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L'ultimo pensiero - di Roland83

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 16/02/2007 alle ore 19:01:41

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

1.

Denise è legata su qualcosa che sembra essere un lettino e questa è l’unica cosa che sa. Intorno vede solo buio e l’unica cosa che riesce a muovere sono le palpebre. Ha il respiro lento di chi si è svegliato da poco da un sonno profondo e non sa o non ricorda dove si trova.
La prima cosa che percepisce nonostante sia ancora poco cosciente è un forte odore di disinfettante, mischiato all’odore secco dell’alcool etilico. Ingrugnisce il viso mentre inala continuamente l’aroma ma non si può sottrarre anche perché non ha idea da dove provenga. Il buio è talmente fitto che gli occhi non riescono a percepire niente intorno a lei, questo la comincia a far inquietare e a provare un po’ di paura.
Dove sono? Si domanda.
Perché sono legata? Avrebbe voglia di dimenarsi, di scaricare il furore lievitato dalla paura che la situazione le sta facendo crescere dentro, ma proprio in quell’istante realizza con apprensione che i comandi inviati dal cervello al resto del corpo sono buchi nell’acqua.
Non riesce ad aprire neanche la bocca per gridare, è paralizzata oltre che legata, l’unica cosa che riesce a muovere sono le palpebre anche se gli occhi al momento non la aiutano a capirci qualcosa di più.
Il panico la assale al punto che ha due fuoriuscite: una lacrima le sgorga dall’occhio destro e un getto abbondante di pipì le esce in mezzo alle gambe. In un attimo inonda le sue gambe nella parte interna, ma non se ne cura visto che la paura non le permette di ragionare.
Una cosa di cui però si accorge è che non ha praticamente tatto. Oltre che paralizzato, il suo corpo sembra proprio essere addormentato al punto che non percepisce nemmeno il calore della pipì tra le sue gambe.
Le lacrime continuano a sgorgarle ma sono lacrime mute. La bocca resta chiusa nonostante i tentativi evidenti di scardinarla con smorfie del viso che però rimangono innocue.
Pensa di impazzire se non esce da questa situazione, pensa che preferirebbe morire piuttosto che agonizzare lentamente su quel qualcosa su cui è sdraiata, pensa che...
Tac!
Un rumore in lontananza attira la sua attenzione.
Tac!
Un altro rumore identico difficile da decifrare.
Tac!
Stavolta più vicino e più nitido.
Tac!
Ancora più vicino. Denise ha la sensazione che si tratti di un rumore metallico.
Tac!
Vicinissimo. Stavolta sembra convinta della supposizione di pochi istanti prima, quello che è arrivato alle sue orecchie sembra essere proprio il rumore che un oggetto metallico emette urtando qualcos’altro.
Rimane in ascolto per capire da dove provenga ma il rumore non si sente più.
Subito pensa che ci sia qualcuno ma non può attirare la sua attenzione perché non riesce a parlare. La sua mente urla più di un cantante ma la sua bocca è serrata e chiusa come una saracinesca.
Quando Denise crede di aver perso le speranze, un altro rumore, diverso da quello metallico, zittisce la sua mente.
Lo riconosce subito, è il rumore di una porta che si apre.
Dalla sua destra comincia ad arrivare un barlume di luce e quel particolare le da la certezza che c’è qualcuno. Finalmente qualcuno mi vedrà e mi aiuterà, pensa, ma un attimo dopo non è più convinta del suo pensiero.
Mentre la luce la ricopre interamente creando ai suoi occhi un buio giallo, la voce che l’apostrofa le raggela il sangue.
“Ora faremo i conti Denise” dice e poi aggiunge “ve lo avevo promesso!” ed esplode in una risata insana.


Denise comincia a tremare senza avvertire il minimo oscillamento del corpo, la vista non si è ancora adattata del tutto ma già comincia a distinguere le sagome degli oggetti intorno a lei.
Quella voce la conosco, pensa terrorizzata, Dio mio la conosco!
