La locanda - di Benedetto Silvestri
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Thriller > La locanda
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/05/2007 alle ore 12:00:25
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
La Locanda
Cap 1
Le ruote dell’auto ruggivano contro l’asfalto umido della notte, ma nonostante il rischio di poter sbandare e uscire di strada, non riusciva a rallentare la sua corsa.
Non poteva. Doveva scappare, scappare più lontano possibile da quel posto.
Dimenticarlo, anche se sapeva bene che non ci sarebbe mai riuscita.
Quella fuga le era costata tantissimo e il dolore struggente che sentiva dentro ne era la prova. Era stata costretta a farlo anche se dentro di sé sentiva il rimorso roderla come un tarlo che le graffiava il cuore come un’unghia affilata sulla superficie di una lavagna. E ora che si trovava da sola sulla strada cominciava a chiedersi perché. Perché tutto ciò fosse accaduto e perché in un attimo la sua vita era stata sconvolta e distrutta in quel modo atroce.
Ma c’era poi davvero ... un perché?
Le mani serravano come due morse il volante umido del suo stesso sudore che rischiava a tratti di sfuggirle di mano nelle sterzate brusche che interrompevano i lunghi rettilinei che si snodavano davanti a lei. I fari sembravano inseguire il nastro d’asfalto nero, interrotto solo dai tratti bianchi della riga che divideva le due corsie. E le immagini ancora vive di quello che era successo, erano impresse a fuoco nei suoi occhi, mentre l’orrore le aveva attanagliato lo stomaco strizzandolo come uno straccio sporco.
Era una corsa sfrenata senza meta come quella di un animale braccato che scappa senza sapere dove andare.
Solo in preda al panico.
Se solo avessero proseguito dritti fino a casa invece di decidere di fermarsi a cenare in quella locanda. Se solo non fossero stati così stanchi del viaggio, ora la situazione sarebbe stata diversa e avrebbero potuto starsene tutti e due tranquilli a casa loro, tra le calde mura domestiche, e non sarebbe accaduto nulla di quello che invece era successo realmente.
Ed era stata proprio lei ad insistere per fermarsi. Proprio lei.
Si sentiva stanca, aveva fame e aveva pensato che non ci sarebbe stato niente di male a fare una sosta in qualche locanda per mettere qualcosa sotto i denti e poi ripartire dopo cena. Ma ora, alla luce dei fatti, avrebbe dato la vita stessa per non aver coinvolto suo marito in quella storia. E anche il suo cane. In quel momento, distrutta dal dolore, avrebbe voluto riportare indietro il tempo, per poter sfuggire a quell’orrore che era apparso davanti al loro cammino e aveva sconvolto la sua vita.
Ma i fatti spesso devono seguire il loro verso e per questo, nonostante si cerchi a volte di svicolare da quel cammino, gli eventi stessi prima o poi ci riportano a dover fare le stesse scelte.
E con gli occhi pieni di lacrime, non riusciva a smettere di ripensare a tutto quello che era successo.
- Erano ormai in viaggio da lungo tempo e dopo un intero pomeriggio passato in macchina senza soste, avevano deciso dietro insistenza di Carol, di fermarsi in qualche locanda lungo la strada per riposarsi un po’ e per cenare. Ma il caso volle che proprio dopo aver preso quella decisione, non avessero più incontrato nessun posto di ristoro sulla strada principale. Ne avevano incontrati diversi lungo tutto il cammino, ma ora che ne avevano bisogno, non riuscivano a trovarne neanche uno. Tutti sembravano improvvisamente spariti.
Percorsero diversi chilometri ancora sulla strada principale prima di decidersi a svoltare in una stradina secondaria per cercare di trovare qualche posto tranquillo. Forse in quei viottoli di campagna avrebbero trovato più facilmente qualche locanda dove poter mettere qualcosa sotto i denti. Anche il loro yorkshire che se se stava accucciato sul sedile posteriore, dava ogni tanto dei segni di impazienza accompagnati da leggeri latrati che lei ormai conosceva bene. Erano per la fame. E diverse volte si era voltata indietro guardandolo fisso negli occhi, quasi a volerlo consolare di quella stressante attesa che li stava affamando tutti e tre.
Leslie, il marito sembrava invece refrattario ai morsi della fame che invece sembravano attanagliare lo stomaco di Carol e del cagnolino.
Era ormai tarda sera quando finalmente videro sul bordo della strada l’insegna di legno di una locanda. Lesile fermò la macchina con i fari contro l’asse di legno per leggere l’indicazione ma a giudicare dallo stato di conservazione dell’insegna stessa, non dava l’idea di essere un posto molto elegante, anzi, faceva venire quasi voglia di riprendere il cammino per cercare qualcosa di meglio.
"Certo non deve essere proprio il Grand Hotel Excelsior a giudicare dall’insegna. Non mi meraviglierei se arrivassimo lì e trovassimo la locanda chiusa e abbandonata."
"Ma no dai, non è detto che sia poi così male. Andiamo a vedere e constateremo coi nostri occhi se è il caso di entrare o no."
"Sei troppo ottimista Carol. In che stato credi di trovarla? E poi chi ti assicura che potrebbero darci da mangiare a quest’ora?"
"Ma dai, esagerato, scommetto che invece troveremo un locale carino e accogliente. E poi ho una fame da lupo e mi mangerei anche il tavolo di legno."
"Va bene, staremo a vedere."
