Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

L' ombra nello specchio - di Benedetto Silvestri

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Thriller > L' ombra nello specchio

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 02/10/2006 alle ore 09:14:00

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1

L’aria era fredda e umida, e mentre camminava in punta di piedi sui ciottoli del vialetto, sentiva i brividi incresparle la pelle ricoperta appena da una leggera sottoveste. Era angosciata e impaurita. Non sapeva perché si trovava in quel posto ma sapeva che doveva andare avanti e proseguire in quel percorso buio e tortuoso che si snodava di fronte a lei. Quel viale stretto che andava a confluire dritto dritto dentro una lunga siepe circa una ventina di metri più avanti, con un’apertura che tagliava in due la parete esterna della siepe stessa. E ai lati, una fitta boscaglia sembrava cingere quel sentiero ghiaioso, impedendole di vedere oltre.
Proseguiva lentamente, con le braccia conserte e le mani che strofinavano lungo le braccia per cercare di trovare un minimo di sollievo in quell’atmosfera da brivido.
Ma niente sembrava riuscire a calmarla.
Eppure sentiva di conoscere quel posto. Ma era anche sicura di non esserci mai stata.
E intanto avanzava a passi lenti col cuore in gola, mentre piccole nuvolette di condensa uscivano dalle sue labbra disperdendosi in un attimo nell’aria circostante. Si sforzava di respirare lentamente quasi che il rumore dei suoi respiri potesse impedirle di udire qualsiasi altro rumore esterno.
Ma che posto era quello? E come ci era arrivata? E come poteva sentire di conoscerlo se non c’era mai stata prima?
Ad ogni passo sentiva i sassolini per terra che le graffiavano i piedi nudi, e solo in quel momento sembrò rendersi conto che era scalza. La cosa la sorprese ma non la spaventò più di tanto, spingendola anzi a guardare meglio dove metteva i piedi per evitare di farsi male.
Era ormai arrivata a pochi metri dall’entrata che si spalancava davanti a lei nera e impenetrabile, e si fermò proprio sulla soglia quasi impietrita dalla paura di passare oltre.
A vederlo da fuori le sembrava l’ingresso di un vero labirinto e in cuor suo non aveva nessuna intenzione di entrarci, anche se l’istinto le diceva invece di farlo. Ma la sua volontà si rifiutava. Le siepi si stagliavano davanti a lei alte, più alte di lei, e non le consentivano di vedere oltre. Rimase per qualche attimo ferma in mezzo a quell’apertura rettangolare, non trovando il coraggio di sporgersi oltre.
Ma poi l’istinto prese il sopravvento e poggiando una mano sui rami alla sua sinistra si sporse verso l’interno per vedere.
Ma non c’era nulla.
Il viale che aveva appena percorso, sembrava proseguire sdoppiandosi in due stradine che si snodavano una sulla destra e una sulla sinistra ad angolo retto rispetto al viale principale verso punti ancora più bui di quello in cui si trovava. E quella che prima era stata solo un’impressione, venne confermata da quello che vedeva ora davanti ai suoi occhi.
Era davvero un labirinto.
Ma perché si trovava lì? Cosa doveva fare?
Girò la testa verso il sentiero alla sinistra rimanendo per un attimo con gli occhi fissi al buio che avvolgeva le siepi all’interno, prima di girare lo sguardo verso destra per controllare l’altro lato.
Ma non fece in tempo.
Mentre ancora si stava girando, con la coda dell’occhio vide una sagoma evanescente venire fuori dalla siepe allungandosi velocemente verso di lei. Fece un salto indietro con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un urlo che le rimase strozzato in gola per lo spavento, mentre il cuore cominciò a percuoterle il petto come un tamburo. Si allontanò di scatto di alcuni passi camminando all’indietro sempre con lo sguardo fisso a quella appendice che lentamente stava uscendo dalla siepe, attraversando le foglie come fosse incorporea.
Era una sagoma biancastra, evanescente, quasi argentea, che lentamente cominciò a delinearsi e ad assumere la forma e i contorni di un braccio che spingeva per uscire dalla siepe.
Un braccio che spingeva per liberarsi dai rami che lo stavano imprigionando, senza alcun rumore e senza muovere una foglia, avvicinandosi a Maggie che lo guardava impietrita dalla paura.
Era ormai a circa mezzo metro da lei quando si fermò di colpo. E in quello stesso istante Maggie si sentì come sospesa fuori dallo spazio e fuori dal tempo.
La protuberanza argentea rimase ferma quasi sospesa tra le foglie della siepe, mentre Maggie aveva gli occhi fissi, incapace di distoglierli da quella cosa, pronta a reagire al pur minimo movimento. Movimento che la colse di sorpresa quando con un gesto rapido quel braccio si allungò per afferrarla, e l’urlo di terrore che aveva soffocato prima, le esplose in gola come la sirena di un allarme facendola voltare di scatto e ...
...e si ritrovò in un attimo seduta tra le lenzuola mentre l’eco delle sue grida si spegneva lentamente tra le mura della sua stanza da letto. Rimase impietrita, col cuore che cominciò a prenderla a pugni in piano petto facendole tremare la collanina d’oro che portava sempre al collo. Gli occhi sbarrati erano fissi davanti a lei, incollati sulla parete opposta della stanza con le dita contratte che stringevano un lembo di lenzuolo con tale forza che sembravano strizzarlo come uno straccio sporco, rischiando quasi di trafiggersi i palmi delle mani con la punta delle unghie.
Era successo di nuovo. Di nuovo quell’incubo terribile.
E ogni volta era sempre lo stesso. Sempre lo stesso ma sempre diverso. Sembrava quasi che un po’ alla volta il sogno stesso volesse condurla da qualche parte aggiungendo ogni volta una scena nuova come in un film, prima del brutale risveglio. E ogni volta, veniva interrotto bruscamente da episodi orribili come quello che aveva sognato quella notte e da cui si era appena svegliata. Tremava come una foglia completamente sudata. Sentiva le gocce calde di sudore che le scendevano lungo la fronte e sulla schiena con la camicia da notte che le si era appiccicata addosso come un foglio adesivo, completamente inzuppata. Rimase ferma in quella posizione, cercando di riprendersi dallo spavento mentre gli occhi vagavano vuoti scivolando lungo le pareti e scrutando tra le ombre, con la paura che quell’orribile braccio potesse spuntare da qualche parte anche dentro la sua stanza.
Cosa le stava succedendo?
Aveva passato le ultime notti in preda a quegli incubi che la gettavano nel terrore più cieco ogni volta che si risvegliava e che erano iniziati proprio il giorno in cui si era trasferita nella casa dove aveva vissuto da piccola coi suoi genitori.
Cercando di riprendere il controllo di se stessa, si passò una mano tra i capelli, spingendoli indietro con le dita, e sentendo la fronte bagnata dai sudori freddi di paura.
Si era trasferita in quella casa da pochi giorni, circa una settimana, e da quel momento la sua vita era stata stravolta da quegli incubi allucinanti che la torturavano ogni notte, non facendola dormire e rendendole la vita infernale. Se di notte non riusciva a dormire, poi il lavoro le diventava molto più pesante di giorno.
E dopo circa una settimana passata in quel modo, si sentiva ridotta peggio di uno straccio.
Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si coprì il volto con le mani, quasi sperando si riuscire a cancellare quelle immagini e quelle sensazioni terribili che la stavano perseguitando.
Ma quando le mani scivolarono via di nuovo dal viso, la realtà davanti a lei era sempre la stessa di prima.
Aveva vissuto in quella casa di Southerville fin da piccola, ma appena finita la scuola si era trasferita in città, a Brenton, per frequentare l’università, rimanendo poi lì alcuni anni a studiare come ricercatrice, sempre nel campo della medicina. Southerville era un paesino piccolo, di qualche migliaio di abitanti e abbastanza lontano da Brenton, ma il fatto di averci vissuto per tanti anni la faceva sentire a suo agio nonostante fosse stata via tutto quel tempo.