Di nuovo le lacrime riprendono a uscirle dagli occhi, adesso è panico vero.
“A volte ti dimentichi” dice la persona “o fai finta di non ricordarlo”.
Denise non capisce il senso di quelle parole ma non ne fa un dramma.
Sente uno scatto e subito dopo la luce diventa tre volte più intensa, poi il rumore della porta che si richiude e i passi che si avvicinano a lei.
Passano pochi minuti e la vista le torna nitida. Un viso coperto da una calza scurissima le si para all’improvviso davanti: “Buh!” dice e scoppia di nuovo a ridere. Denise sarebbe sobbalzata dallo spavento se ne avesse avuto la possibilità, ma non riesce a farlo e sente che il cuore accusa questa impossibilità perché prende a battere forte.
Ora si rende conto di dove si trova ma la cosa non le piace per nulla, la situazione la stà terrorizzando a morte, è in una sala operatoria ed è sdraiata proprio sopra il lettino posto sotto le luci bianche per gli interventi, ma la cosa più terrificante è che in quella sala operatoria lei ci è già entrata!
“Bene bene” dice con voce lenta l’uomo “da dove comincio?”. Prende una sedia posta ad un angolo della stanza e la posiziona vicino al letto. Ci si siede sopra.
“Si, ci sono, prima è giusto che tu sappia un po’ di cose e perché ti trovi in questa situazione. Non sei stupida e credo che già lo hai capito, ma non fa niente, parlerò comunque nel caso la tua memoria stia facendo finta di niente.”
Denise è pietrificata oltre che paralizzata, il senso di queste parole lo capisce purtroppo. In quella posizione riesce a intravedere il viso coperto della persona e nota che indossa anche un camice bianco, forse per spacciarsi da medico, suppone.
“Per prima cosa voglio che tu sappia che nessuno a parte me sa che sei qui, per cui non darti pena a sperare che qualcuno ti salvi o ti tiri fuori da questa situazione. Come ben vedi sei in una sala operatoria di un ospedale e a quest’ora di notte a nessuno viene la fantasia di farsi un giro nelle stanze, soprattutto quelle vietate a parte del personale. Sono l’unico ad avere accesso a questa stanza e i dipendenti non si azzardano a ficcare il naso nei posti in cui non sono autorizzati. Non rischiano inutilmente.Puoi ritenerti mia ospite visto che sono io il responsabile di questa stanza.
“Seconda cosa voglio che tu sappia che non potrai muoverti fino al trascorrere di altre dodici ore, un mio intruglio è stato iniettato nel tuo corpo e finchè il suo effetto non svanirà tu te ne starai buona immobile su questo letto. Non riesci neanche a muovere la bocca vero? Beh, forse è meglio così, visto che quando si muove riesce a fare solamente dei danni! Tuttavia non preoccuparti del tuo stato, impiegheremo meno di un’ora, finiremo prima del previsto. Vedrai sarà rapido e indolore”
Finiremo cosa? Denise non riesce a capire a cosa allude ma nella sua mente teme il peggio.
“Terza ed ultima, voglio farti vedere una cosa” l’uomo si alza dalla sedia passandole vicino e solo in quell’istante Denise lo vede per quello che è interamente, un uomo dai lineamenti fini, alto poco più di un metro e sessanta. La calza gli fascia la testa mostrando un leggero gonfiore dietro la nuca. Si muove elegantemente e dopo pochi passi è fuori dalla visuale di Denise.
Chi è? Si domanda. Io non lo conosco! Pensa con rabbia. Che vuole da me? Cosa gli ho fatto?
Alle sue spalle sente il rumore di una lampo. Vorrebbe voltarsi per vedere cosa sta facendo l’uomo ma non può e questo le causa non poca frustrazione. Adesso alle sue orecchie arriva un suono plasticoso e pochi istanti dopo l’omino è di nuovo di fronte a lei. Denise con la coda dell’occhio osserva come l’uomo tenga le braccia dietro la schiena.
Sta tenendo qualcosa! pensa e la curiosità e la paura di sapere che cosa la fanno fremere.
