Luna di miele - di Benedetto Silvestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/07/2006 alle ore 11:10:39
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Cap 1
Lo sceriffo non aveva potuto dir loro più di tanto al telefono, ma dal tono insolito della sua voce né Lenny nè Stephanie avevano avuto esitazioni ed erano subito partiti per andare a verificare di persona cosa stesse devastando quel piccolo paesino dell’entroterra.
Dalle parole dello sceriffo, poche per la verità, la situazione doveva essere davvero spaventosa.
Erano appena rientrati dalla luna di miele, ma purtroppo per loro erano anche gli unici due biologi del posto, e lo sceriffo del villaggio non aveva esitato a chiamarli vista la situazione, chiedendo un loro intervento urgente.
Si erano sposati molto giovani dopo che Stephanie aveva finito il corso di specializzazione in biologia. Lenny aveva 32 anni mentre Stephanie solo 28.
Conoscevano entrambi lo sceriffo Comber perché era già stato diverse volte nel loro laboratorio per far esaminare dei campioni di terreno, e quel giorno erano stati quasi buttati giù dal letto dalla sua chiamata. Si erano infatti appena alzati e stavano preparando la colazione, quando il telefono aveva cominciato a squillare nelle prime ore della mattina.
Si resero subito conto della gravità e dell’urgenza del loro intervento, ma purtroppo avevano anche moltissimo lavoro urgente da sbrigare quel giorno e non sarebbero potuti partire per Fraserburgh se non nelle prime ore del pomeriggio.
E ora, dopo quasi due ore di viaggio erano ormai a pochi chilometri dal villaggio, ma l’atmosfera che vedevano intorno a loro non sembrava affatto delle migliori.
L’auto ruggiva sull’asfalto lungo la strada in cima alla scogliera, oltre la quale potevano vedere il mare in burrasca e le alte onde lontane che sembravano ruggire come leoni, sollevandosi con le loro creste bianche per poi scomparire frustando le rocce sottostanti.
Fermarono la macchina proprio vicino al bordo del dirupo per ammirare da vicino quello splendido fenomeno. Scesero, e si mossero verso il limite della scogliera. Il mare sotto di loro spingeva le onde contro le rocce mentre il vento faceva salire gli spruzzi d’acqua fino a loro disperdendoli poi in miriadi di goccioline salate.
Gli scogli sotto di loro erano seminascosti da una leggera coltre di nebbia che lentamente stava risalendo lungo la parete fino a ricoprire l’erba sotto di loro, avvolgendo i loro piedi come un manto impalpabile, nascondendoli e dando l’impressione che tutti e due fossero inspiegabilmente sospesi sulla scogliera.
Era uno spettacolo affascinante ma al tempo stesso inquietante, per quella manifestazione di potenza della natura e rimasero a guardarlo affascinati, finchè i primi brividi di freddo cominciarono a risalire lungo la schiena di Stephanie che suggerì di risalire in macchina e riprendere il viaggio verso il villaggio.
Tirò fuori l’accendino dalla tasca e si accese una sigaretta, offrendone una anche a Lenny che la rifiutò.
"No, grazie, lo sai che ho deciso di smettere" disse allontanando il pacchetto con un gesto della mano.
"Non ti è sembrato strano lo sceriffo al telefono?" chiese Stephanie.
"Si, direi molto strano. Non sembrava neanche lui a dire il vero. Con quella voce così angosciata. Sembrava spaventato, balbettava come un bambino terrorizzato da qualcosa, ma non ha voluto dirci da cosa. Mi sembrava quasi un robot che ripeteva a macchinetta le parole senza rendersi bene conto del senso di quello che diceva" aggiunse Lenny.
Era ormai autunno inoltrato e guardando l’orologio erano circa le sei di pomeriggio con il sole che stava ormai tramontando. Raggiunsero il villaggio quando il cielo era già scuro e i lampioni illuminavano già le strade con i loro bianchi coni di luce che si stampavano per terra ad ogni angolo.
Le strade erano bagnate per l’umidità della sera e la leggera foschia che si addensava a banchi in alcune zone, rendeva quello scenario molto singolare.
Mentre si avviavano lungo le stradine in cerca dell’ufficio dello sceriffo non poterono fare a meno di notare che in giro ... non c’era nessuno.
Il villaggio sembrava completamente deserto. Disabitato.
Dove erano finiti tutti quanti? Possibile che tutta la popolazione stesse chiusa in casa? E non ci fosse nessuno fuori?
Osservando meglio, si accorsero anche che non c’erano affatto animali in giro. Niente cani né gatti. Nessuna traccia di vita. Niente di niente. Solo buio, nebbia e le case con le finestre nere che sembravano osservarli in silenzio in attesa di vedere le loro mosse.
Si fermarono all’incrocio nel centro del paese e scesero dalla macchina guardandosi intorno intimoriti. Sembrava davvero un villaggio fantasma, di quelli che si vedono a volte nelle terre desolate del vecchio west, in cui polvere e insetti sembrano fare da padroni e il vento sembra segnare lo scorrere del tempo fischiando attraverso i vetri rotti delle finestre.
"Ma dove sono finiti tutti quanti?" disse Lenny con un filo di voce, suggestionato da quell’assoluta mancanza di vita.
"Non ne ho la più pallida idea credimi. Forse se riusciamo a parlare con lo sceriffo, lui ci potrà dare qualche spiegazione. Non credi?" rispose Sephanie con un tono di voce che non riusciva a nascondere una certa preoccupazione.
"Si, hai ragione ma, hai idea di dove possa essere l’ufficio dello sceriffo? Hai per caso letto qualche indicazione in giro?"
"Nessuna. Per cui credo che la cosa migliore da fare sia salire in macchina e andarlo a cercare. Anche se non siamo mai stati qui, il villaggio non è poi così grande e non credo che dovremo avere molte difficoltà a trovarlo."
"Hai ragione, andiamo."
Risalirono in macchina chiudendo all’esterno quel silenzio torbido e quella nebbia che rendevano il posto ancora più spettrale.
L’auto sembrava essere l’unica cosa animata nel raggio di chilometri e dovettero percorrere quasi tutte le strade del paese prima di vedere l’insegna con la scritta "sceriffo" sul lato dell’edificio di fronte a loro.
"Eccolo finalmente" mormorò Lenny con uno sbuffo di sollievo.
"Si, ma guarda le finestre. È tutto spento. Non credo ci sia nessuno lì dentro."
"Si, credo anche io. Forse vista l’ora lo sceriffo sarà a casa sua. E così ora abbiamo un problema in più. Come facciamo a trovare la casa dello sceriffo se non sappiamo dov’è e non c’è nessuno in giro a cui chied..."
Ma la frase gli rimase bloccata a metà, appena vide nello specchietto retrovisore, una sagoma scura passare di corsa dietro la macchina.
Rimase a bocca aperta con la frase interrotta a metà, mentre il cuore gli salì in gola.
Stephanie vide quell’espressione raggelata nei suoi occhi, fissi sullo specchietto, e si girò di scatto indietro insieme a lui.
Ma non videro nulla.
Se c’era davvero qualcosa un attimo prima, ora sembrava scomparso.
Continuarono a guardarsi intorno, attraverso i finestrini. Ma non videro niente. Tutto era fermo e vuoto.
"Lenny, cosa è stato?" disse lei con un filo di voce strozzato dalla paura.
"Non lo so, mi è sembrata un’ombra che passava di corsa dietro la macchina. Ma forse mi sono sbagliato." disse lui cercando di non allarmarla.
Ma se solo fosse sceso dalla macchina, non avrebbe detto quella frase, perché si sarebbe accorto della lunga striscia densa sull’asfalto, proprio accanto al paraurti posteriore.
E allora avrebbe avuto la prova di non essersi sbagliato.
"Proviamo a chiamarlo al telefono allora. Ti ricordi che stamattina mi ha chiamata sul cellulare? Devo avere ancora il suo numero memorizzato nel telefono e posso richiamarlo, così sarà lui stesso a dirci a voce l’indirizzo e la strada per raggiungerlo."
"Ma certo, hai ragione. Richiamalo."