In seguito aveva lasciato l’università ed era stata assunta come ricercatrice presso l’ospedale di Brenton. Aveva quindi continuato a vivere lì, e solo dopo la morte dei suoi genitori aveva deciso di farsi trasferire e di ritornare a vivere nella casa dove aveva vissuto con loro a Southerville.
La sensazione di tornare in quei posti la faceva stare bene, ma tutta la tranquillità era guastata da quegli incubi ricorrenti che ormai la perseguitavano tutte le notti. Tanto che ogni sera andava a dormire col terrore di quello che sarebbe potuto succedere durante la notte.
Non riusciva a spiegarsi come mai continuava a fare quei sogni. Perché era perseguitata da quegli incubi? E perché erano iniziati proprio il giorno in cui era tornata a casa? C’era qualche legame tra l’inizio degli incubi e il suo ritorno a casa?
E se c’era ... qual’ era?
Si passò le mani per asciugarsi le guance e scostando le lenzuola scese dal letto guardando la sveglia.
Erano appena le 4:35.
Si alzò per andare in bagno a rinfrescarsi, sperando di poter ritornare a letto e riposare tranquilla almeno per le due ore che la separavano dal suono della sveglia. Si sciacquò il viso e rimase a fissare la sua immagine allo specchio, con lo sguardo fisso nei suoi stessi occhi riflessi, mentre la sua mente cominciava a riproporle le immagini dei sogni delle ultime notti.
La prima notte aveva sognato di camminare lungo quel vialetto e di essersi svegliata quasi subito per un rumore che aveva sentito tra gli alberi sulla destra. Quel rumore l’aveva talmente spaventata da farla svegliare di soprassalto.
Non aveva però dato molto peso alla cosa visto che era la prima volta che faceva quel sogno e non sapeva ancora quello che sarebbe accaduto le notti successive.
La notte seguente aveva poi ripreso lo stesso sogno ma stavolta si era risvegliata alcuni minuti più tardi. Era seduta su una panchina al lato del viale quando una pigna cadendo da un ramo a pochi centimetri da lei, la fece saltare in piedi facendola svegliare col cuore in gola.
La terza notte invece sembrava che il sogno potesse proseguire tranquillo senza scossoni. Ma un sasso tagliente che aveva calpestato accidentalmente mentre camminava l’aveva fatta risvegliare con un dolore lancinante al piede destro, e il dolore era stato talmente forte che per un attimo credette di essersi ferita davvero. Aveva spostato bruscamente le lenzuola afferrandosi il piede in preda al dolore, rendendosi poi conto con sollievo di non avere nulla.
Ma il dolore lo aveva sentito davvero, ed era stato terribile. Aveva davvero sentito la carne sotto il piede lacerarsi, mentre la punta del sasso penetrava all’interno come una lama.
E ogni notte era così. Sempre la stessa storia. Il sogno ricominciava tutte le volte dall’inizio, sempre dall’inizio, interrompendosi poi brutalmente in momenti diversi. E ogni volta la scena andava sempre più avanti, oltre il punto in cui si era interrotta la volta precedente. Quasi come un film che ricomincia dall’inizio ogni volta che si interrompe, e ogni volta che riparte arriva ad una scena successiva a quella in cui si era interrotto la volta prima.
Quasi volesse farle compiere questo cammino irreale un po’ alla volta, come un itinerario a tappe da percorrere notte dopo notte.
Ma più ci ripensava e più si rendeva conto che era troppo assurdo. Non aveva nessun senso quello che stava pensando. I sogni sono riflessioni dello stato d’animo della persona, e non sono film a puntate.
Si asciugò il viso con l’asciugamano e tornò a letto sperando di poter dormire almeno qualche ora tranquilla. E fortunatamente questa volta ebbe ragione e il suo sonno fu tranquillo fino al suono della sveglia.
Il dolce cicalino della suoneria la svegliò lentamente e come tutte le altre mattine si alzò per farsi la doccia e per andare a lavorare. Raggiunse il bagno con gli occhi ancora impastati dal sonno e mentre si sfilava la camicia da notte i suoi occhi passarono distrattamente sulle maniche e sui polsini.
Quell’immagine le attraversò la mente come un flash, e la sua memoria li riconobbe subito.
Erano gli stessi polsini che avvolgevano quel braccio che aveva cercato di afferrarla la notte prima nel sogno.
Sbigottita e spaventata infilò di nuovo la manica facendo sporgere la mano oltre il polsino della camicia, rimanendo a bocca aperta.
Era proprio così. Sembrava davvero il braccio che aveva visto la notte prima. Era proprio uguale.
Ma come poteva essere? Era il suo braccio quello? Come poteva nel sogno appartenere ad un’altra persona?
Sapeva bene che i sogni spesso creano delle distorsioni di cose e oggetti che non hanno poi nessun riscontro reale, e quindi sapeva di non poter fare riferimento a quello che aveva visto uscire dalla siepe, ma la sensazione sgradevole che si stava insinuando dentro di lei a quel pensiero, le increspò la pelle di brividi ancora più forti di quelli che aveva provato durante la notte.
Sfilò di nuovo la manica e si mise sotto la doccia, ma neanche il calore dell’acqua scrosciante riuscì a toglierle di dosso quella sensazione fastidiosa.
‹/p›
Cap 2
‹p class="stile-paragrafo-testi"›
Uscì di casa cercando di non pensare a quanto successo, ma con la mente che si rifiutava di non pensare a quanto le stava succedendo.
Si diresse quindi a piedi in biblioteca per continuare le ricerche che doveva fare per lavoro.
Era stata incaricata dall’Ospedale Centrale presso cui lavorava, di fare delle ricerche riguardanti gli sviluppi di alcune tecniche di preparazione di proteine artificiali da usare per terapie di riabilitazione post operatorie. Sapeva che in città erano solo alcuni i centri che si occupavano di questo tipo di esperimenti e il suo lavoro si divideva sostanzialmente in due aree. Da una parte doveva incontrarsi frequentemente con coi medici e i ricercatori interessati, e dall’altra invece doveva studiare le metodologie matematiche che le avrebbero consentito di fare delle stime di potenzialità di tali tecniche con previsioni su quelli che sarebbero potuti essere gli eventuali sviluppi futuri.
Per questo motivo aveva deciso di recarsi almeno due volte a settimana in biblioteca, per cercare di racimolare più materiale possibile su questi metodi di cui conosceva poco o niente.
Arrivò in biblioteca verso le 9 di mattina, pochi minuti prima dell’apertura e già fuori c’era una discreta folla in attesa di entrare. Era il terzo giorno che andava e ormai sapeva già dove recarsi e a chi rivolgersi per avere il materiale di cui aveva bisogno.
Appena si aprì il portone, seguì il flusso di gente che entrava recandosi subito nella stessa sala dove era stata nei giorni precedenti. Chiese alla segretaria i volumi che le servivano dirigendosi verso gli scaffali che questa le indicò.
La sala era enorme con lunghe scaffalature alte fino al soffitto, e con un ballatoio alto circa tre metri da terra che correva lungo le pareti con una scala per poter raggiungere i volumi più alti. Cominciò a cercare i libri seguendo le indicazioni della ragazza e leggendo le etichette. L’ambiente era riscaldato e mentre si muoveva in silenzio lungo le corsie, piccole gocce di sudore cominciarono a scivolarle lungo la schiena, costringendola a togliersi la giacca.
Ma un brivido gelido le risalì rapido lungo la schiena appena ripiegò la giacca sul braccio.
Non era solo freddo. Era anche paura.
Una paura inconscia di qualcosa che il suo istinto sembrò avvertire intorno a lei.
Si fermò e si guardò intorno. Ma non c’era nessuno. Solo lei e i libri.
Ma questo non riuscì a cancellare quella sensazione fastidiosa di non essere sola nella sala e di essere osservata da qualcuno vicino a lei, come una presenza estranea che la stava controllando a distanza. Rimase per qualche attimo immobile, con la spalle alla prima serie di scaffali e lo sguardo che si rigirava intorno scrutando ogni centimetro di spazio.
