era avvicinato da dietro e si stava sporgendo con la testa oltre le sue spalle ed entrambi si chinarono in avanti con la testa stretta tra le mani per il dolore.
Si appoggiarono con le spalle allo stand dietro di loro, cercando di nascondersi nell’ombra, appoggiando la testa indietro sulla parete verticale di metallo, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta per respirare, mentre l’aria entrava e usciva dai polmoni con una serie di singhiozzi di terrore. Si girarono insieme per vedere meglio cosa fosse stato quel rumore, e rimasero raggelati quando videro qualcosa rotolare giù dalla discesa verso di loro.
Un oggetto rotondo scuro.
Subito l’immaginazione di Mark gli mise davanti agli occhi la testa di qualche cadavere che rotolava giù dopo essere stata mozzata dal corpo, e il corpo che avanzava dietro, dal buio, per cercare di riprendersela.
Ma lo spavento si tramutò subito in un sospiro di sollievo quando videro che invece era solo una pigna che stava rotolando giù dalla discesa fino ai loro piedi.
Alzarono insieme gli sguardi quasi fossero sincronizzati e videro stagliati contro il cielo nero i rami sporgenti dei pini, che sembravano braccia scheletriche pronte a calare su di loro.
"Accidenti anche alle pigne" disse Lenny sbuffando.
Con un altro sospiro di sollievo si diedero quindi una pacca sulle spalle e si mossero in direzione dell’angolo, camminando carponi. La paura e la tensione provata in quegli ultimi minuti li avevano letteralmente distrutti, e si sentivano una tale stanchezza addosso quasi avessero percorso chissà quanti chilometri a piedi.
Mentre invece avevano fatto solo qualche decina di metri all’interno del recinto.
Dopo alcuni minuti raggiunsero il lato opposto del luna park, proprio a pochi metri dalla Casa degli Orrori che stavano cercando.
"Guarda laggiù Mark" disse Lenny "Eccola lì."
"WOW, è fantastica!" aggiunse Mark "Sembra davvero che da un momento all’altro ne debba uscire fuori qualche vampiro o qualche cadavere che cammina."

Cap 3

Si avvicinarono alla casa per entrare, col cuore in gola per l’eccitazione di quello che stavano per fare, elettrizzati ancor di più dai fatti successi poco prima.
Videro le rotaie d’acciaio con sopra i vagoni usati per le visite durante il giorno, e il portone d’ingresso che nascondeva il tratto successivo dei binari, all’interno della casa. Salirono sulla piattaforma all’inizio del percorso, davanti all’ingresso, e Mark poggiò la mano sulla porta spingendola piano per aprirla.
Questa si mosse lentamente senza il minimo rumore, strappando alcuni fili di una ragnatela sullo stipite in alto.
Appena la porta fu sufficientemente aperta, una luce soffusa si insinuò all’interno, illuminando il pavimento impolverato, a non appena lo spazio fu largo abbastanza, scivolarono tutti e due all’interno.
"Bleah ! senti che puzza di muffa e di marcio qui dentro !" disse Mark sul punto di tapparsi il naso per non sentire quell’odore disgustoso.
"Ma che bella scoperta" rispose Lenny in tono di scherno "Hai mai visto tu una Casa degli Orrori che profuma di rose e di violette?"
Entrarono e lasciarono la porta che si richiuse da sola dietro di loro, facendo sprofondare la casa di nuovo nel buio.
"Hai portato la torcia Mark?" chiese Lenny.
"Certo che l’ho portata, eccola" rispose Mark tirandola fuori dalla tasca e accendendola.
Subito un lungo raggio di luce perforò il buio di fronte a loro, mentre polvere e tele di ragno erano sparse un po’ dovunque lungo le pareti e intorno alle gallerie. Decisero di comune accordo di seguire il tracciato dei binari per fare un giro completo della casa e per non perdersi nulla.
