La cittą senza nome - di Benedetto Silvestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/11/2006 alle ore 14:29:14
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Cap 1
Il sole era allo zenit, e l’aria era così bollente da mozzare il fiato. I cavalli arrancavano col carico umano che portavano sulla schiena lasciando sulla sabbia le tracce profonde del loro passaggio. Marciare con quel caldo torrido che bruciava la pelle era uno strazio disumano. Il vento del deserto soffiava caldissimo, sollevando a tratti nuvole di sabbia che graffiavano il viso come carta vetrata. Avrebbero voluto fare una sosta per riposare, sperando di trovare al risveglio un’oasi verde in cui rinfrescarsi. Ma non potevano. Se si fossero fermati avrebbero solo rischiato di non ripartire più e di morire di sete e di fame nel giro di poco tempo per lasciare poi i loro corpi e quelli dei loro cavalli, come macabro pasto agli avvoltoi.
Erano partiti da Weiton City portando con loro viveri e acqua per cinque giorni, che avrebbero abbondantemente coperto i quattro giorni di viaggio necessari per raggiungere Cape Town. Ma ormai erano già all’ottavo giorno di cammino e dei viveri erano rimaste solo le briciole, e le poche gocce d’acqua bastavano solo per inumidire la gola arsa e secca per il caldo.
Procedevano come fantasmi, andando avanti per forza di inerzia, su quelle dune roventi e su quella sabbia che rifletteva i raggi del sole che scintillavano come lampi graffiandoli negli occhi.
Non avrebbero resistito a lungo. Sentivano di essere allo stremo e senza cibo né acqua non sarebbero andati lontano.
Si conoscevano fin da piccoli ed erano cresciuti tutti e tre insieme nello stesso paese. E col passare degli anni, man mano che diventavano adulti, la loro amicizia si era cementata sempre di più, trasformandoli in un trio inseparabile. Tutti i viaggi che avevano fatto li avevano fatti insieme, ma mai come questa volta, si erano trovati in condizioni così disperate. Il più grande di loro, Derry, aveva 35 anni contro i 30 di Andrew e i 24 di Tony che era il più giovane.
Trovarono una rientranza ai piedi di una duna con una piccola zona d’ombra che sembrava una virgola scura in quel mare di sole e di luce.
Si fermarono e scesero dai cavalli per far riposare anche le povere bestie che sembravano restare in piedi solo per paura che sdraiandosi a terra non sarebbero più riuscite poi a risollevarsi.
Si guardarono intorno coprendosi gli occhi con le mani, sperando di poter vedere qualcosa. Ma non sapevano neanche loro cosa. Forse un po’ di verde, o forse solo un sentiero che potesse dare adito a qualche speranza di trovare acqua e cibo. Qualsiasi cosa che potesse essere diverso da quel mare secco e bollente.
Ma non c’era nulla. Solo deserto arido, sole e sabbia.
Ma niente altro. E niente acqua.
Le loro lingue erano talmente impastate e gonfie che le sentivano incollate al palato, al punto da non riuscire neanche a parlare.
Fu proprio Derry a rompere il silenzio che ormai durava dall’alba con una voce che si sentiva appena, soffocata come un sussurro.
"Non ce la faremo mai. Sono otto giorni che siamo in viaggio per raggiungere Cape Town che ne dista solo quattro da Weiton City. Com’è possibile?" disse sfilando la mappa da sotto la sella.
Il cavallo subito si irrigidì nel sentire la carta strusciare sulla pelle secca e bruciata dal sole, e cominciò a scalciare come se avesse sentito un tizzone ardente sfiorargli la schiena..
"Buono, buono" disse Derry dandogli una carezza sulla criniera "lo so che anche tu hai sete, e anche tu hai la pelle che brucia, ma non posso farci nulla per ora."
Aprì la carta per controllare il percorso e per l’ennesima volta constatò che la strada era quella giusta. Non avevano sbagliato.
Eppure di Weiton City ancora nessuna traccia. Neanche in lontananza.
"Non riesco a capire dove siamo finiti. La strada è questa. Avremmo dovuto raggiungere la città già da parecchi giorni. E invece niente. Niente di niente. E siamo ancora qui in mezzo al deserto a farci bruciare il cervello dal sole" disse con un filo di voce Andrew inginocchiandosi a terra e poggiando le mani sulle gambe.
"Eppure" continuò Derry "la strada è talmente facile che è impossibile sbagliare. L’abbiamo fatta anche altre volte senza problemi. Basta percorrere il sentiero che abbiamo seguito, e poi passare al lato delle montagne e proseguire in direzione ovest per due giorni. A quest’ora dovremmo essere già sul posto. E invece nulla."
"Hai detto bene, Derry. Nulla" aggiunse Tony che fino a quel momento era rimasto in silenzio.
Diedero di nuovo un’occhiata al paesaggio per vedere se riuscivano a riconoscere qualche punto segnato sulla carta. Qualsiasi punto di riferimento. Una collina, una radura o una montagna. Ma niente. Quello sulla cartina e quello davanti ai loro occhi sembravano due luoghi completamente diversi.
La cartina era piena di riferimenti visibili e facili da identificare, visto che conoscevano bene il tratto di deserto tra Weiton City e Cape Town. Eppure davanti ai loro occhi non c’era nulla di tutto quello segnato sulla mappa. Solo le dune alte del deserto, sabbia su sabbia, con una catena di montagne alte sulla destra che sembravano scrutarli da lontano per controllare ogni loro mossa.
Tony prese la borraccia e l’aprì per leccare una delle ultime gocce d’acqua rimaste. E Andrew subito lo imitò, prendendo la sua e facendo altrettanto.
"Io direi di andare a vedere cosa c’è lassù" disse alla fine Derry indicando la cima della collina più alta davanti a loro "Non possiamo restare qui altrimenti rischiamo di restarci per sempre. E visto che dobbiamo andare avanti, l’unica cosa da fare è proseguire in quella direzione."
E detto questo prese le redini del suo cavallo incamminandosi a piedi verso la collina, con la povera bestia che lo seguiva come un’ombra. Gli altri due fecero altrettanto seguendolo in fila indiana.
I piedi affondavano nella sabbia pesanti come macigni, rendendo il loro cammino ancora più difficile e facendoli scivolare più volte in ginocchio stremati dalla fatica.