Era sola, e non c’era nessun altro.
Tirò un sospiro profondo come per scacciare quella sensazione, ma non servì a nulla se non a farle venire un colpo di tosse.
Si avvicinò guardinga agli scaffali, sporgendosi con la testa oltre l’angolo ma non c’era proprio nessuno e tutto era silenzio lì dentro. E d’altra parte non poteva essere altrimenti visto che era stata la prima a raggiungere quella sala mentre tutti gli altri erano ancora all’ingresso a chiedere indicazioni al personale addetto al servizio in biblioteca.
Non volle dare troppo peso alla cosa e alzò lo sguardo verso gli scafali per ricominciare la sua ricerca. Trovò tre libri in tutto, sui ripiani alti, e vista la sua statura non molto alta, dovette aiutarsi con la scala per raggiungere la cima del ballatoio. Li poggiò sul tavolo mentre sistemava la giacca sulla spalliera della sedia, guardandosi ancora una volta intorno per controllare che non ci fosse davvero nessuno.
Si sedette comoda sulla sedia e cominciò dal primo volume. Il silenzio intorno a lei era interrotto solo dal rumore delle pagine che sfogliava lentamente mentre leggeva le notizie, trascrivendo quelle più interessanti sul suo blocco note. La penna scorreva veloce sul foglio come una pattinatrice sul ghiaccio riempiendo le pagine con la sua scrittura chiara e leggibile.
Ma si bloccò a mezz’aria quando un fruscio rapido alle sue spalle le fece fare un salto sulla sedia.
Si girò indietro di scatto col cuore in gola, guardando verso gli scaffali, e subito un tonfo sordo la raggelò più di prima. Un tonfo secco, come di un oggetto pesante che cade a terra.
La sua mente già scossa dagli incubi notturni, subito le proiettò davanti immagini orribili di qualcuno che si stava nascondendo la dietro per spiarla o peggio ancora per aggredirla. E la sensazione di essere spiata che aveva provato un attimo prima le esplose di nuovo dentro divampando come un incendio.
Allora era proprio vero. C’era davvero qualcun altro.
Si alzò in piedi lentamente allontanando la sedia dal tavolo rimanendo con lo sguardo impietrito verso i corridoi tra gli scaffali. Il cuore le martellava nel petto rimbombandole nei timpani mentre con le mani stringeva spasmodicamente il bordo del tavolo dietro di lei, quasi per cercare conforto in quel contatto con il legno. Sentiva le gambe rigide paralizzate dal terrore, incapace di muovere un passo, né per scappare né per avvicinarsi alla zona da dove aveva sentito provenire il rumore.
La realtà intorno a lei sembrava essersi fermata di colpo in attesa di una sua mossa.
La sensazione di essere spiata stava raggiungendo il massimo mentre le mani cominciavano a tremarle in preda a brividi di paura. Ora tutto era immobile e in silenzio, tranne il suo respiro che sembrava accelerare più del battito del cuore. Si fece coraggio e staccandosi dal tavolo, fece alcuni passi in punta di piedi verso il primo corridoio tra gli scaffali sporgendosi oltre l’angolo.
Ma non c’era nulla.
Si spostò verso il corridoio successivo che era poi quello da dove aveva appena prelevato i libri che stava leggendo e appena si sporse oltre lo stipite, vide in terra l’oggetto che aveva probabilmente causato quel rumore.
Era un libro.
Socchiuse gli occhi con un sospiro di sollievo e si avvicinò per raccoglierlo sollevando lo sguardo verso lo scaffale. Era caduto proprio da lì, vicino al punto in cui aveva appena tolto i libri che aveva preso. Lo rimise a posto dandosi della stupida per aver lei stessa causato tutto quel trambusto e tornando al tavolo.
Riprese di nuovo a sfogliare i testi, trovando notizie di vario genere insieme ai nomi di altre case di cura da poter inserire nelle sue ricerche. Non avrebbe mai pensato che ci potessero essere così tanti ospedali e cliniche in quella città e in quelle intorno.
Vide le foto e rimase davvero sorpresa da alcune di queste che sembravano dei grandi alberghi piuttosto che case di cura, tanto erano eleganti e lussuose. Roba da ricchi, le venne da pensare mentre i suoi occhi passavano davanti a fotografie di giardini enormi annessi a edifici elegantissimi, di camere molto raffinate e di sale operatorie veramente all’avanguardia.
Andò avanti a sfogliare il libro annotando di tanto in tanto alcune cose che le sarebbero servite. Ma fu proprio quando girò la pagina del suo blocco, che la mente la folgorò mettendo a fuoco l’immagine di qualcosa che aveva visto tra quelle fotografie poche pagine prima. Alzò lo sguardo per un attimo verso la finestra come per mettere meglio a fuoco quell’immagine, e subito lo riabbassò sul libro davanti a lei iniziando a sfogliare freneticamente a ritroso le pagine fino a fermarsi su una in particolare. Sulla fotografia di una clinica privata che si trovava nella periferia della città.
Era una costruzione bianca moderna, elegante, sì, ma niente di speciale in confronto ad altre che aveva visto. Ma quello che la colpì in quel momento non era la clinica in sé, ma il giardino.
E di fianco al giardino ... il labirinto del suo sogno.
Non riusciva a crederci, ma era proprio quello.
Lo stesso viale ghiaioso che portava a quell’apertura nella siepe, e lo stesso labirinto che si snodava tra i cespugli in due lunghi corridoi a destra e a sinistra dell’ingresso. L’inquadratura della fotografia era dall’alto e poteva vedere bene il labirinto che si snodava oltre la siepe in una serie di cerchi e quadrati concentrici fino a sbucare dall’altro lato in un altro vialetto che conduceva senz’altro in qualche altro punto, non visibile perché era fuori quadro. Istintivamente seguì con lo sguardo il percorso che faceva a piedi durante il sogno, fissando con lo sguardo il punto della siepe da dove aveva visto sbucare quella mano la notte prima, quasi convinta che potesse rivedere quella scena in quel momento. Rimase con gli occhi fissi sulla foto, ipnotizzata, quasi incapace di ragionare, come fosse piombata improvvisamente in uno stato di trance che le impediva di reagire.
Come mai sognava tutte le notti quella clinica, visto che non c’era mai stata? E non la conosceva neanche?
Era forse una specie di fenomeno di deja vu?
Abbassò gli occhi sulla didascalia sotto la foto, col nome della clinica. "Clinica dell’Angelus".
Ma quel nome non le diceva assolutamente nulla. E allora perché lo sognava tutte le notti?
La paura e l’angoscia che aveva provato le notti precedenti diventarono di colpo inconsistenti in confronto a quelle che stava provando in quel momento, mentre scorreva con lo sguardo ogni centimetro di quella foto con la sensazione sempre più profonda che ci fosse qualcosa di nascosto dentro di lei, nella sua mente e nel suo inconscio, che la legava a quel luogo senza però riuscire a capire cosa fosse.
Si alzò dalla sedia per fare delle fotocopie di quelle pagine e per portarsele a casa. Ora aveva le prove che quella che apparentemente sembrava una semplice coincidenza, in realtà non lo era affatto.
Uscì dalla biblioteca con le mani che le tremavano ancora mentre una miriade di pensieri e di domande a cui non riusciva a dare risposta, le turbinavano senza sosta nel cervello. Si diresse nervosamente verso l’ospedale dove lavorava, ben sapendo che nello stato in cui era non sarebbe riuscita a combinare molto. Ma purtroppo doveva andare e non poteva assentarsi proprio in quei giorni visto che aveva iniziato da poco a lavorare lì e non voleva correre il rischio di esser mandata via.
Come aveva previsto la giornata passò in maniera del tutto anonima, visto che non riusciva a togliersi dalla mente quelle foto.
Aspettò con ansia l’arrivo delle 8 di sera per poter tornare a casa e rivedere quelle immagini.