Era troppo eccitante e non vedevano l’ora di raccontare quella loro avventura ai loro amici per vedere i loro sguardi increduli mentre ascoltavano, incollati alle loro parole.
Girarono a destra per avvicinarsi alla prima stanza che subito si schiarì alla luce della torcia.
A vederla così, e a giudicare dalle immagini sulle pareti, doveva rappresentare la scena di una decapitazione in cui il boia aveva appena tagliato la testa al malcapitato. Ma quello che li lasciò abbastanza sorpresi fu il fatto che la stanza era completamente vuota.
Non c’erano i personaggi della scena. Nessun pupazzo e nessun manichino.
C’erano solo gli oggetti ammucchiati sotto il muro schizzato del sangue della vittima. Il ciocco di legno, la scure e il mantello nero col cappuccio del boia.
Ma non c’era traccia dei personaggi.
"Come mai la stanza è vuota, Lenny? Non è strano? E i manichini dove saranno?" chiese Mark.
"Beh forse la stanza è in riparazione e allora hanno portato via tutto per poterla mettere a posto. L’avranno smantellata per riparare i meccanismi" rispose Lenny.
Mark allungò la mano per toccare il ciocco di legno, ma subito Lenny lo fermò afferrandogli il polso e strattonandolo indietro, facendogli sbattere la punta delle dita sul bordo di legno.
"Ma che fai ? Non toccare nulla" gli disse quasi rimproverandolo.
"Ma che c’è di male? Mica volevo romperlo, no?" rispose seccato Mark, infilando la mano in tasca, notando appena le dita macchiate di rosso.
Si girarono di nuovo verso le rotaie nello stesso istante in cui sentirono la porta di ingresso chiudersi di nuovo, sbattendo.
Il sangue si gelò loro nelle vene mozzando il loro respiro in gola.
Si girarono di scatto con un singhiozzo di paura, mentre scariche di adrenalina li stavano trafiggendo come aghi. La luce della torcia si stampò sulla superficie della porta illuminando la zona intorno all’ingresso, ma non videro nulla.
Non c’era nulla di strano. Nulla di diverso. E la porta era chiusa.
Rimasero fermi con gli occhi sbarrati, ma subito rabbrividirono appena qualcosa spuntò da dietro l’angolo, affacciandosi lentamente al cerchio di luce della torcia. Una piccola sagoma scura, che si sedette vicino alla porta. Un piccolo gattino nero che li aveva sicuramente seguiti e che sembrava ora guardarli incuriosito.
Sbuffarono fuori con sollievo l’aria che avevano trattenuto fino a quel momento, facendo defluire la paura attraverso i polmoni e dissolvendo l’onda di panico che li aveva investiti nel sentire quel rumore improvviso.
Ma non si sarebbero sentiti così rilassati se avessero notato oltre al gatto, anche un’ altra sagoma scura, più grande, che si nascondeva dietro l’altro angolo davanti all’entrata.
"Oh oh, abbiamo ospiti allora" disse Lenny.
"Accidenti a te gatto !! Ci hai quasi ucciso per la paura" disse invece Mark quasi furioso.
Si girarono di nuovo verso la galleria, incamminandosi verso l’interno, attenti a non scivolare sui binari resi viscidi dallo strato di grasso che era stato spalmato sopra.
La luce della torcia sembrava una spada di fuoco che tagliava l’oscurità intorno a loro, quasi come la spada laser dello Jedi della saga di Guerre Stellari. Raggiunsero quindi la seconda stanza ma nell’alzare gli occhi per guardare l’interno, Mark non vide lo scalino basso davanti a suoi piedi e ci inciampò. Cadde a peso morto addosso a Lenny facendolo cadere a sua volta e facendo scivolare la torcia che rotolò dietro di loro, fortunatamente senza rompersi.
"Ma vuoi stare attento Mark? Vuoi che ci facciamo male davvero qui dentro?" sbottò Lenny.