“Sei curiosa di sapere che cosa ho qua dietro vero?” dice l’uomo come se avesse letto nella mente di Denise “te lo mostro subito”. Con un gesto rapido l’uomo porta avanti a sé le braccia e ciò che ha in mano. Denise non riesce a vedere cosa tengono quelle mani, ma il rumore di plastica che sente le fa venire in mente gli obitori. Il rumore sembra lo stesso che fanno quelle sacche in cui vengono sistemati i cadaveri.
Di nuovo le lacrime tornano a uscirle dal viso, questo senso di impotenza la stà devastando.
L’uomo la fissa in silenzio e poi con la mano sinistra le copre gli occhi. Denise sente il tocco forte e soffocante di una mano guantata. Deve subire e non può farci nulla, può solo piangere. Poi sente che qualcosa le viene poggiato sul seno, la mano col guanto le scopre la visuale e per poco a Denise non prende un infarto.


“Vi conoscete già, vero Denise?” dice l’uomo mentre la osserva con gusto.
Sul seno di Denise ha appena depositato la testa di un uomo. Denise è sotto shock e rimpiange di non riuscire a svenire, ammesso che ciò le risolva i suoi problemi.
“Osserva come l’espressione del viso non si discosti tanto da quella che hai in questo istante. Non ha sofferto tanto e tanto non soffrirai nemmeno tu! Tu lo sai perché ha fatto questa fine? Tu lo sai perché farai la stessa fine? Vuoi che te lo spieghi? E va bene, ti dirò perché fra pochi minuti la tua testa si staccherà dal tronco per l’eternità!”
L’uomo si rimette seduto sulla sedia. Denise conosce già la storia che ha da raccontarle e a tal proposito non riesce a credere che la persona col viso coperto sia chi pensa: suo marito!
Non ne ha la certezza perché la voce è troppo ovattata, ma la corporatura è molto simile e quel gonfiore dietro la nuca fa pensare a dei capelli lunghi, proprio come ce li ha suo marito. Non può aver fatto una cosa simile! pensa, ma subito il pensiero viene represso dalla visione della testa della persona che ha di fronte. Non è una persona qualunque, questo Denise lo sa.
“Mia cara Denise” riprende a parlare l’uomo “sai cosa si prova a perdere una vita? Sai come ci si sente quando ci si sveglia all’inferno dopo aver vissuto una vita in paradiso? Sai cosa ti passa per la testa quando vieni a sapere che la persona con cui dividi tutto in realtà divide il tutto anche con qualcun altro? E sai Denise che fine fanno le scrofe che si scopano i mariti delle altre, rovinando per sempre l’esistenza a quelle povere innocenti?
“Io credo che tu non lo sappia, perché tu stessa sei una SCROFA!” l’uomo si alza di scatto dalla sedia e punta un dito verso la testa tagliata “questa è la fine che fanno! Questa è la giusta fine che spetta ad una troia come te! Ed è la giusta fine che deve fare un coglione caduto nel tuo tranello!”
Denise subisce l’ira di quell’uomo, ben cosciente delle sue colpe e della fine che le spetta. Comincia a provare un senso di rassegnazione, pochi istanti ancora e poi tutto sarà finito per lei. Suo marito la ucciderà decapitandola e poi quello che succederà dopo non avrà più importanza... i suoi figli! pensa d’improvviso come colpita da uno schiaffo in faccia. Che cosa farà a loro? Questa nuova preoccupazione le toglie il senso di rassegnazione provato poco prima. La rabbia le monta dentro ma è un film che negli ultimi trenta minuti ha già visto più di una volta: non può muoversi, non può neanche parlare, può solo disperarsi!
Il sangue della testa tagliata le cola lungo il collo e l’addome, imbrattandola ovunque, ma Denise non si accorge di niente. Si rende conto di ciò solo per via dell’odore ferroso che le sta martellando le narici. Ha voglia di vomitare. Il pensiero la preoccupa in quanto c’è il rischio che un eventuale rigurgito le rimanga in gola soffocandola. Non riesce a convincersi del fatto che forse sarebbe meglio morire così piuttosto che decapitata, l’istinto di sopravvivenza prevale su tutto!
