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Intrappolata nella rete - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 16/12/2006 alle ore 10:37:41

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1

“Salve a tutti, eccomi qui anche oggi. Mi aspettavate? Sentivate la mia mancanza?”
Un messaggio corto, sintetico, che era solo l’inizio della provocazione. Finì di scriverlo e subito cliccò col mouse per inviarlo al forum a cui era iscritta. Si era collegata dimenticandosi di digitare identificativo e password, risultando così come utente anonimo a tutti gli altri. E proprio questa casualità le aveva suggerito l’idea di metter su lo scherzo che aveva in mente.
Non passò molto tempo che subito i messaggi di risposta cominciarono ad accavallarsi riempiendo il forum. Tutti messaggi degli altri utenti davvero curiosi di sapere chi fosse.
Ma lei invece di rispondere, pensò bene di provocarli ancora di più.
“Eh eh eh eh ... mamma mia come mi piace stuzzicarvi! Forse ve lo dico...o forse no. Vediamo un po’...sono, cioè insomma, mi chiamo... aspetta un po’...oddio. Non me lo ricordo più....come mi chiamo davvero? ...Dunque sono....sono...e no...non ve lo dico. Però un bacione ve lo mando...SMACK. Firmato...ANONIMO”
E cliccò di nuovo per inviare il messaggio.
Sandra si era da poco iscritta al sito “Una penna per tutti”, un sito di aspiranti scrittori, e fin da subito si era sentita a suo agio con le persone che aveva conosciuto. Si sentiva come a casa sua. E per questo le era venuta l’idea di far loro qualche scherzo, vista la confidenza e l’amicizia che si era instaurata tra lei e gli altri. Aveva trovato ogni genere di autori e ogni genere di scritture, da poesie a racconti d’amore, da romanzi storici a gialli. E anche lei aveva già dato il suo contributo con alcuni racconti che avevano riscontrato un discreto successo tra i lettori.
Non era mai stata brava a scrivere e anzi, a dire il vero a scuola andava parecchio male in italiano. Ma era sempre stata un’accanita lettrice, e proprio a forza di leggere le era venuta l’idea di scrivere qualcosa.
Ed era nata quindi questa specie di sfida con se stessa a dispetto dei suoi risultati scolastici.
“Visto che so leggere” si disse un giorno, “chissà se dopo tanti anni sono anche capace a scrivere qualcosa di buono?” e aveva iniziato a buttare giù tutto quello che le veniva in mente. Alcune poesie, alcuni racconti, solo per provare a mettere insieme qualcosa di interessante. Poi però aveva cominciato a prenderci gusto e a sentire che la cosa le piaceva davvero e la gratificava decisamente molto. E si divertiva davvero tanto a scrivere le cose che le venivano in mente, per trasmettere agli altri le sensazioni che provava in certi momenti, gli stati d’animo che sentiva dentro di lei, cercando di tradurli in parole. E alla fine aveva trovato su internet questo sito frequentato da persone con l’hobby della scrittura come lei, e si era subito iscritta cercando forse un riscontro e un giudizio di altri su quello che scriveva. E come inizio fu decisamente dei migliori, visto che i suoi racconti e le sue poesie furono subito apprezzate ed elogiate alla grande, dalla maggior parte degli altri iscritti.
