L' ultima isola - di Benedetto Silvestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/09/2006 alle ore 09:08:10
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Cap 1
Erano passati molti anni dall’ultima volta in cui Susan e David si erano concessi una vacanza. Specialmente dopo la perdita del loro bambino, nato prematuro al sesto mese di gravidanza. Quel terribile evento aveva distrutto la loro vita e avevano vissuto per lungo tempo in una specie di letargo, incapaci di reagire al dolore. Si erano allontanati da tutto e da tutti, in uno stato di tale disperazione, senza alcuna via d’uscita. Sentivano come se la loro stessa vita si fosse fermata e che il mondo intero dovesse fermarsi di fronte alla loro sofferenza.
Né i genitori né i parenti, né gli amici, nessuno era riuscito a scuoterli da quello stato. Niente riusciva a risvegliarli e far ritornare loro la voglia di ricominciare.
Fortunatamente, col passare dei mesi il dolore iniziò a svanire, lasciando il posto ad un forte desiderio di rinascita, e la vita stessa sembrò andare loro incontro dando loro la forza di reagire. Fu infatti così che, su suggerimento di alcuni amici, avevano deciso di partire e di imbarcarsi per la Polinesia, e di stabilirsi lì per qualche mese, per vagliare l’ipotesi eventuale di trasferirsi definitivamente in quei posti, dando un taglio definitivo al passato.
Erano lì da poco tempo e avevano passato delle bellissime giornate, in pieno relax, senza pensieri, solo apprezzando la bellezza dei luoghi e la tranquillità della vita insieme. L’arcipelago era veramente affascinante e il tipo di vita era completamente diverso, più a contatto con la natura. E questo li faceva sentire diversi, come se avessero improvvisamente scoperto qualcosa che non avevano mai provato prima. Un tipo di vita a loro sconosciuto, abituati com’erano alla comoda vita di città, sempre in mezzo alla tecnologia e ai comfort.
E proprio per questo motivo avevano deciso quel giorno di noleggiare una piccola imbarcazione per visitare alcune delle isole vicine.
Ed ora, erano proprio lì, sulla barca che avevano affittato, mentre si avvicinavano alla spiaggia dell’isola di fronte a loro, a motore spento, spingendo solo sui remi. Il rumore scrosciante delle onde che si infrangevano sul bagnasciuga, faceva da sottofondo al suono ritmico dei remi che entravano ed uscivano dall’acqua, creando dei piccoli mulinelli attorno al punto in cui avevano appena spinto.
Raggiunsero la spiaggia con la prua della barca che si incagliò nella sabbia. Poggiarono i remi all’interno, respirando a pieni polmoni l’atmosfera magica di quel posto e scesero, trascinando la barca un po’ più in secca sulla spiaggia.
Mentre David fissava l’ancora nella sabbia per bloccare l’imbarcazione, Susan si girava intorno per ammirare, affascinata, il posto incantevole. La vegetazione ricopriva l’intera isola, tranne una piccola radura sopra una collina proprio al centro.
Si guardarono negli occhi per qualche istante e quello sguardo fu molto più significativo di mille parole.
Presero i loro zaini e, si incamminarono lungo la spiaggia raggiungendo in pochi passi il limitare della foresta.
Il posto era davvero meraviglioso, completamente immerso nei suoni e nei profumi della natura. Raggiunsero il bordo della boscaglia e si fermarono un attimo, voltandosi verso il mare a osservare le creste basse delle onde che scivolavano lungo la sabbia, cullati dal suono del vento che soffiava con un leggero fruscio attraverso le foglie degli alberi.
Quindi si girarono di nuovo, per iniziare il loro cammino verso l’interno dell’isola. Man mano che si addentravano, la vegetazione diventava sempre più fitta, rendendo più difficile il cammino attraverso gli alberi e i cespugli. E a tratti si trovavano a passare in zone talmente fitte, che la luce del sole non riusciva a penetrare attraverso i rami degli alberi, rendendo il paesaggio quasi irreale.
Avevano lasciato il porto dopo pranzo e siccome il viaggio era stato abbastanza lungo, era ormai tardo pomeriggio quando iniziarono il loro viaggio verso l’interno.
"Che ne pensi del posto? Non è incantevole?" disse David.
"Tantissimo. Sembra davvero un’isola deserta a giudicare dalla vegetazione così fitta e incontaminata"
"Beh, proprio incontaminata non direi visto che, come ben sai, il Governo Francese ha effettuato diversi esperimenti nucleari per fare dei test sulle loro armi. Ti ricordi? Io userei la definizione, selvaggia, invece"
"Si, mi ricordo. Hai ragione, ma guardati intorno, questo posto sembra non aver subito alcuna conseguenza di quegli esperimenti. Tutto sembra così selvaggio e primitivo. Come se nessuno ci avesse mai messo piede. Mi sento quasi come Eva nel paradiso terrestre. E tu? Non ti senti come Adamo?"
Si guardarono negli occhi per qualche istante e dopo un attimo di silenzio scoppiarono a ridere come due bambini.
Continuarono la loro marcia verso l’interno finché, dopo circa due ore, raggiunsero una specie di radura tra gli alberi, seminascosta, pochi metri davanti loro.
"Perché non ci fermiamo lì per un po’, David? Mi sento esausta" disse Susan, col fiatone "credo di essere un po’ fuori allenamento e questa passeggiata un po’ lunga mi ha letteralmente distrutta".
"Si, è una buona idea e potremmo anche prepararci qualcosa da mangiare prima di ripartire. Giusto?" aggiunse lui.
"Perfetto allora. Dai muoviamoci".
Raggiunsero la radura e misero gli zaini a terra sull’erba, sedendosi su un grosso sasso, uno a fianco all’altra, guardando intorno la vegetazione che circondava quello spazio aperto, con la strana sensazione che gli alberi intorno a loro li stessero osservando incuriositi, chiedendosi chi fossero mai quei due intrusi che osavano disturbare la loro tranquillità.
"Senti che silenzio David. Che pace !" disse Susan passandosi le mani sul viso per asciugare il sudore che le imperlava le guance e la fronte.
"Ascolta" continuò lei "non sembra il rumore di un ruscello quello che si sente in lontananza?"
"Un ruscello? Fammi sentire." Disse David allungando l’orecchio nella direzione indicata da Susan "Si, mi sembra proprio di si".
"Passami le borracce allora, che le vado a riempire".
David prese dagli zaini le due borracce, e mentre gliele porgeva, la baciò teneramente sulle labbra. Lei lo guardò e si allontanò camminando in direzione del ruscello, seguendo con l’orecchio il suono scrosciante dell’acqua.
David rimase per qualche attimo fermo, in piedi, a fissarla, a guardarla mentre con agili passi scompariva in mezzo agli alberi. Poi si inginocchiò vicino agli zaini e cominciò a tirare fuori le cose da mangiare.
Susan intanto si muoveva agilmente avanzando nella vegetazione le cui colorazioni sfumavano in tutte le tinte più disparate. Aveva con se solo la piccola borsetta da viaggio e le due borracce a tracolla, e ad ogni passo poteva sentire il suono distinto delle suole dei sandali, che facevano scricchiolare le foglie secche sotto i suoi piedi.
Le voci e i suoni della foresta sembravano avvolgerla come un caldo mantello man mano che si addentrava nella vegetazione. Si sentiva come se facesse parte di quell’ambiente. Come fossero un tutt’uno. Il vento sembrava sussurrare tra le foglie degli alberi, mentre leggeri rivoli d’aria le carezzavano il viso, scompigliandole i capelli, come leggeri tentacoli di un polipo che si infiltravano tra le ciocche svolazzanti. E le dolci voci degli uccelli annidati sopra i rami più alti degli alberi sembravano musica per le sue orecchie.
Tutto sembrava fatto apposta per farle ricordare e apprezzare di nuovo la gioia della vita, che sembrava aver ormai perso definitivamente.
Camminava sempre con l’orecchio fisso al suono dell’acqua del ruscello, per non rischiare di girare a vuoto o, peggio ancora, di perdersi.