Stephanie richiamò il numero sul cellulare e si mise in ascolto. Il telefono dall’altra parte iniziò a squillare. Uno squillo, due, tre. Ma nessuna risposta. Rimase in attesa per parecchi squilli.
Ma non ottenne risposta.
"Accidenti, non risponde. Ma dove sarà andato? Ci ha chiamati solo stamattina e ora sembra sparito come tutti gli altri?" disse Stephanie mentre riagganciava il telefono.
"Non so davvero cosa dirti Stephanie."
"Ascolta Lenny, ho un’idea, senti cosa possiamo fare. Possiamo ancora riuscire a trovare la casa anche senza bisogno dell’aiuto dello sceriffo."
"E come?"
"Se rifaccio il numero di nuovo, possiamo cercare di ascoltare il trillo del telefono dalla macchina. Se abbassiamo i finestrini e ci muoviamo lentamente lungo le stradine, possiamo cercare di rintracciare lo squillo del suo telefono, e se siamo fortunati dovremmo riuscire a sentirlo visto il silenzio che c’è in giro."
"Sei un genio certe volte sai? Mi sorprendi davvero, Stephanie." disse lui cercando di sdrammatizzare la situazione e di nascondere un certo nervosismo che cominciava a sentire dentro di sé.
La donna compose di nuovo il numero e di nuovo il telefono dall’altra parte iniziò a squillare. Una volta, due, tre...Ma questa volta non le importava che qualcuno rispondesse. Questa volta il suono doveva andare avanti finché non avessero trovato la casa.
Il telefono continuò a squillare nel microfono del cellulare di Stephanie, ma nonostante si sporgessero fuori dai finestrini della macchina, nessuno dei due riusciva a rintracciare quel suono nell’aria. Tutto era silenzio mentre l’auto procedeva a passo lento lungo le stradine del villaggio, e l’unico rumore in sottofondo era il leggero scricchiolio delle gomme sul brecciolino. Il telefono continuava a squillare e squillare, ma fuori dall’auto non si riusciva a sentire nulla, la notte e la nebbia sembravano soffocare ogni tipo di rumore ovattando l’atmosfera.
Le luci dei lampioni passavano accanto all’auto sfiorando le lamiere e riflettendosi sul parabrezza, dando loro l’impressione di essere circondati da ombre animate, che rendevano il paesaggio ancora più inquietante.
Poi, come una scintilla nel buio, un suono leggero e lontano colpì i timpani di Lenny.
"Ascolta Stephaie" mormorò frenando col piede.
Fermò la macchina al centro della piazzetta in cui erano arrivati e si sporsero entrambi fuori dai finestrini.
Sembrava proprio il suono intermittente di un telefono.
Ma dal punto in cui erano, non riuscivano ad identificare bene la direzione da cui proveniva.
"Ma da dove viene?" chiese Stephanie.
"Non si capisce, accidenti ! Deve essere da queste parti ma non riesco a capire dove. Cominciamo a controllare questa strada qui davanti" disse indicando davanti a sé "poi proseguiremo con tute le altre finchè non lo troviamo."
Girò il volante e si diresse verso la stradina davanti a loro.
Procedevano a passo d’uomo con le teste sporte fuori dai finestrini, mentre il suono diventava via via più forte e nitido. Erano sulla strada giusta.
Percorsero parecchie decine di metri, cercando di seguire a orecchio la scia di quel trillo e raggiunsero alla fine un gruppo di case.
Doveva essere ormai vicinissimo e fermarono l’auto per cercare di capire da quale di quelle provenisse.
Cap 2
Scesero tendendo le orecchie tutto intorno per cercare di individuarlo e una volta localizzato si mossero con passo incerto in quella direzione.
Sentivano l’umidità dell’aria sui loro volti e nonostante indossassero entrambi una giacca a vento, l’aria della sera riusciva a penetrare attraverso la stoffa con dei brividi di freddo che facevano venire la pelle d’oca. Tanto che Stephanie fu costretta a massaggiarsi le braccia con le mani per cercare di scacciare quella sensazione fastidiosa. Anche se sapeva benissimo che non erano solo brividi di freddo, e che la paura e la suggestione stavano iniziando a fare il loro effetto.
Il suono del telefono diventava sempre più nitido finchè, dopo alcuni passi, si trovarono davanti alla casa da cui proveniva.
Stephanie spense il cellulare e subito l’altro telefono smise di squillare, facendo ricadere il paese nel silenzio. L’avevano trovata.
La stradina era molto stretta con le case allineate lungo i due lati dei marciapiedi, e quella dello sceriffo era la terza a partire dalla piazza sul lato sinistro della strada. E come tutto il resto del villaggio, tutto sembrava deserto e abbandonato, come se l’ultimo rumore sentito in quella zona risalisse a chissà quanti anni prima.
Videro la macchina dello sceriffo parcheggiata sul vialetto del giardino e diedero un sospiro di sollievo immaginando che se l’auto era lì allora lo sceriffo doveva essere in casa. Ma il sollievo si spense brutalmente appena videro che tutte le luci all’interno della casa erano spente.
Anche qui, come nel suo ufficio, tutto era spento.
Stava dormendo forse? Oppure non era in casa?
Mentre si avvicinavano, la gelida sensazione che avevano provato un attimo prima, cominciò a diventare più forte, sospingendoli lontani da quel posto. Come se un istinto irrazionale suggerisse loro di scappare invece di entrare lì dentro.
Si fermarono davanti alla veranda e salirono i gradini uno alla volta per raggiungere la porta di legno coperta da una zanzariera esterna. Lenny allungò istintivamente la mano per bussare ma subito Stephanie gli afferrò il polso per fermarlo. Lo guardò per un attimo con occhi spaventati, ma subito si rese conto che stava facendo una cosa stupida e gli rilasciò il braccio.
"Scusa Lenny, ma per un attimo ho avuto paura" mormorò abbassando lo sguardo.
"Non ti preoccupare sono sicuro che tutto sarà chiaro una volta che avremo parlato con lo sceriffo" rispose lui guardandola negli occhi per cercare di calmarla. Ma in realtà si sentiva ancora più spaventato di lei. Spaventato che potesse accaderle qualcosa di brutto. Ma non voleva pensarci ora e soprattutto non voleva che lei si rendesse conto che anche lui aveva paura. Si spostò quindi davanti a Stephanie. Aprì piano la zanzariera e allungando la mano, bussò.
"C’è nessuno ? Sceriffo Comber siamo i dottori Stevens. Ci ha chiamati lei poche ore fa."
Ma l’eco delle sue parole fu subito ingoiato dal silenzio che divenne ancora più inquietante per la mancanza di risposta dall’interno della casa.
Attese qualche istante e poi bussò di nuovo, ma questa volta senza dire una parola. Bussò soltanto, ma il risultato fu lo stesso.
Cercò allora di girare la maniglia della porta per vedere se era aperta e rimase un attimo interdetto quando questa si mosse con un leggero scricchiolio.
Lasciò istintivamente la maniglia, facendo un passo indietro spaventato, mentre la porta si apriva lentamente sotto la spinta della sua mano, mostrando un alto rettangolo nero all’interno della casa.
Rimasero immobili davanti allo specchio della porta, indecisi sul da farsi. Chiedendosi se entrare per cercare lo sceriffo, dando quasi per scontato che stesse davvero lì dentro.
Lenny fece un passo avanti allungando la mano lungo la parete interna per cercare l’interruttore della luce. Ma subito Stephanie lo fermò.
"Aspetta, andiamo a prendere prima le torce in macchina."
"Si, hai ragione" rispose lui, con una voce che per un attimo tradì la sua paura. Ma cercò subito di riprendersi.
Si allontanarono dalla casa camminando all’indietro, scendendo i gradini e girandosi poi verso la macchina. Superarono il cancello del giardino, proprio nell’attimo in cui una sagoma scura si stava allontanando dalla loro auto, scomparendo dietro l’angolo nella foschia.
La videro e si bloccarono di colpo spaventati, con le suole delle scarpe che slittarono sul marciapiede umido.