Raggiunsero la cima della collina in pochi minuti, e appena si affacciarono oltre, i loro volti furono scossi da una scintilla di entusiasmo alla vista di alcune case in fondo alla vallata dall’altra parte, in fondo alla discesa.
Rimasero fermi a guardare, increduli. Col cuore in gola per lo sforzo, e il respiro che stentava ad entrare e uscire dai polmoni.
"Oddio, finalmente !!" sospirò Tony cadendo in ginocchio a terra affondando le mani nella sabbia bollente"Non ci posso credere. Non ci posso credere. Ci siamo finalmente!"
"Sembra proprio di si" aggiunse Derry senza distogliere lo sguardo dalle case di fronte a loro.
Il loro tormento sembrava finito. E le case che distavano circa due miglia dal punto in cui erano, sembravano la terra promessa che stava lì ad aspettarli. Superarono la cima e cominciarono a scendere a passo svelto, alzando spruzzi di sabbia e lasciando profonde buche dietro di loro.
Arrivarono alle porte del paese in pochi minuti, col fiato in gola, spinti dalla forza della disperazione che aveva fatto bruciare le loro ultime energie in quello sprazzo di corsa.
Rallentarono il passo fino a fermarsi, con gli sguardi disperati e pieni di speranza, incollati verso le case davanti a loro.
Speranza che andò subito in pezzi quando si resero conto che il posto era deserto. Non c’era nessuno.
Tutto sembrava fermo e immobile e solo il vento soffiava caldo sollevando sbuffi di sabbia da terra e fischiando attraverso i vetri rotti delle finestre.
Rimasero fermi, col cuore in gola, e la delusione, che annientò le loro speranze con un colpo di spugna, dopo aver passato quei giorni interminabili in mezzo alle dune e al deserto.
"E questo che cos’è?" disse Tony quasi sul punto di mettersi a piangere per la disperazione "cosa diavolo è questo!! Che cos’è?? Che cos’è??" cominciò ad urlare in preda ad una crisi isterica, scalciando contro la sabbia come un cavallo impazzito "tutta questa corsa solo per vedere un villaggio abbandonato!! Un maledettissimo villaggio abbandonato!!"
Derry si girò dandogli uno schiaffo per farlo tornare in sé.
Tony cadde in ginocchio massaggiandosi la guancia e guardando in su verso l’amico che lo aveva colpito.
"Non so che posto è questo Tony, ma non è facendoci prendere dall’isterismo che risolveremo il nostro problema. Non è certo il paese che cercavamo, ma forse potremmo trovare lo steso qualcosa che ci possa aiutare a proseguire il viaggio. Per cui, non disperiamo e mettiamoci a cercare."
"Ha ragione" aggiunse Andrew rivolgendosi a Tony che si stava nel frattempo rialzando, sciogliendosi il fazzoletto dal collo e buttandolo a terra con un gesto di stizza.
E detto fatto, si incamminarono verso il centro del paese, attraversando quello che apparentemente sembrava il viale principale.
Non era un molto grande. Dovevano esserci una ventina di case in tutto e solo pochi negozi. C’era l’ufficio dello sceriffo, il ferramenta, il barbiere, la banca che sicuramente non conteneva più nulla di valore e altre case appartenenti sicuramente alle famiglie che avevano abitato, chissà quando, quel posto.
Il vento soffiava forte e caldo mentre la sabbia si sbriciolava, scricchiolando sotto la pressione dei loro stivali, e l’eco dei loro passi rimbombava ovattato contro le pareti di legno delle case quasi a scandire il trascorrere del tempo.
Man mano che procedevano verso l’interno, battevano palmo a palmo con gli sguardi, ogni angolo nascosto, pronti a cogliere il minimo movimento. Facendo attenzione soprattutto alle porte e alle finestre nel caso ci fosse stato qualcuno in agguato pronto a saltar fuori.
Ma non c’era nessuno.
E le finestre sembravano tanti occhi giganteschi che stavano lì, immobili ad osservarli mentre si addentravano in paese. Alcune persiane sbattevano per il vento, facendoli saltare come molle mentre cespugli e rami secchi spinti dal vento, frusciavano contro gli angoli delle case, per poi riprendere la loro corsa scomparendo verso il deserto.
In lontananza, grosse balle di sterpi si rincorrevano rotolando oltre le case, urtando tra loro, rimbalzando sulla sabbia e scomparendo poi verso l’orizzonte, come fantasmi che si allontanavano da quel posto, spaventati da quei tre intrusi.
Ma un improvviso rumore di vetri infranti li fece fermare col cuore in gola.
Si guardarono negli occhi terrorizzati, richiudendosi poi a triangolo, schiena contro schiena, scrutando ogni angolo intorno a loro.
Era stato solo il vento? Una finestra che aveva sbattuto? Oppure qualcuno che aveva rotto un vetro?
Ma se era stato questo qualcuno, ... allora forse il paese non era proprio deserto?
Cominciarono a girarsi intorno come trottole guardando dappertutto ma senza vedere nulla di strano. Nessun movimento. Si accucciarono allora sotto il portico del saloon in silenzio e in attesa.
Se c’era qualcuno, forse sarebbe uscito allo scoperto.
Ma non si mosse nulla. Tutto rimase fermo e immobile come quando erano arrivati.
"Beh, visto che siamo qui fuori al saloon io direi che possiamo almeno entrare per vedere se c’è qualcosa da bere" disse Derry dirigendosi verso la porta e spingendo i due battenti.
Una nuvola di polvere lo avvolse come una nebbia facendolo tossire più volte, mentre Tony e Andrew si fecero largo attraverso quella coltre secca e soffocante agitando le mani e strappando le tele di ragno che erano depositate sui montanti di legno ai lati della porta.
Il passaggio repentino dalla luce al buio li rese ciechi per qualche attimo, e dentro tutto sembrò nero come la pece. Strizzarono gli occhi per vedere meglio, ma solo dopo un po’, col passare dei minuti, cominciarono ad abituarsi all’oscurità riuscendo a vedere meglio i contorni della sala.
Il bancone del bar era proprio davanti a loro, lungo la parete opposta rispetto all’entrata. Sulla sinistra invece quattro tavolini erano circondati da sedie spaccate e sistemate alla rinfusa mentre a destra un pianoforte sembrava essere fermo lì da chissà quanti anni. Almeno a giudicare dalla polvere che c’era sopra.