Ma appena la parola ’perdersi’ le attraversò la mente, fu percorsa da una gelida sensazione di paura.
"E se davvero mi perdo?" disse tra sé "Che faccio se non riesco più a trovare la strada per tornare da David?".
Cominciò a sentirsi preoccupata e rallentando il passo, si fermò a pensare. Ma subito quel timore fu cancellato da un’idea che le balenò in mente. Pensò di usare i fazzoletti di carta che aveva nelle tasche dei pantaloni per lasciare dei segni lungo il percorso che stava seguendo, per essere in grado di ritrovare poi la strada di ritorno alla radura. Per tornare da David. E il pensiero di David e l’immagine del suo viso, la fecero sorridere di nuovo, cancellando la sensazione di paura che aveva provato un attimo prima.
Prese i fazzoletti e cominciò a farne delle lunghe strisce per legarle ai rami e alle radici degli alberi.
Ora si sentiva meglio, più calma e rassicurata. Sorridendo, le venne in mente la favola di ’Pollicino’ che sua madre le raccontava quando era piccola. Era una favola che aveva sempre colpito la sua fantasia di bambina perché ogni volta cercava di immaginarsi questo piccolo bambino, grande come un pollice, che camminava lungo la foresta lasciando ogni tanto tracce del suo passaggio. Proprio come stava facendo lei ora. Ma ora che era grande, ogni volta che la sua mente la riportava a quei teneri ricordi, il sorriso le moriva tra le labbra, affogando nel dolore del bambino che aveva perso. Il bambino che avevano voluto e amato con tutto il cuore. Il bambino a cui non avrebbe mai potuto raccontare nessuna favola. Neanche quella di Pollicino.
Si fermò per un attimo, con gli occhi fissi sulle sue mani e la sua mente persa dietro ai ricordi. Persa nel dolore che quei ricordi le stavano riproponendo. Guardando la piccola striscia di carta che teneva nella mano, che tremando, volò via spinta dal vento. Volò via, proprio come la vita del piccolo Manuel. Quel pensiero subito le richiamò alla mente quelle terribili sensazioni e quel terribile dolore che aveva distrutto la loro vita per tanto tempo. Riuscì a stento a trattenere le lacrime, ingoiando il dolore ancora una volta, e con gli occhi gonfi tirò su col naso cercando di non pensarci più.
Si passò una mano sugli occhi per asciugare il sudore, ma lei stessa sapeva che non era solo sudore. Strappò un altro pezzetto di carta, lo legò ad un ramo e proseguì.
Ora il rumore del ruscello stava diventando sempre più distinto e finalmente, dopo alcuni passi lo vide tra gli alberi. Era proprio di fronte a lei, pochi metri più avanti.
"Eccoti qui finalmente" disse, e mentre si avvicinava vide sulla sinistra una piccola cascata alta circa una decina di metri, il cui rumore scrosciante copriva il lento gorgoglio del torrente.
Era così presa da quell’immagine che la sua mente non diede ascolto al leggero fruscio che le orecchie captarono nella foresta, subito dietro di lei.
Si stava dirigendo verso il bordo del torrente quando di colpo si fermò girandosi di scatto, come risvegliatasi da un sogno. Il cuore cominciò a scuoterle il petto appena la mente le ripropose quello che aveva recepito un attimo prima e si rese conto di aver sentito qualcosa. Non se ne era resa subito conto perché era distratta, ma ora la sua mente stava reagendo a qualcosa che le orecchie avevano distrattamente sentito un attimo prima e le stava dicendo che c’era stato qualcosa. Cosa era stato? Un fruscio? Uno scricchiolio? Non riusciva a ricordare, ma era sicura di averlo udito, e soprattutto era sicura che non era stata lei a produrlo, ma proveniva da qualche punto nella vegetazione alle sue spalle. Rimase per un po’ immobile, in piedi con lo sguardo fisso verso la foresta che aveva appena attraversato. Osservandola, esplorando con lo sguardo tutto intorno, in cerca di qualcosa che avrebbe potuto causare quel rumore. Ma non vide nulla. La vegetazione non era molto fitta in quel punto, e se c’era qualcuno o qualcosa, lo avrebbe sicuramente visto. Ma non c’era nulla.
Ma poi, pensò, l’isola è disabitata per cui chi poteva esserci? Solo lei e David.
Pensò allora che forse David le stava facendo qualche scherzo, ma subito cancellò l’idea dalla mente perché David la conosceva bene e sapeva che era facilmente impressionabile e non le avrebbe mai fatto una cosa del genere. Allora il suono era stato forse causato da qualche animale di passaggio, talmente piccolo che lei non lo aveva notato. Nient’altro che un animale. Oppure poteva essere stato qualche frutto caduto da un ramo.
Cercò di convincersi che doveva essere senz’altro così, ma nei suoi pensieri rimase la parola ’forse’ che le risuonava nel cervello facendole salire brividi freddi lungo la schiena.
Rimase immobile, in attesa. Mentre una sensazione di paura, leggera come un velo, cominciava a incresparle la pelle.
Decise di non dare peso alla cosa e si girò di nuovo verso il torrente. Si sedette su un masso vicino al bordo e, tolto il tappo della borraccia cominciò a riempirla. L’acqua era fresca, pulita, mentre la vedeva scivolare lenta sopra un gruppo di sassi sporgenti. Sembrava quasi cristallo liquido per la sua limpidezza e ne bevve alcuni sorsi per dissetarsi. Finì di riempire la borraccia e stava mettendo il tappo per chiuderla, quando una strana sensazione cominciò a crescerle dentro. La sensazione che ci fosse qualcosa di strano intorno. Le sembrava che qualcosa fosse cambiato. C’era qualcosa di diverso. Ma in quel momento non riusciva a capire di cosa si trattasse. Sembrava come se ci fosse qualcosa di nuovo che prima non c’era, oppure che qualcosa che prima c’era, ora non ci fosse più. Ma non riusciva a capire. Forse era solo la sensazione di paura che aveva provato un attimo prima che la stava influenzando, pensò tra se. Ma appena la sua mente finì di formulare quella frase, si alzò di scatto col cuore in gola. Il silenzio. Alzò lo sguardo e il viso verso l’alto e si rese conto che tutto intorno a lei era silenzio. Fino ad un attimo prima, la foresta era viva ed era circondata dai suoni e le voci della natura. Ma ora tutto quello che poteva ascoltare era solo silenzio che sembrava tapparle le orecchie, rotto solo dal suono scrosciante dell’acqua.
Cap 2
Continuò per alcuni minuti a guardasi intorno, perplessa. Sembrava come se il silenzio avesse invaso la foresta come una nebbia. Come se la natura stessa, stesse trattenendo il respiro, in attesa di qualcosa. Era una sensazione davvero sgradevole e inquietante. Un silenzio innaturale. Troppo profondo. Così profondo e opprimente che poteva sentirlo spingere fastidiosamente sui timpani.
Ora stava davvero cominciando ad avere paura. E al silenzio si aggiunse subito la gelida sensazione di essere osservata, quasi spiata. Si sentiva come circondata da sguardi, nascosti, che le davano i brividi. Come se la foresta si stesse trasformando, cominciando a diventare addirittura minacciosa nei suoi confronti. Più la guardava e più sentiva la paura crescere dentro di lei. La paura che ci fosse qualcosa in agguato che stesse solo aspettando il momento opportuno per farle del male. E la paura divenne ancora più forte quando pensò di nuovo al rumore che aveva sentito poco prima. Che forse non era stato prodotto né da un animale, ne tanto meno da qualche frutto o foglia. Ma da cosa allora?
Esplorava lo spazio attorno a lei con lo sguardo, girando e rigirando sconvolta, mentre la foresta sembrava iniziare a ruotare tutto intorno come una giostra impazzita. Stava davvero per farsi prendere dal panico, mentre il sangue le pulsava sulle tempie facendole girare ancora di più la testa.