Arrivò di corsa in casa e infilandosi in camera sua e sdraiandosi sul letto. Aprì la busta con le fotocopie e le sparpagliò tutte intorno sul lenzuolo, passando con lo sguardo da una all’altra soffermandosi su qualsiasi dettaglio che forse avrebbe potuto aiutarla a capire.
Ma sembrava un rompicapo insolubile.
Perché da quando era tornata aveva cominciato a sognare quel posto?
E ora aveva visto che quel posto esisteva davvero la domanda la tormentava ancora peggio di prima.
C’era forse qualcosa che la legava a quella clinica? E se c’era, che cosa?
Era sicura di non averla mai vista, e di non averci mai messo piede. E allora perché le immagini di quel labirinto la perseguitavano? E quella mano che era uscita dalla siepe la notte prima, cosa stava a significare? Perché voleva afferrarla?
Erano tante domande, troppe forse, che rimanevano solo tali vista l’impossibilità di fornire le risposte. E solo una cosa avrebbe potuto aiutarla. Recarsi sul posto a vedere di persona la clinica. Solo così avrebbe potuto scoprire qualcosa in più, nonostante sentisse dentro di sé un timore irrazionale che la frenava, quasi per tenerla lontana da quel luogo.
Ma sapeva anche che non poteva continuare così, a non dormire la notte, continuando a vivere quegli incubi che stavano diventando via via più terribili.
Forse avrebbe dovuto anche sentire il parere di qualche psicologo o magari fare qualche seduta di psicoanalisi per cercare di scavare nel suo inconscio. Ma solo il pensiero di sedersi su un lettino e raccontare la storia della sua vita ad un estraneo, la faceva sentire a disagio.
Le ritornò in mente l’immagine di quella mano, di quel braccio che aveva cercato di afferrarla. Di quella mano identica alla sua, quel braccio coperto dalla sua stessa camicia da notte.
Era forse lei allora la persona che l’ultima volta aveva visto nel sogno?
Ma se era lei, cosa ci faceva in quel posto? E che senso aveva quello sdoppiamento di persona nel sogno?
Il vento fuori dalla finestra sibilava contro i vetri, mentre i rami degli alberi in giardino si agitavano spinti dalle violente folate facendo venire i brividi a Maggie che li guardava, in preda ad uno stato d’animo perso, sentendosi proprio come una foglia avvolta nelle spire del vento che la sballottolava qua e là. Si mise allora sotto le coperte per cercare di scaldarsi, riprendendo a leggere. Ma dopo poco, la stanchezza e lo stress della giornata presero il sopravvento e senza accorgersene si addormentò lasciando scivolare giù dal letto i fogli che teneva stretti in mano.
‹/p›
Cap 3
‹p class="stile-paragrafo-testi"›
Il sogno non si fece attendere e si ritrovò come sempre sul vialetto di accesso al labirinto, a piedi nudi. Sempre con la stessa camicia da notte, sempre con l’aria fresca della notte che la carezzava, increspandole la pelle.
Ma questa volta qualcosa era cambiato.
Il sogno sembrava diverso, o meglio, il suo stato d’animo era diverso. Le notti precedenti sentiva di non essere mai stata in quel posto, ma adesso, mentre si avvicinava all’ingresso del labirinto, si rendeva conto inconsciamente di esserci già stata e di averlo già visto. Si ricordava l’ultima volta, e si ricordava il momento in cui era stata quasi afferrata da quel braccio uscito fuori dalla siepe.
E questo non era mai successo prima. Ogni volta che sognava, perdeva la memoria di quello che era successo la volta precedente.
Ma questa volta no.
Questa volta si ricordava bene quella mano che aveva cercato di afferrarla nel buio, ma nonostante la paura che quel fatto si potesse ripetere la bloccasse, l’istinto la spingeva ad andare avanti.
Trattenendo il fiato arrivò in punta di piedi sulla soglia tra le siepi, e subito un ombra le passò veloce davanti al viso paralizzandola e trasformando il suo viso in una smorfia di terrore. Allungò le braccia in avanti come per difendersi e la bocca le si spalancò per gridare. Ma quello che ne uscì fu solo un singhiozzo soffocato che le morì in gola mentre quella sagoma si fermò a qualche metro da lei.
Gli occhi di Maggie erano sbarrati e fissi su quella figura chiara che ora stava di fronte a lei in piedi oltre l’angolo, e che sembrava osservarla nel buio. Non riusciva a vederla distintamente ma aveva le sembianze umane. Era evanescente come nebbia, di un colore grigio chiaro che si stagliava contro lo sfondo nero della siepe.
Non riusciva a distogliere lo sguardo, come ipnotizzata, quando piano piano quell’ombra cominciò ad avvicinarsi diventando sempre più nitida, come un’immagine sfocata che lentamente viene messa a fuoco dall’obiettivo di un fotografo.
E man mano che si avvicinava, vide i contorni farsi più nitidi, sempre di più, sempre di più, finché alla fine si rese conto che aveva ragione.
Era davvero un essere umano. Era una donna.
Era ormai a circa un metro da lei, quando, con gli occhi fissi sul suo viso, sentì il cuore esploderle nel petto mozzandole il respiro.
Era la sua immagine esatta. Era lei.
Fece dei passi veloci indietro per allontanarsi ma subito l’altra si fermò di colpo appena vide Maggie allontanarsi.
"No, no, allontanati, vai via" disse Maggie tremando, con un filo di voce strozzata dalla paura e da un dolore fortissimo che non capiva da dove provenisse. Un dolore terribile che le straziava il cuore quasi fosse prigioniero di una morsa incandescente che lo stava facendo a pezzi.
"Ti prego, lasciami, vai via" continuò con una voce che sembrava spegnersi ad ogni parola.
Entrambe erano immobili, una di fronte all’altra. Ed erano una l’immagine dell’altra.
Maggie tremava in preda al panico, non riuscendo in alcun modo a distogliere lo sguardo da quella donna davanti a lei con gli occhi fissi sul suo viso, identico al suo, in ogni particolare.
Solo gli occhi erano diversi.
Lo sguardo dell’altra era diverso. Uno sguardo pieno di dolore e di sofferenza.
Sembrava riuscire a comunicare con lei attraverso gli occhi e lo sguardo, a far sentire a lei il suo stato d’animo devastato dalla sofferenza che in quel momento sembrava distruggere anche l’animo di Maggie che riusciva a sentirlo bruciare dentro di sé.
Rimasero in quello stato di incoscienza per un tempo che sembrò infinito, che si interruppe bruscamente quando l’altra donna allungò il braccio per porgerlo a Maggie che a sua volta si allontanò ancora di più spaventata da quel gesto. Cominciò lentamente ad indietreggiare mentre l’altra si avvicinava con il braccio teso verso di lei, con un gesto gentile come per prenderle la mano.
Ma Maggie era troppo terrorizzata per capire e si allontanava sempre di più.
Un passo, due passi. Procedeva camminando all’indietro sempre più velocemente, senza accorgersi di essere ormai arrivata con le spalle alla siepe. Sentì di colpo i rami degli arbusti sfiorarle la camicia da notte e in quell’attimo si sentì persa, con le spalle al muro.
Era in trappola.
L’altra donna continuava ad avvicinarsi, mentre Maggie si stringeva contro i rami quasi a volerci passare in mezzo per evitare di toccare quella donna davanti a lei. Sbracciava con le mani quasi a scacciarla via, ma inutilmente.
E l’altra era ormai giunta a un passo da lei.
A quel punto si fermò, con gli occhi sempre fissi in quelli di Maggie e fu un attimo interminabile con Maggie ormai completamente in balia dell’altra donna.
Il tempo sembrò fermarsi di colpo e tutto il mondo intorno sembrava sospeso, in attesa che qualcosa lo sbloccasse.
E bastò una frazione di secondo.