Viveva ormai da sola da quasi tre anni, dopo aver lasciato i genitori e la sorella per trovare lavoro al di fuori del piccolo paesino dove era cresciuta. Aveva ottenuto con qualche difficoltà il diploma ma subito dopo, quasi per reazione al suo scarso rendimento scolastico, si era messa in cerca di un lavoro partendo a testa bassa e provando di tutto. E infatti provò davvero di tutto. Ma dopo una serie di brutte delusioni capì che in quel piccolo centro non avrebbe trovato nulla che valesse la pena di fare, a meno di non scendere ai soliti compromessi che non avrebbe mai accettato. E quindi, sia pur a malincuore, aveva preso la decisione di spostarsi in una grande città dove forse le opportunità sarebbero state maggiori. E così infatti era stato. Aiutata soprattutto dalla sua caparbietà e dalla sua forza di volontà, era partita di nuovo a testa bassa e dopo vari tentativi falliti, era riuscita ad ottenere il posto di segretaria che ora ricopriva da circa un anno e mezzo. Il lavoro non era niente di speciale, questo lo doveva ammettere, ma almeno le consentiva di condurre una vita piacevole senza troppi stenti. E poi, quello che più le importava era la sicurezza economica, che la faceva sentire padrona della sua vita e di se stessa. Con il suo stipendio era riuscita ad ottenere anche un mutuo dall’agenzia per comprare casa e dopo vari tentativi conclusi male, aveva trovato un miniappartamento di circa settanta metri quadrati proprio vicino al centro, e soprattutto vicino all’ufficio, con un’ampia vista sul parco che si stendeva verde davanti al suo balcone, e che spesso si fermava ad osservare durante i giorni in cui era a casa. Le piaceva tantissimo osservare gli alberi mossi dal vento, gli uccelli in volo che sembravano disegnare figure astratte nel cielo, e il vocio delle persone e dei bambini che giocavano nei vari campi sportivi all’interno. Rimaneva in contemplazione estasiata, estraniandosi completamente da tutto, al punto da perdere a volte la cognizione del tempo e rimanendo con lo sguardo perso in quel mare verde che sembrava attirarla come una calamita.
Nonostante fosse nuova in quella città, col suo carattere socievole e solare, riuscì subito ad accattivarsi le simpatie e l’amicizia dei colleghi, e subito riuscì a farsi un giro di amicizie con cui passava la maggior parte del tempo libero. E fu proprio tra questi che dopo qualche mese incontrò il ragazzo che credeva fosse l’uomo della sua vita. Ma che alla fine purtroppo si rivelò totalmente inaffidabile.
La loro relazione si interruppe di colpo e non ne volle più sapere di lui, nonostante lui le avesse detto più volte che l’amava e che non voleva perderla. Fu lui quello che ci rimase più male, ma alla fine sembrò accettare la cosa facendosene una ragione.
Con gli occhi fissi sul monitor, le tornarono in mente le immagini di quei tempi, forse anche con un pizzico di nostalgia, rimpiangendo i bei momenti passati con lui. Ma ormai era una cosa che faceva parte del passato, e con un gesto della mano e un sospiro, cercò di cancellarlo dalla mente per riprendere contatto con quello che stava facendo.
Rimase in attesa di qualcuno che rispondesse al suo messaggio e vista la massiccia presenza di iscritti in quel momento, sapeva che non avrebbe dovuto aspettare molto.
E infatti così fu e subito una valanga di risposte arrivarono una dopo l’altra.
Cominciò ad aprirle uno alla volta, più che curiosa di leggere i loro commenti.
“Ma dai anonimo, dicci chi sei. Oppure ci vuoi sfidare ad una caccia al tesoro?” diceva Fiordaliso, uno degli iscritti.
E poi fu il turno di Alessandro che aveva scelto il nick uguale al suo vero nome.
“Ci vuoi stuzzicare davvero allora? Ma guarda che noi siamo bravissimi a smascherare gli anonimi. Soprattutto se Maurizio, che tira le redini del sito, ci da una mano.”
Maurizio era infatti il ragazzo che aveva creato il sito, lo gestiva e lo controllava, e aveva sicuramente i mezzi giusti per poter identificare l’anonimo o l’anonima che si celava dietro quelle frasi. Al momento infatti, non potevano sapere se si trattasse di un uomo o di una donna.
Ma la cosa importante per lei era constatare di essere riuscita a stuzzicare la curiosità di tutti e la cosa le accese un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, mentre cliccava sulle varie risposte per leggere i commenti.
Finchè trovò proprio la risposta di Maurizio.
“Oh oh” disse tra sé mentre sgranando un po’ gli occhi, mentre apriva il suo messaggio “speriamo che il capo adesso non si arrabbi.”
“Ciao Anonimo, visto che sono io il gestore del sito, mi tengo da parte perché non voglio rovinare il tuo gioco, che mi sembra un’idea originale e divertente. Tu lo sai che se voglio posso smascherarti subito, ma non lo faccio perché la tua idea mi piace davvero e mi incuriosisce vedere come gli altri riusciranno a smascherarti. E soprattutto chi ci riuscirà.”
Quella frase le strappò un altro sorriso, contenta che il suo gioco avesse fatto presa anche su di lui.