"Scusa ma non ho visto il gradino. Ero troppo intento a guardare altrove" rispose Mark con tono sommesso, alzandosi in ginocchio e allungando un braccio indietro per riprendere la torcia che nel cadere era rotolata all’interno della stanza che avevano visitato, illuminando di nuovo gli strumenti di tortura che avevano appena visto.
Mark allungò la mano per prenderla, ma appena le dita si strinsero attorno al manico, uno spasmo di orrore la bloccò, e il terrore lo devastò come una fiammata quando si accorse che tra gli oggetti illuminati dalla luce, mancava la scure.
La scure non c’era più.
Il terrore lo attanagliò come una morsa, bloccandogli il respiro, e il cuore gli diede un colpo quasi stordendolo come un pugno allo stomaco.
C’era tutto il resto, il ciocco, il mantello, il cappuccio.
Ma la scure non c’era.
"Lenny, Lenny. L’ascia è scomparsa. Lenny guarda laggiù. Oh Dio !! Lenny ho paura, dai, usciamo da qui presto" disse Mark con la voce che gli usciva dalla bocca con un fiato leggero, strozzato, raggelata dalla paura, e con lo sguardo fisso nel punto in la scure era sparita.
Si girò di nuovo verso l’amico per prenderlo per un braccio, ma la mano gli rimase sospesa a mezz’aria.
Anche Lenny era scomparso.
"Lenny? Dove sei? Vieni qui, non fare lo stupido dai. Ho davvero paura Lenny" disse di nuovo con la voce che tremava sempre di più ad ogni parola che pronunciava, quasi sul punto di piangere, mentre ruotava la luce della torcia tutto intorno in preda al panico.
"Lenny dai, vieni fuori. Smettila di scherzare" sussurrò di nuovo con voce sempre più strozzata dalla paura, movendosi a passi lenti lungo la rotaia.
Poteva sentire chiaramente il suono dei suoi passi che scricchiolavano sul brecciolino vicino alle rotaie. Ed era un suono così fastidioso alle sue orecchie che decise di salire sui binari e di camminare lì sopra, in modo che la gomma delle suole non avrebbe fatto alcun rumore calpestando l’acciaio.
"Eccomi Mark. Sono qui nella seconda stanza. Dove credevi che fossi?" Rispose Lenny dopo un po’.
Mark lo raggiunse nella stanza e anche in questa, come nella prima, non c’era nessuno.
"Lenny, ma mi hai sentito, l’ascia della stanza di prima è sparita? Capisci? Ho paura. Mi sento i brividi addosso. Mi sento spiato. Forse non siamo soli qui dentro. Forse c’è qualcun altro" continuava a farfugliare Mark ormai in preda al panico.
"Dai calmati ora, potrebbe essere benissimo caduta a terra quando il gatto è entrato facendo sbattere la porta, no? E forse il rumore che abbiamo sentito era proprio l’ascia che cadeva a terra e non il rumore della porta che sbatteva. Dai non fare lo stupido. Chi vuoi che ci sia qui?" rispose Lenny dandogli una pacca sulla spalla e facendolo entrare nella nuova stanza.
E anche in questa c’erano solo oggetti ma niente personaggi.
Questa volta il soggetto sembrava essere una scena del film "L’Esorcista". C’erano infatti un pigiama ripiegato tra le lenzuola di un letto a baldacchino, e il vestito nero da prete con sopra un crocifisso. Tutto lasciava intendere che fosse proprio ispirata a qualche scena cruciale del film.
"Non ti sembra una scena del film ’L’Esorcista’ ?" disse Lenny "Però è strano che anche questa come quell’altra sia senza personaggi. Possibile che anche i manichini di questa scena si siano rotti? A meno che il proprietario preferisca smontare tutte le scene la sera per rimontare poi i manichini al loro posto di giorno, prima dell’apertura del luna park. Ma sarebbe un lavoraccio e una fatica inutile non credi Mark?"