Ma una volta dato uno sguardo sommario all’ambiente, e controllato che non ci fosse nessun pericolo in agguato, quello che attrasse la loro attenzione fu soprattutto la serie di bottiglie sugli scaffali dietro al bancone, che sembrava stessero aspettando solo di essere aperte e bevute.
"Guardate !!! Roba da bere!!" esclamò Tony eccitato dalla scoperta, sgranando gli occhi come un naufrago che avvista un’isola.
Saltarono con un balzo oltre il banco e cominciarono freneticamente ad aprirle una ad una, come impazziti.
Ma erano tutte vuote.
Secche e asciutte come la sabbia che bolliva fuori di lì.
Presi dalla rabbia cominciarono a spaccarle tutte lanciandole contro i pavimento, contro i tavoli, dovunque. Ma appena il rumore di vetri rotti cominciò ad invadere il silenzio della sala, subito si fermarono, quasi intimoriti dal rumore stesso e da quello che stavano facendo.
"Ma, non sentite anche voi qualcosa nell’aria?" bisbigliò Derry.
"Nell’aria? Che vuoi dire?" rispose Tony guardandolo preoccupato.
"Si, nell’aria, non sentire anche voi qualcosa come...non so come descriverlo. Non avete la sensazione di essere spiati?"
"Spiati? Ma che ti stai fumando il cervello Derry? Chi vuoi che ci sia qui? Ti sembra che questo posto sia abitato da qualcuno? Abbiamo attraversato l’intero paese e gli unici esseri viventi siamo noi e gli scorpioni."
"No Tony" interruppe Andrew "Derry ha ragione. E’ una sensazione che ho avuto anche io fin dall’inizio. Fin da quando siamo entrati in paese e lo sento ancora di più ora che siamo qui dentro. E come se non fossimo soli. Mi sento addosso una sensazione sgradevole come se qualcuno mi stesse spiando di nascosto. Mi sento gli occhi di qualcuno addosso. Non so se riesco a spiegarmi."
"Ti sei spiegato benissimo Andrew" aggiunse Derry "ed è proprio quello che stavo cercando di dire. Mi sembra come se qualcuno ci stesse osservando di nascosto. Ed è una sensazione bruttissima che mi mette a disagio. Mi spaventa. Mi fa sentire in pericolo."
"Mi sa che vi ha dato di volta il cervello a tutti e due" rispose quasi sorridendo Tony senza dare peso alle loro parole.
"Fossi in te non ci scherzerei troppo Tony, non ho mai provato una sensazione come quella che sto provando ora. E ti assicuro che non è piacevole." rispose secco Derry.
"Neanche a me piace questo posto, ma non per questo mi sento spiato" aggiunse quindi Tony con tono polemico " ma guardati intorno dai Derry. Chi vuoi che ci sia qui a spiarti?"
"Non lo so, ma ti assicuro che non mi sbaglio" ribatté lui fissandolo negli occhi.
Rimasero in silenzio tendendo le orecchie in ascolto. Cercando di carpire qualcosa. Ma non sapevano neanche loro di cosa. Guardandosi intorno con circospezione, cercando di capire i motivi di quella strana sensazione.
Cercando quel qualcuno che li stava spiando.
Ma c’era poi davvero quel qualcuno?
Cap 2
Il giorno ormai era quasi arrivato alla fine e il sole stava tramontando oltre le colline, allungando le ombre che iniziavano a distendersi sul pavimento di legno del saloon, come dita gigantesche che sembravano volerli afferrare. Mentre la luce fuori dalle finestre si stava affievolendo lasciando che il buio si diffondesse tutto intorno a loro.
"Guardate qua!" disse improvvisamente Derry rompendo il silenzio.
Gli altri si girarono di scatto verso di lui che stringeva sorridente tra le mani due bottiglie piene.
"Ho trovatoun tesoro! Ora si che possiamo rinfrescarci la gola."
"Fantastico Derry! Bel colpo davvero!!" risposero insieme Andrew e Tony avvicinandosi a lui. Si avventarono tutti e tre sulle bottiglie come api sul miele e le tracannarono in men che non si dica. L’acqua era calda e piena di sabbia, ma dopo quello che avevano passato, sembrava fresca e dolce come appena presa da un ruscello di montagna.
"Accidenti però!!" disse Tony, asciugandosi la bocca con la manica della camicia "Ci voleva proprio, non ne potevo più."
"A chi lo dic.." aggiunse Derry, interrompendosi subito appena vide Andrew che si dirigeva verso le scale che portavano al piano di sopra.
"Dove stai andando, Andrew?"
"Non lo so, ma non riesco più a sopportare di stare qui dentro. Non mi piace questo posto e soprattutto non mi piace quello che sento. Mi fa paura. Sento il pericolo a fior di pelle Derry. Mi sta dando ai nervi e non lo sopporto. Forse sopra ci può essere qualcosa di interessante. Che dici?"
"Si può darsi, ma aspetta, così saliamo tutti e tre."
E detto fatto si incamminarono verso i gradini.
Ma non fecero in tempo a raggiungerli.
L’edificio cominciò a scricchiolare e le assi che reggevano le scale crollarono giù con un fragore assordante che li fece scappare via come fulmini dalla sala. Schizzarono fuori tuffandosi a terra e rotolandosi nella sabbia.
E fecero appena in tempo. Prima che l’edificio crollasse e il piano superiore sfondasse il soffitto del saloon cadendo giù. Una densa nuvola di polvere si alzò dalle macerie, avvolgendo le case vicine, nascondendo per qualche minuto la scena a tre che rimasero a terra impietriti a guardare.
Poi, lentamente la polvere cominciò a depositarsi al suolo come un velo che si dissolveva scoprendo piano piano quello che c’è sotto.
"Porcaccia la miseria!!" esclamò Derry col fiato in gola "c’è mancato poco e ci rimanevamo tutti e tre la sotto."
"Ma come ha fatto a crollare? Non lo abbiamo neanche toccato" chiese Tony.
"Non me lo chiedere perché non lo so davvero. Fatto sta che ce la siamo cavata per miracolo." aggiunse Andrew col fiatone, passandosi il braccio sulla fronte per asciugare il sudore.