"Ehi tu, aspetta" gridò Lenny mentre tutti e due si lanciarono all’inseguimento verso il punto in cui lo avevano visto sparire. Raggiunsero l’angolo e lo oltrepassarono.
Ma non c’era più nessuno. Solo nebbia e silenzio. L’ombra sembrava essersi dissolta nella foschia.
"Ehi tu, dove ti sei nascosto? Vieni fuori per favore, dobbiamo parlarti" urlò Lenny di nuovo. Ma anche stavolta le sue parole si spensero nella nebbia, ingoiate di nuovo dal silenzio.
"Chi era?" chiese Stephanie con un sospiro.
"Davvero non lo so. Ma almeno abbiamo la prova che non siamo soli. C’è davvero qualcuno in questo posto" rispose "Ma dove è sparito?"
Fecero alcuni passi all’interno del vicolo davanti a loro per cercare di vedere meglio nella foschia, ma tutto sembrava immobile e le finestre delle case sembravano osservarli in silenzio, come occhi giganteschi di fantasmi nascosti dietro le pareti.
"Vieni. Torniamo alla macchina e prendiamo le torce" disse alla fine Lenny.
Voltarono l’angolo per tornare alla macchina, ma un rumore di passi rapidi e pesanti alle loro spalle li paralizzò. Si girarono di scatto di nuovo verso il vicolo dove l’ombra era scomparsa un attimo prima. Ma la strada era sempre deserta. Non c’era nessuno. Nonostante il suono dei passi fosse ancora forte e chiaro, non riuscivano a vedere nessuno. Rimasero fermi, immobili con gli sguardi frenetici che esploravano ogni angolo, finché il rumore cominciò a diminuire fino a sparire inghiottito di nuovo dalla nebbia.
"Lenny, che sta succedendo qui? Ho paura" balbettò Stephanie con un filo di voce rotto dalla paura, guardando Lenny fisso negli occhi.
"Non lo so. Credimi, non lo so" rispose lui guardandosi ancora intorno. "Dai, andiamo alla macchina e speriamo solo di riuscire a trovare lo sceriffo."
Si avvicinarono alla macchina e aprirono il cofano per prendere le torce dagli zaini. Le accesero per vedere se funzionavano e subito due lunghi coni di luce perforarono la penombra davanti a loro, stampandosi sulle portiere della macchina dello sceriffo.
Le spensero incamminandosi di nuovo verso la casa.
Raggiunsero i gradini della veranda ma si bloccarono come due statue appena misero il piede sul primo gradino. I loro sguardi si incrociarono terrorizzati mentre il loro respiro si fermò all’istante.
La porta di casa era chiusa.
Loro l’avevano lasciata aperta un attimo prima, ma ora sia la porta che la zanzariera erano chiuse di nuovo.
"Forse è stato il vento Stephanie, non avere paura" disse Lenny cercando di farle coraggio.
Ma appena pronunciate quelle parole, si resero conto che non c’era un filo di vento intorno. Deglutendo in silenzio per cercare di soffocare la paura, Lenny accese la torcia risalendo i gradini uno ad uno e raggiungendo la maniglia della porta, seguito da Stephanie.
La girò e la spinse verso l’interno.
La porta si aprì con lo stesso suono stridulo di prima fino a spalancarsi completamente.
I raggi bianchi delle torce subito irruppero nella stanza di fronte a loro, tagliando il buio come lame, rigirandosi all’interno per esplorare ogni minimo angolo. C’era un ampio ingresso, con un piccolo corridoio proprio davanti a loro, che finiva con una rampa di scale. Sulla sinistra si apriva una porta che dava sicuramente l’accesso a qualche stanza, mentre sulla destra c’era una larga sala con grandi finestre che ricoprivano quasi l’intera parete.
"C’è nessuno? Sceriffo Comber?" chiese Lenny con voce incerta che si affievoliva man mano che pronunciava le parole. Ma il silenzio fu l’unica risposta alla sua domanda.
Anche Stephanie chiamò lo sceriffo per nome ma la sua voce era così fioca che finì per ingoiare l’ultima parte della frase.
Rimasero per qualche istante fermi sulla soglia, mentre i raggi delle torce correvano lungo le pareti come per cercare qualcosa.
Erano tutti e due spaventati a morte dall’idea di entrare. E fu allora Lenny che ruppe il ghiaccio, facendosi coraggio con un respiro profondo e facendo il primo passo verso l’interno, seguito dalla moglie.
Decisero di non accendere le luci in casa per timore che qualcuno potesse vederli. Non sapevano neanche loro di cosa avevano paura, ma una specie di sesto senso suggeriva loro di essere prudenti e di muoversi seguendo solo le luci delle torce.
Si fermarono sulla soglia della stanza a sinistra illuminandola con entrambe le torce. Doveva essere una specie di studio. C’era una scrivania sulla destra, accanto alla finestra e due grandi scaffalature di legno lungo le pareti con centinaia di libri. Rimasero fuori della stanza, illuminandola in ogni angolo, ma non notarono nulla di particolare, niente di strano, a parte un odore acre e pungente che li investì appena si affacciarono nella stanza. Ritrassero quindi le torce per proseguire l’esplorazione della casa, ma così facendo non notarono un piccolo libro chiuso sulla scrivania, coperto dallo schienale di una sedia davanti al tavolo.
Ma dello sceriffo, nessuna traccia.
Indietreggiarono illuminando la sala alle loro spalle anch’essa vuota, dirigendosi verso le scale in fondo al corridoio. A destra delle scale c’era un’altra porta che dava sulla cucina, che non era visibile dalla porta di ingresso, ed entrarono. Era una stanza molto grande con al centro un tavolo a forma di "L" e una serie di pensili alle pareti. Un frigorifero sull’angolo sinistro mandava il tipico ronzio del generatore che lo alimentava, mentre lo sportello era ricoperto da una serie di bigliettini di carta appesi con delle calamite a forma di frutta. Si avvicinarono per leggerne alcuni e su tutti erano annotate cose che lo sceriffo avrebbe dovuto fare o comprare, o persone che avrebbe dovuto incontrare per lavoro. I messaggi che la gente di solito appende sul frigorifero per ricordarsi cose che altrimenti potrebbe dimenticare.
Fecero per uscire dalla cucina quando un rumore di vetri infranti li fece raggelare. Proveniva da fuori. Istintivamente spensero le torce voltandosi verso la finestra, nascondendosi dietro le tendine della cucina che li nascondevano perfettamente in modo da non essere notati dall’esterno. Rimasero immobili sui due lati della finestra guardando attraverso le tende.
Ma non riuscirono a vedere nulla. Nessun movimento.
Forse la persona che avevano intravisto prima in strada fosse di nuovo lì fuori. Ma chi era? E cosa voleva da loro? Era lo sceriffo che cercava di mettersi in contatto con loro, in qualche modo? Ma se voleva incontrarli, perché si comportava in quel modo strano? Perché si nascondeva appena li vedeva?
Oppure non era lo sceriffo, ma era qualcun altro?
"Pensi che sia stata la stessa persona che abbiamo visto poco fa?" chiese Lenny alla moglie.
"Non saprei Len..."
Ma non riuscì a finire la frase, brutalmente interrotta da un nuovo fragore di vetri infranti. Si sporsero di nuovo alla finestra e stavolta intravidero di nuovo la stessa sagoma scura che avevano visto prima in strada. Era lì, oltre il cancello della casa dello sceriffo, dall’altro lato della strada. Immobile, nascosta nell’ombra della casa alle sue spalle, che impediva loro di vederne meglio chi fosse.
Ma la sensazione che li fece raggelare era che sembrava che stesse lì ad osservarli. Quasi per provocarli e per cercare di farli uscire dalla casa, richiamando la loro attenzione rompendo i vetri delle finestre per strada. Ma ammesso che fosse stato davvero così, non riuscivano a comprendere il motivo di tale comportamento.
O forse era solo una loro sensazione priva di fondamento?
Poi, tutto ad un tratto, la sagoma si mosse scappando via come prima, nascondendosi nelle ombre dei vicoli alle sue spalle e scomparendo all’istante. Non cercarono neanche di rincorrerlo visto che sarebbe stato inutile come era stato inutile la prima volta.