E così dicendo sterzò entrando nel vialetto che conduceva alla locanda.
La stradina era stretta e la macchina riusciva a malapena a passare strusciando contro i rami degli alberi che sembravano tante braccia scheletriche che avvolte nel buio, cercavano di afferrarli. Anche lo yorkshire sentendo quei rumori cominciò ad abbaiare innervosito e Carol si voltò di nuovo per tranquillizzarlo.
"Stai tranquilla Penny, tra poco siamo arrivati e potremo mangiare."
E in tutta risposta la cagnolina si accucciò sul sedile, quasi avesse capito le parole della padrona.
Dopo parecchi metri di sobbalzi e di cunette, arrivarono finalmente alla locanda, immersa in quella fitta boscaglia, illuminata dai fari della macchina che la sferzarono per poi fermarsi a fianco, in una zona che sembrava adibita a parcheggio.
La casa era piccola, tutta fatta in legno, con una porta sul lato verso la strada che si stagliava sopra una piccola veranda anche essa in legno. Le finestre erano illuminate, e la luce tremolante che traspariva attraverso i vetri sembrava provenisse da candele accese o da lumi a petrolio, e non da luce elettrica. Infatti a guardarla meglio, non si vedeva nessun traliccio dell’alta tensione lì vicino, a cui potersi allacciare per avere la corrente elettrica. Sembrava quasi che i proprietari volessero mantenere quel posto lontano dalle meraviglie della tecnologia moderna utilizzando ancora gli strumenti che si usavano tanti anni prima.
"Ma guarda che posto insolito Carol. Sembra quasi che il tempo si sia fermato qui, e che tutto sia rimasto intatto al momento in cui è stato costruito. Non c’è luce elettrica, probabilmente non hanno neanche la cucina a gas né tanto meno il telefono. Forse avevi ragione tu riguardo al posto. Deve essere carino, nonostante l’insegna non sia proprio invitante."
"Beh si, visto da fuori sembra un posto molto rustico, ma forse dentro è molto accogliente e confortevole."
Rimasero a guardare la locanda per un po’, chiedendosi se entrare o cambiare idea. Ma alla fine decisero di entrare.
In fondo, ormai erano giunti fino lì e non valeva la pena tornare indietro.
"Dai entriamo" disse Carol dando una leggera gomitata di incoraggiamento a Lesile.
Scesero dalla macchina e subito un olezzo di stabbio colpì le loro narici, mentre una serie di versi sommessi che provenivano dal lato nascosto della casa, rivelarono la presenza di qualche recinto di animali, quasi sicuramente di maiali.
Carol aprì lo sportello per far scendere Penny, ma rimase sorpresa nel vederla ancora accucciata sul sedile.
La guardò e la cagnetta guardò lei. Ma non si mosse.
"Dai Penny, cosa aspetti? Vieni dai, entriamo" disse la donna allungando la mano come per prenderla per il collare.
Ma per tutta risposta la cagnetta cominciò a digrignare i denti e a ringhiare.
"Cosa ti prende? Non hai più fame?" disse la donna quasi spaventata da quella reazione improvvisa.
Ma l’animale sembrava non ascoltare le parole della padrona, e la scrutava quasi fosse un’estranea o addirittura una persona a lei ostile, saltando poi in piedi sulle quattro zampe ringhiando.
"Carol, che succede?" disse il marito.
"Penny non ne vuole sapere di uscire, anzi mi sta ringhiando neanche fossi un’estranea."
"Dai Penny" Aggiunse l’uomo con tono severo "scendi che abbiamo tutti fame e non abbiamo intenzione di aspettare qui."
"Ma no dai, aspetta. Non la trattare male" disse la donna allontanando il marito con un gesto.
Cap 2
Carol si mise a sedere accanto alla cagnetta cercando di prenderla in braccio, ma questa le si rivoltò contro quasi mordendola alla mano. La donna la ritrasse di scatto urtando col gomito contro lo stipite della portiera, rimanendo di stucco a vedere quella reazione. Non era mai successo prima che la cagnetta cercasse di mordere la sua padrona e questo fatto la mise molto a disagio. Anche se in quel punto era buio pesto perché la luce della luna non riusciva a penetrare attraverso i rami degli alberi, vedeva chiaramente l’animale agitato, nervoso, quasi spaventato, come se non volesse scendere dalla macchina per paura.
Poi però cominciò a carezzarla sulla testa con l’altra mano, per cercare di calmarla, e piano piano Penny si accoccolò col muso sulle sue gambe, abbandonandosi alle carezze della padrona. La prese quindi in braccio e scese dalla macchina. Ma tenendola in braccio, sentiva ancora il corpicino dell’animale tremare, scosso da brividi accompagnati da tristi mugolii. Non aveva mai fatto così, era sempre stata una cagnolina tranquilla e non si spiegava affatto il motivo di quella reazione con cui aveva cercato addirittura di mordere la sua padrona. Forse era stata innervosita dal buio o dalla stanchezza del viaggio, pensò, ma alla fine non volle dare troppo peso alla cosa, per non rovinarsi la cena. Ancora non sospettava che invece sarebbero stati ben altri i motivi che le avrebbero rovinato la cena, e che la reazione della cagnetta non era affatto dovuta alla stanchezza, ma ... alla paura.