"Non mi chiedere nulla Lenny. Forse mi sto facendo suggestionare troppo da questo posto, ma mi sto davvero sentendo male per la paura sai?" disse Mark tremando, sentendosi il cuore come trafitto da una spada che lo paralizzava.
Lenny si voltò verso di lui sentendo quella voce tremula e rimase sorpreso nel vedere l’amico che tremava di paura. Non era mai successo prima. E non lo aveva mai visto in quelle condizioni. Avevano passato tantissime avventure insieme ma in nessuna occasione lo aveva visto battere addirittura i denti per la paura.
"Mark? Ti senti bene? Davvero hai così paura?" gli chiese.
"Si Lenny. Non sto scherzando" ammise Mark stringendo i pugni per cercare di smettere di tremare.
"Ok, allora diamo solo un’altra occhiata e poi usciamo di corsa. Va bene?"
"Si, d’accordo."
Rimasero per qualche attimo a osservare la stanza e le immagini disegnate lungo i muri. Sempre le solite orribili immagini di volti urlanti di terrore, di sangue, di sguardi orrendi che li osservavano come fossero pronti a staccarsi dalle pareti per aggredirli.

Cap 4

Uscirono dalla stanza ma furono fermati proprio sulla soglia da un leggero ronzio proveniente dall’interno della casa. Si guardarono negli occhi di nuovo e solo allora Lenny si accorse che lo sguardo di Mark era l’immagine del terrore.
"Stai tranquillo Mark, deve essere solo il rumore del gruppo elettrogeno che ricarica l’impianto. Andiamo a dare un’occhiata allora, dai." Disse Lenny anche se adesso iniziava a spaventarsi anche lui.
"No, no Lenny per favore, andiamo via da qui. Mi scoppierà il cuore se non usciamo" bisbigliò Mark quasi implorandolo.
"Dai Mark, ci vorrà solo un attimo non temere e poi in fondo, siamo venuto qui per questo no? Che figura ci faremmo con gli amici se venissero a sapere che ce la siamo data a gambe per la paura?"
Si mossero lentamente verso l’origine di quel rumore non accorgendosi dei due occhi, scuri come la notte, che li stavano osservando nascosti nell’ombra, dall’altra parte del muro.
Ma appena voltarono le spalle, erano spariti.
Superarono la soglia tremando tutti e due come foglie, ma riuscirono a fare solo pochi passi prima che una porta di metallo si aprisse violentemente davanti a loro, colpendoli e buttandoli a terra. L’ombra che li stava osservando da quando erano entrati nella casa, uscì fuori dall’apertura saltando in mezzo ai binari, fermandosi proprio davanti a loro, scrutandoli con quegli occhi crudeli che avevano controllato ogni loro movimento fin dall’inizio.
La torcia cadde di nuovo a terra e si fermò accesa accanto alla porta spalancata, illuminando i piedi di quell’enorme figura davanti a loro. Il fascio di luce si proiettava parallelo al suolo e non riusciva ad illuminare la parte alta di quella sagoma che continuava a nascondere il suo volto nell’ombra.
Mark e Lenny, seduti a terra uno a fianco all’altro avevano gli occhi sbarrati incollati a quell’individuo. Paralizzati dal terrore. Sentivano i muscoli del corpo duri, rigidi come corde, contratti allo spasimo per il terrore che li stava attraversando come una scarica elettrica. Non riuscivano a rialzarsi e i pochi movimenti scoordinati e a scatto che riuscivano a fare non facevano altro che farli scivolare ancora di più sullo strato di grasso che ricopriva le rotaie, impedendo loro di scappare.
I polmoni si riempivano si svuotavano ritmicamente di quell’aria puzzolente che bruciava come fosse lava incandescente mentre i cuori impazziti pulsavano come volessero schizzare via dal loro petto, per scappare via da quell’orrore.