Si allontanarono dalla finestra uscendo a passi lenti, con circospezione, dalla cucina. Si trovarono di nuovo ai piedi delle scale e si fermarono per illuminare la parte alta con le torce che stamparono le loro luci contro la parete in fondo, a metà della scalinata. Le pareti ai lati delle scale erano coperte di quadri le cui ombre venivano proiettate come lunghi veli neri, dalle luci delle torce. Lenny fu il primo ad incamminarsi sui gradini, seguito da Stephanie, con gli scalini di legno che scricchiolavano quasi in maniera sofferente sotto il peso dei loro piedi. Mentre Lenny illuminava la parte alta verso cui si dirigeva, Stephanie preferiva guardarsi le spalle e illuminare l’ingresso, oscillando la torcia in maniera nervosa da un lato all’altro, terrorizzata dall’idea che qualcuno o qualcosa potesse saltarle addosso quando meno se lo aspettava, mentre era voltata di spalle.
Cap 3
Raggiunsero la cima e si trovarono di fronte un altro corridoio, più largo di quello davanti all’ingresso, ma più corto. C’erano due porte sul lato di sinistra e una a destra. E una finestra larga come la parete, chiudeva il corridoio davanti a loro.
Stephanie prese il braccio di Lenny, stringendolo per la paura, quasi conficcandogli le unghie nella carne. Lenny si girò con una smorfia di dolore mentre la donna saliva gli ultimi due gradini fino al pianerottolo.
Lenny fece un gesto con la mano per indicare a Stephanie di avvicinarsi alla prima porta sulla sinistra. Si avvicinarono insieme e Lenny, messa la mano sulla maniglia, la girò per aprirla. Era chiusa a chiave. Provò di nuovo ma inutilmente. Si spostarono davanti alla seconda porta, ma anche questa era chiusa come la prima. Con un sospiro nervoso guardò Stephanie negli occhi, indeciso se cercare di forzarle oppure no. Ma alla fine decise per il no, perché per forzare una delle due, avrebbero sicuramente fatto un rumore infernale e se c’era davvero qualcuno che li stava spiando, avrebbero rivelato rapidamente la loro posizione all’interno della casa.
Si mosse quindi verso la terza porta sulla parete di fronte. Si appoggiarono tutti e due alla parete, su entrambi i lati, con le spalle sugli stipiti della porta. Lenny allungò la mano sulla maniglia girandola al tempo stesso.
Si aprì subito con un leggero ’click’ della serratura.
Si fermò trattenendo la porta per la maniglia per impedire che si aprisse da sola. Poi guardando Stephanie negli occhi cominciò a spingerla per aprirla. Si mosse leggera, senza alcun rumore, mentre le luci delle torce si facevano strada all’interno.
Era una camera da letto. Il letto era intatto ma tutti i cassetti e l’armadio erano completamente in disordine. I vestiti erano sparsi dovunque sulle sedie, sul pavimento e penzolanti dai cassetti aperti. Sembrava come se un ladro l’avesse messa sottosopra facendo cadere di proposito tutti gli oggetti sul pavimento.
Ruotavano le torce stando sempre fermi sulla soglia della stanza, non osando entrare per paura di chissà quale orribile trappola potesse attenderli se avessero varcato quella porta.
Ma un fruscio alle loro spalle li raggelò.
Si girarono col cuore in gola, con gli occhi fissi alle due porte alle loro spalle. I fasci di luce cominciarono a roteare saltando da una porta all’altra, come se da un momento all’altro qualcosa dovesse schizzare fuori da una delle due.
Seguì subito un altro scricchiolio, gelido, da mozzare il fiato.
C’era qualcuno dietro una di quelle porte.
E il rumore che avevano appena sentito era quello di passi che strusciavano su un piano di legno, simile a quello che avevano causato loro mentre salivano per le scale.
C’era qualcuno lì dietro. Ma chi era? O che cosa era? Un essere umano? Lo sceriffo? Oppure un animale? Magari un cane o un gatto?
Si mossero terrorizzati, avvicinandosi di nuovo alle due porte chiuse. Si appoggiarono alle pareti di nuovo, in silenzio, con le orecchie tese per ascoltare il pur minimo rumore.
Ma dentro le stanze c’era adesso solo silenzio. Nessun rumore.
Lenny stava quasi per toccare la maniglia di una delle due porte quando un altro rumore sordo all’interno della stanza gli bloccò la mano, col cuore che gli diede un pugno nel petto. La ritrasse istintivamente guardando Stephanie che era ancora più terrorizzata di lui, con gli occhi sbarrati e la mano chiusa a pugno davanti alla bocca per cercare di non gridare.
Poi, un rumore stridulo di vetri infranti fece scoppiare nella gola di Stephanie l’urlo che era riuscita a trattenere fino a quel momento. Saltò in preda al panico tra le braccia di Lenny che quasi cadde per la violenza dell’urto, appiattendosi lungo il muro quasi a volersi nascondere al terrore che li stava devastando. Rimasero impietriti incollati al muro mentre Lenny stringeva la moglie tra le braccia per cercare di calmarla, sentendo che il panico stava iniziando a farsi strada anche dentro di lui. Le luci delle torce erano come cerchi immobili stampati sul pavimento di legno. Il loro respiro sembrava come quello affannoso di un cane dopo una lunga corsa mentre il cuore di Stephanie pulsava dandole dei colpi che sembravano trafiggerla come coltelli.
La pressione del sangue era così alta che in un attimo Stephanie ebbe la sensazione che l’intero corridoio cominciasse a ruotare intorno a loro come una giostra e dovette chiudere gli occhi per qualche istante per riprendere il controllo dei nervi.
"Stai bene?" le chiese Lenny.
Non aveva il coraggio di parlare, ma annuì con la testa per cercare di tranquillizzare il marito dietro di lei. Lo conosceva bene e sapeva anche lei quanto fosse terrorizzato anche se faceva di tutto per non darlo a vedere.
Sapevano che dovevano aprire quella porta, ma non osavano farlo. Sapevano anche che le porte erano chiuse e avrebbero dovuto sfondarle per aprirle. Ma poi, cosa si aspettavano di trovare al di là? Rimasero allora fermi con le orecchie tese al minimo rumore proveniente da dietro la porta, indecisi se aprirla a forza oppure no.
Il tempo sembrava essersi fermato congelandoli come due statue all’interno della casa. Erano fermi, al lato della porta e gli unici movimenti erano quelli dei loro polmoni che soffiavano lenti come due mantici e dei loro cuori i cui battiti rasentavano ormai la soglia dell’infarto.
Poi Lenny si decise. Prese il coraggio a due mani preparandosi ad aprire la porta. Si allontanò dal muro, facendo scudo col proprio corpo per proteggere Stephanie, mentre i suoi passi scricchiolavano sul pavimento e la sua mano si avvicinava alla maniglia, determinato ad aprirla a spallate. L’afferrò tenendola stretta nella mano e irrigidì i muscoli del busto, del collo e delle spalle, pronto a sfondarla. Girò la maniglia pronto a buttarla giù, ma si fermò di colpo, coi muscoli contratti in uno spasmo, quando sentì la maniglia cedere sotto le dita e la porta aprirsi cigolando. Si tuffarono ai lati dei due montanti per ripararsi mentre quel cigolio tagliente penetrava le loro orecchie, interrompendosi solo quando la porta fu completamente spalancata. Subito le torce iniziarono ad esplorare la stanza, che era molto piccola e videro subito che era vuota. Doveva essere una specie di ripostiglio ma era completamente vuoto. Non c’era arredamento, niente armadi, niente scatoloni, niente di niente.
Illuminò la parete di fronte alla porta dove c’era la finestra e subito il raggio si riflettè sulle punte aguzze di frammenti di vetro incastrati sul telaio di legno. Abbassò quindi la luce e fu piacevolmente sorpreso nel vedere che non c’erano pezzi di vetro all’interno, per cui chiunque avesse rotto la vetrata, lo aveva fatto dall’interno, saltando poi giù in giardino, facendo cadere i pezzi di vetro giù nel prato. Ma chi lo aveva fatto? E perché? Chi è che si stava muovendo nell’ombra attorno a loro, spiandoli e spaventandoli in quel modo? E cosa voleva da loro?