Si incamminarono verso la veranda stando attenti a dove mettessero i piedi, visto che era buio pesto e non c’era illuminazione nello spiazzo davanti alla casa, fatta eccezione per due piccoli lumi a petrolio appesi sui entrambi i lati della porta, che stampavano le loro luci tenui sulle assi e sugli scalini di legno.
Lesile spinse la porta che si aprì cigolando, e subito l’aria interna intrisa di odori di cucina li investì con la sua onda calda che proveniva dal caminetto acceso sulla parete opposta alla porta d’ingresso. Entrarono in punta di piedi, con Penny che se ne stava accucciata tra le braccia della padrona, in silenzio. Richiusero la porta alle loro spalle, mente da una porticina accanto al caminetto, uscì il proprietario del locale.
"Buona sera, abbiamo visto l’insegna e volevamo mangiare qualcosa se non è troppo tardi", disse Lesile mentre l’uomo davanti a loro li guardava in silenzio.
"No, non è mai tardi qui, venite e sedetevi al tavolo" rispose lui, alternando le parole con delle specie di grugniti. Dalla voce sembrava quasi soffrisse di asma che gli impediva di respirare bene e che a tratti gli faceva uscire l’aria dai polmoni sibilando come un fischio.
Li invitò a sedere al tavolo e prese una tovaglia ingiallita da un cassetto, per apparecchiare.
"Purtroppo è tardi e c’è rimasto solo dello spezzatino oppure carne ai ferri."
"Io credo che una bella bistecca ai ferri per me andrà benissimo e tu Carol cosa scegli?"
"Anche io prenderò una bistecca, grazie, e magari ne faremo assaggiare anche un po’ a Penny, vero piccola?" disse la donna poggiando la cagnolina sulla sedia accanto a loro.
L’uomo continuò a scrutarli mentre apparecchiava e appena mise sul tavolo i bicchieri con la caraffa d’acqua, li lasciò da soli, incamminandosi verso la porta da cui era venuto.
Ma subito Lesile lo fermò.
"Mi scusi, vorrei lavarmi le mani, dov’è il bagno?"
"Venga mi segua, è qui in fondo al corridoio. L’ultima porta sulla destra" disse l’uomo indicandogli il corridoio oltre la porta da cui era appena uscito.
"Aspettami che torno subito" disse alla moglie che nel frattempo girava lo sguardo intorno abbastanza intimidita da quell’atmosfera così silenziosa e da quella penombra a tratti inquietante.
Diede un cenno di assenso con gli occhi al marito e lo vide poi scomparire oltre la porta sulla parete opposta della stanza.
Rimase con i gomiti appoggiati al tavolo e gli occhi che vagavano nella penombra della casa mentre un velo di ansia cominciava a darle un po’ di brividi. Si sentiva a disagio, che era reso ancora più intenso dall’atmosfera così triste e silenziosa di quella casa.
Non c’era un rumore in giro, e anche dalla porta della cucina non proveniva alcun suono.
Tutto era immerso nel silenzio, interrotto a tratti solo dal leggero crepitio della legna che bruciava nel caminetto.
Allungò la mano per carezzare Penny che appena sentì la mano ebbe un brivido e sussultò abbaiando, rilassandosi subito dopo nel constatare che era solo la mano della sua padrona.
"Buona Penny, ora mangiamo qualcosa e poi ce ne andiamo dritti dritti a casa, va bene?" disse all’animale il quale per tutta risposta scodinzolò come a farle capire che aveva capito le sue parole.
Si strofinò le mani fredde, cercando di scaldarle soffiando aria calda con la bocca, ma sentiva che il freddo veniva da dentro di lei, e il solo fiato caldo non riusciva a darle sollievo.
La porta della cucina si aprì di colpo sbattendo e Carol si girò di scatto trattenendo a stento un grido.
Ne uscì fuori l’uomo con due piatti fumanti di carne appena cotta. Appena lo vide, la donna sentì lo stomaco gorgogliare alla vista di quella carne appetitosa e seguì l’uomo con lo sguardo finchè non arrivò al tavolo e poggiò i piatti davanti a lei e davanti alla sedia del marito.
Due grosse bistecche con l’osso, appena scottate alla brace su entrambi i lati, proprio come piaceva a lei, appena cotta al sangue. Avevano un aspetto davvero gustoso.
Poi, l’uomo le passò a fianco e fu allora che sentì il forte odore di cibo cucinato che emanava dai vestiti. Ma era un odore troppo intenso, quasi di cibo andato a male, che le fece ricadere per un attimo lo sguardo sulla carne che aveva nel piatto, con una leggera smorfia, chiedendosi come avesse cucinato quella bistecca. Ma subito l’aspetto gustoso di ciò che aveva davanti la distolse da quell’idea e si riprese per non farsene accorgere, mentre l’uomo si allontanava scomparendo dietro la porta che si apriva sul corridoio.
"Senti che profumino Penny" disse la donna rivolta al cane "ora te ne taglio un po’ così senti quanto è buona" e così facendo ne tagliò un pezzo porgendola al cane con la forchetta. Ma non fece in tempo ad avvicinare il pezzo di carne che subito l’animale saltò sulle quattro zampe ringhiando e digrignando i denti verso la padrona.
Carol rimase impressionata da quella reazione, ferma con la forchetta stretta in mano sospesa a mezz’aria, mentre guardava il cane che la scrutava ringhiando.
"Cosa ti prende Penny? Non la vuoi? La assaggio io prima allora va bene?" disse lei assaggiando il boccone che aveva in mano.