In una frazione di secondo le sembrò di vedere con la coda dell’occhio, un rapido movimento in mezzo agli alberi. Qualcosa che si era mosso in mezzo al verde, nascondendosi subito dietro gli alberi. Si raggelò, bloccandosi. Paralizzata dal terrore. Anche se non aveva visto bene cosa fosse le era sembrata quasi un’ombra che si stava muovendo. Ma non era riuscita ad identificarne la forma visto che si era ben mimetizzata con lo sfondo. Sembrava addirittura che avesse gli stessi colori della foresta. Gli stessi colori dell’ambiente che la circondava. O forse era solo un animale il cui pelo si confondeva coi colori della vegetazione? Non sapeva più cosa pensare. E la paura le bloccava i pensieri e le raggelava il sangue.
Ma si sentiva davvero in pericolo. Le mani le tremavano intorno alla borraccia talmente forte, che rischiò di farla cadere nel ruscello.
Rimase ferma, con le spalle al ruscello per guardare meglio, ma niente. Non c’era nulla. Se davvero c’era stato qualcosa o qualcuno, ora sembrava scomparso. Svanito.
La giornata era quasi al tramonto e le ombre della foresta si stavano allungando avvolgendola con un freddo abbraccio che aumentava il suo senso di disagio e la sensazione che qualcuno o qualcosa la stesse osservando di nascosto.
Lentamente si spostò verso la cascata sempre voltando le spalle al ruscello facendo molta attenzione a dove metteva i piedi per non rischiare di scivolare nell’acqua.
Più si guardava intorno, più la paura la paralizzava. Il cuore le batteva come un martello e il respiro era diventato così pesante che a volte la mancanza di ossigeno la faceva annaspare.
Raggiunse la cascata camminando lentamente all’indietro, con gli occhi che non smettevano di ruotare intorno, spinti dalla paura di vedere all’improvviso qualcosa spuntare dall’ombra della foresta. Si fermò su un sasso con le spalle al velo d’acqua che scendeva dalla cascata. E mentre si inginocchiava per riempire la seconda borraccia, accidentalmente mise la punta del sandalo sulla superficie bagnata della roccia scivolando all’ indietro. Cercò di non perdere l’equilibrio spingendo con le gambe, ma così facendo riuscì solo a spingersi ancora più forte all’indietro. Fece alcuni passi forzati in ginocchio e attraversò in un colpo la superficie d’acqua della cascata, rotolando malamente sulla schiena.
Si ritrovò distesa a terra, con un dolore forte lungo la spina dorsale, così lancinante che non poteva neanche piegarsi in avanti per cercare di alzarsi. Non si poteva muovere da quella posizione, col dolore che le bloccava il respiro. Le costole le facevano un male terribile per il colpo subito e una fitta atroce, che diventava sempre più forte ad ogni respiro, la bloccava a terra. Come un coltello affondato nella carne. Si spaventò terribilmente, temendo di avere qualche costola rotta, ma in cuor suo sperò di no e sperò che il dolore fosse dovuto solo alla caduta.
Aprì gli occhi sbattendo le palpebre, e non riusciva a credere a quello che vedeva intorno. Una grotta. Era proprio una grotta nascosta dietro la cascata. Era senza parole e senza fiato sia per il dolore che per la sorpresa di trovarsi in un posto come quello. Chi avrebbe mai immaginato che quella cascata nascondesse una grotta? I suoi occhi si muovevano tutto intorno attoniti, per cercare di abituarsi alla poca luce che filtrava dall’esterno e per cercare di vedere e capire meglio che razza di posto fosse. Certo era una caverna, ma l’istinto la spingeva a controllare ogni angolo raggiungibile per scoprire eventuali pericoli in agguato.
Era molto umido e, stando sdraiata per terra, la superficie delle rocce le spingeva contro la pelle attraverso i vestiti bagnati. Il suono dell’acqua all’esterno della grotta rimbombava all’interno, rimbalzando sulle pareti della grotta, dando l’impressione che provenisse da ogni parte.
Lentamente cercò di tirarsi su nonostante il dolore tagliente le suggerisse di rimanere distesa o almeno di mettersi seduta. Ma voleva alzarsi. Voleva correre e avvisare David della sua scoperta per tornare poi con lui ed esplorare la grotta insieme. Appena i suoi occhi si furono abituati all’oscurità, poté vedere nella penombra diverse rocce all’interno della grotta. Mise la mano dietro la schiena per controllare se per caso stesse sanguinando da qualche parte, e fu molto contenta di constatare che invece era tutto a posto e fortunatamente non aveva né ferite né ossa rotte.
Ma subito il sollievo fu rimpiazzato dalla paura. La sensazione di essere spiata continuava ad ossessionarla. E ora che si trovava lì dentro, questa sensazione era ancora più accentuata e la faceva sentire circondata da occhi che la scrutavano, la osservavano, spiando ogni suo più piccolo movimento. Si ricordò allora che la piccola borsa da viaggio che aveva con se, conteneva una piccola torcia elettrica, e decise di prenderla. Appena la accese, subito la grotta e le ombre che la abitavano, sembrarono indietreggiare, contraendosi verso le pareti, come per nascondersi, per paura che la luce potesse ferirle. Non era una grotta molto ampia, ma nonostante ciò, la luce della torcia non era sufficiente ad illuminarla tutta. Il fascio della torcia sembrava una lunga lama bianca che separava in due lo spazio buio. Si alzò lentamente e cominciò a camminare illuminando ogni angolo e il cono di luce si stampò subito sulla parete opposta della caverna, rivelando una specie di zona più scura a circa mezzo metro dal suolo. Nonostante la paura le suggerisse di essere prudente, si avvicinò per vedere meglio. Era una specie di apertura nella roccia, l’inizio di un cunicolo interno, buio, che scendeva verso il basso in una zona certamente ancora più interna nella roccia. Non era molto largo, non più di un metro di diametro, ma era talmente scuro che sembrava senza fondo. Si avvicinò lentamente all’apertura e spinse all’interno la luce della torcia. Era proprio una specie di cunicolo, una galleria ricoperta di pietre e di rocce lungo le pareti. Era scavato in maniera molto rozza e doveva essere molto lungo visto che non riusciva a vederne il fondo. Sembrava un budello senza fine, e le rocce sporgenti lungo le pareti davano l’idea di essere anche molto taglienti.
La vista di quel cunicolo stretto e solo il pensiero di scendere lì dentro, le diede una soffocante sensazione di claustrofobia che le fece girare la testa per alcuni istanti. Ma si riprese subito nonostante i brividi che sentiva risalire lungo la schiena. Aveva sempre sofferto di claustrofobia e quindi solo a pensare una cosa del genere si sentiva male.
Nonostante ciò, e nonostante la sensazione che aveva appena provato, l’istinto aveva già cominciato a spingerla all’interno del cunicolo, facendole poggiare un piede sul bordo dell’apertura, spingendosi col corpo all’interno. Tutto intorno a lei era silenzio. Nessun suono. Nessun rumore. Niente. Era come se il silenzio fosse diventato fluido e avesse riempito la grotta non lasciando spazio per niente altro. E le ombre proiettate lungo le pareti concave dalla luce della torcia, sembravano osservare i movimenti di Susan scrutandola in silenzio. Silenzio che veniva rotto solo dal suono dei suoi passi e dal rumore dei ciottoli che rotolavano giù, spinti verso il fondo, al passaggio di Susan. Fece scivolare prima la gamba all’interno e si fermò un attimo mettendosi a sedere sul bordo. La galleria non era molto larga e non poteva camminare eretta all’interno per cui si sedette giù, trascinandosi lungo il percorso, spingendo con i piedi e tirando con le gambe, come fosse una specie di grosso serpente. Il dolore alle gambe causato dalla caduta precedente aumentava ad ogni movimento. Le contrazioni dei muscoli le davano delle fitte pungenti, ma lei sentiva che doveva andare avanti.