Le risposte continuarono ad arrivare ininterrotte, e ogni volta la curiosità era troppo forte per resisterle, e cliccava frenetica sui vari messaggi come un bambino alle prese con un giocattolo nuovo.
“Ma come ti è venuta in mente questa cosa? L’idea della caccia al tesoro è davvero super!!” scrisse Manuelito.
“Personalmente non mi piace fare un gioco del genere, e quindi mi tengo fuori e non mi immischio. E poi non mi sembra affatto divertente.” rispose un altro utente che si firmò anche lui come anonimo.
“Beh, va beh, non si può certo pretendere di andare a genio a tutti, no?” mormorò di nuovo Sandra tra sé, sentendosi un po’ delusa da quel messaggio che non apprezzava la sua idea. Ma alla fine decise di non considerarlo e proseguì con la lettura degli altri.
“Sei geniale davvero, una caccia al tesoro per vivacizzare l’attività del sito, complimenti anonimo. Bellissima idea” scrisse Musadellapoesia.
“Però ci devi dare qualche aiutino, altrimenti non ci arriveremo mai a scoprirti” scrisse ancora MagicMaster.
E a quel punto visto il successo ottenuto, decise di intromettersi di nuovo in quel fiume di messaggi.
“Beh su ragazzi, in questo momento non posso dirvi nulla, se vi dessi subito un aiuto non vi stuzzicherei a puntino. E siccome sono cattivissim.. eh eh eh...non scrivo la finale della parola così non vi lascio neanche capire se sono uomo o donna...(che cattiv... che sono eh?) eh eh eh.”
E subito un’altra valanga di risposte riempì il forum.
“Va bene, allora io mi metto subito al lavoro e vedrai che ti trovo.” replicò MagicMaster
“Niente aiutini per ora? Va bene allora, ma quando ci darai il primo suggerimento?” chiese Fiordaliso.
Non avrebbe mai pensato di riscuotere tanto entusiasmo. Si era collegata al sito casualmente solo per vedere chi c’era e per leggere eventualmente qualche nuova pubblicazione. Ma alla fine la sua mente diabolica aveva deciso di scatenare un po’ di putiferio e animare la situazione.
Arrivò quindi un altro messaggi di Maurizio.
“Allora dichiaro la caccia aperta. Ma a proposito Anonimo, il premio finale quale sarà? Sempre ammesso che ci sia un premio finale?”
Quella frase la fece pensare per un attimo. Era vero. Non ci aveva proprio pensato. E il premio? Quale sarebbe stato? Non ne aveva la più pallida idea ma decise di non pensarci perché era troppo presto ed era anche troppo presa dalla lettura dei messaggi.
Mentre scorreva con gli occhi la pagina del forum leggendo e rileggendo i vari commenti, vide con la coda dell’occhio l’icona della casella di posta che cominciava a lampeggiare.
C’era posta in arrivo.
Chiuse a icona l’explorer e aprì la casella, e subito la solita valanga di spam e di pubblicità cominciò a svuotarsi riempiendo la schermata.
“Ecco, i soliti rompiscatole” sbuffò “ma che gusto c’è a rompere le scatole agli altri con tutta questa immondizia?”
Cominciò a cancellarli ad uno ad uno per evitare che le intasassero la casella, lasciando solo i messaggi che erano indirizzati a lei.
C’erano lettere di amici, che le mandavano in anticipo gli auguri per il suo compleanno che sarebbe stato il mercoledì successivo. Lettere della sorella che viveva ancora con i genitori e che le scriveva quasi tutti i giorni per sapere come stava.
Ma tra tutte una in particolare le saltò all’occhio, perché portava come oggetto proprio il nome del sito “Una penna per tutti”.
Incuriosita l’aprì e lì per lì non capì bene il significato del messaggio:
“Ti ho detto che non è carino il gioco che vuoi fare. Ma tu nemmeno mi rispondi?”
“E tu chi sei ora?” disse parlando di nuovo da sola, con una smorfia corrucciata. Ma capì subito che la risposta era ovvia. “Ma si, questo è Maurizio che mi provoca. Chi altri può avere il mio indirizzo e-mail? Nel sito non compare per esteso e quindi nessun altro può conoscerlo. Ma lui si.”