"E’ buonissima e tenerissima credimi, dai prova, altrimenti stasera rimani a digiuno" disse la donna porgendo un altro pezzo di carne verso il cane.
Ma questa volta la reazione fu ancora più violenta.
Il cane saltò giù dalla sedia cominciando ad abbaiare verso la donna e poi scappando, infilandosi di corsa nel corridoio dove era entrato il marito un attimo prima.
"Penny, fermati" disse lei alzandosi di scatto dalla sedia, quasi facendola rotolare in terra. Si avviò a passi svelti verso la porta per fermare il cane, che era ormai sparito nel buio del corridoio.
Si fermò sulla soglia della porta, spingendola lentamente in avanti per aprirla un po’ di più, senza fare rumore. Le luci delle candele nella stanza erano troppo deboli per illuminare sufficientemente il corridoio e nonostante la porta fosse del tutto spalancata, riusciva a vedere distintamente solo le prime assi del pavimento, mentre tutto il resto del corridoio era immerso nel buio più pesto. Doveva essere abbastanza lungo e sembrava un budello buio di cui riusciva a vedere distintamente solo i primi due o tre metri dall’ingresso.
Richiamò la cagnetta sottovoce per farla uscire ma non ottenne risposta.
Rimase sulla soglia della porta con lo sguardo rivolto verso l’interno per cercare di abituare gli occhi al buio, ma non riuscì a vedere molto di più di quello che vedeva prima.
Provò anche a chiamare il marito che era poco prima passato da quella stessa porta, ma senza risultato.
Una strana sensazione d’angoscia cominciò a crescere dentro di lei, come un fluido ghiacciato che si propagava lungo le terminazioni nervose, scendendo dalla testa verso le braccia e verso le gambe, dandole dei brividi misti di timore e di paura.
Fece alcuni passi all’interno del corridoio, con le assi di legno che scricchiolavano sotto i suoi piedi, ma subito si fermò impietrita quando sentì il pianto sofferente di un bambino che la colse di sorpresa lasciandola a bocca aperta.
Rimase immobile, con gli occhi sgranati nel buio davanti a lei, notando a circa metà del corridoio, sulla destra, una luce fioca e tremolante che sembrava provenire da una stanzetta con la porta socchiusa.
In punta di piedi si avvicinò cercando di far meno rumore possibile, e raggiunse lo stipite della porta dal lato dei cardini. Era leggermente aperta e la fioca luce che proveniva dall’interno le dava un senso di soffocamento. E il lamento che aveva sentito proveniva proprio da lì, e ora che si era avvicinata lo poteva sentire distintamente.
Era proprio il lamento sofferente di un bambino. E subito sentì una forte stretta al cuore, al pensiero che ci potesse essere un bimbo piccolo che stesse soffrendo in quel modo, anche se non riusciva a vedere e a capire quale fosse la ragione di tale sofferenza.
Rimase nascosta nella penombra con le mani gelide che le tremavano con la strana sensazione che qualcuno la stesse osservando. Istintivamente si girò verso la porta da cui era venuta per controllare se ci fosse davvero qualcuno, ma non vide nessuno. Si strofinò le mani quasi per fermare quel tremore e per far passare quella sensazione sgradevole, che tuttavia rimase come incollata dentro di lei.
Avvicinò il viso all’apertura della porta per dare un’occhiata dentro, poggiando la mano sulla maniglia per evitare di spingerla accidentalmente col corpo.
Cap 3
Vide un lettino piccolo appoggiato alla parete di fronte alla porta, con un bimbo sdraiato sopra che con gli occhi semichiusi si lamentava in silenzio. A giudicare dalla sagoma che sporgeva sotto le lenzuola, doveva avere circa cinque o al massimo sei anni. Aveva capelli neri che fuoriuscivano dal bordo superiore del lenzuolo che si sollevava e si riabbassava al ritmo del suo respiro lento. Si sporse un po’ più all’interno per cercare di vedere meglio e notò un palo di acciaio con agganciato un sacchetto per le flebo, con un tubicino che scendeva per andarsi ad infilare sicuramente nel braccio del bimbo, anche se dal punto in cui era non riusciva a vedere distintamente l’ago infilato nel braccio.
Vedeva il liquido colare goccia a goccia dalla sacca nel tubicino trasparente, per poi finire nel braccio del bimbo. Era un liquido denso, almeno a giudicare da come cadevano pesantemente le gocce, e di un colore rosso scuro, che subito le richiamò alla mente il sangue. Quell’ immagine la lasciò esterrefatta, facendola arretrare istintivamente di un passo, pur rimanendo col viso in mezzo allo spiraglio della porta. E la stretta al cuore provata un attimo prima divenne molto più acuta e dolorosa al pensiero di quel bambino così piccolo che aveva bisogno di cure di quel tipo.
Rimase per qualche attimo a guardarlo mentre muoveva le gambe sotto il lenzuolo e si lamentava. Era una scena straziante e le faceva male vederlo soffrire così. Distolse per un attimo lo sguardo dal bambino, e solo allora le venne da chiedersi dove fosse finito il marito che era andato a lavarsi le mani pochi minuti prima. La serie di fatti che erano successi negli ultimi minuti, e ora l’immagine di quel bambino sofferente nel letto, l’avevano talmente catturata che si era quasi dimenticata di lui. Guardò più avanti nel corridoio per raggiungere la porta del bagno che il padrone aveva detto fosse lì in fondo sulla destra, e si incamminò in punta di piedi.