Era già scesa di qualche metro all’interno e ad ogni movimento puntava la torcia verso il fondo per cercare di vedere la fine di quel cunicolo. Ma più scendeva e più sembrava una discesa senza fine.
La sensazione di claustrofobia cominciò a farsi sentire di nuovo, ma stavolta più forte di prima. Le braccia cominciarono a tremarle, mentre i muscoli del corpo e delle gambe le dolevano per lo sforzo di camminare in quel modo. Il respiro le si spegneva in gola e ogni volta che dilatava i polmoni per immettere aria, lo sforzo la faceva quasi soffocare mentre l’aria sembrava graffiarle i polmoni come unghie su una lavagna.
Voleva scappare via, ma l’istinto la spingeva invece a continuare le discesa. Si sentiva stanca, senza fiato per la mancanza di ossigeno lì dentro. Sudava e le gocce di sudore le inzuppavano ancora di più i vestiti già bagnati e le rendevano la pelle scivolosa rischiando di farle scivolare la torcia di mano e di farla rotolare in fondo alla galleria.
Ma dopo un attimo, quasi come un dono inaspettato, cominciò a sentire dei leggeri rivoli d’aria provenire dal fondo. Rivoli che l’avvolsero come tentacoli di una piovra invisibile riempiendo i suoi polmoni di fresco ossigeno, riducendo la sensazione di malessere. E da questo capì che ci doveva essere qualche tipo di uscita alla fine di quello stretto budello.
Si fermò per un attimo, sdraiandosi con gli occhi chiusi, per ritemprarsi alle carezze di quella fonte d’aria che le stava cancellando di dosso tutte le sensazioni sgradevoli che aveva provato fino ad un attimo prima.
Ma non fece neanche in tempo a chiudere gli occhi, perché un brusco rumore alle sue spalle le mozzò il respiro in gola. E questa volta era reale. Questa volta lo aveva sentito chiaramente. Non come quello che aveva creduto di sentire prima, quando si trovava fuori. Era stato una specie di tonfo sordo. Come il rumore di qualcosa che cade nell’acqua producendo quel tipico suono scrosciante. Ma non era proprio uguale. Era simile. Ma leggermente diverso. Era oltretutto un rumore che aveva già sentito in precedenza, ma non riusciva a ricordare quando. Si fermò, come paralizzata, con la luce della torcia diretta verso il fondo della galleria, e lo sguardo sbarrato verso l’ingresso del cunicolo da dove era appena entrata, mentre il cuore la scuoteva come volesse schizzare via dal petto. Poi, un’immagine le attraversò la mente e il sangue le si gelò nelle vene quando capì di cosa si trattava. Era stato il rumore che lei stessa aveva causato poco prima quando, cadendo, aveva attraversato lo specchio d’acqua della cascata. Era il tipico rumore di qualcosa che attraversa una superficie d’acqua. Prima era stata lei, ma ora, chi era stato? C’era sicuramente qualcuno, che aveva attraversato la cascata come aveva fatto lei. E ora questo qualcuno era nella grotta alle sua spalle.
Cap 3
Il panico la paralizzò all’istante, appena si rese conto di non essere più sola. La sensazione di malessere ricominciò più forte di prima nonostante il flusso d’aria dal fondo del cunicolo fosse aumentato e l’aria scivolasse ora ancora più velocemente attraverso il cunicolo.
Il cuore le saltò in gola e si rese conto che inconsciamente stava trattenendo il respiro per la paura che, chiunque fosse nella grotta dietro di lei, potesse sentirlo. Anche se dentro di se, sapeva già che se c’era qualcuno nella grotta, questo già sapeva della sua presenza lì dentro, e sicuramente era lì dentro proprio per cercarla. E quest’ultimo pensiero la terrorizzò ancora di più.
Si sdraiò giù lungo la galleria noncurante delle fitte terribili che la schiena le mandava e rimase in silenzio a guardare l’ingresso della galleria dietro di lei, appiattendosi sul fondo come a voler sparire all’interno della roccia. Le mani erano un fremito inarrestabile e la luce della torcia tremava in fondo al cunicolo facendolo sembrare come invaso da tanti piccoli fantasmi. Decise allora di spegnerla e rimanere in silenzio. In attesa. Il silenzio era così profondo che lo si poteva tagliare col coltello. Ancora più profondo di quello che aveva avvertito prima, davanti al ruscello. Il tempo sembrava essersi fermato e tutto era silenzio intorno a lei. Tutto sembrava fermo in attesa. Solo in attesa. In attesa di qualcosa che di li a poco sarebbe successo. La torcia le tremava tra le mani dandole una serie interminabile di colpetti sulle gambe che la facevano sussultare. Il respiro le rimaneva a tratti bloccato in gola e doveva sforzarsi di respirare per non perdere i sensi per la mancanza di ossigeno. Non poteva svenire proprio ora. Non doveva. Ma cosa stava succedendo lì fuori? Avrebbe dato qualsiasi cosa per saperlo, avrebbe anche potuto decidere di risalire il cunicolo per vedere. Ma il terrore ormai si era impossessato di lei e non la lasciava muovere.
I suoi occhi erano incollati verso l’apertura in alto mentre il cuore batteva sempre più veloce, facendole pulsare il sangue alle tempie e rimbombando nelle sue orecchie come una specie di macabro tam tam, che segnava lo scorrere del tempo.
Il suo respiro era ormai diventato una specie di silenzioso lamento di dolore che di colpo esplose in un’ondata di panico quando vide una sagoma sporgersi oltre l’imboccatura della galleria. Tutto si fermò di colpo e la sua vita sembrò finire in un attimo ingoiata dal terrore cieco che ormai regnava incontrastato dentro di lei.
I suoi occhi rimasero incollati a quell’immagine, come ipnotizzati e la sua mente era ormai in preda al panico, al limite della sopportazione. Lentamente, senza accorgersene, cominciò a spingersi in giù, trascinandosi verso il basso, per allontanarsi dal quell’ombra, raggomitolandosi quasi in posizione fetale, cercando di diventare più piccola possibile per non essere vista da chiunque stesse lassù. Scivolando verso il basso, come per cercare un riparo da quell’orribile visione. Come una tartaruga che cerca di ripararsi all’interno del suo guscio nel momento in cui vede il pericolo avvicinarsi.
Il panico era talmente accecante che non si rendeva neanche conto delle rocce affilate che le tagliavano la stoffa dei vestiti, lacerando la pelle e la carne sottostante. Non sentiva neanche i caldi rivoli di sangue che scorrevano dalle ferite inzuppandole i brandelli dei vestiti.
Ma dentro di se ora sapeva che quell’ombra l’aveva vista e l’aveva trovata.
Non poteva guardare verso il basso, oltre i piedi perché non riusciva a distogliere lo sguardo dal quell’ombra nera che la sovrastava. Il suo sguardo era fisso. Come ipnotizzato. Ma non riusciva ad identificare cosa fosse. A cosa somigliasse. In certi momenti sembrava un animale, ma il verso spaventoso che fuoriusciva dalla sua bocca, sempre che fosse davvero una bocca, non aveva nulla a che vedere con nessun animale. Era una specie di sibilo tagliente. E dava a Susan l’impressione che volesse farle sapere che lui era lì e che lei non aveva scampo. Come per farla impazzire di terrore.
L’unica via d’uscita era ormai bloccata da quell’ombra e non le restava altro da fare se non continuare a scivolare giù. Si mise di nuovo a sedere e riaccese la torcia di nuovo ricominciando a scendere. Sempre più giù, con le spalle alla creatura che continuava a sconvolgerla con quel suo verso acuto, stridulo. Ormai la sensazione di claustrofobia era passata, sostituita dal terrore cieco di quello che stava vivendo. Non si era mossa neanche di un metro quando, con orrore, si accorse che quel verso stava diventando sempre più forte e si stava lentamente avvicinando. Un brivido gelido le trapasso la spina dorsale come una scossa elettrica. Senza riuscire a voltarsi, spalancò la bocca come per urlare ma non ci riuscì e ingoiò l’aria nei polmoni con un singhiozzo sordo che le bloccò il respiro per qualche attimo. Il cunicolo non finiva mai e il dolore dei muscoli del corpo le faceva sentire le gambe e le braccia pesanti e rigidi come tronchi. Come corde tese, pronte a spezzarsi per lo sforzo.