Con uno scatto, la donna si mosse veloce in avanti, attraversando come un fluido il corpo di Maggie che si sentì per un istante avvolgere da un manto gelido che le gonfiò i polmoni paralizzandola a bocca aperta. Provò ad urlare ma l’urlo le rimase intrappolato in gola nel sogno, per esplodere poi con un grido agghiacciante mentre si risvegliava nella sua stanza. Saltò giù dal letto urlando e strappando via le lenzuola, fermandosi a sedere sul bordo del materasso. Accese la lampada sul comodino e subito la luce soffusa la riempì di calore mentre i polmoni si gonfiavano spasmodicamente nel petto come due mantici cercando di pompare ossigeno per alimentare il cuore che sembrava dover scoppiare da un momento all’altro.
Tremava come una foglia scossa da brividi di terrore. Il cuore le martellava impazzito nel petto e la sensazione orribile di quel corpo che le passava attraverso come un fluido ghiacciato le aveva fatto venire la pelle d’oca.
Con i gomiti sulle ginocchia e le mani sul viso, rivide per terra le foto della clinica che stava vedendo prima di addormentarsi. Rimase a fissarle senza avere il coraggio di riprenderle, con lo sguardo incollato all’immagine del labirinto impressa su una di quelle, cercando di far sfumare la paura che sentiva dentro bruciarla come un fiume di lava incandescente.
Ma non ci riusciva. Era più forte di lei.
Questa volta il sogno era stato davvero sconvolgente, peggiore di tutti i precedenti. Mai si sarebbe aspettata di fare un’esperienza del genere. L’aveva sentita come fosse vera. Aveva sentito la presenza di quella donna, aveva avvertito il suo dolore e la sua sofferenza. E soprattutto l’aveva sentita alla fine quando questa era passata attraverso il suo corpo e si era sentita distruggere a quel contatto, con una miriade di sensazioni belle da una parte e dolorose dall’altra, che ancora non riusciva a dimenticare.
Ormai era sicura che l’unico modo per cercare di fare luce sulla vicenda era di andare alla clinica, anche se non sapeva di preciso né cosa dovesse cercare, né dove cercare. E non poteva neanche chiedere a qualcuno spiegazioni di quello che le stava succedendo per non correre il rischio di essere presa per pazza.
Erano ormai quasi le 7 di mattina e cominciò a prepararsi per uscire. Non sarebbe andata in ospedale quel giorno, avrebbe chiesto un permesso straordinario per poter fare un sopralluogo di persona.
Finì di vestirsi, fece colazione e uscì di casa verso le 8:30.
Raggiunse la clinica in circa mezz’ora e fermò l’auto fuori al cancello per entrare a piedi. Il posto era stupendo, lussuosissimo, sembrava davvero un grande albergo come aveva visto nelle fotografie. Entrò passando dal cancello e subito dopo pochi passi si arrestò appena i suoi occhi si posarono sul vialetto in fondo al quale riconobbe la siepe. Il cuore cominciò a battere forte rimbombandole nelle orecchie come un tamburo e per un attimo le sembrò di vivere dal vero i momenti terribili dei suoi incubi notturni.
Era terrorizzata all’idea di proseguire, ma dentro di sé la voglia di far luce su quanto le stava succedendo era più forte e la spinse ad incamminarsi a passi lenti proprio in quella direzione. Rivide il vialetto identico a quello del sogno. La siepe attorno a lei era identica a quella sognata, e anche l’apertura che si stagliava in mezzo ai cespugli che delimitavano l’ingresso del labirinto era uguale.
Come nel sogno arrivò sulla soglia e si fermò. Ora che era arrivata fino lì, la paura provata le notti precedenti cominciò a prendere il sopravvento e a paralizzala. Ma subito cercò di cancellare quella paura con un gesto della mano, sforzandosi di credere che non le sarebbe potuto succedere nulla visto che era mattina e non notte. E più ci pensava e più si convinceva che era proprio così. Non poteva succederle nulla.
Con un passo deciso oltrepassò la soglia e si trovò al centro della biforcazione.
Si girò rapidamente a destra e a sinistra e vide gli stessi sentieri che si inoltravano nella vegetazione, delimitati dalla siepe alta che iniziava rettilinea per incurvarsi qualche decina di metri dopo nascondendo il resto del labirinto. Prese la fotografia dalla borsa rimanendo per qualche attimo a guardare la foto, poi la siepe, e poi di nuovo la foto. Quasi per trovare delle conferme che in realtà già aveva avuto.
Il posto era proprio quello. Ne era certa.
"Cosa sta facendo qui? Chi l’ha fatta entrare?"
Quella voce stridula e improvvisa la fece saltare come una molla facendola girare di scatto col cuore in gola mentre un’infermiera le si stava avvicinando lungo il sentiero.
Se non fosse bastata la sensazione di angoscia che già sentiva dentro, ora anche quell’infermiera ci si metteva a rincarare la dose.
Rimase per una attimo senza parole con la fotografia stretta in mano, e mentre cercava di aprire bocca l’altra riprese.
"Chi l’ha fatta venire fino qui? Questa è un’area privata dove può accedere solo il personale addetto."
"Mi scusi" replicò Maggie balbettando, non riuscendo ad articolare le parole che sembravano uscirle dalla bocca senza un filo logico "non sapevo che questa zona fosse chiusa al pubblico. Sono entrata dal cancello e mi sono diretta qui, ma non volevo fare nulla di male" disse lei cercando di ripiegare la foto che aveva in mano per nasconderla alla ragazza.
L’infermiera notò quel gesto senza tuttavia riuscire a vedere il soggetto della foto, ma sgranò gli occhi per la sorpresa quando Maggie si tirò indietro i capelli con la mano e vide chiaro il suo volto scoperto. Cercò di mascherare quella reazione per non farsi notare, e ci riuscì visto che Maggie sembrò non accorgersi di nulla.
"Ha qualche appuntamento? O è venuta in visita a trovare qualcuno?" le chiese la ragazza.
Era abbastanza giovane e non doveva avere più di 30 anni, con occhi neri e un fisico da modella e lunghi capelli neri che le svolazzavano davanti al viso spinti dal vento.
"No, non ho nessun appuntamento, ma ho avuto l’incarico dall’Ospedale Centrale di fare delle ricerche sui maggiori centri in cui vengono studiati metodi di sintesi artificiale di proteine per migliorare il decorso post-operatorio di pazienti che hanno subito interventi chirurgici. Io sono qui in città da poco tempo ma ho letto che questa in clinica c’è un centro che lavora proprio in questo settore, volevo sapere se era possibile parlare con qualcuno che fa parte dell’equipe di ricerca." disse Maggie con un filo di voce, talmente nervosa che non riusciva a rendersi conto delle parole che diceva, che sembravano uscire da sole dalla sua bocca. Ma alla fine del discorso le sembrò di essere stata abbastanza convincente.
"Posso vedere il suo tesserino di medico?" le chiese l’infermiera con tono stavolta abbastanza severo.
Maggie tirò fuori dalla borsa il suo tesserino e questa volta non poté fare a meno di notare una certa sorpresa nel viso della ragazza quando vide la foto e lesse il suo nome.
"Dottoressa Maggie Stenton vero?" disse.
"Si, sono io" rispose lei.
"Beh non li dimostra proprio i suoi 35 anni, sembra molto più giovane" continuò la ragazza con tono di sufficienza.
Maggie non rispose e allungò la mano per riprendere il suo documento.
"Purtroppo in questo momento non posso farla parlare con nessuno dell’equipe di cui mi ha chiesto, perché sono tutti fuori per un convegno. Rientreranno domani, e se vuole può ritornare qui in mattinata per parlare con qualcuno di loro."
"Va bene, in caso ripasserò domani, grazie" disse Maggie e si incamminò di nuovo verso il cancello. Ma appena superata la colonna al lato del cancello subito si fermò seminascosta tra i cespugli, vedendo un medico uscire a passo svelto dalla clinica e fermarsi a parlare con l’infermiera.