“Guarda il povero Patrick come ti sta sporcando” dice l’uomo deridendola “non si fanno queste cose ad una signora!” rivolgendosi alla testa. La afferra per i pochi capelli castani e poi la scaraventa nella stanza senza guardare dove. Il cranio va a sbattere contro un armadio di medicinali mandando in frantumi gli sportelli a vetro. L’impatto emette un frastuono pauroso per quell’ora di notte, ma l’uomo non sembra preoccuparsene, è in preda al delirio e neanche un plotone di marines armati riuscirebbe a dissuaderlo.
Denise sente che la fine ormai è vicina, il chiasso infernale non servirà a nulla, nessuno la raggiungerà nella stanza in suo aiuto. L’uomo esce di nuovo dalla sua visuale come quando ha preso la busta con dentro la testa. Denise non può contare sulla sua vista, ma può soltanto affidarsi al suo udito. Ciò che le sue orecchie rilevano è un rumore metallico, Denise sa già di cosa si tratta. Il panico la assale come mai prima. Si ritrova di nuovo a piangere, non voglio morire! pensa ancora dentro di sé ma ormai sembra essere troppo tardi ed una vocina maligna dentro di lei le ripete in continuazione un proverbio: chi è causa del suo mal pianga se stesso!


Quando l’uomo le si para davanti impugnando con la mano sinistra il macete, Denise rimane perplessa. E’ lì il suo carnefice, pronto a sferrare il colpo senza nemmeno preoccuparsi di doverla tenere ferma, eppure in quella posa c’è qualcosa che non la convince. Il killer alza il braccio sinistro pronto a calare la lama sul suo collo e in quell’istante Denise capisce che la pesona che la ucciderà non è suo marito!
E’ destro Robert, non mancino! dice freneticamente Denise nella sua testa, non sarebbe capace neanche di girare una chiave con la mano sinistra! Questa scoperta le da un po’ di conforto e allo stesso tempo la inquieta: chi è quella persona che si sta spacciando per mio marito?
Tutto scorre velocemente, non c’è più tempo per le domande e tanto meno per le risposte, la fine è vicina ed il macete conferma a Denise questa sensazione.
La persona poggia l’arma da taglio sul collo di Denise per prendere il punto preciso nel quale andrà a colpire.
“Questo è l’ultimo respiro che farai brutta scrofa puttana!” il braccio torna di nuovo in alto e per Denise quelle sono le ultime parole che sente pronunciare alla persona di cui non conosce l’identità.
Il braccio si muove. Denise chiude gli occhi. Un boato improvviso percuote la stanza. Tutto quello che accade dopo, per Denise, è solo un ricordo confuso.


2.

Denise è di nuovo sdraiata su qualcosa che sembra un letto d’ospedale. C’è buio intorno a lei e i suoi occhi non trovano altro che ombra. Si guarda attorno scorgendo a mala pena le mura della stanza. Sente una fitta di dolore che dal palmo della mano destra le sale fino al gomito. Non sa cosa le provoca quel dolore, ma sente che brucia come un tizzone ardente. Un’altra cosa la sente nel braccio sinistro. Volta lo sguardo verso quel lato e vede una colonnina metallica sottile con una busta di plastica appesa in cima. Denise capisce che quella è una flebo e il braccio le duole perché ha un ago conficcato dentro che la nutre.
Addosso sente il contatto di un pigiama all’apparenza di cotone. Il lenzuolo che la ricopre è fresco e sottile, nella stanza c’è un clima gradevole e per nulla freddo. Denise si sente rilassata anche se un po’ acciaccata, non capisce o non ricorda il perché di questo contesto ma non le importa, ora ha sonno e tutto quello che desidera è riposare. Denise chiude gli occhi e dopo neanche un minuto è già nel mondo dei sogni.