I piedi scivolavano sulle rocce che continuavano a graffiarla dappertutto ricoprendole il corpo di lunghi solchi rossi che le bruciavano terribilmente al contatto con la stoffa e con la terra mentre gocce di sudore le scivolavano lungo le guance fino al collo della camicetta.
Nella mano destra stringeva la torcia mentre con la sinistra si aiutava spingendosi verso il basso.
Si sdraiò per un attimo, per girarsi indietro, proprio in tempo per vedere la creatura che era ormai quasi del tutto entrata nel cunicolo per inseguirla, scivolando sopra i sassi come lei. Ma era molto più veloce. Troppo veloce.
Si rigirò di nuovo in avanti per riprendere la discesa ma nel movimento urtò accidentalmente la tempia sinistra contro una roccia affilata che sporgeva dalla parete. Il contraccolpo la fece cadere all’indietro, sdraiata. La fitta era atroce. Per qualche attimo perse i sensi incapace di rendersi conto di cosa dovesse fare e di dove fosse. Un pesante stato confusionale, dovuto all’urto, le annebbiava la mente, dandole per qualche istante la sensazione di trovarsi in un altro posto, lontana da lì, e di osservare quella scena come spettatrice. Tutto all’interno della galleria sembrava ruotare senza sosta. Le pareti le giravano intorno, il dolore alla testa la intontiva mentre il bruciore alle gambe e alle braccia la riempivano di brividi dappertutto.
Poi, fortunatamente, l’adrenalina che scorreva nel sangue prese il sopravvento e in pochi secondi la risvegliò, riportandola alla realtà di quanto stava accadendo. Doveva avere un brutto taglio sulla fronte a giudicare dai rivoli di sangue che le colavano lungo la guancia. Ancora con la schiena a terra, poggiò le dita sulla fronte per constatare l’entità del danno e il contatto con le dita sporche di terra sulla ferita, le procurò un bruciore lancinante. Aveva davvero un brutto taglio. Molto profondo. Ma non pensò affatto di perdere tempo a tamponarlo con qualcosa. Non aveva tempo. La cosa più importante era muoversi, scivolare sempre più in fondo e sempre più velocemente. Per distanziare più possibile quella creatura e scappare via.
Sentiva il sangue scorrere lungo la guancia e subito si passò la mano sull’occhio per impedire che il rivolo caldo lo ricoprisse, impedendole di vedere. E non poteva permettersi di perdere tempo. Quel verso si stava avvicinando sempre più tagliente, sempre più assordante. Ma soprattutto, troppo velocemente. Si alzò a sedere e lo sforzo la fece urlare di dolore facendola ricadere giù. Le forze le stavano venendo meno e non riusciva neanche a mettersi seduta.
Mentre i polmoni cercavano affannosamente di pompare ossigeno, Susan alzò lo sguardo verso la creatura con lo sguardo ormai rassegnato. Rassegnata, dolorosamente conscia di quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Ma fu molto sorpresa nel vedere che nello stesso istante, anche la creatura si era fermata. Era ormai a pochi metri da lei, ma era ferma.
La luce della torcia era ancora rivolta verso il fondo della galleria ma, data la vicinanza e nonostante la poca luce che diffondeva dalla parte opposta, Susan, riusciva a scorgere la sagoma della creatura, dall’altra parte.
Sentiva quel sibilo opprimerle i timpani e la vedeva così vicina che la sua sagoma occupava ormai tutta la sezione della galleria coprendo completamente l’apertura in alto dietro di loro.
E fu in quell’istante che, con un movimento rapido, spostò la luce della torcia verso l’alto per illuminare quell’essere. Ma lo shock fu devastante.
Il sibilo immediatamente cessò e dove fino ad un attimo prima aveva visto quella creatura muoversi e avvicinarsi nell’oscurità, ora c’era solo roccia. Un attimo prima era lì, dietro di lei, aveva visto la sua sagoma muoversi e la sua ombra strisciare all’interno. Ma ora, quello che la luce della torcia stava illuminando, era solo roccia. Non c’era nulla. Solo roccia. Sembrava come se qualcuno avesse fatto cadere un enorme masso dentro il cunicolo per chiuderlo. Ma come era possibile? Come era potuto succedere? Pensò. Era lì un attimo prima e ora era scomparsa. Dove era andata? Dove si era nascosta? Sembrava quasi che la luce della torcia l’avesse dissolta nell’aria lasciando al suo posto solo una solida roccia a sigillare quel cunicolo. Ma come poteva un essere vivente, fare una cosa del genere?
Allora si era immaginata tutto quanto? Oppure in realtà era stato solo uno smottamento del terreno che aveva provocato una frana e aveva occluso l’apertura con quella roccia enorme. Ma allora? Che dire di tutto il resto? Il suono, l’ombra che si muoveva, la creatura che la seguiva. Erano solo il frutto della sua fantasia? Erano solo frutto della sua immaginazione, suggestionata da eventi che in realtà non avevano nulla di straordinario?
Tutti questi pensieri le si addensarono nella mente confondendola, portandola quasi sulla soglia della pazzia, mentre il suo respiro era ormai diventato una serie di sussulti e di lamenti, come quelli di un animale ferito che si sente in trappola, senza via d’uscita.
I suoi occhi rimasero incollati a quell’immagine, guardandola fissa. Ma tutto ciò che vedeva era solo e soltanto roccia. Non si poteva sbagliare. Ma poi un pensiero terribile le balenò in mente facendola raggelare. Forse la creatura esisteva davvero e aveva voluto seppellirla viva nella galleria, oppure aveva voluto chiudere quell’ingresso per bloccarla, per impedirle di uscire e per poter poi assalirla risalendo dalla parte opposta. Dal fondo del cunicolo ai suoi piedi. Con quell’immagine negli occhi e all’idea di ritrovarsi faccia a faccia con quell’essere sotto i suoi piedi, ritrasse istintivamente le gambe non curandosi del dolore delle rocce che le scorticavano la pelle.
Qualsiasi idea le venisse in mente non faceva altro che aumentare il panico e la confusione mentale.
In quel punto la galleria era un po’ più larga rispetto all’ingresso e allora Susan, vincendo il dolore alla testa e al corpo, si mosse lentamente girandosi con le spalle al fondo della galleria, e riprese a scivolare verso il basso, mentre vedeva pian piano la roccia che si allontanava da lei, illuminata dalla torcia che tremava le tra le mani. Incapace di distogliere lo sguardo.
Ma fu uno shock paralizzante quando sentì di nuovo quel sibilo che le gelò il sangue. Più assordante di prima. E sembrava proprio provenire da quella roccia, anche se sapeva che era impossibile. Ma poi, in un attimo, lo shock che aveva provato un attimo prima divenne puro terrore. Provò ad urlare ma l’orrore glielo impedì. Una piccola fessura si stava lentamente aprendo sulla superficie della roccia davanti a lei. Un piccolo taglio, come se qualcuno stesse aprendo la roccia da dentro con una lama invisibile. Ma non era un semplice taglio. Sembrava vivo. Sembrava muoversi.
E l’origine di quel suono era proprio all’interno, dietro quella orribile fessura. Lentamente cominciò ad allargarsi fino a raggiungere la larghezza di pochi centimetri. La mente di Susan era ormai in preda alla follia più profonda, non immaginando minimamente quello che di li a poco avrebbe visto. Mentre i suoi occhi fissavano quella sottile fessura, due piccole rotondità cominciarono a muoversi sotto la superficie, proprio in prossimità della fessura, spingendo verso l’esterno, come a voler uscire fuori. E allora il panico le esplose di nuovo colpendola come un macigno, facendole cadere la torcia, che rotolò verso il fondo alla galleria.