Lenny entrò nella stanza, sicuro che non ci fosse nessuna brutta sorpresa ad attenderlo e si avvicinò alla finestra. Stephanie invece preferì rimanere sulla soglia della porta a controllare il corridoio. L’uomo tolse alcuni frammenti di vetro dal telaio di legno, per sporgersi a guardare giù in giardino, senza rischiare di tagliarsi.
Stephanie, che aveva lo sguardo fisso alle scale interne, fece appena in tempo a voltarsi per vedere la testa del marito sporgersi dalla finestra. E a quella vista, il terrore le esplose dentro, facendole contrarre la gola in uno spasmo che le fece ingoiare l’aria soffocando un grido. Lenny guardò giù ma le uniche cose che vide furono la strada davanti alla casa e la loro auto e quella dello sceriffo parcheggiate davanti al vialetto. Guardò anche alla base del muro sotto di lui ma era così buio che non riuscì a vedere nulla. Neanche illuminandolo con la torcia.
Ritrasse la testa e si voltò verso Stephanie, che era diventata bianca come un lenzuolo, con la mani sulla bocca e gli occhi sbarrati per il terrore. Aveva già immaginato di vedere la testa del marito rotolare giù dalla finestra, mozzata da un’ascia o qualcosa di simile, nel momento in cui si era sporto dalla finestra.
"Stephanie, cos’hai?" disse Lenny prendendole le mani. Tremava come una foglia con gli occhi ancora sbarrati, incollati alla finestra. Ma appena sentì la sua voce, si sentì rinascere.
"Niente, è che vedendoti sporto fuori dalla finestra, ho immaginato di vedere la tua testa rotolare giù, e..." ma non riuscì a finire la frase scoppiando in lacrime.
Lui la abbracciò per calmarla, mentre sentiva il suo corpo scosso da singhiozzi di paura.
Lasciarono la stanza e scesero per le scale fino al pianterreno. Arrivarono alla porta di casa passando di nuovo davanti allo studio dello sceriffo, decidendo di comune accordo di darci un’altra occhiata.
Subito l’odore acre e pungente di prima li colpì di nuovo, come fosse il residuo di uno di quei prodotti usati per pulire il legno dei mobili. Non diedero troppo peso alla cosa e si avvicinarono alla scrivania illuminando meglio la stanza con le torce.
E fu proprio in quel momento che Stephanie notò il piccolo libretto chiuso sul tavolo. Allontanò la sedia per avvicinarsi e puntando la torcia, lo aprì. Era una specie di diario.
Un diario che lo sceriffo usava per prendere nota degli eventi più importanti che accadevano al villaggio.
"Hey Lenny, vieni, guarda qui" sussurrò al marito.
Lenny le si avvicinò mentre lei cominciò a sfogliare il diario.
"È una specie di diario dello sceriffo. Forse potremo trovare qualcosa di interessante tra le righe."
Mentre Lenny appoggiava la sua torcia sul tavolo, il fascio di luce illuminò accidentalmente una lampada da tavolo fracassata, sul pavimento, accanto alla scrivania. Sembrava come se qualcuno l’avesse scagliata a terra con forza rompendola. Anche se a guardare meglio, e a guardare meglio i graffi sul lato della scrivania, dava l’impressione che fosse caduta a terra in seguito ad una lotta avvenuta in quella stanza.
Ma la loro attenzione era ora completamente rivolta al diario.
Cap 4
Stephanie aprì il libro alla prima pagina con la data del 1° Gennaio. Ogni pagina corrispondeva ad un giorno dell’anno, con indicati i fatti salienti accaduti nelle ventiquattrore. Sfogliò velocemente le prime pagine, per arrivare subito agli avvenimenti degli ultimi giorni.
Ma mentre leggevano tra le righe del diario, ebbero di nuovo la sgradevole sensazione di essere spiati. Alzarono gli sguardi dalle pagine illuminando di nuovo con le torce la stanza e la finestra per vedere se c’era davvero qualcuno. Ma non videro nulla. Tutto era vuoto e non c’era nessuno oltre a loro. Ma proprio mentre riponevano le torce sul tavolo per riprendere a leggere, notarono un pezzo di carta infilato sulla punta di una matita nel portapenne sulla scrivania. Lo presero e rimasero un po’ interdetti nel leggere il numero di telefono del cellulare di Stephanie. Era strano che lo sceriffo lo avesse annotato su quel foglietto volante lasciandolo lì in bella vista. Ma in quel momento non vollero dare troppa importanza alla cosa, e decisero di iniziare a leggere il diario.
Era ormai sera inoltrata quando aprirono il diario all’ultima pagina, e lessero la data del 26 ottobre. Proprio la data di quel giorno.
E appena iniziarono a leggere le ultime righe della pagina, sentirono il sangue raggelarsi nelle vene, come fosse ghiaccio liquido.
’... non so cosa altro scrivere. Mi tremano le mani. Sento che mi sta cercando. Sono rimasto solo io ora. Sono l’ultimo rimasto, in questa notte da incubo. Eccolo...lo sento ora, sta battendo contro la porta di casa. Mi sta cercando. Oh mio dio !!! Maledetto giorno. Maledetto quel 25 ottobre. Vorrei non fosse mai esistito !!! Magari non fosse mai esistito !!!’
"Ma di che sta parlando?" chiese Stephanie con un filo di voce "E guarda la scrittura. È tutta scomposta, come se stesse tremando. Non è come la scrittura normale delle altre pagine. Doveva essere terrorizzato mentre scriveva."
"Si, lo vedo, Ma cosa significano queste parole? Chi è che lo stava cercando?".
"Leggiamo oltre e forse lo scopriremo" aggiunse Stephanie.
’... e quella montagna maledetta. È stata lei a partorire l’orrore. È sta lei a partorire l’incubo che ha distrutto il villaggio. Tutto è accaduto in una sola notte. Solo una notte è bastata. Non ha lasciato nessuna chance per nessuno. Nessuno. Oh mio Dio !!! Eccolo !!! Ha quasi sfondato la porta. Non ho più tempo ora. Devo scappare. Lascio questo diario per avvertire chiunque passi per questo villaggio, di scappare via. Scappate !!! Avvertite le autorità del pericolo e poi distruggete il villaggio. Ma soprattutto, distruggete quella galleria. È stato quello l’utero che ha partorito l’orrore che ci ha distrutti tutti quanti. E tu, ... tu che stai leggendo ora queste righe, ascoltami. Scappa. Corri e scappa via. Lascia questo posto immediatamente e torna solo per distruggerlo. Se torni, fallo solo per cancellarlo dalla faccia della terra. È l’unico modo per eliminare la minaccia che incombe su di noi. Distruggilo e scappa !!!’
E la frase terminò con una lunga strisciata irregolare di inchiostro, che probabilmente stava ad indicare che in quell’istante, mentre stava scrivendo quelle ultime parole, qualcuno era entrato nella stanza e il terrore gli aveva fatto marcare la carta con quella strisciata di morte.
"Mio Dio Lenny, ma cosa è successo qui? Sono parole da far venire i brividi. Lenny, ho paura, davvero" disse Stephanie con la voce quasi singhiozzante.
"Non ne ho idea ma sembra che qualcosa sia successo in quella galleria ai piedi della collina che abbiamo visto mentre venivamo. Te la ricordi? Dalle parole che dice ’la montagna maledetta che ha partorito l’orrorÈ, sembra che qualcosa di orribile sia uscito da quella galleria e, uno alla volta, abbia sterminato tutti gli abitanti del paese. Hai notato che non ci sono neanche animali in giro? Né cani, né gatti. Niente di niente."
"Lo so Lenny. Sono spariti tutti." disse Stephanie con lo sguardo vuoto, fisso davanti a lei.
E in un attimo, appena finirono di pronunciare quelle parole che si spensero nella fredda oscurità della casa, la paura di qualcosa che potesse sfuggire al loro controllo cominciò a farsi strada dentro di loro sempre più violentemente, riempiendoli di terrore.