Al risveglio c’è uno scenario totalmente diverso da quello notturno. La stanza è affollata di gente e Denise fatica a riconoscere i presenti. A ben vedere non ne conosce neanche uno e ciò la preoccupa un po’. Tre di loro sono in divisa ed altri due indossano giacche nere con cravatte rosse. Uno dei tre uomini in divisa le si avvicina e le domanda: “Signora, ha ripreso conoscenza?”. Denise lo osserva un po’ spaesata e poi gli dice: “Dove sono?”
“In ospedale signora Terry”.
In un istante la memoria si ripresenta nella mente di Denise come un flashback. Si ricorda tutto e con gioia si accorge di poter di nuovo muovere il suo corpo.
“Allora signora, si sente in grado di poter fare due chiacchiere con i signori qui presenti?”
Denise non si sente al meglio ma accetta la proposta dell’agente.
“Va bene ma solo pochi minuti, ho bisogno di riposare”
“Si signora, non si preoccupi la disturberemo solo pochi min...”
“Il tempo di capire cosa è successo e perché” irrompe il più anziano dei tre in divisa. E’ un uomo un po’ corpulento e dall’aria dura, Denise lo nota subito e capisce che quell’uomo le darà non pochi problemi.
“Agente faccia sgomberare la stanza” dice l’uomo anziano al ragazzo che si è rivolto per primo a Denise.
“Comandi Maresciallo” risponde il ragazzo e subito invita gli uomini in giacca e cravatta ad uscire dalla camera.
Ora anche il terzo poliziotto è lì intorno al letto. Fra poco cominceranno a chiedermi di tutto, pensa Denise, sarà meglio essere pronta.
“Allora signora Terry” comincia l’uomo che secondo Denise ha il comando delle operazioni “ci dica come sono andati i fatti”.
Denise comincia a raccontare tutto ciò che ricorda tralasciando ciò che la persona le ha detto prima di prepararsi ad ucciderla. Solo lei ha sentito quelle parole e per il momento è meglio non dire nulla.
“E’ tutto qui?” le chiede il poliziotto aggiuntosi alla fine.
“Si, è tutto quello che ricordo”
“Signora ha idea di come mai lei si trovava lì e di come ci è arrivata?”
“No ve l’ho detto, non ricordo niente di ciò che è successo prima di svegliarmi su quel lettino. E ancora peggio, non ho la più pallida idea di cosa volesse da me quel tizio”
“Il tizio era una tizia, signora Terry, questo le dice qualcosa di più?”
Denise è stupita da quell’affermazione. Non è mio marito! si dice e un attimo dopo pensa a quale donna avrebbe potuto architettare una cosa simile.
“No, niente di più” risponde Denise “se non vi dispiace ora vorrei riposare, rimanere da sola per un pò”
I tre uomini si scambiano un’occhiata e poi è il più anziano a parlare.
“Ok signora, la lasceremo in pace ma torneremo non appena si sentirà in grado di parlare”
Denise non dice niente ma guarda con disprezzo l’uomo.
“Non me ne voglia, noi vogliamo solo aiutarla” e voltandosi va verso la porta ed esce dalla stanza. Nello stesso silenzio escono gli altri due e Denise è di nuovo sola.
“Bastardo!” esclama con un bisbiglio.


Il giorno dopo Denise si risveglia con lo stesso scenario del giorno prima. A farle visita ci sono le stesse tre persone che l’hanno interrogata ieri. La cosa le da un po’ fastidio ma non può farci nulla, è obbligata a subire quell’ interrogatorio. Al braccio sente ancora quella sensazione di intrusione dell’ago della flebo e lungo tutto il corpo accusa dei dolori dovuti alla paresi del giorno precedente.
Il più giovane dei tre le si avvicina e le dice: “Signora Terry se non le dispiace ci sarebbero alcune domande a cui lei dovrebbe rispondere”
Denise lo guarda e annuisce con la testa.
Il giovane agente si volta verso gli altri due e con un gesto del braccio li invita ad avvicinarsi. Ora sono di nuovo tutti e tre intorno al letto di Denise.