Però la cosa che non la convinceva era proprio il tono del messaggio. Sembrava quasi risentito per quello che lei aveva fatto.
Ma alla fine decise di non farci troppo caso, visto che forse era stato scritto in quel modo apposta per provocarla, e si mise subito in contatto con Maurizio.
E detto fatto cliccò di nuovo sull’icona dell’explorer ancora aperta sul sito, e gli mandò un messaggio privato.
“Ciao Maurizio, ho appena ricevuto la tua e-mail. Vedi cheti ho beccato subito? Ma non capisco il tono un po’ severo con cui mi hai scritto. Ho fatto qualcosa di sbagliato forse? C’è qualcosa che non va?”
E lo inviò mettendosi in attesa della risposta.
Non dovette aspettare molto e subito il numerino dei messaggi privati passò da 0 a 1 cominciando a lampeggiare. Cliccò e lo aprì, ma rimase sorpresa da quanto lesse.
“Ciao Mimosa, come vedi io già so chi sei e ti chiamo col tuo vero nome. Non capisco però di cosa stai parlando. Quale e-mail? Io non ti ho mandato nessuna e-mail.”
Ma nonostante la risposta negativa del messaggio, Sandra non si fece prendere alla sprovvista perché conoscendo bene Maurizio sapeva che anche lui si divertiva a fare scherzi del genere, e cominciò a credere che la stesse prendendo in giro anche lui per rivoltarle conto il suo stesso giochino.
Decise allora di accettare la provocazione e gli rispose.
“Dai Maurizio, non mi prendere in giro. Lo so che sei stato tu. Un minuto fa ho ricevuto una e-mail che aveva come oggetto il nome del sito “Una penna per tutti” e quando l’ho aperta ho letto questo messaggio che ora ti allego. ’Ti ho detto che non è carino il gioco che vuoi fare. Ma tu nemmeno mi rispondi’, e siccome so che solo tu puoi leggere il mio vero indirizzo e-mail che ho inserito nel mio profilo, ho capito che il messaggio doveva per forza essere tuo. Ma non capisco davvero che vuol dire. Dai, non fare il misterioso tu ora. Un abbraccio. Mimosa” e cliccò per inviarlo.
Ma prima ancora di ricevere una risposta da Maurizio, l’icona sullo schermo in basso a destra ricominciò a lampeggiare.
C’era altra posta in arrivo.
Cliccò per aprire e stavolta il messaggio la lasciò ancora più perplessa.
“Ti sei messa in mostra per giocare. E adesso che fai? Ti nascondi?”
“Mi nascondo? Ma che diavolo sta dicendo questo qui?” mormorò infastidita, un attimo prima di vedere la risposta di Maurizio lampeggiare sul sito.
“Ascolta Mimosa, io non sto scherzando, credimi. Forse davvero qualcuno ti sta facendo qualche scherzo per ripagarti con la stessa moneta, ma credimi non sono io. Forse qualcuno che ha individuato il tuo indirizzo ti sta provocando come hai fatto tu qui oggi. Fai il suo gioco e vedrai che alla fine scoprirai chi è. A presto. Maurizio.”
E dal tono di quella risposta e soprattutto dalla frase di quell’ultima e-mail capì che forse Maurizio aveva ragione e non stava mentendo. Forse lui non c’entrava davvero nulla.
E se era davvero cosi, allora la situazione era ben diversa da come pensava.
E chi era questo che si divertiva ad inviarle queste e-mail?
Solo in quel momento le rivenne in mente uno dei messaggi che aveva letto nel forum qualche minuto prima in risposta al suo. Uno dei tanti, che l’aveva colpita perché era l’unico contrario a quello che stava facendo. Riaprì subito l’explorer e risalì la pagina per cercarlo.
Ma il messaggio non c’era.
“Ma dove diavolo e?” borbottò muovendo frenetica la pagina su e giù per cercarlo. La scorse più volte, lentamente. Ma non lo trovò.
“Ma com’è possibile? Accidenti!!” esclamò a quel punto spazientita ad alta voce, prima di rendersi conto che forse la soluzione era più semplice di quanto credesse. E che probabilmente Maurizio la stava davvero prendendo in giro nonostante le sue affermazioni. Se il messaggio lo aveva letto, vuol dire che qualcuno lo aveva inviato, e se ora non c’era più qualcuno lo aveva cancellato.