Mentre gli ultimi scricchiolii si andavano spegnendo, lo sbuffo dei cavalli legati al palo poco distante li fece riemergere riportandoli alla realtà.
"Che facciamo ora?" chiese Tony preoccupato.
"Che bella domanda!!" esclamo quasi spazientito Derry "Cosa vuoi che facciamo? L’unica soluzione è fermarci e passare qui la notte. Ormai il sole è tramontato e non mi sembra il caso di avventurarsi nel deserto col buio. Ci siamo persi con la luce del giorno, e non voglio neanche immaginare dove finiremmo se ci mettessimo in cammino ora."
"Si Derry, hai ragione" disse Andrew "fermiamoci qui. Chissà che domani non riusciamo a trovare qualcos’altro da mettere sotto i denti prima di ripartire. Alla luce di quanto è successo non credo sia il caso di sistemarci all’interno, ma credo sia meglio accamparci alle porte del paese. Faremo un bivacco e passeremo la notte lì."
"Ok, sono d’accordo. Diamoci da fare allora" disse Tony avviandosi verso i cavalli.
Sistemarono le loro cose, accesero il fuoco mentre le stelle cominciavano a comparire nel cielo come tante luci che si accendevano una alla volta, e mentre il cielo stesso stava passando tutte le colorazioni dal blu al nero come una macchia di inchiostro che lentamente si diffonde nell’acqua.
"E adesso cerchiamo di dormire. Domani ci aspetta una giornata tutt’altro che riposante. Almeno oggi siamo riusciti a rimediare un po’ d’acqua." aggiunse per ultimo Andrew prima di coricarsi.
Si sdraiarono sotto le coperte accanto al fuoco e nel giro di pochi minuti si appisolarono tutti e tre.
Il silenzio li avvolse insieme alla notte con il suo manto fresco e umido tipico di quelle zone. Gli unici rumori erano gli sbuffi dei cavalli che sembravano ancora agitati e infastiditi, e i continui fruscii del vento che soffiava tra i cespugli e in mezzo ai rovi.
Ma i tre ragazzi erano troppo stanchi per sentirli.
La mattina dopo, il sole si alzò oltre le montagne illuminando le ceneri del fuoco spentosi durante la notte, con intorno i tre ragazzi ancora avvolti nelle coperte.
Tony fu il primo a svegliarsi. Aprì gli occhi e guardò stiracchiandosi il cielo sereno e azzurro sopra di lui. Rimase per qualche attimo sdraiato a godersi quello spettacolo prima di togliere la coperta e di mettersi a sedere ancora avvolto dai fumi del sonno.
Ma quello che vide gli frantumò la mente in un attimo.
Scalciò via le coperte facendo un salto indietro da seduto, rimanendo a bocca aperta. Ingoiò uno sbuffo d’aria che gli andò di traverso, senza riuscire a dire una parola. Si stropicciò gli occhi col dorso delle mani ma non cambiò nulla.
Il paese non c’era più. Le case erano sparite. Il paese era scomparso.
Allungò la mano per cercare di svegliare gli altri due, riuscendo a chiamarli solo con un filo di voce strozzata.
"Derry!! Andrew!! Svegliatevi presto!!" disse scuotendoli con le mani, ma rimanendo con lo sguardo fisso e incollato nel vuoto che fino alla sera prima era occupato dagli edifici in legno che avevano visto e toccato con mano.
Gli altri due si misero a sedere ancora intorpiditi e fu Derry a scattare in piedi appena si guardò intorno.
"Ma che?? ... Ma che è successo??"
"Non lo so. Non lo so. Dove diavolo è finito il paese? Dove sono le case?" cominciò ad urlare Tony in preda al panico, con una voce che tremava come quella di un bambino impaurito.
Anche Andrew si alzò rimanendo a bocca aperta.
Derry cominciò subito a girarsi intorno come un pazzo, per controllare non sapeva neanche lui cosa. Ma le montagne erano sempre lì. Le colline anche. Tutto era al suo posto come la sera prima.
Il posto era quello non c’erano dubbi.
Non si erano mossi.
Ma allora il paese dov’era?
Si guardarono terrorizzati l’uno con l’altro, come per cercare conferme che non fossero impazziti. Ma dai loro occhi usciva solo paura e angoscia.
E una gelida sensazione di pericolo cominciò a scivolare dentro di loro, come un serpente velenoso pronto a colpire al momento opportuno.
Si sentivano in pericolo, e quanto era successo li stava portando davvero alle soglie della follia. La paura e il pericolo che avevano avvertito la sera prima, ora stava dilagando come un incendio incontrollato.
"Ma, accidenti!!" sbottò Tony "eravamo qui ieri, e le case erano qui dietro. Ci siamo risvegliati e il paese è sparito. Ma cos’è? Uno scherzo della natura?? Oddio Derry, stiamo diventando matti? Mi sembra di impazzire. Non ci capisco più nulla. Sento che sto per impazzire."
"Come hai detto Tony? Senti che stai per impazzire?" rispose Andrew guardandolo di traverso "lo senti davvero? Hai detto proprio la parola giusta, Tony ’lo sento’. Io invece ne sento un’altra di cosa. Anzi, a dire il vero, c’è una cosa che non sento più. Lo hai notato anche tu Derry?" disse poi rivolgendosi all’amico.
Derry lo guardò con sguardo interrogativo, scuotendo la testa come per dire "di che stai parlando?"
"Derry, non avverto più quella sensazione che provavo ieri. La sensazione di essere osservato ti ricordi? Ora non la sento più. Capisci? Mi sento solo."
Derry lo guardò fisso per qualche attimo cercando ascoltare le sue parole.
"Hai ragione. Nonostante non riesca a capire cosa sia successo, quella sensazione angosciante di ieri sembra scomparsa. E’vero" aggiunse il ragazzo guardandosi intorno quasi per cercare tracce di qualcosa che appartenesse a quello che avevano visto la sera prima. Anche solo un dettaglio, una minima traccia.
Ma dovunque si girasse, c’era solo sabbia..
"Credo comunque che a questo punto ci convenga allontanarci da qui. Visto che non c’è più nulla da vedere e soprattutto visto che non possiamo metterci in cerca del cibo che volevamo trovare."
"Hai ragione Derry, anzi, prima ci mettiamo in marcia e prima riusciremo forse a trovare Cape Town."