L’individuo aveva un cappuccio nero che gli copriva il viso mentre il resto del corpo era ricoperto solo da un mantello che lasciava scoperte le braccia nude. Due braccia forti e muscolose, che terminavano con due mani grosse con delle dita che sarebbero state capaci di stritolarli come grissini. La mano destra stringeva un grosso coltello da cucina, mentre l’altra invece teneva stretta un’ascia. E subito Mark riconobbe l’ascia che avevano visto nella prima stanza e che era poi sparita subito dopo il loro passaggio.
Ed adesso era lì, immobile, stretta nella mano enorme di quell’individuo.
Fu come se il tempo si fosse fermato per un istante interminabile mentre i loro sforzi per cercare di rialzarsi fallivano miseramente. I muscoli erano troppo contratti per muoversi e ad ogni minimo sforzo il dolore li trafiggeva come la lama rovente di un coltello.
Alla fine fu Lenny il primo che riuscì ad alzarsi in ginocchio, ma immediatamente, una fitta atroce alla gamba lo fece urlare. Chiuse gli occhi per il dolore e il suo grido risuonò nella casa, spegnendosi in mille echi nei meandri delle gallerie. Quando li riaprì vide la lama del coltello completamente infilata nella gamba, sotto al ginocchio, affondata fino al manico, mentre la mano che la reggeva cominciava lentamente a rigirarla nella carne con delle fitte atroci. Sentiva le carni straziate dell’acciaio che si muoveva dentro la sua gamba, mentre lui la stringeva tra le mani con tutte le sue forze per cercare di strapparla a quella tortura. Provò con tutta la disperazione che aveva di spingere via quella mano pesante che sembrava fare corpo unico con la lama d’acciaio per toglierla dalla sua gamba.
Ma ogni sforzo era inutile.
La forza di quell’individuo era disumana e non riusciva a spostarlo di un millimetro.
Mark rimase impietrito ad osservare quella scena terrificante, incapace di distogliere gli occhi da quella lama che si muoveva nella gamba dell’amico, incapace di intervenire in suo aiuto. Vedeva quel coltello muoversi come un serpente indemoniato nella gamba di Lenny, accompagnato dalle sua urla disperate, mentre i riflessi argentei della superficie di metallo cominciavano lentamente a tingersi di rosso.
Ma fu un’immagine che durò solo un attimo.
Appena il tempo di scorgere un veloce movimento sotto il mantello dell’uomo che lo fece girare di scatto.
La sua reazione fu però troppo lenta e quando si rese conto di cosa fosse era ormai troppo tardi.
La pesante ascia si abbatté sulla sua spalla squarciandogli la carne con un fiotto di sangue che lo investì in pieno viso come una secchiata d’acqua calda. L’uomo ritrasse l’ascia mentre Mark si accasciava a terra urlando per il dolore.
Le urla dei due ragazzi si ripercuotevano lungo le pareti delle gallerie, riecheggiando come una lenta agonia. E l’uomo davanti a loro sembrava gioire di quelle urla stridule che sembravano musica eccitante alle sue orecchie.
Come fosse sufficientemente soddisfatto del dolore che i due stavano provando.
Poi, di scatto, sfilò il coltello dalla gamba di Lenny ammirando con sguardo truce i due poveri ragazzi che cercavano di tamponare le ferite stringendole forte con le mani.

Cap 5

Poi, con un colpo secco, l’uomo spalancò di nuovo la porta d’acciaio, afferrando Lenny per la caviglia della gamba ferita e trascinandolo all’interno della stanza. Il ragazzo cercò con le ultime forze che gli rimanevano di scalciare via quella mano, colpendola ripetutamente col piede della gamba sana, ma quella stretta lo trascinava trattenendolo come una morsa d’acciaio. E non riusciva in nessun modo a rimuoverla dalla caviglia. Appena Lenny fu nella stanza fu il turno di Mark di essere trascinato lì dentro.