Sentivano che lì fuori c’era qualcosa in agguato che li stava aspettando.
Cominciarono a sfogliare il diario all’indietro fino a raggiungere le pagine relative al 24 ottobre. Quello che, a giudicare dalle parole del diario, era stato il giorno precedente a quello dell’inizio dell’incubo.
"Eccolo qui. Il 24 ottobre. Leggiamo."
’24 ottobre ore 16:30, La signora Smith mi ha chiamato nel pomeriggio per salvare il suo gattino che, salito sull’albero, rischiava di cadere da un momento all’altro.’
’24 Ottobre ore 18:00, Il solito signor Steward mi ha chiamato per via della solita crisi di ansia che lo aveva colpito mentre era al parco facendogli credere che tutti i piccioni nel giardino lo stessero spiando. Anche oggi come negli ultimi giorni, la pioggia non ha smesso un attimo di cadere. Sta piovendo ormai da più di cinque giorni.’
"Beh, il 24 Ottobre mi sembra sia stata una giornata normale, tranquilla come tutte le altre. Vediamo ora il fatidico 25 ottobre" disse Stephanie.
’25 Ottobre ore 13:30, All’ora di pranzo, quando tutti erano a casa, un terribile boato a scosso l’aria e una enorme frana sul fianco della collina, ha smosso quintali di terra portando alla luce una vecchia galleria appartenente ad una vecchia miniera abbandonata. La massa di terra e le pietre, rotolando lungo il pendio, hanno investito un’auto di passaggio che è stata completamente spazzata via insieme ai due occupanti che sono morti sul colpo. L’area è stata immediatamente chiusa per permettere agli operai di rimuovere i detriti e liberare di nuovo la strada dal fango.’
"Hai ragione Lenny, si tratta proprio della montagna che abbiamo visto mentre venivamo qui oggi."
"Si, deve essere proprio quella visto che non ci sono altre montagne in giro, o almeno non così alte da provocare una frana di quelle dimensioni" aggiunse Lenny.
’25 Ottobre ore 19:30, All’ora di cena la signora Stevens, la proprietaria dell’unico albergo del villaggio, mi ha chiamato preoccupata perché il suo unico inquilino, non era ancora rientrato, e non lo aveva più visto dalla mattina. E non riusciva a trovarlo da nessuna parte. Mi ha dato una descrizione dell’uomo. Alto circa 1.80, di corporatura magra. Ho cercato di calmarla dicendo che sicuramente si era allontanato dal villaggio per vedere i posti vicini e sarebbe sicuramente rientrato più tardi. I turisti fanno spesso dei lunghi itinerari quando vanno a vedere posti nuovi. Ma la donna, dopo avermi lanciato uno sguardo di traverso, si è rivolta in silenzio verso la montagna, e se n’è andata.’
’25 Ottobre ore 21:00, Ho ricevuto due telefonate da due capi famiglia del villaggio preoccupati da urla stridule che sentivano provenire dalla montagna. Stavano entrambi cenando a casa quando si sono sentiti raggelare, nel sentire quelle grida agghiaccianti provenire da fuori, dalla montagna. Si sono subito alzati per andare a vedere alla finestra cosa stesse succedendo, ma la zona era completamente buia e la luce della luna era troppo debole per illuminarla. Sono corso sul posto ma non ho trovato nulla di strano. Ho anche cercato di entrare nella galleria ma era troppo buio per cui ho deciso di ritornarci domani, di giorno’.
’25 Ottobre ore 22:15, Stavo appena tornando a casa dall’ufficio, quando ho trovato ad attendermi fuori dalla porta la famiglia Coleridge, per denunciare la scomparsa del loro unico figlio. Era uscito di casa nel primo pomeriggio e da allora non lo avevano più visto. Questa situazione sta iniziando a preoccuparmi.’
’25 Ottobre ore 23:45, È quasi mezzanotte e la situazione sta peggiorando di minuto in minuto. La gente del villaggio è nel panico. Le persone sembrano sparire nel nulla, una dopo l’altra. Apparentemente senza motivo. E le persone rimaste si barricano in casa terrorizzate. Ma cosa sta succedendo? Le strade sono deserte. Solo il vento, la pioggia, e le nuvole si muovono tra le case. L’intero villaggio è avvolto in un’atmosfera da brivido. Non riesco a capire. Sembra che tutto sia iniziato da quella frana sulla costa della montagna, ieri mattina. E questi strani fenomeni sono iniziati proprio da quel momento. Ora è quasi l’una di notte e voglio andare a dare un’occhiata a quella galleria.’
Cap 5
Queste erano le ultime parole della pagina che stavano leggendo, relativa alla notte del 25 Ottobre. La voltarono per leggere sull’altro lato del foglio ma subito notarono che la scrittura dello sceriffo era drasticamente cambiata. Completamente diversa rispetto a quella delle pagine precedenti.
Sembrava la scrittura di una persona sconvolta, in preda al panico.
’26 Ottobre ore 03:00, Sono quasi le tre di mattina e sono appena tornato dalla montagna. E non riesco ancora a credere a quanto ho visto. È stato orribile. Terrificante.
Sono arrivato alla galleria in macchina e mi sono fermato proprio vicino all’ingresso. Tutto intorno era silenzio. Buio e silenzio. La galleria di fronte a me era completamente buia, nera come l’inchiostro. Ho preso la torcia dal cruscotto e sono entrato. Il silenzio era rotto solo dal rumore dei miei passi sulle pietre e tutto intorno vedevo solo terriccio e pali di legno spezzati. L’aria era impregnata di un odore disgustoso, puzzava di marcio, il tipico odore di carne in putrefazione. E man mano che procedevo verso l’interno quella puzza diventava sempre più forte, da mozzare il respiro, insopportabile. Ad un certo punto ho dovuto mettere un fazzoletto davanti al naso e alla bocca per cercare di tamponare quell’odore atroce che sembrava bruciarmi le narici. Ma appena ho messo la mano in tasca per prendere il fazzoletto, ho abbassato istintivamente la torcia che ha illuminato una striscia scura alla base della parete alla mia destra, e mi sono avvicinato.
Era sangue rappreso, e la striscia era compatta, come fosse stata vernice rossa passata col pennello. Il cuore mi ha cominciato a pulsare all’impazzata, mentre sentivo brividi freddi lungo la schiena. Ma la sensazione ha raggiunto il suo massimo quando, ho visto, accanto a quella striscia scura, un piccolo oggetto chiaro sporgere tra i sassi. Ho allungato una mano per prenderlo e non ho potuto trattenere un conato di vomito quando mi sono reso conto che era un dito. Il dito di un piede che sembrava essere stato estirpato a forza con il piccolo osso che sporgeva dalla carne sanguinante. La paura che avevo provato fino ad un attimo prima, sfociò nel terrore più cieco. Ma sapevo che dovevo andare avanti, e visto che avevo anche la pistola con me, sapevo che avrei potuto usarla contro chiunque avrei incontrato nella galleria, in caso di pericolo.
Ho avvolto il dito nel fazzoletto e ho proseguito. La galleria si snodava per parecchi metri sotto terra e più procedevo e più sentivo la mancanza di ossigeno nell’aria. Non ho mai sofferto di claustrofobia, ma camminare in quel cunicolo con quella puzza, mi faceva sentire quasi come un topo in gabbia. Poi, poco più avanti, sempre sul lato destro della galleria, ho visto altre tracce di sangue.
Ma stavolta era sangue fresco.
Ho allungato le dita per toccarlo e le mani mi sono cominciate a tremare quando mi sono accorto al tatto che oltre ad esser fresco, era ancora caldo. Non ho fatto in tempo a chiedermi cosa stesse succedendo perché istintivamente ho proiettato la torcia verso il fondo della galleria per controllare se ci fosse qualcuno o qualcosa laggiù. Ma non ho visto nulla. Niente che mi facesse prevedere quello che di li a poco sarebbe successo e quello che i miei occhi avrebbero dovuto sopportare. La mia mentre ha subito ricollegato quei ritrovamenti, alle sparizioni avvenute nelle ore precedenti e ho capito allora che sia il sangue che il dito mozzato appartenevano a loro.