Il più anziano la scruta con disprezzo, le sue labbra sono arricciate quasi fossero un ringhio.
“Ha dormito bene signora Terry?”
“No”
“Mi dispiace. Ma spero che lei sia comunque di buon umore perché dovrà spiegarci alcune cosine!”
Denise guarda l’agente con sguardo ancora più serio.
“Signora Terry, sa dirci chi è Patrick Marshall?”
Un brivido la fa sobbalzare. Sa benissimo chi è quella persona e sa benissimo che è morta!
“No, non lo so”
“E’ sicura?”
“Si glielo detto, non conosco nessuno con quel nome”
“E’ strano signora Terry, molto strano, la persona che portava quel nome è la stessa che è stata decapitata. Secondo alcune testimonianze lei conosceva bene questa persona!”
“Si sbaglia! Io non lo conosco!” Denise riesce a mantenere il tono della voce calmo ma è nervosa.
“E’ sicura di questo?”
“Si!”
“Beh è strano, molto strano. Perché vede signora Terry, suo marito ci ha detto che voi due conoscete bene Patrick Marshall. Ora io non voglio mettere in discussione la sua parola signora Terry, ma è chiaro che uno dei due sta mentendo. Di solito ho un certo fiuto per queste cose e credo che stavolta la persona che non sta giocando secondo le regole è lei signora Terry!”
Denise non riesce a trattenere la crisi di nervi e di fronte a quell’accusa scoppia in lacrime. I tre agenti la guardano con sguardi seri, duri, senza fare una piega.
“E’ ancora sicura di non spere chi è Patrick Marhall?”
Denise alza lo sguardo e con il viso rigato dalle lacrime annuisce lentamente.
“Si, lo conoscevo. Così come lo conosceva mio marito. Era il marito di una collega di mio marito.”
“Bene signora Terry, ora cominciamo a ragionare” l’agente emette un ghigno di soddisfazione “vada avanti, ci dica tutto quello che sa”.
Denise rimane di nuovo interdetta, non vuole rivelare ciò che sa ma allo stesso tempo vuole sapere chi ha ucciso Patrick e per poco stava uccidendo anche lei.
“Non c’è altro da dire, eravamo amici come lo sono due normali coppie che si conoscono sul lavoro o da tanto tempo. Niente di più niente di meno.”
Il poliziotto ha ancora quel ghigno stampato in viso e guarda Denise senza abboccare alle sue parole. Improvvisamente cambia domanda cercando di confondere Denise.
“Signora Terry ha idea di chi può aver architettato tutto questo?”
Denise diventa sospettosa.
“Credo che voi lo sappiate benissimo. Se sono ancora viva vuol dire che l’assassino è stato preso e quindi identificato. Quindi il mio parere non ha molta importanza”
“E’ vero signora Terry, l’abbiamo preso l’assassino. Il problema è che lo abbiamo preso morto. Sa, per salvare la vita a lei abbiamo dovuto uccidere l’aggressore e con lui il movente. Il punto ora è un altro: io so chi è l’assassino e sono sicuro che a lei interessi di sapere così come sono sicuro che lei conosce il movente...”
Denise ascolta con attenzione le parole dell’agente, è più furbo di quanto pensassi, pensa dentro di lei.
“...a questo proposito le propongo uno scambio alla pari. Credo che lei abbia già capito di cosa sto parlando!”
Denise ha capito e sente che ormai non ha più scelta. E’ ora di arrendersi e di finirla con quella farsa.
Di nuovo fissa l’agente negli occhi e annuisce lentamente.
“Bingo!” esulta l’agente emettendo una grossa risata. Denise è decisa a parlare e ad ascoltare le parole dell’agente quando all’improvviso è illuminata da un’intuizione: sa chi è l’assassino!
Il suo segreto può avere una sistemazione in tutto ciò solo se l’assassino è una persona in particolare, in quel caso sarebbero spiegate anche le ultime parole dell’agente.
Denise però vuole sentirlo dalla bocca dell’agente e quindi procede a raccontare tutto ciò che sa riguardo lei e il defunto Patrick.