La bevuta della sera prima aveva dato loro energia sufficiente per poter proseguire e anche se non avevano mangiato, sentivano di poter riprendere il viaggio.
Il sole intanto stava salendo dall’orizzonte illuminando e riscaldando il paesaggio circostante coi raggi che schiarivano le dune di sabbia che a tratti sembravano rifletterli come specchi.
Sistemarono le loro cose e risalirono a cavallo incamminandosi a trotto leggero verso le altre colline.
Ma proprio mentre si dava la spinta per montare a cavallo, Tony fu bloccato da una fitta pungente all’altezza dell’anca sinistra.
Cap 3
"Ahi, accidenti!" esclamò scendendo e sfilando il piede dalla staffa.
"Che c’è Tony?" chiese Derry.
Il ragazzo abbassò lo sguardo sulla cinta dei pantaloni estraendo una scheggia di legno dalla stoffa, e rimase a fissarla mentre la sollevava per mostrarla agli altri due.
"Legno!! Un pezzo di legno!!" esclamò quasi urlando "Ecco la prova che cercavamo!! Eccola qui la dimostrazione che il paese non ce lo siamo inventato e non ce lo siamo neanche sognato, accidenti!! Questa deve essere una scheggia di legno della casa che è crollata ieri mentre eravamo nel saloon vi ricordate?"
Anche Derry scese dal cavallo e si avvicinò a Tony. Prese la scheggia cominciando a rigirarsela pensieroso tra le dita.
"Hai ragione, guarda anche tu Andrew." disse facendo cenno all’altro di scendere da cavallo.
Andrew scese e dopo aver guardato per un istante il pezzo di legno, alzò lo sguardo verso Derry e tutti e tre rimasero a guardarsi negli occhi in silenzio.
Ma che senso aveva tutto ciò? Allora il paese esisteva davvero? Quella scheggia non era un sogno.
La paura ora stava davvero assumendo proporzioni insopportabili.
Ma chi poteva assicurare che quella scheggia appartenesse davvero alla casa crollata? Poteva benissimo essere una comune scheggia nascosta nella sabbia, che si era infilata nei pantaloni di Tony durante il sonno e che al risveglio gli si era conficcata nella gamba. Poteva anche essere così. Chi poteva dire il contrario? Potevano allora aver avuto una visione, e aver creduto di vedere il paese? Certo, anche questo era possibile. Stremati come erano potevano aver avuto un miraggio o qualcosa di simile.
Ma se davvero era così, allora dovevano essersi immaginati anche l’acqua che avevano bevuto. Eppure la sensazione che avevano era quella di averla bevuta davvero, visto che la sete almeno in quel momento sembrava sparita. E dovevano essere ridotti davvero male se avevano avuto un’allucinazione collettiva così realistica.
Si guardarono di nuovo in silenzio con gli occhi spiritati di chi sa vivendo un incubo e non riesce a capire come uscirne fuori.
Poi, fu Tony a rompere il silenzio quasi urlando.
"Guardate !!" urlò disperato fissando un cumulo di sabbia davanti a loro. Lo raggiunse con due salti e si inginocchiò a terra.
Allungò la mano ed estrasse da sotto la sabbia il suo fazzoletto. Quel fazzoletto che aveva buttato nella sabbia la sera prima. Proprio nel punto in cui iniziava la strada che portava verso l’interno del paese.
"Ecco un’altra prova Derry!" disse con tono implorante sollevando lo sguardo verso l’amico "Eccolo qui. L’ho buttato ieri sera a terra quando siamo arrivati, ti ricordi? Quando ci siamo fermati all’ingresso del paese. E proprio qui davanti ieri c’erano le case cha abbiamo visto. Non erano finte. Erano vere. Capisci!! Non ce le siamo sognate."
"No, Tony, non ce le siamo sognate, ne sono convinto." rispose lui con tono glaciale fissando con sguardo perso il fazzoletto in mano all’amico "ma questo non fa altro che peggiorare la situazione. Dove è finito allora il paese?"
Appena finì riparlare, il silenzio li avvolse di nuovo come un velo macabro e il vento soffiò come a suggellare l’angoscia di quelle ultime parole.
"In ogni caso, voglio andarmene via da questo posto più in fretta possibile. Voglio ritrovare la strada giusta per Cape Town. Questa storia mi sta esaurendo." disse Derry afferrando quel fazzoletto con rabbia e sbattendolo a terra di nuovo. Tony lo raccolse e salirono in sella ripartendo al trotto verso le colline.
Il caldo intanto continuava ad essere torrido e soffocante come quello dei giorni precedenti e la sete cominciò a farsi sentire di nuovo con i suoi morsi che li attanagliavano allo stomaco come tenaglie.
Avevano camminato per circa due ore quando superarono di slancio la cima della collina più alta, trovandosi inaspettatamente di fronte ad un altro villaggio.
Non era lontanissimo, a occhio doveva essere a circa un miglio di distanza da loro.
Ma stavolta non era deserto.
C’era qualcuno e ne potevano sentire distintamente le voci anche da quella distanza. Da alcuni tetti vedevano salire sottili colonnine di fumo che indicavano la presenza di camini accesi, e osservando meglio, potevano vedere anche delle persone muoversi per le strade.
Si guardarono negli occhi con un sospiro di sollievo che riuscì a stento a scacciare l’angoscia che li aveva accompagnati fino a quel momento.
"Finalmente ci siamo, accidenti!" esclamò Derry "non sarà Cape Town, ma almeno c’è qualcuno."
E così detto, spronò il cavallo cominciando scendere lungo il pendio, subito seguito dagli alti due che si allinearono dietro di lui.
Man mano che si avvicinavano sentivano le voci della gente e quel suono sembrava una soave musica per le loro orecchie, dopo quella brutta avventura.
Vedevano da lontano uomini, donne e anche dei bambini che giocavano fuori delle case, strillando e rincorrendosi lungo le strade.
Arrivarono alle porte del paese e si fermarono. Scesero da cavallo ed entrarono a piedi trascinando dietro di loro le bestie, lasciando a terra le orme stanche del loro passaggio.
La gente li salutava appena li vedeva, quasi come fossero persone del luogo, mentre nell’aria si respirava un’allegra aria di festa. C’era gente che preparava dei lunghi tavoli imbanditi. Altri che appendevano striscioni tra i due lati del viale principale. Bambini che si rincorrevano e che aiutavano a trasportare la roba da mangiare da mettere sui tavoli.Tutti sembravano dediti con gioia a quella specie di ricevimento e la cosa li sorprese alquanto.