L’individuo uscì di nuovo fuori proprio in tempo per vedere Mark che era quasi riuscito a rialzarsi pronto per scappare via. Lo afferrò violentemente per la spalla squarciata, stringendola brutalmente con la mano, facendo schizzare il sangue come una fontana, accompagnata dall’urlo agghiacciante di Mark. Lo trascinò nella stanza con una spinta violenta, facendolo rotolare a terra vicino a Lenny che stava ancora stringendosi la gamba sanguinante.
Si ritrovarono sballottati in una stanza completamente differente dalle altre. Molto più luminosa. Sembrava quasi la stanza di un ospedale con le pareti completamente bianche e lucide che riflettevano la luce in maniera talmente violenta da accecarli, dando loro l’impressione di vedere tante piccole lucciole davanti agli occhi.
Si coprirono il viso con le mani, strizzando gli occhi per cancellare quei fastidiosi puntini bianchi. E fu così facendo che dopo un po’, si accorsero dell’esistenza di altre due porte nel muro sul lato opposto della stanza.
L’ individuo stava ora immobile davanti a loro, imponente con la sua mole massiccia e muscolosa, con le gambe divaricate e i pugni sui fianchi, scrutandoli ferocemente attraverso i fori del cappuccio nero.
Quindi scagliò a terra il coltello e l’ascia, che urtarono violentemente il pavimento con un suono talmente stridulo e metallico che li fece rabbrividire ancora di più.
"Vi volevate divertire vero?" disse la voce orribile dell’uomo da sotto il cappuccio.
I due ragazzi si bloccarono per lo spavento nel sentire quella voce sgraziata e profonda.
"C...c...cosa vuole da noi? Chi è lei? Non volevamo fare niente di male qui. Volevamo solo divertirci" disse Lenny con un filo di voce, balbettando le parole che gli uscivano dalle labbra piene di dolore e di paura, quasi mordendosi la lingua mentre parlava.
"Ma certo. Volevate un divertimento diverso. Un divertimento speciale. Una prova di coraggio da poter poi raccontare ai vostri amici. Non abbiate timore, l’avrete. Avrete davvero quello per cui siete venuti."
Così dicendo, aprì una delle due porte davanti a loro.
I ragazzi si sporsero in avanti per guardare all’interno e videro un’altra stanza molto simile a quella in cui si trovavano, con una serie di tavoli di metallo coperti con delle lenzuola di colori diversi. Allungando un braccio, l’uomo afferrò uno dei tavoli e lo spinse con forza fuori trascinandolo vicino ai ragazzi.
"Venite qui, alzatevi. Vediamo se siete poi così coraggiosi come dite di essere" disse fulminandoli con gli occhi da sotto il cappuccio.
Con un gesto altrettanto veloce, tolse il lenzuolo dal tavolo mentre le facce dei ragazzi si tramutavano in maschere di orrore e l’immagine che si spalancò davanti a loro li colpì come un macigno lasciandoli a bocca aperta.
Steso sul tavolo c’era il corpo orribilmente martoriato di un uomo, con la carne completamente scorticata che lasciava scoperti i muscoli e i tendini, e la testa staccata dal resto del corpo col sangue rappreso tutto intorno al collo mozzato.
"Se foste venuti qui durante il giorno, lo avreste visto nella prima stanza proprio all’inizio della galleria, ma ora che siete qui, avete il grande privilegio di vederlo da vicino. E se volete potete vedere anche tutti gli altri personaggi che abitano nella mia casa" disse l’uomo con una voce dura e graffiante che terminò con una risata agghiacciante.
In quell’istante capirono qual’era la terribile sorpresa nascosta dietro quella Casa degli Orrori. Capirono il motivo per cui non avevano trovato alcun manichino nelle stanze.
Non esistevano manichini, e tutti i personaggi usati nelle scene erano corpi umani. Cadaveri fatti a pezzi da quell’orribile boia, per rendere le scene più realistiche.