Per fortuna non si ruppe. La luce rimase accesa e un sasso fermò il suo rotolamento a poca distanza da lei. Spingendo forte con le mani e le gambe, si allungò verso la fine della galleria per cercare di raggiungerla e riprenderla. Ma appena la mano si richiuse su di essa, sentì un rapidissimo movimento dietro di lei, ai suoi piedi. E tutto accadde in un attimo. Qualcosa le afferrò la caviglia, qualcosa di molto caldo e di molto rigido, come una morsa d’acciaio bollente. Si girò di scatto illuminando la caviglia appena in tempo per vedere la sagoma di un’orribile artiglio che le si conficcava nella carne.
Il dolore fu atroce ma l’urlo che le uscì dalla gola fu coperto dall’orribile sibilo della creatura. Sentiva il dolore lancinante risalire lungo la gamba paralizzandola, mentre quell’orribile artiglio spingeva, affondando sempre di più nella carne. Vedeva la pelle lacerarsi, la carne squarciarsi come le zolle di terra sotto la spinta dell’aratro, spruzzando sangue lungo le pareti della galleria. E le sue urla e le sue grida rimbalzavano sulle pareti del cunicolo rimbombando come spari nelle sue orecchie. Lo sentiva muovere, tagliare, squarciare tutto ciò che trovava sul suo cammino, come un aratro. La caviglia, il polpaccio, fino al ginocchio, per poi continuare lungo la coscia che si squarciò come fosse di burro. Cercò con tutte le forze di sottrarre la gamba a quell’atroce tortura, spingendo scalciando con l’altra gamba. Ma era tutto inutile e quando indirizzò di nuovo la luce verso la creatura, quella visione le fece capire la verità. In un attimo le ritornarono in mente i discorsi fatti poco prima con David. Capì in un istante che l’isola non era affatto pura e incontaminata come sembrava all’inizio. Sembrava un posto incantevole, paradisiaco, ma nascondeva un orrore indescrivibile al suo interno. Ma fu solo un pensiero rapido e fugace. Fu solo l’ultima immagine che la sua mente costruì. Sentì la morsa afferrarla e strattonarla, trascinandola verso la creatura, prima di sentirla affondare violentemente nel suo corpo. Il sangue schizzò sulle pareti e l’ultimo grido di dolore divenne un liquido gorgoglio che si spense in un attimo come una candela al vento. E il dolore terribile e il calore del suo stesso sangue furono le ultime cose che sentì.
Cap 4
Nel frattempo David stava finendo di preparare il cibo da mangiare, e solo allora, guardando l’orologio si rese conto del tempo che era passato. Susan era andata a riempire le borracce più di un’ora prima e cominciava un po’ a preoccuparsi per lei. Guardò il punto in cui l’aveva vista sparire nel bosco, ma non la vedeva ritornare. Il sole si stava abbassando all’orizzonte e nel giro di poco tempo sarebbe tramontato, e se Susan non fosse ritornata in breve tempo poteva essere pericoloso per lei rimanere da sola in quella foresta, di notte. Non sapeva se andarle incontro oppure aspettarla lì nella radura, ma alla fine l’istinto gli suggerì di muoversi e andarla a cercare. Decise comunque di lasciarle un biglietto, per avvisarla che era andato a cercarla, e se fosse tornata mentre lui era ancora via, di aspettarlo lì.
Si incamminò quindi verso la stessa direzione, anche se, dentro di sé, era sicuro che l’avrebbe trovata calma e tranquilla, magari a raccogliere frutta da mangiare. Entrò nella boscaglia, e subito dopo alcuni passi notò qualcosa attaccato ad un albero. Si avvicinò e vide che era un piccolo pezzetto di carta legato ad un ramo. Lo sciolse e lo prese. Si, era proprio un pezzo di un fazzoletto di carta. Sicuramente, pensò, ce lo aveva messo Susan per ritrovare la strada del ritorno. Ma come mai allora non era ancora tornata? Si era persa davvero allora? Visto che nonostante i segnali messi lungo il percorso, non era ancora ritornata?
Si era allontanato dalla radura quasi sorridendo convinto di trovarla sperduta come Cappuccetto Rosso nel bosco e di prenderla in giro per tutto il viaggio di ritorno, ma ora, dopo quel ritrovamento il suo stato d’animo era brutalmente cambiato e una sensazione gelida cominciava ad insinuarsi dentro di lui.
A mano a mano che procedeva, trovava sempre più segni di Susan sugli alberi, e cominciò seriamente a pensare che si fosse persa. Con tutti quei segni lasciati in giro, avrebbe dovuto facilmente trovare la strada del ritorno. Era impossibile perdersi. E invece non era ancora tornata.
Ma non voleva essere così pessimista e cancellò con un gesto le sue preoccupazioni cercando di rassicurarsi che una volta raggiunto il ruscello dove lei era diretta, l’avrebbe sicuramente trovata a bagno nell’acqua a rinfrescarsi.
Il ruscello era ormai vicino a giudicare dal rumore chiaro e forte che giungeva alle sue orecchie.
Ma il suono così nitido era soprattutto dovuto al fatto che, nel frattempo, la foresta era piombata nel silenzio.
Appena arrivò al ruscello subito si guardò intorno per trovare tracce di Susan. Ma non trovò nulla.
Vide la piccola cascata a monte del torrente, ma nessuna traccia di Susan. Lei si era diretta lì e non si sarebbe di certo allontanata senza motivo. E proprio per questo i suoi occhi vagavano in giro in cerca di qualche traccia. Ma non ne trovò.
Si spostò lentamente verso la cascata e stava per chiamarla quando notò qualcosa nell’acqua ai piedi delle rocce. Un sandalo. Ed era di Susan. Il sangue gli si gelò nelle vene. Come poteva aver perso un sandalo? Allora davvero le era successo qualcosa? Perché era andata via senza cercarlo? E come poteva camminare in mezzo a quella boscaglia senza sandalo? A piedi nudi?
Subito un pensiero terribile lo colpì come un macigno. Forse era scivolata in acqua e la corrente l’aveva trascinata via. Abbassò lo sguardo sul ruscello ai suoi piedi, ma subito si rese conto che non poteva essere così. L’acqua non era così profonda in quel punto, gli arrivava appena al ginocchio, e anche se Susan fosse caduta in acqua, la corrente non avrebbe potuto trascinarla via..
Si inginocchiò davanti al ruscello con le spalle alla cascata, ma fu subito allarmato da un leggero rimbombo alle sue spalle. Si alzò di scatto e si girò. Niente. Non vide nulla di strano. Solo il manto d’acqua scrosciante che cadeva giù immergendosi nel torrente.
Ma fu proprio quel movimento brusco a fargli notare il silenzio innaturale che lo circondava. Silenzio che fu subito rotto dallo stridulo verso di un piccolo uccello che volava alto sopra di lui. Alzò lo sguardo e vide con sorpresa il volatile che si stava dirigendo proprio contro di lui. Quasi in picchiata. Pensò che forse era stato colpito e ferito da qualcosa e per questo stava cadendo in picchiata. Ma più lo osservava e più si convinceva invece che il piccolo volatile stesse proprio attaccando lui. E solo quando fu vicinissimo alla sua testa, David si accovacciò sentendo le ali dell’animale passare sibilando vicino all’orecchio sinistro. E seguì immediato il tonfo sordo quando si infilò violentemente nell’acqua della cascata.