Non riusciva a sentire le loro parole, ma dai gesti che facevano le sembrò di capire che il medico stesse chiedendo alla ragazza chi era quella donna che era appena andata via, e appena questa gli indicò l’ingresso della siepe alle sue spalle, subito il dottore sgranò gli occhi quasi sconvolto dalle parole della ragazza cominciando a gesticolare nervosamente con tono irritato.
A Maggie quella reazione sembrò abbastanza esagerata visto che tutto sommato non aveva fatto nulla di male, e le fece sorgere il dubbio che quella siepe e quel labirinto servissero in realtà per nascondere qualcosa.
Ma cosa?
Si allontanò a passi lenti in direzione della macchina, meditando seriamente sulla possibilità o meno di infiltrarsi di notte nella clinica per scoprire se e cosa ci fosse di così importante dietro quelle siepi.
Solo in quel modo forse, sarebbe riuscita a scoprire il legame tra i suoi sogni e quel posto.
‹/p›
Cap 4
‹p class="stile-paragrafo-testi"›
Tornò di nuovo in biblioteca e passò lì il resto della giornata per cercare altro materiale riguardante la Clinica dell’Angelus. Ormai sapeva che il bandolo della matassa stava proprio lì, e doveva andare fino in fondo. Era stata fondata circa 33 anni prima da un certo dottor Martin Sauber che ne era anche l’attuale primario.
"Martin Sauber" ripetè a mente.
Appena lesse quel nome, subito ebbe l’impressione che le ricordasse qualcosa, e cominciò a ripeterlo più volte come per cerare di aprire qualche spiraglio che le facesse tornare in mente quel qualcosa che doveva ricordare. Cominciò a leggere e rileggere sia la data della fondazione, 33 anni, che il nome del dottore, Sauber, e alla fine riuscì finalmente a far combaciare le due voci come due tessere di un puzzle che stava cercando di ricostruire.
Le fecero venire in mente il nome del medico che l’aveva fatta nascere 35 anni prima e che si ricordava fosse qualcosa come Sawyer, o Sailor ... oppure proprio ... Sauber.
Rimise i libri a posto e tornò a casa per verificare se quello che stava pensando avesse dei fondamenti reali. Salì le scale di corsa per andare a rovistare in soffitta tra i bauli che contenevano i vecchi documenti di famiglia e per cercare il suo atto di nascita. Si mise in ginocchio davanti al baule e mentre rovistava buttando tutto all’aria, il suo cuore batteva come un martello per l’emozione e per l’ansia di trovare qualche spiegazione a tutto quello che le stava accadendo.
Alla fine trovò la cartellina che conteneva i fogli registrati nell’ospedale dove era nata, e in fondo alla pagina la firma era proprio quella del Dottor Martin Sauber. Si accasciò a sedere con un sospiro mentre leggeva il referto della sua nascita. Era un piccolo fascicolo di 4 fogli uniti con una graffetta con il suo nome e la sua data di nascita ben stampati sulla prima pagina.
"Maggie Stenton, nata alle 11:35 del 25 agosto del 1965, con parto cesareo. Peso 3,25 chilogrammi."
Era proprio il suo atto, non aveva mai avuto occasione di leggerlo prima, e ora che lo teneva tra le mani si sentiva i brividi scorrerle addosso come tante formiche, per l’emozione e per i ricordi di quel momento.
Il momento della sua nascita.
E un sorriso pieno di commozione cominciò a stamparsi sul suo viso ripensando a quell’attimo di gioia che i suoi genitori avevano vissuto e che lei invece non si ricordava neanche.
Ma l’emozione durò solo un attimo.
Solo il tempo di girare la pagina e di leggere quanto scritto in quella sottostante.
"Susan Stenton, deceduta alle 11:40 del 25 agosto del 1965, in seguito a parto cesareo. Peso 1,90 chilogrammi."
Lo shock fu devastante e la paralizzò come una statua mentre i suoi occhi non riuscivano a smettere di leggere quelle righe.
Susan Stenton.
Una sorella.
Una sua sorella gemella di cui non aveva mai sentito parlare, che era nata morta subito dopo di lei.
Lasciò cadere il foglio coprendosi la bocca con le mani e strizzando gli occhi per il dolore, mentre lacrime calde cominciarono a scenderle lungo le guance. Ma come era possibile? Lei non aveva mai saputo nulla di una sorella nata 5 minuti dopo di lei e morta subito dopo il parto.
Perché i genitori le avevano nascosto questa verità? Perché?
Il cuore le si strinse nel petto come schiacciato da una morsa mentre il dolore di quella scoperta la stava struggendo, in preda a mille perché a cui non sapeva dare una risposta.
Perché gliela avevano nascosta? Che motivo avevano avuto per fare una cosa del genere? Perché le avevano nascosto la sua esistenza e la sua morte? Forse pensavano che ne avrebbe risentito troppo e volevano evitarle una sofferenza inutile?
Non riusciva a darsi pace, né a trovare una spiegazione.
Il dolore era immenso peggiorato proprio dal fatto di essere stata tenuta all’oscuro di tutto.
Una sorella gemella. E come mai era nata morta? Cosa era successo durante il parto? Era subentrato forse qualche problema e i medici non erano riusciti a salvarla?
Oppure, e l’idea le trapassò il cuore come una spada, oppure i medici sapevano che una delle due non sarebbe sopravvissuta, e a caso avevano scelto di far vivere lei?
Quel pensiero la fece accasciare a terra disperata, in un pianto dirotto, incapace di fermare i singhiozzi che non riuscivano a placare in nessun modo il suo dolore.
Perché? Perché? Era quella la domanda che la torturava come una cantilena. Perché? E ogni volta che la ripeteva e pronunciava il nome di Susan sentiva una lama trafiggerle il cuore.
Ma non riusciva a trovare una risposta, e peggio ancora, sapeva che nessuno avrebbe mai più potuto darle una risposta.
Ma se era morta doveva essere stata pur seppellita da qualche parte? E come mai allora alla morte dei genitori, nel cimitero c’erano solo le loro due tombe? E nessun’altra?
Come poteva essere sparita nel nulla? Dove l’avevano seppellita?
Riprese a sfogliare freneticamente le altre pagine del fascicolo sperando di trovare delle risposte alle sue mille domande, e si fermò sconvolta all’ultima pagina, dove lesse le parole:
"Susan Stenton, cremata per scelta dei genitori, il 26 agosto 1965, alle 13:30".
Cremata !! Perché i suoi avevano deciso di cremarla e non di seppellirla insieme a loro nella tomba di famiglia?
Nessuno della sua famiglia aveva mai deciso di farsi cremare dopo la morte. Né i suoi bisnonni, né i suoi nonni. E neanche i genitori. E allora perché avevano deciso di cremare proprio Susan? Sembrava quasi che volessero in quel modo far sparire ogni traccia di lei. Ma perchè? E soprattutto, dove avevano poi messo le sue ceneri? O forse avevano fatto sparire anche quelle? Ma perché tutto questo mistero su di lei? Perché fare di tutto per cercare di nascondere la sua morte al punto di non rivelarla neanche alla sua sorella gemella?
Troppi perché e troppe domande a cui non sapeva dare una risposta.
L’unica risposta era il profondo dolore che la stava straziando sia per la morte della sorella, sia per aver scoperto solo in quel momento della sua pur breve esistenza.
Rimase sdraiata a terra con quel fascicolo stretto tra le braccia singhiozzando e pronunciando il nome di Susan, quasi che in quel modo riuscisse a sentirla viva, seduta lì accanto a lei, stringendo quel fascicolo che era l’unica cosa che le rimaneva di lei.
Socchiuse per un attimo gli occhi e immaginò di vederla lì, vicino a lei. Vedeva il suo volto e i suoi occhi sorridenti proprio lì davanti a lei, che la guardavano. Un viso uguale al suo con i capelli biondi lunghi, proprio come i suoi. E gli occhi identici ai suoi, verdi come due smeraldi. E il collo e le spalle e tutto il resto del corpo uguale al suo. E le gambe e le braccia.