E nessun visitatore se ne era mai accorto perché nel buio le sagome dei corpi erano simili a quelle dei manichini. Ma il sangue che vedevano non era vernice. Era sangue vero. E questo pensiero riportò la mente di Mark a quanto successo pochi minuti prima, quando aveva toccato con la mano il ciocco di legno della prima stanza ritraendola sporca di rosso. Non era vernice rossa come aveva pensato in un primo momento, ma era il sangue di quell’uomo che ora stava sdraiato a pezzi davanti a lui. Alzò la mano istintivamente e vedendo i polpastrelli ancora sporchi di rosso sentì un’onda calda di nausea risalire lungo l’esofago fino alla gola, riuscendo a stento a trattenersi dal vomitare.
Solo dopo la chiusura del luna park il carnefice poteva smontare le scene e rimettere i corpi nella cella frigorifera per evitarne la decomposizione.
Lo shock e la paura li stavano paralizzando come avessero ghiaccio liquido al posto del sangue. Sembrava un film dell’orrore come quelli che erano soliti andare a vedere coi loro amici divertendosi a vedere quelle scene da brivido che terrorizzavano gli spettatori.
Ma nei film, l’orrore finisce quando termina la pellicola, ma nel loro caso, quello non era un film, e sembrava non avere fine. Tutto doveva essere finto, ma non lo era.
E le ferite e il dolore che sentivano ne era la prova.
Molte persone erano entrate a far parte di quel macabro teatro, e nessuno sarebbe riuscito a fermare quel pazzo criminale che li scrutava dall’altro lato del tavolo. Perché nessuno avrebbe mai notato la terribile verità nascosta dietro quella casa.
Solo lui lo sapeva, e ora anche loro.
Poi, all’improvviso, l’uomo tirò indietro il tavolo per riportarlo di nuovo nella sala frigorifera da dove lo aveva estratto, sbattendo la porta per richiuderla.
Si avvicinò quindi a passi lunghi verso l’altra porta, ma prima di aprirla, afferrò i due ragazzi per le braccia, costringendoli ad avvicinarsi.
Li sbatté per terra brutalmente vicino al muro e l’aprì.
L’orrore provato un attimo prima era niente in confronto a quello che stavano provando ora davanti a quel nuovo orrore.
La stanza era piena di strumenti di tortura. Coltelli, seghe, forbici, pinze.
"Ecco il mio laboratorio, dove posso dare vita alle mie creature" disse l’uomo con un ghigno orribile, mentre i loro occhi erano inchiodati ad osservare quegli oggetti orribili.
A quel punto l’orrore divenne devastante e non poterono più trattenere le lacrime e i singhiozzi. Era troppo.
Quello che stava davanti ai loro occhi andava troppo al di là di qualsiasi immaginazione e mai si sarebbero aspettati tanto.
Doveva essere una prova di coraggio, ma neanche un adulto sarebbe riuscito a superarla.
"Perché non entrate e date un’occhiata?" disse l’uomo con una voce sarcastica e tagliente.
Lo guardarono entrambi terrorizzati ancora scossi dai singhiozzi, ma poi i loro sguardi furono catturati da un leggero movimento dietro la porta da cui erano entrati. Si voltarono e videro di nuovo il gattino nero che avevano incontrato all’ingresso della casa.
L’animaletto entrò dentro e lentamente si avvicinò all’uomo, strofinando il musetto sulle sue gambe.
"Devi avere molta fame Penny, vero?" disse l’uomo alla bestiola e, come se l’animale avesse capito le sue parole, rispose con un leggero miagolio.
"Stasera c’è una cenetta davvero speciale per te. Una buonissima crema di fegato e cervello. Aspetta che te lo preparo, fresco fresco."
E appena finì di pronunciare quelle parole, entrò nella stanza davanti a loro, aprendo una delle celle frigorifere. Lenny, che stava seguendo con lo sguardo i movimenti dell’uomo, sgranò gli occhi alla vista di quello che contenevano, mentre Mark si piegò in avanti per vomitare.