Rimase per un attimo accovacciato a quattro zampe sulle rocce, girando appena la testa per vedere il corpo dell’animale nell’acqua dopo l’urto inevitabile contro le rocce. Ma non c’era. Si guardò intorno perplesso ma non vedeva alcuna traccia del volatile. Non era nell’acqua. Cercò in mezzo alle rocce ma niente. Sembrava scomparso. Eppure lo aveva visto distintamente con i suoi occhi e lo aveva sentito passare vicinissimo al suo orecchio. Doveva essere lì. Lui si trovava a circa due metri dalla cascata e quindi l’uccellino, arrivando in picchiata in quel modo, non avrebbe avuto lo spazio sufficiente per risalire in alto. E poi aveva anche sentito il tonfo nel momento in cui era affondato nell’acqua. Eppure non c’era. Si avvicinò alla cascata infilando istintivamente la mano nel manto d’acqua per cercarlo. Ma subito la ritrasse spaventato, appena si accorse che dall’altra parte non c’era nulla. Non c’era alcuna parete di roccia. Si spostò sul lato sinistro della cascata, lentamente per non scivolare sui sassi bagnati, e vide una specie di apertura nella roccia tra il velo d’acqua e la rupe da cui scendeva. E l’eco dell’acqua che cadeva gli fece subito pensare che ci fosse una specie di anfratto nascosto lì dietro.
Gli venne in mente che Susan potesse essere lì dentro e subito, allungando una gamba, scavalcò le rocce con un salto entrando nella grotta. Non c’era molta luce all’interno e rimpianse di non aver portato con se la torcia che aveva nello zaino. Aveva solo un coltellino da campeggio ma in quella circostanza non gli sarebbe servito a molto.
Con le spalle alla cascata, alzò gli occhi per vedere l’interno della caverna avvolta dall’oscurità. Le ombre proiettate dall’acqua che cadeva alle sua spalle, scivolavano lungo le pareti interne come tanti fantasmi, dando una visione affascinante e allo stesso tempo inquietante. Stava per chiamare Susan di nuovo quando un suono tagliente lo fece trasalire. Lo sentiva in lontananza anche se l’eco lo faceva risuonare per tutta la caverna. All’inizio era leggero, appena percettibile, ma pian piano diventava sempre più forte, insopportabile, quasi assordante, tanto che fu costretto a coprirsi le orecchie che stavano iniziando addirittura a fargli male. Poi, di colpo cessò, rimpiazzato subito da un silenzio ancora più fastidioso. Come spesso succede, dopo aver sentito un rumore assordante per lungo tempo, che il silenzio che ne segue diventi quasi insopportabile.
Tolse le mani dalle orecchie ed eccolo di nuovo, più forte di prima. Non riusciva a capire da dove provenisse perché, rimbalzando come una palla lungo tutte le pareti della grotta, sembrava provenisse da ogni direzione.
Dovette coprirsi di nuovo le orecchie inginocchiandosi al centro della grotta, guardando in alto, rigirando lo sguardo tutto intorno aspettando e sperando che smettesse.
E dopo un attimo, come se avesse ascoltato il suo desiderio, il suono cessò di nuovo.
David si alzò in piedi guardando meglio attraverso il buio, e vide una specie di ombra scura sulla parete opposta a quella da cui era entrato. Rimase a guardarla per un attimo, pensando che fosse la sua stessa ombra, ma appena si mosse in quella direzione, l’ombra rimase immobile.
Immediatamente il sibilo ricominciò, smettendo dopo un attimo e David capì che proveniva proprio da lì. Freddi brividi cominciarono a irrigidirgli la schiena mentre si avvicinava. Giunto di fronte si accorse che era solo l’ingresso di un cunicolo stretto. Diede allora un lungo sospiro di sollievo dandosi dello stupido per essersi fatto spaventare da una semplice ombra. Come gli capitava spesso da bambino, quando pensava che gli alberi nel giardino di casa sua, potessero diventare dei mostri orribili che si affacciavano dalla finestra della sua camera da letto nelle notti di pioggia. O che i vestiti nell’armadio potessero prendere vita e trasformarsi in mostri terrificanti.
Una leggera corrente d’aria uscente dal condotto, lo colpì in pieno viso facendogli venire in mente che il suono che aveva appena sentito poteva essere stato causato proprio dal vento che soffiava attraverso quella galleria. E quindi non c’era nulla di cui spaventarsi.
Si passò la mano sulla fronte imperlata di sudore strizzando gli occhi per vedere meglio e si avvicinò di più all’apertura nel muro. Vide che non era molto larga e una persona sarebbe riuscita a fatica a passarci dentro. Poggiò la mano sul bordo sporgendosi all’interno per cercare di vederne la fine ma subito la stessa corrente d’aria si intensificò e dei rivoli di aria fredda gli carezzarono il viso dandogli un leggero bruciore agli occhi.
"La torcia accidenti, perché non l’ ho portata con me" disse "ora la vado a prendere".
Sembrava davvero una galleria senza fine. Completamente oscura. Nera come l’inchiostro.
Cap 5
Si girò per andare via, ma la sua rotazione si interruppe bruscamente appena il suo viso affondò in una specie di corpo flaccido dietro di lui. Sentì come se il suo viso affondasse in una gelatina molle e vischiosa e istintivamente si ritrasse indietro sputando alcune dense gocce di quella sostanza dal sapore marcio e rancido che, nell’urto, gli si erano infilate in bocca.
Alzò lo sguardo e il respiro gli morì in gola facendogli deglutire a forza le ultime gocce di quella sostanza schifosa. Un’ombra enorme, alta circa due metri lo sovrastava come una statua di marmo. E quasi senza rendersene conto, tutto accadde in un attimo. Sentì qualcosa di rigido e forte afferrarlo per le spalle, sollevarlo in aria e gettarlo violentemente fuori dalla grotta, come un fuscello, facendogli attraversare il manto d’acqua. L’azione fu così veloce che fu preso alla sprovvista. Non ebbe neanche il tempo di reagire e si trovò in un istante a volare attraverso la cascata. Rotolò dentro il ruscello, sugli scogli che lo graffiavano come unghie affilate, e si fermò sdraiato nell’acqua con le spalle alla grotta. Il bruciante dolore delle escoriazioni lo aggredì immediatamente come un’ondata di lava bollente, subito mitigato dal contatto con l’acqua fresca del ruscello che riduceva solo in parte il bruciore delle ferite.
Era lì fermo, in mezzo all’acqua, col cuore in gola, terrorizzato da quello che era appena successo. Si sentiva come se il tempo si fosse fermato in quei pochi secondi che lo avevano fatto passare dall’interno della grotta, fin dentro l’acqua, senza neanche accorgersene. E il panico cominciò ad accecarlo, annientando gli ultimi barlumi di razionalità. Sentiva dolori dappertutto ed era così concentrato a controllare l’entità delle ferite, che non si accorse che il sibilo era ricominciato. Più forte di prima, proprio dietro di lui. Si girò di scatto con una fitta di dolore che gli trapassò il collo come la lama rovente di un coltello.
Gli sembrava di rivivere la scena di un film dell’orrore come quelli che gli piaceva vedere quando era piccolo. Mentre il suo respiro veloce, faceva entrare e uscire dai polmoni l’aria fresca, bruciando a tal punto da costringerlo a tossire per non soffocare.
Ma il dolore che sentiva, era niente in confronto a quello che stava accadendo proprio davanti ai suoi occhi in quel momento.
La superficie dell’acqua della cascata cominciò a gonfiarsi, come fosse la vela di una nave spinta dal vento. Poi, lentamente, cominciò ad aprirsi esattamente al centro, come se qualcosa lo stesse attraversando. Ma quello che vedeva era solo un enorme fessura nera che si apriva e si allargava sempre di più, per poi richiudersi di colpo, e ritornare intatta come prima. Proprio come se qualcosa avesse attraversato quello specchio d’acqua, che poi si fosse richiuso dopo il suo passaggio. Ma cosa ? Visto che davanti a lui non c’era nulla?
Si girò rimanendo seduto nell’acqua, a osservare quella scena incredibile, a bocca aperta, con lo sguardo fisso alla cascata. E fu proprio allora che vide con la coda dell’occhio una lunga ombra stendersi e muoversi lungo la superficie delle rocce nel ruscello davanti a lui. Solo allora capì che quella cosa che aveva attraversato la cascata anche se invisibile aveva un’ombra che ora poteva vedere distintamente dipinta sulla superficie degli scogli. Non poteva vederla guardandola direttamente, non poteva vederne la forma reale, ma solo identificarne l’ombra ai suoi piedi. Ma proprio guardando la sagoma stampata in terra, capì che quell’essere doveva avere delle sembianze tutt’altro che umane.