Il corridoio diventava sempre più buio man mano che si spingeva in fondo, mentre dentro di lei un senso angosciante di disagio cresceva a dismisura.
Ma il disagio si tramutò bruscamente in panico quando arrivò alla fine del corridoio.
Non c’era nessuna porta lì in fondo.
Allungò le mani lungo le pareti, tastando il muro, cercando a tentoni la porta.
Ma non c’era. C’era solo muro.
Muro e niente altro.
Rimase per un attimo ferma, come una statua di ghiaccio, con le mani fisse sulla parete come fossero inchiodate. Avrebbe voluto chiamare Lesile ma sentiva le corde vocali annodate per l’angoscia e per la paura che ora stava cominciando ad invaderla sempre più con i suoi gelidi tentacoli.
Dove era andato allora? E dove era finita Penny?
Era sconvolta. Non riusciva né muoversi né a pensare.
Si appoggiò con le spalle al muro quasi cercando di nascondersi nell’angolo buio tra le due pareti, con lo sguardo rivolto alla porta davanti a lei, da dove era appena passata, con una luce fioca che si rifletteva debole sul pavimento di legno. Rimase in quella posizione incapace di muoversi, col cuore in gola, mentre le gambe e le braccia le tremavano come foglie e brividi di freddo e di paura le risalivano lungo la schiena. Gocce di sudore le scendevano calde lungo il collo fino a bagnarle il bordo del maglione assorbendosi subito tra maglie della lana.
Poi, di colpo, l’ombra del padrone apparve nel rettangolo di luce della porta davanti a lei spegnendole il respiro in gola.
Il cuore le si fermò nel petto e il terrore le mozzò il respiro.
Vide la sagoma scura stagliarsi sullo sfondo della sala da pranzo dietro di lui, e sentiva il suo sguardo penetrante su di lei, che la avvolgeva come un guanto.
Si sentì presa in flagrante. Come sorpresa a fare qualcosa di illecito. Avrebbe voluto spiegare come mai era entrata lì, ma il terrore le aveva paralizzato la lingua che si era impastata nella bocca e l’unica cosa che emise fu un gemito rotto da un singhiozzo.
"Cosa sta facendo qui?" disse l’uomo con un tono di voce rauca e graffiante.
"M..m..mi scusi, sono entrata qui perché seguivo il mio cane e volevo fermarlo prima che entrasse in qualche stanza, ma ora non lo trovo più" disse Carol con la voce che le usciva dalla bocca a singhiozzo, facendo uno sforzo enorme per articolare le parole che uscivano a stento dalle labbra.
"Non doveva entrare qui !!" sbraitò l’uomo facendo un passo avanti verso di lei, e solo allora si accorse dell’arnese che aveva in mano.
Un coltello da cucina, con la lama larga e seghettata.
Quella vista la pietrificò e si spinse contro il muro quasi a voler sparire tra i mattoni alle sue spalle.
"M..mi dispiace mi creda, non volevo entrare ma l’ho fatto solo per seguire il cane. Davvero, mi deve credere. Non sarei mai entrata qui se non fosse stato per lui", disse mentre la voce stava trasformandosi in un soffio leggero quasi impossibile da sentire.
"Stia pure tranquilla. Le assicuro che il suo cane non è entrato in nessuna stanza ma lei non doveva entrare qui dentro lo stesso."
Ma il tono rude e graffiante di quelle parole la terrorizzavano ancora di più, mentre i suoi occhi andavano dal volto dell’uomo nascosto nell’ombra, al coltello nella sua mano destra e poi di nuovo al volto dell’uomo. E fu solo quando si fermarono di nuovo sul coltello che stringeva in mano, che vide qualcosa gocciolare dalla lama. Non riusciva a mettere bene a fuoco l’immagine, ma non le fu difficile capire cosa fosse, soprattutto dopo aver sentito le parole appena dette dall’uomo. Le risuonarono nella mente come un gong ... ’le assicuro che il suo cane non è entrato in nessuna stanza’ ... e la raggelarono come una doccia fredda.
E l’orrore l’avvinghiò come un cappio alla gola.
Avrebbe voluto chiedergli dove fosse il cane, ma non osava. Aveva troppa paura, ed era sicura dentro si sé, di sapere già la risposta.
La sua mente era talmente paralizzata dalla paura che non aveva neanche il coraggio di chiedere all’uomo dove fosse il marito. Non aveva il coraggio di pensare a cosa avrebbe potuto fare a lei, visto quello che aveva fatto al cane.
Ma alla fine l’istinto prese il sopravento e di getto aprì la bocca.
"Dov’è mio marito? Doveva andare in bagno ma qui in fondo non c’è nessuna porta, nessuna stanza. Dovè, me lo dica. Dov’è?" continuò a ripetere col tono della voce che man mano diventava più stridulo e acuto spinto dalla rabbia e dal terrore che sembravano divampare nella sua mente come un incendio.
L’uomo rimase fermo, immobile in mezzo all’apertura della porta, senza rispondere.
E quel silenzio fu la risposta più agghiacciante che si potesse aspettare.
"Non doveva immischiarsi in cose che non la riguardano, la vita di mio figlio riguarda solo e soltanto me" disse l’uomo con rabbia agitando il coltello in maniera minacciosa.
E Carol tremò a vedere quella lama roteare nell’aria buia del corridoio.