Ma non avevo ancora idea di cosa o di chi avesse potuto fare una cosa del genere.
Mi sono addentrato nella galleria per qualche altra decina di metri fino a raggiungere una specie di biforcazione su altre tre gallerie. Due di queste erano buie come quella da cui provenivo, mentre sul fondo della terza mi è sembrato di intravedere una specie di luminescenza soffusa. Mi sono diretto verso quest’ultima illuminandola con la torcia con gli occhi fissi a quella leggera luce in fondo.
Sembrava una specie di luce fosforescente giallo-verde, e nonostante fossi ancora abbastanza lontano, sembrava come fosse generata da qualcosa di animato, quasi come una luce che pulsasse nel buio come un cuore. Accendendosi e spegnendosi, accendendosi e spegnendosi. Ho raggiunto un punto in cui la galleria faceva una specie di ansa con la luce che proveniva proprio da dietro l’angolo. Mi sono fermato un attimo con le spalle al muro, illuminando con la torcia la galleria da dove ero appena venuto, per paura che ci fosse qualcuno o qualcosa dietro di me.
Poi, lentamente, ho allungato il collo per sporgermi oltre l’angolo e sono rimasto pietrificato nel vedere la parete opposta ricoperta da una sostanza fluorescente di colore giallo che si muoveva pulsando lentamente lungo la parete. Come una specie di strato di crema gelatinosa che ricopriva la roccia, spostandosi come fosse viva. Sembrava quasi che la luce pulsante al suo interno, quasi fosse una specie di respiro, mentre cambiava colore dal giallo al verde e dal verde al giallo. Ero terrorizzato e non ho osato oltrepassare l’angolo, paralizzato come ero da quell’orrore.
E sono rimasto a guardare per diverso tempo, in silenzio.
Dopo qualche attimo, ho abbassato istintivamente lo sguardo verso la base di quella massa gelatinosa, e ho dovuto fare uno sforzo enorme a trattenere l’urlo che ho sentito esplodermi in gola quando ho visto alcuni pezzi di ossa e di carne che affioravano da quella massa informe. Pezzi che stavano diventando via via più piccoli come se si stessero sciogliendo in quella gelatina. Come se questa li stesse divorando lentamente assorbendoli cellula per cellula. È stata una visione terrificante. Vedere quella massa informe, avvolgere quei resti umani e vederli sparire, inghiottiti, uno dopo l’altro.
E ogni volta che un pezzo veniva inghiottito, la luce in quel punto aumentava di intensità, diventando per qualche attimo più luminescente. Ho dovuto violentare il mio istinto con uno sforzo enorme per farmi coraggio e avvicinarmi. Ho avvicinato la torcia alla superficie gelatinosa e appena l’ho toccata subito si è contratta ritirandosi come una mano che si ritrae dal fuoco dopo essersi scottata.
Era davvero viva.
Sono rimasto solo pochi attimi a guardare ipnotizzato quella scena, prima che tutta la situazione degenerasse in una serie di eventi raccapriccianti.
Con la coda dell’occhio ho notato un leggero movimento dietro di me sulla sinistra. Mi sono voltato di scatto con un movimento troppo brusco che mi ha fatto urtare la roccia col gomito, facendomi volare via la torcia dalle mani che è caduta sui sassi ai miei piedi. Il fascio di luce si è subito proiettato verso l’alto illuminando una sagoma scura che si stava lentamente muovendo verso di me. Ogni movimento che faceva era seguito da un sinistro scricchiolio che subito mi ha riportato alla mente le immagini di quello che avevo visto poco prima. In un attimo ho capito che il suolo della caverna non era ricoperto solo da sassi, ma doveva essere pieno anche di ossa e di resti umani che ora scricchiolavano calpestati da quell’essere che si stava avvicinando. Resti sicuramente appartenenti alle persone sparite dal villaggio. Quel pensiero mi si è conficcato come una lama nel cuore anche se il dolore fu subito sopraffatto dal disgusto di quella scena. E l’urlo che mi è esploso in gola ha rimbombato nella galleria come uno sparo, subito seguito da uno spruzzo di vomito che non sono riuscito a trattenere.
In preda al panico, ho afferrato la pistola scaricandola addosso a quella sagoma che era ormai a pochi passi da me. I suoni degli spari hanno riecheggiato nella galleria in maniera assordante e non mi sono fermato finchè non ho sentito il susseguirsi dei ’click’ a vuoto del grilletto. Avevo sparato tutti e sei i colpi in una frazione di secondo. Ma sono sicuro di averlo colpito con tutti e sei i proiettili, visto che era così vicino ed era impossibile mancarlo.
Ma non successe nulla.
Era come se la creatura non avesse minimamente risentito dei proiettili. Quasi come se li avesse assorbiti come la gelatina verde aveva assorbito i resti umani.
In preda al panico, ho fatto un salto indietro facendo cadere accidentalmente la pistola e voltandomi di scatto, sono scappato via a perdifiato verso l’ingresso della galleria. Ho corso come un cavallo pazzo, imbizzarrito, senza neanche fare attenzione a dove mettevo i piedi, col rischio di cadere. E se fossi caduto sarebbe stata davvero la fine. Ma mentre correvo, sentivo dietro di me, quella creatura rincorrermi, seguendo i miei passi.
Non ho osato girarmi per vedere a che distanza fosse, ma dal rumore che sentivo a non doveva essere molto lontano, non più di due o tre metri da me.
Sono schizzato fuori dalla galleria come un proiettile sparato da un fucile e ho raggiunto la macchina in pochi passi appena in tempo per vedere quella sagoma uscire dalla caverna e avvicinarsi a me. Appena fuori dalla grotta, la luce della luna lo ha illuminato cosicché ho potuto vederlo distintamente. Aveva una corporatura robusta ma longilinea e questo lo favoriva nei movimenti.
Ho acceso il motore e sono partito sgommando mentre i fari della macchina illuminavano di nuovo con un nastro di luce, la creatura davanti a me. Ho potuto vederlo chiaramente solo per un attimo, ma per quel poco che ho visto era agghiacciante.
Era l’immagine dell’orrore e appena l’ho superato con la macchina, istintivamente ho sterzato per ritornare indietro e l’ho investito violentemente col paraurti facendolo rimbalzare indietro nella grotta. Poi, ripartendo in retromarcia, ho girato il muso dell’auto avviandomi di corsa verso il centro del villaggio. Ma mentre mi allontanavo, ho visto con orrore dallo specchietto esterno, la sagoma rialzarsi e riprendere a camminare seguendo la mia scia.
Ho raggiunto in pochi minuti il centro del paese.
Era deserto.
Ho suonato il clacson diverse volte per cercare di avvertire la popolazione del pericolo, ma non ho avuto nessuna risposta. Era impressionante vederlo trasformato in quel modo, quasi fosse un villaggio fantasma. Ho aperto il finestrino cominciando ad urlare e a chiamare la gente, ma nessuno mi ha risposto. L’unica risposta in quel gelido silenzio sono stati i rumori del motore e dei pneumatici della macchina. La case sembravano fantasmi che mi osservavano in silenzio, nascondendosi nel buio della notte. Le finestre sbarrate degli edifici sembravano giganteschi occhi che mi guardavano quasi con rimprovero, seguendo ogni mio movimento.
Ho raggiunto subito il mio ufficio per prendere un’altra pistola e un fucile. Anche se sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Nessuna arma sarebbe stata così potente da abbattere quell’essere. Le ho poggiate sul tavolo per caricarle e sono corso in strada col fucile sotto braccio e la pistola in mano. Ma subito mi sono bloccato appena raggiunta la porta.
Era lì, davanti a me. Mi aveva raggiunto e ora stava immobile accanto alla macchina.
Sembrava che mi stesse osservando, seguendo ogni mia mossa, per capire le mie intenzioni. Siamo rimasti immobili tutti e due, in silenzio, mentre il sudore mi colava lungo le tempie e il terrore mi stava paralizzando la spina dorsale.
Ma vedere la sua immagine così distinta, nonostante la luce fioca che illuminava quel tratto di strada, mi riportò alla mente le parole che mi erano state dette la sera prima dalla signora Stevens. La corporatura dell’individuo davanti ai miei occhi era esattamente la stessa del turista che le donna mi aveva descritto per denunciarne la scomparsa.