E chi poteva farlo se non l’amministratore del sito?
Riprese la tastiera e cominciò a scrivere di nuovo un messaggio a Maurizio, chiedendo spiegazioni su quanto accaduto. Cominciando però ad infastidirsi sul comportamento del ragazzo che sembrava nascondersi dietro un paravento inconsistente. Lei almeno aveva gettato il sasso ma non aveva nascosto la mano. Aveva solo spronato gli altri a cercare di capire chi fosse, ma non si era nascosta. Perché lui invece si stava comportando così?
Cominciò a scrivere.
“Ciao Maurizio, stavolta ti ho pizzicato e non puoi negare quello che sto per dirti. Ho capito solo ora che lo scherzo delle e-mail è tuo, e la prova è che nella prima lettera che mi è arrivata c’è una frase che si riferisce ad un messaggio che ho letto pochi minuti fa qui nel forum in risposta al mio. Ma ora che ho riletto l’elenco, quel messaggio non c’è più. Come me lo spieghi? Chi può averlo cancellato? Visto che tu sei l’amministratore del sito e visto che solo tu puoi entrare e fare queste operazioni, ne deduco che sei proprio tu. Ti ho smascherato...eh eh eh. Visto come sono brava? Devo ammettere che per un attimo mi ci hai fatto quasi credere. Ma ormai ti ho scoperto e ora lo so che sei tu e sto più tranquilla. Ciao. Mimosa.”
Lo inviò e la risposa non si fece attendere.”
“Ciao Mimosa, mi dispiace deluderti, ma continuo a ripeterti che io non c’entro nulla con le e-mail di cui mi stai parlando. Non le ho mandate io mi devi credere. E quale è questo messaggio che hai letto poco fa e che ora non c’è più? Se ti ricordi il testo posso provare a cercarlo o quanto meno a trovarne le tracce nel data base che ho qui. Ma se non lo trovo ne devo dedurre che non è mai stato scritto. E allora vorrebbe dire che stai tendendo una trappola personale anche a me?” e terminò il messaggio con una serie di smile sorridenti che le strizzavano l’occhio.
Sandra aprì il messaggio e ogni parola che leggeva non faceva altro che indispettirla sempre più.
“Ma guarda questo” sbottò “ma mi ha preso per cretina forse? Io il messaggio l’ho letto, non sono cieca. Era qui. Accidenti pure a te Maurizio!” disse sconsolata mentre scorreva di nuovo la pagina in cerca di quello che aveva visto e che ora sembrava scomparso.
E fu proprio così facendo che le venne in mente l’unica possibilità di poterlo rintracciare lei stessa. Sapeva che cliccando sul tasto ’indietro’ dell’explorer, avrebbe rivisto l’elenco delle pagine consultate dall’inizio del collegamento, e forse avrebbe anche ritrovato la pagina che conteneva il messaggio prima della cancellazione.
Spostò il puntatore del mouse sul tasto e cominciò a cliccare all’indietro fino a raggiungere la pagina contenente i primi messaggi ricevuti. La cominciò a scorrere lentamente, controllando ogni parola e ogni frase, facendo attenzione a non saltare nessuna riga.
E finalmente lo trovò.
“Personalmente non mi piace fare un gioco del genere, e quindi mi tengo fuori e non mi immischio. E poi non mi sembra affatto divertente.”
Era proprio quello, firmato da un anonimo. Proprio come lei.


Cap 2

Copiò tutto il testo e lo incollò su un messaggio privato per Maurizio.
“Ecco il messaggio Maurizio, l’ho ritrovato scorrendo all’indietro le pagine consultate stasera, e ho copiato tutta la casella del messaggio. Tu hai trovato qualcosa nel frattempo? Spero di si. Ciao Mimosa” e cliccò per inviarlo.
Stavolta l’attesa per la risposta fu più lunga delle precedenti. Avrebbe voluto ingannare il tempo continuando a leggere i messaggi che intanto continuavano ad arrivare al forum, ma quella situazione l’aveva messa decisamente di cattivo umore e non riusciva a staccare gli occhi dal numerino nero che segnalava l’arrivo di messaggi privati.
Ma era sempre fisso sullo zero.