"Ma l’ho fatto senza volerlo mi creda. Ma suo figlio è malato?" chiese con le poche parole che riuscì a sussurrare, subito interrotta dalla voce dell’uomo.
"Ma la smetta di farfugliare scuse" disse brutalmente a voce alta l’uomo, ma subito le sue parole furono interrotte da un lungo lamento del bambino nella stanza.
L’uomo si voltò verso la porta semiaperta e rimase per qualche attimo in silenzio. Un silenzio rotto solo dal soffocato lamento del bambino che ora sembrava in preda al dolore ancora più di prima.
La voce dell’uomo cambiò tono, diventando sommessa quasi soggiogata da quei lamenti di dolore.
"Si, mio figlio è malato, molto malato. E come ha potuto vedere ha bisogno di continue trasfusioni altrimenti il sangue gli ristagna nelle vene e si coagula causandogli la morte in brevissimo tempo. Senza trasfusioni morirebbe in poche ore con dolori atroci."
Le parole le risuonavano nella mente martellandola dolorosamente come il batacchio di una campana, e prima che potesse aprire la bocca l’uomo le urlò di nuovo.
"E adesso esca di qui, immediatamente" disse lui facendo saettare di nuovo la lama del coltello che tagliò l’aria con un sibilo davanti a lui.
La donna rimase impietrita, incapace di muoversi, mentre il suo corpo era tutto un fremito che la faceva tremare come una foglia.
Cap 4
L’uomo arretrò dalla porta scomparendo nella sala.
Solo allora la donna, trovò il coraggio di muoversi nella stessa direzione tremando ancora più di prima, e quando passò di nuovo davanti alla porta della stanza del bambino, non potè fare a meno di rivolgere un altro sguardo all’interno, solo in tempo per vedere che la sacca della flebo si stava quasi esaurendo.
Arrivò alla porta, appoggiando la mano tremante sullo stipite di legno. Si sporse terrorizzata, ma l’uomo non c’era più.
Sembrava sparito.
Piano piano, varcò la soglia, ma si girò di scatto con un salto, nel sentire il forte grufolare dei maiali nel recinto esterno alla casa. Si spostò rapidamente al centro della stanza ruotando intorno a se stessa per controllare che non ci fosse nessuno.
Era ormai in preda al panico più cieco, e il verso stridulo dei maiali da fuori le graffiava i timpani bruciandole il sistema nervoso già scosso per tutta quella situazione. Con passi lenti, sempre girandosi intorno, si avvicinò alla finestra aperta, per guardare fuori. Pensò che se i maiali gridavano così forte, forse il padrone era fuori a dar loro da mangiare e allora non avrebbe corso alcuno pericolo.
E infatti era proprio così.
L’uomo all’esterno vide l’ombra della donna dietro le tendine grigie della finestra, ma appena vide il viso sporgersi fuori, distolse lo sguardo e fece finta di non averla notata, mentre con un secchio, gettava il pasto ai maiali. Il rumore degli animali stava diventando assordante. Rimase come ipnotizzata a guardare l’uomo che dal secchio, svuotava il cibo per i maiali e le si accapponava la pelle nel vedere le bestie che si azzuffavano per prendere qualche pezzo di quello che stavano ricevendo.
L’uomo, sempre facendo finta di ignorarla, si avvicinò alla finestra, dandole le spalle e continuando a gettare il cibo ai maiali. Come un robot afferrava grossi pezzi di cibo che apparentemente sembrava carne, per gettarlo alle bestie che ogni volta si azzuffavano per prenderlo.
E fu proprio così facendo che quasi obbligò la donna a vedere qualcosa che non avrebbe mai voluto vedere.
La luce illuminò per un attimo uno di quei pezzi di cibo e il lungo segno chiaro che spiccava sulla superficie.
Il cuore le si arrestò brutalmente nel petto soffocato dal respiro che si spense in un istante, esplodendole poi in gola con un urlo disumano, quando riconobbe la cicatrice che il marito aveva sulla coscia sinistra.
Le sue urla cominciarono a riecheggiare nella casa sovrapponendosi ai versi dei maiali che spaventati dalle grida sembravano stridere ancora più forte.
L’uomo con freddezza inumana, si girò quasi con un ghigno verso la donna il cui viso si era trasformato in una maschera di orrore. Con le mani strette sulle guance, non riusciva a smettere di urlare, fino a quando, non sentì qualcosa conficcasi nella sua gamba destra con fitta atroce. Immediatamente le urla di terrore si mischiarono a quelle di dolore. Sentì la gamba piegarsi all’altezza del ginocchio e mentre abbassava lo sguardo vide sporgere sotto l’articolazione, la punta della lama lunga di un coltello sporca di sangue, del suo sangue.
Subito si voltò indietro incredula e vide una donna che le spingeva il coltello nella gamba tra spruzzi di sangue che fuoriuscivano a getto dalla ferita. Fece forza sull’altra gamba per non cadere cominciando subito a colpire la donna con violenti pugni e gomitate, per scacciarla via. La colpì subito in pieno volto col primo colpo, e poi con colpi sempre più violenti, alla gola, alla spalla, strappandole grida di dolore che sembravano rimbombare all’unisono con i versi dei maiali e ai suoi stessi lamenti. La donna dietro di lei cadde a terra spinta dai suoi colpi e sentì la presa sul coltello allentarsi. Subito ne approfittò per girarsi e per sfilare con un colpo secco la lama dalla gamba. Sentì il freddo metallo scorrere dentro la carne scivolando con dolore atroce fino ad uscire del tutto, con un fiotto di sangue caldo che inzuppò il viso della donna che nel frattempo si stava già rialzando da terra.