“La nostra relazione andava avanti da circa tre anni, un anno dopo che mio marito entrò a lavorare in questo ospedale. Avevamo tenuto nascosto tutto perché all’inizio pensavamo fossero solo incontri abituali, una cosa che si potesse gestire senza creare dipendenza. Invece ci sbagliavamo. Più passava il tempo e più diventavamo schiavi dei nostri incontri al punto che eravamo in procinto di lasciare le nostre vite di coppia per crearcene una nostra. Presto avevo intenzione di dire tutto a mio marito nel modo più insofferente possibile. Non so come l’avrebbe presa ma non mi interessava, volevo andare via con Patrick! Lui dal canto suo era pronto a confessare tutto alla moglie ma doveva aspettare che mi decidessi io, in quanto anche sua moglie lavorava in questo ospedale. Nessuno dei due si era mai accorto di niente, eravamo riusciti a tenere nascosto qualsiasi incontro e mai eravamo andati vicino all’essere scoperti. Potevamo far passare la cosa come volevamo visto che eravamo gli unici a sapere da quanto esisteva.”
Denise prende fiato per via della debolezza. Gli agenti la ascoltano senza battere ciglio.
“Dal momento in cui mio marito e sua moglie ci fecero fare conoscenza sentimmo subito quell’attrazione irresistibile e da lì accadde quello che vi ho raccontato ora. E’ stato un tradimento vero e proprio e lo dico senza vergognarmene. Non ci sono altri motivi per cui l’ho fatto al di fuori della passione. Quella è stata il nostro movente! E con questo credo di avervi detto tutto quello che vi serve per chiudere il caso.”
“Esattamente signora Terry, esattamente!” disse l’agente con l’età media.
“Ora immagino che lei voglia essere illuminata sull’identità dell’assassino?” le dice il poliziotto anziano.
“Erano gli accordi” risponde Denise.
“Io credo che lei sappia anche questo”
“E’ possibile agente, ma voglio sentir pronunciare il nome dalla sua bocca. Questi erano i patti”
Denise non è più spaventata di quel colloquio, forse lo sarà dopo quando dovrà tornare alla vita senza la certezza che si era costruita, ma adesso non ha nulla da temere.
L’agente anziano la guarda negli occhi e dopo pochi istanti dalla sua bocca esplode il nome dell’assassino che alle orecchie di Denise risuona come Caterina Mendez, moglie del defunto Patrick Marshall.
Denise non è stupita per niente. Lo aveva capito e quindi la notizia non le fa scalpore. Se c’è una cosa che la sorprende è il fatto di essersi sbagliata ad essere stata così sicura di non essere stata sorpresa con Patrick. Caterina li aveva scoperti! Non sape da quanto tempo, ma ne è sicura. E’ l’unica cosa che spiega l’accaduto.
L’agente anziano la richiama di suoi pensieri.
“Ha altro da dirci?”
“No”
“Bene. Grazie per la collaborazione.” e senza dire altro l’uomo anziano si alza ed usce dalla camera seguito dagli altri due agenti.
Denise è assorta dai suoi pensieri al punto che non percepisce le risate e i commenti dei tre agenti appena usciti. Deve ancora spiegare tutto al marito, ma ora non ha voglia di farlo. Lo farà a suo tempo.


Il sonno di Denise viene interrotto bruscamente dallo sbattere di una porta. Apre gli occhi e tenta di alzarsi ma non ci riesce. Prova a muoversi ma non riesce a fare neanche questo. Conosce quello stato, è di nuovo paralizzata!!
Il buio le soffoca la vista ed una voce la terrorizza a morte:”Ciao Scrofa!!”
Riconosce quella voce, e riconosce ancora meglio il viso che le si materializza qualche istante dopo quando viene accesa la luce.
Vorrebbe gridare e scappare ma sa che non può. Mentre suo marito affonda il macete nel suo stomaco, nella testa le passa un ultimo pensiero: non hai mai voluto un figlio Robert, che tu sia dannato!!