Era abbastanza singolare vedere tutta quell’allegria in un posto tutto sommato abbastanza isolato in mezzo al deserto.
Raggiunsero il saloon e legarono i cavalli al palo di legno all’esterno.
Alzarono lo sguardo dirigendosi verso i gradini polverosi della veranda per entrare, mentre il sole sembrava tagliato fuori, incapace di penetrare il buio all’interno del locale.
Spinsero le porte per entrare e subito la differenza di luce li abbagliò di nuovo, accecandoli per qualche istante, facendoli fermare sulla soglia, prima che i loro occhi cominciassero ad abituarsi al buio.
Ma quello che videro in quel momento li paralizzò come statue.
Era lo stesso saloon che avevano visto la sera prima. Lo stesso bancone, gli stessi tavoli sulla sinistra e il pianoforte a destra. Esattamente uguale.
L’unica differenza era la gente che stavolta lo rendeva vivo. Gente intenta a fare cose di ogni genere. A bere, a strimpellare qualche nota sui tasti bianchi e neri, a giocare a carte.
Ma tutti si interruppero immediatamente appena li videro entrare, voltandosi verso di loro e osservandoli in silenzio.
Subito si sentirono tutti quegli sguardi addosso che li pungevano come tanti aghi e sull’atmosfera calda di un attimo prima calò improvvisamente il gelo.
Le ultime note del pianoforte si spensero nell’aria. E calò il silenzio.
L’imbarazzo era fortissimo. Non sapevano cosa fare.
Preso dal panico, Tony uscì di corsa dal locale col cuore in gola. E fu allora che guardandosi in giro, si rese conto di una cosa che non avevano notato prima.
Anche il paese era esattamente quello che avevano visto la sera prima. Identico in ogni dettaglio.
Anche se questo era vivo. Abitato. E pieno di gente.
Derry e Andrew cercarono di mantenere la calma e si girarono per seguire Tony all’esterno.
"Oh mio Dio Derry, ma è quello di ieri sera guarda!" disse Tony indicando con la mano le case, le strade, i negozi e tutto il resto.
"Si Tony, ma cerca di mantenere la calma. Anche questo è lo stesso locale che per poco non ci è caduto addosso." ammise Derry girandosi verso la porta battente del saloon, proprio nel momento in cui ne stava uscendo un uomo sulla cinquantina, che stava andando loro incontro.
"Salve, siate i benvenuti" disse cordialmente allungando la mano per salutarli.
Derry guardò la mano con un certo timore ma poi allungò la sua per stringere quella dell’altro.
"Salve" rispose all’uomo con un tono poco convinto.
"Sono il sindaco del paese e vi do il benvenuto" ribadì l’uomo stringendo alternativamente la mano agli altri due. "Ma perché avete quelle facce preoccupate? Non siete contenti di questa festa? Proprio in vostro onore?"
Quell’ultima frase li raggelò colpendoli come un pugno in faccia.
Rimasero tutti e tre esterrefatti, a fissare quell’uomo come si guarda un pazzo che ha appena detto qualcosa di impossibile.
"Come ha detto?" riuscì a malapena a bisbigliare Derry con un filo di voce che tradiva la paura che lo stava corrodendo come un tarlo, incapace di distogliere gli occhi da quelli dell’altro "Festa di benvenuto? Ma che vuol dire? Come facevate a sapere del nostro arrivo?"
"Beh, tutti qui noi lo sapevamo" disse l’uomo con un sorriso che li raggelò ancora di più, indicando uno striscione che lentamente si stava allungando di traverso sulla via principale, scoprendo lentamente la scritta:
’Benvenuti Derry Simmons, Andrew Stone e Tony Saxon".
I tre rimasero incantati a leggere quella scritta. Bloccati come statue di marmo.
"Ma che storia sta raccontando?" sbottò quindi Tony avvicinandosi all’uomo con cattiveria, quasi a volergli mettere le mani addosso.
Il sindaco subito arretrò di un passo, fulminandolo con uno sguardo che bloccò Tony e lo costrinse a tornare sui suoi passi.
Derry alzò quindi la mano per far cenno all’amico di stare calmo.
"Capisco la vostra sorpresa, ma non dovete avere paura. Tutti gli abitanti del posto avevano le vostre stesse facce quando sono arrivati. E tutti volevano scappare via. Ma poi hanno tutti deciso di rimanere" aggiunse l’uomo terminando la frase con un sorriso che invece di tranquillizzarli contribuì a rafforzare la paura che già li stava terrorizzando.
"E tutti quelli che sono arrivati qui, hanno avuto una festa di benvenuto come questa che state preparando per noi oggi?" replicò Derry.
"Ma certamente, tutti quelli che arrivano qui sono ospiti speciali. E ci sembra giusto dare loro il benvenuto nel migliore dei modi per metterli immediatamente a loro agio."
"E davvero nessuno è mai andato via da qui? Nessuno ha mai deciso di tornarsene a casa dopo la festa?" interruppe Andrew.
"Assolutamente no. Scherzate? Nessuno" disse l’uomo abbozzando una specie di sorriso. Sorriso, che lentamente diventò serio quando aggiunse "Perché da qui, nessuno può andare via. Mai. Nessuno."
E a queste parole fecero tutti e tre un salto indietro soprattutto per via di quegli occhi che sembravano trapassarli da parte a parte. Occhi che fino ad un attimo prima erano sereni e sorridenti, e che ora sembravano seri e pungenti come quelli di un giudice.
"Nessuno? Mai? E chi ce lo impedisce?" disse Tony quasi urlando con voce sguaiata.
Ma appena pronunciate quelle parole, tutto il paese si fermò.
L’uomo davanti a loro rimase a fissarli negli occhi, mentre tutto intorno a loro si fermò. In attesa. I tre ragazzi subito avvertirono il silenzio calare gelido sopra di loro e si voltarono lentamente verso la strada dando le spalle al sindaco. Tutti si erano fermati e li stavano osservando di traverso con sguardi gelidi e ostili. Persino i bambini avevano smesso di giocare e li stavano guardando con occhi di sfida.
Occhi che avrebbero spaventato chiunque si fosse trovato nella loro situazione.