Quell’attesa la stava innervosendo parecchio, mentre stringeva il mouse che lentamente cominciava a bagnarsi col sudore del palmo della mano destra.
Ma che gioco era quello? Lettere che arrivano e la rimproverano come se avesse commesso chissà quale reato. Messaggi che prima ci sono e poi spariscono misteriosamente. E poi, chi era questo che gli mandava quei messaggi? E cosa voleva da lei?
Tutti interrogativi che in quel momento le soffocavano il cervello senza darle modo di trovare una risposta, facendole mettere in disparte la caccia al tesoro che nel frattempo era già iniziata.
Passarono alcuni minuti, prima che il numerino passasse da 0 a 1. Spostò rapida il mouse e cliccò.
Ma avrebbe preferito non leggere quello che c’era scritto.
“Ascolta Mimosa, non sono riuscito a rintracciare il testo del tuo messaggio, ma al contrario ne ho trovate tracce nel data base. Questo vuol dire che qualcuno lo ha mandato davvero, come dici tu, e poi, non capisco come, è riuscito a cancellarlo. Non capisco come perché solo io ho i diritti per poter fare queste operazioni, e come ti ho già detto non l’ho fatto. Per ora non so cosa altro dirti, ma fammi sapere se la cosa ha un seguito. Cercherò di aiutarti. Ciao. Maurizio.”
“Bella risposta. Mi ci voleva proprio” sbuffò tra sé.
Ma se lui non era stato? Chi era stato allora? Forse qualcuno che aveva carpito a Maurizio la password per amministrare il sito? Oppure, e solo in quel momento gli venne in mente, un hacker. Un pirata informatico che poteva essere entrato nel sito e fare il suo comodo.
Subito chiese conferma a Maurizio.
“Maurizio, dimmi. E se fosse stato un hacker a fare tutto questo? Rispondimi ti prego, perché mi stanno venendo i nervi.”
Stavolta la risposta fu rapida.
“Si Mimosa, quello che dici può avere un senso. Potrebbe benissimo essere stato un hacker. Il nostro sito è su un sistema protetto, ma un hacker esperto potrebbe lo stesso entrarci. Come tu sai, riescono a penetrare indisturbati negli archivi delle banche, figurati se non riescono ad entrare nel nostro se lo vogliono. Per cui, a questo punto sono sempre più convinto che possa essere stato uno di loro, anche se purtroppo non ho idea di chi possa essere. Non so proprio chi possa voler fare uno scherzetto del genere. Fammi sapere comunque se ci sono novità. Un abbraccio. Maurizio”
Lesse il messaggio tutto d’un fiato, prima di abbandonarsi sconsolata sulla sedia, adagiandosi contro lo schienale che scricchiolò quasi a lamentarsi di quel peso improvviso.
“E adesso?” mormorò sottovoce, quasi per paura che qualcuno la potesse sentire.
Guardò l’orologio appeso al muro. Erano quasi le dieci di sera, e tutto quel trambusto le aveva fatto perdere il sonno. Si sentiva agitata, nervosa, soprattutto perché non riusciva a capire.
Si alzò dalla sedia con le mani in tasca, allontanandosi verso la finestra, e rigirandosi verso il monitor quasi sperando di non trovare più nulla di quanto era successo.
Ma purtroppo quelle frasi erano sempre lì.
E quelle e-mail non se le era sognate.
Guardò fuori dai vetri mentre la leggera brezza della sera frusciava tra le fronde degli alberi creando un suggestivo effetto di onde che sembravano muoversi morbide, sospese sopra gli alberi del parco. E fu proprio quell’immagine a convincerla che forse una passeggiata e un po’ d’aria fresca l’avrebbero aiutata a dissolvere quei pensieri che l’avevano messa in agitazione. Forse era solo suggestione la sua, ma si sentiva davvero infastidita da tutta quella situazione, e non capiva cosa si nascondesse dietro.
Come era possibile che un ingenuo scherzo via internet si trasformasse in qualcosa di inquietante?
Non si cambiò e rimase con i jeans e la t-shirt. Prese il giubbino di pelle nera e uscì. Scese le due rampe di scale fino al portone e aprì la porta a vetri.