Pezzi di corpi umani e di interiora umane erano poggiate sugli scaffali all’interno della cella. L’uomo prese in pezzo di cervello e un fegato e li mise insieme in una specie di grosso frullatore per triturarli insieme e lo accese. Il suono stridulo delle lame rotanti del macchinario li fecero inorridire ancora di più al pensiero di quello che stavano triturando. E a quello spettacolo, Mark non riuscì ad evitare di vomitare una seconda volta.
"Oh, oh, guardate, guardate qui, i nostri due eroi hanno qualche problema di stomaco. Che peccato. Però, ora che hanno sporcato per terra, dovranno ripulire per bene il pavimento, vero Penny?"
E l’animale sembrò annuire di nuovo alle parole del padrone.
Vuotò il contenuto del frullatore in una ciotola di metallo e la porse al gatto. E mentre questo cominciava a mangiare il suo orrido pasto, le forti mani dell’individuo, afferrarono i due ragazzi per i capelli, sbattendo le loro facce violentemente contro il pavimento, e strofinandole sopra le chiazze di vomito.
Mark, urtò così violentemente che svenne, mentre Lenny intontito per la botta, rimase supino a terra, con gli occhi che ruotavano attorno alle forti luci abbaglianti sul soffitto.
"Ma adesso Penny, dobbiamo preparare lo spettacolo per domani. Che ne dici di una nuova stanza intitolata "Prigionieri dell’incubo"? Con due nuovi attori? E così domani, potrai avere un menù ancora più speciale di quello di stasera. Sei contento?" E anche questa volta l’animale sembrò capire le parole e annuì con un movimento di intesa del capo.
L’uomo afferrò uno dei tavoli di metallo vuoti che erano allineati nell’angolo opposto della stanza e lo trasportò accanto ai ragazzi. Afferrò Lenny, e lo scaraventò sopra, mentre il ragazzo, nonostante fosse intontito, cominciò a scalciare e a spingere via quelle mani per cercare di liberarsi di quella morsa che lo bloccava sdraiato sulla superficie di metallo.
Ma ogni sforzo era inutile.
In un attimo l’uomo lo immobilizzò legando al tavolo prima le gambe e poi le braccia con delle cinte di cuoio. In quel momento Lenny capì che quello che stava per accadere sarebbe stato peggiore di qualsiasi incubo. La sua volontà e il suo corpo non volevano accettarlo, ma per quanto cercasse di liberarsi delle cinte, ogni movimento non faceva altro che stringerle ancora di più, immobilizzandolo al tavolo.
Vide l’uomo allontanarsi ed entrare di nuovo nella stanza dove avevano visto quegli orribili attrezzi e subito uscirne brandendo una grossa sega circolare e un’ascia. Attraversando la porta, passò accanto al corpo ancora privo di sensi di Mark e con uno scatto rapido piantò la lama dell’ascia nella fronte del ragazzo. Il cranio e le ossa frontali emisero un orribile suono frantumandosi sotto la lama, mentre il corpo del ragazzo sobbalzò all’indietro per il contraccolpo. E quello fu l’ultimo movimento della sua vita. Piccole schegge di ossa esplosero dalla fronte e subito un liquido denso e rosa mischiato al colore rosso del sangue cominciò a sgorgare fuori dalla fronte squarciata
Lenny cominciò ad urlare inorridito dimenandosi come un forsennato per cercare di liberarsi. La sua mente era ormai devastata dal terrore e le urla disperate erano l’unica cosa che la sua bocca riusciva a produrre.
Ma non durarono a lungo.
Appena il tempo di sentire i denti freddi e taglienti della sega affondare sotto il torace e risalire verso il collo, squarciando tutto ciò che trovavano lungo il percorso.
Sentì solo per un attimo il dolore atroce del suo corpo straziato dai denti affilati che sembravano addentare carne e ossa per estirparli dal corpo.
Ma durò solo un attimo.
Il mondo attorno a lui si spense come una scintilla nel buio e l’oscurità avvolse anche lui con la sua gelida mano.