Tutto sembrò sospeso come in una bolla di sapone e il tempo sembrò fermarsi.
L’unica cosa viva erano quegli sguardi.
Cap 4
Gli occhi della gente che li guardava, li osservava e li scrutava, facendoli sentire a disagio e facendo crescere ancora di più quella paura irrazionale che già aveva raggiunto livelli drammatici.
E fu in quel silenzio, in quell’atmosfera sospesa, guardando quegli occhi che lo osservavano, che Derry, come risvegliandosi da un sogno, cominciò a provare la stessa sensazione della sera prima, quando si trovavano nel saloon e sentivano di essere spiati e osservati.
Si girò verso Andrew e solo guardandolo negli occhi capì che anche lui se n’era accorto.
E anche lui era spaventato a morte da tutto ciò.
Il sole faceva da spettatore alla scena, bruciando la sabbia e riflettendo i suoi raggi sui tetti delle case, mentre il vento soffiava caldo, bollente, seccando la pelle sul volto di quella gente che rimaneva ferma ed impassibile a guardarli.
Fu allora che Tony ruppe il silenzio urlando, quando il sindaco gli poggiò una mano dietro la spalla.
Il suo grido riecheggiò disumano tra i muri delle case facendo girare di scatto gli altri due che subito allungarono le mani sulle pistole per essere pronti ad usarle.
Ma il sindaco stesso li bloccò con un gesto della mano.
"Non dovete reagire così. Non potete farci nulla. Anche voi siete come tutti gli altri e non potete andare via. Se lo faceste, succederebbe a qualcun altro quello che è successo a voi ieri sera" rispose il sindaco sorridendo come se gli attimi di tensione vissuti un attimo prima non fossero mai esistiti.
"Ieri sera?" esclamò Andrew che negli ultimi minuti era rimasto l’unico in silenzio.
"Si, esatto, Ieri sera." disse l’uomo "e suvvia, non fate quelle facce sorprese. Noi sappiamo tutto quello che vi è successo ieri. Perché c’eravamo anche noi."
Le parole del sindaco erano sempre più agghiaccianti e ogni frase che usciva dalla sua bocca non faceva altro che aumentare il loro stato confusionale e la loro paura.
Il sindaco se ne accorse e vide anche il loro scetticismo nei suoi confronti.
Per questo decise di mostrare loro le prove di quanto diceva.
"Venite, allora, vi faccio conoscere di persona l’artefice di quello che vi è successo." disse scendendo i gradini della veranda, facendo strada ai tre che lo seguirono come agnellini.
"Ma cosa sta dicendo Derry? Ma qui sono tutti matti!" chiese Tony bisbigliando all’orecchio dell’amico che lo zittì con un gesto della mano, mentre si avvicinavano ad una casa dall’altra parte della strada.
"Non ne ho idea, ma tutta questa storia non mi piace affatto. E teniamoci pronti a scappare" ammise quindi Derry scuotendo la testa.
Raggiunsero la casa ed entrarono malvolentieri in una stanza buia e senza finestre. L’uomo accese una luce che trafisse i loro occhi con una serie di scintille bianche che per qualche attimo li accecò. Si coprirono istintivamente gli occhi con le mani, finché un po’ alla volta cominciarono a vedere sulla parete opposta una specie di cella. Dentro c’era una donna, seduta con le mani aperte sul viso quasi a nascondersi. Quasi si vergognasse di essere vista.
A passi lenti si avvicinarono a lei.
"Eccola la responsabile. E’ lei " disse indicando la donna .
"Ma responsabile di cosa? Di cosa diavolo sta parlando?" sbottò a quel punto Andrew.
"Capisco la vostra perplessità, ma l’origine dei vostri guai è proprio lei. E’ lei che col suo comportamento ha fatto in modo che voi arrivaste qui prima del tempo."
"Prima del tempo? Ma quale tempo? Ma ci volete spiegare una volta per tutte?" disse Tony sempre con il suo tono di sfida.
"Voi sareste dovuti arrivare qui tra due giorni, dopo essere morti disidratati nel deserto. Ma lei ha anticipato il vostro arrivo."
Quelle ultime parole esplosero nelle loro menti come un incendio, devastando ogni residuo di razionalità rimasto.
"Ma che diavolo sta dicendo?? Noi morti disidratati?? Nel deserto?? Ma noi siamo qui. Vivi e vegeti!!" rispose a quel punto Tony urlando come un ossesso.
"Vivi ? ... e vegeti?" rispose l’uomo guardandolo di traverso con uno sguardo che lo annientò.
In quell’istante il mondo crollò loro addosso come un macigno e la disperazione si manifestò dentro di loro in maniera devastante. Ma da quello sguardo che li trapassò come una spada, capirono la verità e capirono allora anche le parole dell’uomo.
E soprattutto capirono che non stava mentendo.
Il sindaco rimase a guardarli come un padre che guarda amorevolmente i suoi figli, e poi riprese:
"Non dovete essere spaventati, è una cosa normale. Capita a tutti prima o poi di morire. E oggi è toccato a voi. Si, avete capito bene. Siete morti."
A quelle parole Tony si accasciò a terra in ginocchio scoppiando a piangere mentre gli altri due si guardarono negli occhi credendo di impazzire.
Ma fu proprio Tony che rialzando gli occhi urlò:
"Ma che siete tutti scemi ??? Ma che vuol dire !!!" continuò ad urlare sbattendo i pugni sulle assi di legno del pavimento. "Non è giusto!!! Voglio sapere!!! Ci deve spiegare cosa è successo!! Accidenti!!" continuò a urlare prima di riabbassare lo sguardo e ricominciare a singhiozzare.
"Vi capisco, e avete tutto il diritto di sapere. Anche se in realtà non c’è molto da dire." disse l’uomo con una calma che faceva paura.
Fece una pausa guardandoli negli occhi e poi riprese.