Poggiando il peso del corpo sulla gamba sana, sferrò con l’altra un calcio in pieno volto alla donna che stramazzò a terra con un grido, mentre il contraccolpo fece spruzzare il suo sangue sul pavimento tutto intorno.
Quel grido fu subito seguito da quello dell’uomo che entrò come un fulmine nella casa maneggiando un forcone usato per raccogliere il fieno, e vedendo la moglie a terra svenuta, si avventò contro Carol come una furia brandendo il forcone come una lancia. I movimenti dell’uomo erano molto goffi e lenti e Carol riuscì per sua fortuna ad evitare con un saltello di essere colpita. L’uomo rotolò a terra, perdendo il forcone che scivolò a pochi metri da lui, fermandosi contro la parete.
Carol ne approfittò per correre zoppicando verso la porta. Afferrò un canovaccio poggiato sulla spalliera di una sedia e si appoggiò per un istante allo stipite li legno per legarselo attorno allo squarcio nella gamba. Strinse forte la stoffa attorno alla ferita con una fitta di dolore che le attraversò il corpo come una scarica elettrica e il suo urlo disperato si sovrappose alle voci dell’uomo e della donna che si stavano rialzando per cercare di riprenderla.
Spalancò la porta con una spinta e si precipitò fuori zoppicando, mentre la benda provvisoria si stava lentamente macchiando di rosso. Appena oltre la porta vide un lungo pezzo di legno appoggiato alla veranda e lo prese subito per bloccare la porta dall’ esterno, incastrandolo tra lo stipite e la ringhiera della veranda.
Cap 5
Arretrò di alcuni passi col cuore in gola e la gamba semiparalizzata dal dolore, con lo sguardo fisso alla porta, mentre vedeva da dentro le ombre delle due persone che barcollando si avvicinavano.
Appena vide la maniglia muoversi, si girò di scatto per scappare urlando verso la macchina. Salì sbattendo violentemente lo sportello e chiudendo la sicura. Con gli occhi fissi alla porta della locanda allungò la mano per accendere il motore.
Ma le chiavi non c’erano.
Abbassò terrorizzata lo sguardo sul volante, mentre il panico la trafisse come una spada, squarciando in un attimo gli ultimi barlumi di lucidità che l’avevano spinta fino a quel momento. Cominciò a rovistare nel cruscotto, sopra il sedile accanto. Si girò per vedere se fossero sui sedili posteriore.
Ma niente, non c’erano.
Le aveva prese Lesile quando erano scesi dalla macchina pochi minuti prima. Era una cosa che faceva sempre istintivamente. Ogni volta che scendeva dalla macchina, sfilava le chiavi e le metteva in tasca.
E così aveva fatto anche quella sera.
Le sembrò quasi di rivedere le immagini sfocate del marito che le sfilava dal blocchetto di accensione per metterle in tasca, mentre lei era intenta a tranquillizzare Penny. Si sentì persa e si accasciò sul volante in preda alla disperazione singhiozzando e sbattendo i pugni sul cruscotto.
Ma subito le rivenne in mente un particolare che non aveva ricordato.
Ogni volta che partivano per un viaggio, portavano sempre con loro una copia delle chiavi dell’auto, di riserva in caso avessero perso quelle originali. E quella copia era ora nel suo beauty case nel portabagagli.
Come rianimata da una sferzata di energia, spalancò con una spallata la portiera dell’auto, girando di colpo lo sguardo verso la casa per vedere dove fossero gli altri due.
Ma non vide più nessuno.
Dalla luce che filtrava attraverso il vetro sulla porta non vedeva più nessuna ombra e questo la preoccupò ancora di più perché il fatto di non vedere dove fossero, poteva significare che avrebbe potuto trovarseli addosso in ogni momento, e in quelle condizioni non sapeva se sarebbe riuscita a contrastarli di nuovo. Zoppicando velocemente, si spostò dietro la macchina e aprì il portabagagli. Afferrò il beauty case aprendolo e facendo cadere tutti gli oggetti sopra le valigie. Le chiavi erano nel cassettino che per sua fortuna rimase chiuso. Lo aprì e le afferrò sentendosi per un istante come un naufrago che afferra la sua ultima zattera di salvezza. Le strinse nel pugno e richiuse il portabagagli.
Ma un fruscio alle sue spalle la fece voltare di scatto facendole torcere la gamba ferita con una fitta atroce che le piegò la gamba.
Cadde pesantemente a terra sbattendo la guancia contro il paraurti, mentre l’uomo e la donna riuscirono ad afferrarla per le caviglie. Si divincolò urlando, e scalciando come una furia, mentre fitte di dolore le trapassavano la gamba ferita, afferrata dalle mani dell’uomo che la stringevano e caldi fiotti di sangue fuoriuscivano dalla benda, scivolandogli tra le dita.
Il dolore era atroce, ma l’istinto di sopravvivenza era più forte.
Cominciò a scalciare come un toro, colpendo il volto dell’uomo con i tacchi delle scarpe, mentre la donna cercava di afferrarla per le braccia, per trascinarla di nuovo in casa. Le urla di Carol dilaniavano il silenzio della boscaglia tutto intorno, mentre l’uomo e la donna rimanevano in silenzio, come ammutoliti, nonostante i colpi che Carol stava dando loro con i piedi e con le braccia.