"Le braccia" bisbigliò quasi senza accorgersene.
E in quell’ istante l’immagine della sorella si frantumò in mille pezzi risvegliandola di soprassalto col cuore che la colpì come un pugno.
"Oh Dio mio, le braccia" disse aprendo gli occhi e alzandosi di scatto a sedere.
Abbassò lo sguardo sul fascicolo subito ricollegò l’immagine della ragazza che aveva sognato l’ultima volta. Quel volto simile al suo. La sua somiglianza.
Non era Maggie la ragazza che aveva incontrato nel sogno.
Era Susan.
Sentì la testa scoppiarle come una bolla di sapone, con la sensazione di trovarsi in mezzo a qualcosa che era troppo grande per lei.
Qualcosa che non riusciva a comprendere.
E il fatto stesso che tutto era iniziato proprio quando era tornata ad abitare nella sua vecchia casa, le fece capire che c’era un filo conduttore in tutto quello che stava vivendo e non avrebbe avuto pace finché non fosse riuscita a risolvere quell’enigma.
Il suo ritorno dopo tanti anni nella sua vecchia casa. L’inizio di quei sogni e l’incontro con quella donna nel labirinto. La scoperta della reale esistenza di quel posto e ora, la scoperta di aver avuto una sorella gemella morta 5 minuti dopo la sua nascita, che sicuramente era la stessa persona che aveva incontrato in sogno.
Non sapeva più dove sbattere la testa.
Si sentiva confusa. Spaventata. Angosciata. Con un dolore dentro che la stava macerando in maniera sempre più struggente. Dolore misto a disperazione che la stavano dilaniando come le fauci di un mostro.
Doveva riuscire a trovare il bandolo della matassa, ma non sapeva neanche da dove cominciare.
L’unico appiglio cui poteva aggrapparsi era proprio quella clinica, ma non sapeva come, dove e in che modo. Solo di una cosa ormai era certa. Sarebbe andata nottetempo a vedere cosa c’era oltre la siepe. Ora che aveva scoperto l’esistenza di Susan, non aveva più dubbi su quello che doveva fare.
E nessuno sarebbe riuscito a fermarla.
Voleva conoscere la verità e sarebbe andata avanti fino alla fine.
Mentre scendeva dal solaio, si fermò in cima alla rampa di scale sulla soglia della camera da letto che aveva occupato quando era bambina, e che ora era diventata la stanza degli ospiti. Con la fantasia, si immaginò di rivederla così com’era, quando ci dormiva lei con tutti i giocattoli e i peluche che le facevano compagnia. Rivide il suo lettino, il suo tavolo, i giocattoli e i libri. Ma furono ricordi straziati dal dolore al pensiero che se le cose fossero andate diversamente, avrebbe potuto dividere quella stanza con la sua sorellina. Avrebbero potuto giocare insieme. Felici. Scambiarsi le bambole e vestirle insieme. Crescere e studiare insieme frequentando e conoscendo altri amici e altre persone. Scambiarsi magari anche i vestiti e consigliarsi sui ragazzi con cui uscire.
Ma tutto questo non era mai accaduto.
Tutto questo era stato cancellato dalla sua vita, nel momento in cui Susan era nata morta e lei era rimasta da sola.
Ancora una volta non riuscì a trattenere le lacrime che le sgorgarono calde e piene di un dolore che niente e nessuno sarebbe mai riuscito a consolare. Piene di rimpianto per qualcosa che avrebbe potuto essere, e che invece non era avvenuto.
Si asciugò gli occhi con un gesto della mano e scese al pianterreno.
Entrò in salotto e si sdraiò sul divano, tenendo stretto tra le braccia il fascicolo che aveva preso in solaio, immaginando in quel modo di stringere anche Susan tra le braccia per farle sentire tutto il suo amore, anche se non l’aveva mai conosciuta.
Socchiuse gli occhi per un istante facendo scivolare due grosse lacrime lungo il bordo della bocca, e rimase per un po’ con gli occhi chiusi cullata da quella sensazione di amore profondo che sentiva per la sorella, finché si addormentò spegnendo gli ultimi singhiozzi.
E la sognò di nuovo.
Ma questa volta il suo stato d’animo era diverso. Era distrutto dal dolore ma al tempo stesso sereno, diverso da quello che aveva provato le notti precedenti e il sogno stesso fu diverso e non ricominciò dall’inizio come le altre volte.
‹/p›
Cap 5
‹p class="stile-paragrafo-testi"›
Si trovò subito all’interno del labirinto, e davanti a lei, c’era l’immagine evanescente di Susan. Maggie la vide, con gli occhi le si riempirono subito di lacrime, mentre si avvicinava a lei con passi lenti per abbracciarla.
Ma più si avvicinava e più Susan arretrava, ritraendosi nell’ombra e lasciandola lì, sorpresa e sconcertata tra le lacrime.
Si fermarono e rimasero tutte e due immobili, a guardarsi negli occhi, e fu in quello sguardo che Maggie comprese quello che Susan stava provando in quel momento. Un dolore e una sofferenza talmente forti, che in un attimo si trasmisero anche a lei, bruciandola come un incendio. Allungò di nuovo una mano verso la sorella per toccarla, per carezzarla, ma anche in quell’occasione Susan si ritrasse.
Quel comportamento la struggeva dal profondo e vedere la sorella allontanarsi ogni volta che cercava di avvicinarsi a lei, le faceva sanguinare il cuore.
Perché si ritraeva in quel modo? Perché cercava di evitarla?
"Susan, sei tu?" provò a chiamarla quasi balbettando con voce incerta, ma senza ottenere alcuna risposta.
"Susan ti prego" provò ancora, ma la sorella per tutta risposta, si girò iniziando ad allontanarsi sempre di più.
Maggie mosse alcuni passi per rincorrerla, pronunciando di nuovo il suo nome, ma si fermò subito quando Susan si voltò di nuovo indietro verso di lei, fissandola negli occhi con uno sguardo cattivo, e con due occhi che sembravano due fessure taglienti. Quello sguardo fulminò Maggie che rimase impietrita a fissare la sorella, mentre questa si allontanava scomparendo dietro l’angolo della siepe. Voleva forse cacciarla via? Oppure voleva che la seguisse?
Non sapeva cosa fare, tormentata dalla paura ma soprattutto dal il desiderio di abbracciarla. E alla fine fu proprio questo desiderio di correrle dietro ad avere il sopravvento e la seguì voltando di corsa l’angolo dove l’aveva vista sparire. E vide che il suo istinto aveva avuto ragione.
Susan era ferma lì, appena dietro l’angolo che la stava aspettando.
Vide che la guardava di nuovo fissa negli occhi, quasi a volerle comunicare qualcosa, ma Maggie non riusciva a capirne cosa. Le si avvicinò timorosa, ma questa volta Susan non si ritrasse, ma si girò di fianco quasi a volerle fare strada. Seguirono il sentiero tra le siepi alte che sembravano diventare sempre più strette man mano che avanzavano. Continuò a seguire la sorella come un robot senza fare caso ad alcuni rami sporgenti dalle siepi che le graffiavano le braccia. Sentiva ogni tanto delle leggere fitte di dolore sulla pelle, ma il desiderio di seguire Susan era più forte del dolore e non voleva distrarsi dal suo cammino. L’umidità dell’ aria entrava ed usciva dai suoi polmoni con dei leggeri sbuffi di condensa, mentre l’emozione la stava attanagliando facendole batter il cuore all’impazzata come una mitragliatrice. Il tempo sembrava non passare mai e il cammino sembrava infinito.
I secondi sembravano ore e i metri chilometri.
Raggiunsero l’ultimo tratto di siepe e girarono insieme dietro l’angolo ritrovandosi davanti ad un’apertura rettangolare. L’uscita del labirinto.
Susan si fermò sulla soglia, girandosi verso la sorella con uno sguardo che sembrava invitarla a sporgersi oltre quell’apertura. Ma Magie adesso aveva paura.