Era lui.
Sono sceso lentamente dal gradino davanti alla porta dell’ufficio ma lui non si è mosso. Sembrava immobile come una statua, ma sentivo il suo sguardo addosso, appiccicoso come carta moschicida, che mi scrutava in ogni minimo movimento. Ho approfittato della situazione per scaricargli addosso l’intero caricatore della pistola. Ho mirato alle gambe per cercare di frantumargliele, per impedirgli di seguirmi e per avere il tempo di raggiungere la macchina e correre via di nuovo.
Gli spari rimbombavano nell’aria per spegnersi qualche attimo dopo senza che la creatura emettesse un solo gemito di dolore. Sembrava quasi che lo avessero attraversato da parte a parte senza il minimo danno. Tuttavia è stramazzato a terra dopo un attimo, perchè i proiettili avevano colpito proprio il bersaglio giusto e le ossa spezzate non riuscivano più a sostenere il peso del corpo. Ma proprio mentre aprivo la portiera della macchina, qualcosa di anomalo colpì la mia attenzione. Una luce gialla fosforescente iniziò a generarsi attorno alle gambe dell’individuo davanti ai fari dell’auto, con un rumore come quello del legno che scoppietta nel camino mentre brucia.
Sono rimasto impietrito e al tempo stesso incredulo di quello che stava accadendo davanti ai miei occhi, vedendo quella luce diventare poco alla volta, sempre più intensa.
Poi, lentamente ha cominciato ad affievolirsi e man mano che si riduceva di intensità, un leggero fumo cominciava a sollevarsi dagli arti di quella creatura, fino a sparire completamente dopo qualche attimo. Ma a quel punto, il panico mi esplose dentro, paralizzando gli ultimi bagliori di razionalità che ancora vagavano nel mio cervello.
La creatura si stava rialzando da terra.
Barcollando si stava rimettendo in piedi davanti ai miei occhi, come se quella gelatina giallo-verde avesse curato le ferite e le fratture provocate dalle pallottole.
Senza perdere tempo a pensare, sono saltato in macchina e sono scappato via.
Sono arrivato di corsa qui a casa e mi sono barricato nello studio. E ora, appena finisco di scrivere queste ultime righe voglio scappare via, lontano da questo villaggio infernale.
Le mani mi tremano ancora e non riesco quasi più a scrivere quello che ancora devo dire.
Il terrore mi sta paralizzando i muscoli delle dita e sto facendo una sforzo immane per cercare di andare avanti per lasciare almeno una traccia di quanto è successo.’
’26 Ottobre ore 5:00, Sono già le 5 ormai e non so cosa altro scrivere. Mi tremano le mani. Sento che mi sta cercando. Sono rimasto solo io ora. Sono l’ultimo rimasto, in questa notte da incubo. Eccolo...lo sento ora, sta battendo contro la porta di casa. Mi sta cercando. Oh mio dio !!! Maledetto giorno. Maledetto quel 25 ottobre. Vorrei non fosse mai esistito !!! Magari non fosse mai esistito !!!...’
Cap 6
Sia Lenny che Stephanie rimasero per qualche attimo con gli occhi fissi a quelle ultime parole piene di terrore e di disperazione. Nella casa il tempo sembrava essersi fermato mentre loro leggevano quel resoconto da brivido scritto sul diario, come se ogni cosa lì dentro stesse trattenendo il respiro in attesa di qualche evento.
Di qualcosa che di li a poco sarebbe dovuto accadere.
Poi, in un attimo, il silenzio fu frantumato dalle grida agghiaccianti di Stephanie.
Un’ombra li stava osservando da fuori la finestra, ma subito scappò via appena la donna urlò.
Si girarono tutti e due di scatto col cuore in gola. Lenny subito si lanciò verso la finestra per aprirla ma fu subito agganciato dalle mani tremanti della moglie con un urlo che lo spaventò ancora di più di quello di prima.
"NOOOOO!!" urlò la donna trattenendolo per il braccio con entrambe le mani, tenendolo talmente stretto che le unghie gli perforarono quasi la carne attraverso il maglione di lana.
"Calmati Stephanie, per favore, cerchiamo almeno di uscire fuori da qui."
Rimasero per qualche istante con gli sguardi incollati alla finestra e al buio che dall’esterno sembrava voler invadere la stanza attraverso i vetri.
Mentre le due pallide luci delle torce, stavano diventando sempre più deboli e le batterie si stavano lentamente scaricando, si spostarono a passi lenti verso la porta, uno a fianco all’altra, e solo allora notarono qualcosa sul pavimento.
Alcuni segni che non avevano notato prima.
Sembravano tracce di un oggetto pesante, trascinato a forza da qualcuno che aveva lasciato dei profondi graffi sul pavimento di legno della stanza. Qualcosa di pesante, o forse...qualcuno di pesante, pensò subito Stephanie, rammentando le ultime frasi scritte dallo sceriffo.
Si guardarono negli occhi senza parlare.
Lenny rivolse poi lo sguardo verso il diario, per far intendere alla moglie che erano entrambi arrivati alla stessa conclusione. E questa conclusione li colpì come un pugno in pieno petto lasciandoli quasi senza fiato.
Si inginocchiarono illuminando il punto sul pavimento e subito quella che era fino a poco prima solo un’ipotesi, trovò la conferma. Lo sceriffo era stato preso, aggredito e forse ucciso, e poi trascinato via.
"Ha fatto appena in tempo a lasciare quelle poche righe di avvertimento e poi deve aver fatto la stessa fine di tutti gli altri" disse Lenny con tono angosciato.
"Ma perché non è scappato via allora? Aveva la macchina proprio qui davanti e aveva tutto il vantaggio di cui aveva bisogno per scappare via dal villaggio. Perché non l’ha fatto?"
"Sicuramente sapeva che se avesse abbandonato il villaggio, quell’individuo sarebbe stato libero di continuare ad uccidere la gente, come macabro tributo di sangue a quella specie di organismo gelatinoso che viveva dentro di lui. Ha deciso di combatterla fino alla fine, ma prima di farlo ha preferito lasciare scritto qualcosa riguardo a quello che stava accadendo per mettere in guardia chiunque si fosse avvicinato a questo posto, del pericolo a cui andava incontro."
Mentre parlava, alzò lo sguardo verso l’armadio accanto alla porta, e si accorse di una specie di sagoma scura, rotonda, seminascosta dietro la porta. La illuminò con la torcia e riconobbe un secchio di metallo, ammaccato da un lato. Si avvicinò notando subito una macchia scura sul pavimento. Si avvicinò di più per sentire.
Era benzina.
Ed era proprio quello l’odore pungente che avevano avvertito appena entrati nella stanza. Avevano creduto fosse qualche liquido per pulire il legno, ma invece era benzina.
"Guarda qui Stephanie, è benzina. Non ti dice niente in proposito?"
"Non saprei, a cosa ti fa pensare?"
"Ti ricordi quando lo sceriffo ha scritto che dopo avergli sparato, aveva visto quell’essere rialzarsi come guarito da quella gelatina verde? Beh, guardando questo secchio di benzina, mi viene da credere che lo sceriffo stesso avesse pensato di bruciare quella creatura, visto che aveva già sperimentato che i proiettili non avevano nessun effetto su di lei. Voleva distruggerla col fuoco. Come nel film degli anni sessanta ’La Cosa’, ti ricordi? Avrà sicuramente pensato che il fuoco poteva essere l’unico elemento capace di annientarla. E allora mi risulta chiaro anche un altro motivo per cui non è scappato via, ma si è rifugiato qui. Lo stava aspettando per distruggerlo, e nell’attesa ha cercato di scrivere quelle poche righe che abbiamo appena letto. Ma purtroppo, guardando quei segni sul pavimento, non credo che ci sia riuscito e sono anche sicuro che la figura che abbiamo visto fuori la finestra poco fa, sia proprio quella creatura che ora sta cercando di catturare ... noi".
Al suono di quelle ultime parole Stephanie rius