"Voi siete partiti qualche giorno fa da Weiton City vero? E fin dal giorno della vostra partenza noi sapevamo tutto e siamo stati avvertiti del vostro arrivo che era previsto qui tra due giorni come vi ho già detto. Ecco perché vi dico di non spaventarvi, perché era già tutto scritto e non avreste potuto fare nulla per evitarlo. Voi sareste arrivati qui in ogni caso, ma è stata lei" disse indicando la donna dietro le sbarre "che ha anticipato il vostro arrivo, comportandosi come ha fatto. Lei è arrivata qui da noi ieri, ma fin dall’inizio non ha voluto sentire ragioni. Le abbiamo spiegato la situazione cercando di non spaventarla, dicendole che è una cosa normale e che prima o poi tocca a tutti. Ma lei non ha voluto ascoltarci, è stata molto testarda, troppo forse. E mentre stavamo allestendo la festa in suo onore, ha cercato di scappare approfittando della nostra disattenzione. E’ fuggita via come una furia e questa sua fuga ha provocato una distorsione temporale che ha fatto si che voi, che nel frattempo stavate dirigendovi già qui senza saperlo, vi trovaste di fronte un’immagine fuori dal tempo, distorta, del nostro paese. Si, avete capito bene. Quello che avete visto ieri sera non era il paese vero e proprio come lo vedete ora, ma solo una sua copia causata proprio da questa distorsione temporale. Ecco perché lo avete trovato deserto. Solo per voi era deserto, perché in realtà noi eravamo lì presenti, ma voi non potevate vederci proprio perché in quel momento noi stavamo vivendo in un altro tempo."
I tre ragazzi lo stavano guardando allibiti. Pur ascoltando attentamente quello che l’altro stava dicendo, non riuscivano a capirci nulla.
"Distorsione temporale? Ma cosa significa?" bisbigliò Derry.
"Significa una spaccatura del tempo, una frattura, che ha cambiato quello che è stato poi il vostro futuro e ha creato una falsa immagine di questo posto facendo sì che voi lo trovaste prima del tempo. E lo avete trovato giustamente vuoto. Ma non perché noi non c’eravamo, ma perché noi in realtà appartenevamo ad un tempo posteriore che ieri sera non era ancora presente e per questo non ci potevate né vedere né sentire. Ma noi c’eravamo e vi potevamo vedere."
Queste ultime parole aprirono una piccolissima breccia nella mente di Derry e subito capì perché, appena entrati in paese la sera prima, subito avevano avvertito quella sensazione di non essere soli e di essere osservati. Non era solo una sensazione ma una realtà. Perché il paese era in realtà pieno di gente. Ma loro non potevano vederli.
"Non è possibile. Non è possibile. Non ci sto capendo nulla !!" cominciò a gridare Andrew in preda alla disperazione.
"E possibile invece. Voi avete visto ieri sera solo una immagine del posto in cui ci troviamo ora. La distorsione ha fatto sì che la dimensione tempo subisse un’alterazione tale da proiettare il paese in un luogo differente, lontano da qui. Ad una distanza uguale a quella che la terra ha compiuto, ruotando, nell’arco di durata della distorsione stessa. Capite? Tutto è iniziato al momento della fuga della ragazza ed è durato per fortuna solo pochi minuti, ma ha messo il paese in una specie di stato di sospensione. In quel lasso di tempo però, la terra ha continuato a girare e quando abbiamo ripreso la ragazza, e quindi la distorsione è terminata, lo sfasamento ha creato un’immagine del paese, vuota, ad una distanza che è uguale a quella che la terra aveva intanto percorso in quel lasso di tempo. Capite?"
Gli sguardi dei tre ragazzi erano persi. Vuoti. Non capivano un accidente di quello che stava dicendo loro. Dai loro occhi traspariva solo paura e rassegnazione.
"Dai vostri sguardi capisco che è difficile comprendere per voi e allora cercherò di spiegarmi meglio, in maniera più semplice. Voi sapete che la terra gira giusto? Allora, per farvela breve, è come se qualcuno avesse preso le nostre case e le avesse sospese sopra la terra all’inizio della distorsione temporale, quando la ragazza è scappata, e le avesse lasciate sospese nel vuoto per tutta al durata della distorsione stessa. E poi, alla fine, le avesse ridepositate sulla terra. Ma durante quel lasso di tempo la terra ha continuato a girare e tutti gli oggetti presenti sulla superficie della terra si sono spostati seguendo la rotazione terrestre. Tutti tranne le nostre case. Per cui alla fine, il luogo in cui sono state depositate non era più quello da cui sono state prelevate. Ecco perché ieri avete visto il paese lontano da qui e oggi invece lo vedete proprio qui dove è sempre stato. E’ una cosa difficile da capire ma vedrete che stando qui con noi capirete molte più cose di quanto non crediate. Lo so che le vostre menti sono terrorizzate da tutto questo e capisco anche che risulti incredibile, ma è la verità."
Concluse quindi il sindaco con il solito benevolo sorriso.
"Ma perché proprio ora?" chiese Derry con un filo di voce.
"Perché? Certe cose non hanno un perché, ma avvengono quando qualcuno lo decide. E noi non siamo in grado di poter discutere quello che è deciso. Il vostro destino era già segnato prima che partiste. Era già deciso che voi partiste con pochi viveri. Era già segnato che vi perdeste durante il viaggio. Ed era segnato che arrivaste qui da noi. E non avreste potuto opporvi in nessun modo."
Queste ultime parole lasciarono dentro di loro uno stato di tristezza e di angoscia senza limiti.
Poi l’uomo proseguì.
"Ma ora vi prego non roviniamo la festa. Usciamo e uniamoci agli altri per celebrare il vostro arrivo. Stasera abbiamo altre visite e dobbiamo far presto. Come vedete sono molte le persone che arrivano qui ogni giorno. E noi dobbiamo essere sempre pronti ad accoglierle."
Detto così, aprì la cella della donna che aveva ascoltato tutto il discorso. Questa uscì dalle sbarre con il capo reclinato per la vergogna di quello che aveva fatto ai tre ragazzi, senza avere il coraggio di guardarli in faccia.
Derry le si avvicinò poggiandole le dita della mano sul mento e sollevandole il viso. Aveva un volto dolce, bellissimo, quasi angelico.
Si fissarono per qualche attimo negli occhi con uno sguardo vuoto. Vuoto, ma senza rancore.
Uscirono dalla casa dirigendosi sconsolati al centro del paese, in fila dietro il sindaco.
La festa stava iniziando, la gente stava scendendo tutta in strada per dare loro il benvenuto.
Per festeggiare l’arrivo dei tre ragazzi.
E alla fine anche loro si sarebbero uniti con gli altri per festeggiare ... i prossimi.