Guardò Susan fissa negli occhi cercando una risposta alla sua paura. Ma non la trovò. Doveva farsi coraggio da sola, e con un profondo sospiro si sporse in avanti per guardare oltre.
Ma non fece in tempo.
Qualcosa le si avvinghiò improvvisamente attorno alla vita strappandole un grido soffocato che le si spense in gola. Sgranò gli occhi girandosi di scatto e abbassando lo sguardo.
Era il braccio di Susan.
Era il suo braccio destro che la cingeva sul fianco come per farle coraggio.
Il fiato le usci dai polmoni con un singhiozzo e quell’immagine le spezzò il cuore in mille frammenti. Quel semplice contatto le fece sentire un amore così forte e profondo che le bloccò il respiro e per un attimo le fermò il cuore lasciandola in uno stato quasi di trance, come sospesa nel vuoto. Sentì tutto il calore e l’amore che c’era in quel gesto, con quel braccio che la stringeva in vita come per proteggerla e per aiutarla. Rialzò lo sguardo verso la sorella e scoppiò in lacrime nel vedere che anche lei stava piangendo. Questa volta Maggie si girò e la abbracciò in preda a singhiozzi disperati che non riusciva a trattenere mentre sentiva le braccia Susan intorno a lei che la stringevano e la tenevano stretta. Per la prima volta poteva sentire cosa volesse dire l’abbraccio di una sorella. Una sorella che non aveva mai visto. Che non aveva mai conosciuto. E che ora invece era lì con lei. Non avrebbe mai dimenticato la sensazione di quel momento. E soprattutto non avrebbe mai dimenticato l’amore che provò in quell’abbraccio. Così forte, così intenso e puro, come non lo aveva mai provato per nessuno. Rimasero strette e abbracciate senza riuscire a staccarsi l’una dall’altra, con gli occhi chiusi, per non interrompere quel momento meraviglioso e per non rovinare quella sensazione profonda e quei sentimenti che stavano provando mentre calde lacrime d’amore si mischiavano scivolando lungo le guance.
Desiderò con tutte le sue forze che quell’abbraccio non finisse mai, ma dopo qualche istante fu la stessa Susan ad allontanarla da sé scuotendola piano, per farle vedere oltre la siepe.
Maggie si sporse e vide a qualche decina di metri da loro, un specie di capannone simile ad un bunker. Fece qualche passo avanti sul vialetto che portava alla porta di ingresso, fermandosi per vedere Susan dietro di lei.
Ma Susan non c’era più.
La paura subito la investì come l’onda di un mare in tempesta bloccandola sui suoi passi, ma fu una sensazione che durò solo un attimo. Lentamente cominciò a percepire la presenza della sorella accanto a lei, anche se non riusciva a vederla.
Sapeva che Susan voleva che lei andasse avanti, lo sentiva. E lei lo avrebbe fatto.
Si mosse a passi lenti lungo il sentiero mentre le suole scricchiolavano sul brecciolino bianco che lo ricopriva in tutta le sua lunghezza fino alla porta blindata davanti all’edificio. Si fermò davanti all’ingresso sentendo dei deboli suoni che provenivano da un punto imprecisato oltre il muro alla sua destra. Sembravano delle parole, delle voci, ma non riusciva a distinguerle. Era troppo lontana e doveva avvicinarsi, e cominciò con timore a muoversi a passi lenti verso l’angolo dell’edificio.
Ma non fece in tempo a raggiungerlo.
Si sentì afferrare da dietro e sollevare in alto da una forza spaventosa. Vide il bunker allontanarsi da lei mentre lei veniva sollevata in aria come un fuscello. Come una mano gigantesca che la tirava verso l’alto facendola salire sempre più su. E dall’alto vedeva la costruzione diventare sempre più piccola, con la siepe e il labirinto che si allontanavano diventando sempre più piccoli e scuri. Istintivamente alzò lo sguardo spaventato verso l’alto e senza capire come o perché, vide il volto di Susan che le sorrideva. Non capiva, ma sentiva che la mano che la stava trascinando era la sua, che sembrava la stesse portando via da quel posto per metterla in salvo. E si sentiva tranquilla, sicura che tra le braccia della sorella non le sarebbe potuto succedere nulla di brutto.
Ma fu una sicurezza che durò solo un attimo, e subito quella stretta che la stava sollevando la lasciò andare facendola cadere nel vuoto sotto di lei.
"Susan !!! Noooo !!", urlò mentre cadeva, risvegliandosi di soprassalto sul divano, urlando a squarciagola prima di rendersi conto di essere sana e salva a casa sua, col cuore che le rimbombava nel cervello e il fiato che le usciva dai polmoni graffiandole la gola come unghie.
Si alzò di scatto dal divano stringendo tra le mani i fogli che aveva trovato in soffitta cercando in qualche modo di calmarsi. Ma non ci riusciva. Questa volta la paura era stata talmente forte che continuava a tremare come una foglia in preda al panico, cercando di soffocare i singhiozzi che le uscivano dalla gola senza sosta. I fogli di carta tremavano come foglie stretti tra le sue dita, mentre sentiva ancora la sensazione orribile nel momento in cui Susan l’aveva lasciata cadere a peso morto col cuore che le era saltato in gola, e il senso di vuoto sotto di lei che sembrava ingoiarla mentre cadeva giù.
Ma perché? Cosa era successo? Perché Susan l’aveva portata via in quel modo? Voleva portarla in salvo? E se era così, perché allora l’aveva lasciata cadere giù? Voleva in realtà farle del male?
Troppe domande che cercavano troppe risposte. Risposte che lei non sapeva, ma che forse avrebbe potuto conoscere tornando in quella clinica e verificando se davvero oltre quella siepe c’era quello che aveva appena sognato. E doveva accertarsene di persona, anche se era terrorizzata solo al pensiero di ritrovarsi davvero in un posto simile, e sconvolta per tutto quello che era successo dopo.
Nel sogno era stata portata via bruscamente da Susan. Ma nella realtà cosa sarebbe accaduto?
Se davvero si fosse trovata in pericolo, chi sarebbe intervenuto in suo aiuto?
Guardò l’orologio al muro pensando di aver dormito solo poco tempo, ma in realtà erano passate circa 6 ore da quando si era stesa sul divano ed erano da poco passate le nove di sera.
Si avvicinò alla finestra del salotto per guardare fuori dove il buio della notte veniva spezzato solo dalle luci dei lampioni che si stampavano con dei larghi cerchi bianchi sull’asfalto e sui marciapiedi. Un vento leggero faceva svolazzare foglie e pezzi di carta che sembravano correre via come una specie di processione lungo la strada.
Istintivamente si alzò il colletto del maglione e si diresse in camera sua per vestirsi ed uscire. Mise nella borsa una torcia e un coltellino da campeggio multi accessoriato che portava sempre con sé in caso di bisogno. Pensò a cosa altro le potesse essere d’aiuto, ma non le venne in mente nulla. Prese la borsa e uscì in strada subito sferzata dal vento che la investì scompigliandole i capelli e facendole lacrimare gli occhi già gonfi per il pianto di poco prima.
Salì in macchina e partì.
Raggiunse la clinica in poco tempo e parcheggiò lontano per evitare di essere vista. Scese e arrivò al cancello nascondendosi dietro una delle due colonne di marmo e scrutando all’interno per vedere se qualcuno fosse affacciato al portone o a qualche finestra. Ma non vide nessuno. L’androne era illuminato ma da quella distanza non riusciva a vedere se c’era qualcuno dietro il bancone davanti all’ingresso. Entrò in punta di piedi nel giardino per evitare di farsi sentire mentre i suoi passi scricchiolavano leggeri sui sassolini bianchi, tenendosi sempre seminascosta nell’ombra. Camminava di fianco, con le spalle al cancello e lo sguardo sempre rivolto verso l’androne col terrore di veder spuntare qualcuno da un momento all’altro. Superò il primo tratto di ombra abbastanza tran