La sensazione di paura ormai lo attanagliava, e mentre si chiedeva chi fosse, o cosa fosse quella creatura davanti a lui, gli ritornarono in mente le notizie che aveva letto prima di partire riguardo agli esperimenti nucleari in quelle zone. Aveva letto che molti ricercatori inviati dal governo francese in quei posti, avevano riscontrato gravissime malformazioni sugli animali del luogo, addirittura delle mutazioni genetiche che avevano dato origine a delle varietà mostruose.
Ma mai si sarebbe aspettato di trovarsi di fronte una cosa del genere. Quella creatura che ora stava li davanti a lui doveva aver subito danni genetici talmente devastanti e una mutazione del DNA talmente forte, da trasformarla in quel modo orribile, rendendola invisibile alla luce e alterandone le sembianze in maniera terrificante. Modificando la sua pelle in modo tale che diventasse capace di riflettere i raggi di luce, mimetizzandosi perfettamente nell’ambiente circostante. Ecco perché non poteva vederlo guardandolo direttamente, ma solo attraverso la sua ombra. Ombra che in quel momento, con il sole quasi al tramonto, stava diventando sempre più lunga, avvicinandosi ai suoi piedi.
Rimase immobile ad osservare quella sagoma, non lontana da lui, per controllare ogni piccolo movimento. E cercò subito di rialzarsi in piedi quando si accorse che lentamente si stava avvicinando. Vedeva l’ombra sul terreno girargli intorno, mentre lui cercava di allontanarsi camminando all’indietro, dando fugaci sguardi alle sue spalle per non inciampare in eventuali scogli. Ad ogni passo che la creatura faceva verso di lui, David faceva altrettanti passi per allontanarsi anche se non sapeva come potersi difendere da una creatura come quella, consapevole che nessun riparo sarebbe stato sicuro.
Poi, in un attimo, la situazione cambiò. L’ombra della creatura si fermò, e lentamente, come una foto che si sviluppa nella camera oscura del fotografo, questa cominciò a materializzarsi davanti ai suoi occhi. Cominciò a mostrare il suo vero aspetto, e la forma del suo corpo. Il profilo cominciò a delinearsi sullo sfondo della cascata, molto lentamente, finché dopo qualche istante David poté vedere finalmente cosa gli si parava davanti. In quell’istante il mondo circostante sembrò fermarsi come se trattenesse il respiro per la sorpresa. Immobile. In attesa. Scrutando da cinico spettatore quello che stava accadendo.
Quell’essere era lì, davanti a lui, nonostante la scarsa luce del sole, che era ormai quasi sparito dietro l’altura, non permettesse a David di vederlo chiaramente. E forse questo fu un bene. Fu un bene che non riuscisse a vedere i dettagli di quel corpo orribile che si stagliava davanti a lui, che non aveva nulla di umano.
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quella figura enorme. I suoi occhi si muovevano dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa, osservando attentamente la sagoma del corpo, che doveva appartenere sicuramente un essere umano, almeno prima della mostruosa mutazione. I suoi occhi si muovevano lungo tutta la superficie di quel corpo rugoso, gonfio, orrendamente mutato, quasi informe, e quando lo sguardo raggiunse le braccia, o quelle che avrebbero dovuto essere le braccia, la sua mente fu come attraversata da una scarica elettrica che lo scosse come un fulmine. Non erano braccia, erano solo due appendici lunghe, molto simili ai rami di un albero che terminavano con due orribili artigli. La vista di quell’orrore gli mozzò per un attimo il fiato, che subito si tramutò in un gemito di dolore quando si rese conto che uno di quegli artigli era completamente ricoperto di sangue, e sulla punta c’era una lunga ciocca di capelli sporca di sangue.
Quell’immagine lo paralizzò come una scarica elettrica quando riconobbe in quella ciocca insanguinata, i capelli di Susan. Il dolore gli esplose dentro come un colpo di cannone, e una lama gli affondò nel cuore, nel vedere quei capelli sanguinanti sopra quell’orribile appendice. Socchiuse gli occhi per un istante accecato dal dolore e dal pensiero di quello che quell’orribile essere aveva potuto fare alla sua Susan. Solo il pensiero di vederla alle prese con quella creatura, mentre cercava di scappare da lui, cercando di divincolarsi mentre quegli orribili artigli la stringevano, straziandola. Era un’immagine atroce, insopportabile.
Poi, l’adrenalina lo risvegliò come da un incubo e giratosi indietro di scatto, saltò furori dal ruscello scavalcando le rocce assiepate sui bordi, inoltrandosi di corsa nella foresta. Si fermò un attimo per osservare la creatura, e vide con apparente sollievo che era ancora lì. Immobile nell’acqua. Il dolore per la morte di Susan stava tornando a farsi sentire, ed era atroce. Devastante come un terremoto. Il pensiero di Susan, da sola con quell’orribile creatura, atrocemente torturata, era un pensiero insopportabile. Voleva sapere dov’era, voleva vederla, soccorrerla magari. Uno sprazzo irrazionale di speranza lo portò anche pensare che forse era ancora viva e aveva solo bisogno di soccorso. Ma quello che la sua mente gli suggeriva, era brutalmente soffocato dall’atroce spettacolo davanti ai suoi occhi e dalla devastante consapevolezza che per Susan non ci fosse ormai più nulla da fare.
Poi, in un istante, il panico prese di nuovo il sopravvento spingendolo a scappare via di nuovo. Sentiva le gambe dure come bastoni mentre i muscoli contratti come corde, gli impedivano i movimenti, costringendolo a correre a salti e strattoni nel bosco. Mentre il cuore distrutto dal dolore, gli batteva nel petto come uno scoiattolo elettrizzato, che si dimenava tra le pareti della gabbia.
Si girò ancora una volta verso il ruscello a osservare quel gigante, terrorizzato, ma appena si voltò, fu subito raggelato da un leggero fruscio alle sue spalle. Si girò di nuovo di scatto verso il bosco ma vide solo un piccolo scoiattolo su un ramo. E alla vista di quell’animaletto fermo sul ramo, che lo fissava con i suoi occhi neri, la sua mente si rilassò per un istante, ma fu un momento fatale. In una frazione di secondo si rese conto di aver voltato le spalle alla creatura. Ed era stato un errore imperdonabile. Subito sentì quel verso stridulo dietro di lui, molto forte, e in avvicinamento. Si voltò di nuovo, appena in tempo per vedere con la coda dell’occhio che l’aveva ormai raggiunto ed era a circa un metro da lui, mentre si preparava ad aggredirlo con quelle orribili appendici che penzolavano ai lati del corpo. Si chinò rapidamente in avanti, piegando le gambe per saltare. Appena in tempo per sentire l’artiglio sfiorare il suo orecchio e piantarsi dentro il tronco di un albero.
Cap 6
Cominciò a correre più veloce che poteva tra gli alberi. Ormai era buio ed era molto difficile per lui correre facendo attenzione a dove metteva i piedi. Non poteva vedere la luce della luna dall’alto attraverso gli alberi, perché in quel punto la vegetazione era talmente fitta che i rami degli alberi non ne lasciavano filtrare i raggi.
Gocce di sudore gli scivolavano lungo la schiena provocandogli un terribile bruciore per via dei graffi che si era fatto rotolando sulle rocce, ma il dolore era ormai sopraffatto dal panico.
Corse a perdifiato per un tempo che gli sembrò interminabile, scappando in ogni direzione, scavalcando ogni cespuglio e girando dietro ogni albero. Ma così facendo, aveva ormai perso l’orientamento.
Si fermò dietro un albero, senza fiato. Col cuore che sembrava scoppiargli nel petto. Respirando profondamente per cercare di immettere nei polmoni più ossigeno possibile, anche se l’aria gli entrava ne