Con un gesto disperato, colpì la donna in pieno viso con la mano che conteneva le chiavi. Sentì la punta della chiave di accensione affondare nella guancia della donna, che allentò la presa sulle sue braccia con un gemito soffocato, portandosi le mani al viso a coprire la profonda ferita che sanguinava sotto lo zigomo destro. Si allontanò stringendosi il viso con le mani e Carol ne approfittò per assestare un ultimo violento calcio, col tacco della scarpa sul viso dell’uomo. Sentì il tacco affondare con uno schiocco secco, mentre l’uomo mollava la presa accasciandosi a terra, con le mani a coprirsi il naso fratturato.
Carol riuscì a rialzarsi, col fiato in gola e il cuore che sembrava doverle scoppiare nel petto da un momento all’altro. L’adrenalina le scorreva nel sangue bruciando come lava incandescente. Saltò in macchina mentre la mano della donna la riafferrò per il vestito strattonandola, ma Carol richiuse lo sportello con violenza sul polso della donna che si sbriciolò con uno schiocco secco. Riaprì per un istante la portiera per far scivolare fuori la mano della donna, e per poi richiuderla di nuovo, inserendo la sicura per impedire che riuscissero ad aprirla da fuori.
Infilò le chiavi e accese il motore. Affondò l’acceleratore e partì quasi sgommando sollevando spruzzi di fango e pezzi di zolle dalle ruote che iniziarono a slittare sulla terra prima di far presa e di dirigersi verso il sentiero per scappare via.
Arrivò come un fulmine sul vialetto di ghiaia che conduceva via da quell’incubo, mentre spruzzi di sassolini si spargevano tutto intorno come proiettili sparati da una mitragliatrice.
Arrivò in un attimo all’imbocco della strada principale, svoltando a destra per riprendere la strada verso la città. -
Ed ora si trovava proprio su quella strada, mentre correva come un segugio che rincorre la preda.
Ma in quel caso, la preda era lei.
Mentre le ruote dell’auto mordevano l’asfalto davanti a lei, un susseguirsi di immagini e di sensazioni le si affollavano nella mente. E come in un puzzle che lentamente si ricompone tassello per tassello, cominciò a ricollegare tutti gli orribili fatti successi.
La famiglia in condizioni così disagiate. Quel bambino sofferente che aveva bisogno di continue trasfusioni di sangue. L’orribile fine di Leslie, fatto a pezzi e dato in pasti ai maiali per far sparire il cadavere e l’uccisione del cane. Erano cose di un orrore devastante e spaventoso.
E l’immagine di quella cicatrice bianca, su quel pezzo di carne gettato in pasto ai maiali e il pensiero della fine orribile che aveva fatto il marito, la gettarono nella disperazione più profonda. Il cuore le andò in frantumi distrutto dal dolore, che la trapassò come una lancia infuocata mentre lacrime amare cominciarono a sgorgarle irrefrenabili dagli occhi, appannandole la visuale della strada, non riuscendo più a trattenere i singhiozzi. Si asciugò le lacrime con la manica, e quando la mano le passò vicino al naso, sentì per un attimo l’odore di Penny, della sua cagnetta.
Strizzò gli occhi per soffocare quel dolore straziante, e in un attimo il pensiero di Penny le riportò alla mente un’immagine che la fece inorridire ancora di più. Bloccò i freni inchiodando la macchina che cominciò a scodinzolare col posteriore, fermandosi dopo qualche decina di metri.
Col cuore in gola, ripensò al momento in cui la cagnetta aveva cominciato a ringhiare al tavolo rifiutandosi di mangiare quella carne che lei le stava porgendo.
Perché aveva iniziato ad abbaiare in quel modo, rifiutando la carne?
Forse avvertiva già il pericolo incombente? O forse, e questo le pugnalò lo stomaco, era proprio la carne che non andava?
Forse era la carne che non era di animale ma era ... carne umana?
E la cagnetta lo aveva avvertito e per questo si rifiutava di mangiarla?
Mentre invece lei ne aveva assaggiati diversi bocconi, definendola anche ’squisita’.
Quel ricordo le diede il voltastomaco e riuscì a stento a trattenersi dal vomitare. Ma subito dopo, fu un altro pensiero a colpirla come un macigno in pieno petto, tanto che dovette spalancare di colpo lo sportello per evitare di vomitare in macchina.
Il pensiero di quella carne, umana.
Il pensiero del marito che si era assentato qualche minuto prima che l’uomo della locanda le portasse quelle succulente bistecche.
Quella carne che forse non era di un essere umano qualsiasi.
Quella carne che ... era proprio quella di suo marito, che si era allontanato e non aveva più fatto ritorno.
La disperazione le attanagliò lo stomaco, strizzandolo come un sacchetto e facendola vomitare violentemente sull’asfalto, mentre dolore e la disperazione la stavano mandando in pezzi.
Si accasciò al suolo, come un palloncino bucato che si sgonfia piano piano, cadendo accovacciata accanto alla macchina, con la testa reclinata appoggiata sulla strada.
Con il corpo scosso da singhiozzi irrefrenabili e lo sguardo rassegnato, fisso a osservare i resti del marito, caldi, appena rigettati sull’asfalto.