La brezza che aveva visto dalla finestra la investì in pieno, e nonostante il clima fosse decisamente caldo, un brivido le salì lungo la schiena, costringendola ad alzarsi il bavero, prima di incamminarsi verso il lato opposto del marciapiede, diretta verso l’ingresso principale del parco.
Ma nel suo cervello risuonavano sempre le parole che aveva letto.
Raggiunse il cancello e istintivamente guardò verso l’interno del parco, da dove proveniva il vocio di ragazzi che stavano giocando in qualche campo all’interno, unite ai versi degli uccelli che creavano una specie di sottofondo musicale che per un attimo le fece passare quello stato di agitazione che non riusciva ancora a scrollarsi di dosso. I lampioni si stagliavano nell’ombra della notte come tanti fantasmi che sembravano farle compagnia con le loro luci bianche che si stendevano come caldi mantelli sui sentieri e sulle siepi. Si diresse verso l’interno e subito con la coda dell’occhio vide il gruppetto di ragazzi che giocavano a basket nel campo di cemento a pochi metri dall’ingresso, mentre altri correvano sui pattini nella pista poco più in là. Immagini che riuscirono a metterla quasi di buon umore, vedendo la spensieratezza di quei ragazzi in quel momento, mente giocavano felici, e mentre lei si incamminava sul sentiero che costeggiava i campi sportivi.
Con le mani nelle tasche del giubbotto, procedeva lentamente, accompagnata dall’eco dei suoi passi che scricchiolavano sul brecciolino sparso lungo il sentiero, mentre le voci dei ragazzi diventavano via via più ovattate, man mano che si allontanava.
L’aria era davvero fresca e frizzante, e ogni respiro sembrava riossigenarle i polmoni e il cervello con sferzate di energia di cui aveva davvero bisogno, e che le fecero socchiudere gli occhi per un istante per bearsi di quella sensazione.
Ma la sensazione durò solo un attimo. E subito fu costretta a riaprirli.
Un fruscio dirottò a sua attenzione altrove. Frantumò in un attimo i suoi pensieri, facendola voltare di scatto verso la siepe sulla destra. Il cuore le si gonfiò nel petto e l’adrenalina cominciò a scorrerle nelle vene come una scarica elettrica. Si fermò scricchiolando con le scarpe sul brecciolino, e rimase immobile in ascolto, mentre le voci dei ragazzi erano ormai diventate solo un leggero brusio, appena percettibile in lontananza.
Ma il suo sguardo non riusciva a staccarsi da quel cespuglio verde.
E subito un altro fruscio. E un altro ancora.
A quel punto il cuore le saltò in gola, bloccandole il fiato impedendole di muoversi, brividi di freddo cominciarono a scivolarle lungo la schiena come tentacoli di una piovra fantasma.
Mosse istintivamente un passo indietro. E poi un altro e un altro ancora. Lentamente, quasi per non far rumore. Raggelata dalla paura.
Il respiro le usciva dai polmoni come il pianto di un bambino, ma la tensione era talmente forte che non se ne accorse neanche.
Voleva scappare ma non ci riusciva. Le gambe erano come due pezzi di legno e non riusciva a muoverle.
Le sembrò di rimanere in quella posizione per chissà quanto tempo, quasi sospesa nel nulla, prima di vedere qualcosa schizzare fuori rapido dalla siepe saltando in mezzo al sentiero e strappandole un urlo soffocato.
Scattò indietro come una molla, mentre il grido si spegneva lento nella notte.
Ma era solo un gattino.
Un gattino dal pelo rosso, pel di carota.
Chiuse gli occhi per un attimo sbuffando, dandosi della stupida per essersi lasciata spaventare in quel modo e rendendosi conto solo allora che stava stringendo i pugni in tasca, con le unghie che quasi le perforavano la pelle. Sbuffò fuori l’aria calda che le svuotò i polmoni lasciando entrare quella fresca della sera che sembrò ritemprarla come una linfa.
Cercò di calmarsi respirando profondamente e cercando di riprendere il controllo dei suoi nervi che le stavano ancora facendo tremare le mani. Nonostante lo spavento, le aveva mantenute conficcate nelle tasche del giubbotto, e non era riuscita a muoverle da lì dentro.
Il gattino intanto le si era avvicinato facendo le fusa, e strusciandosi ai suoi piedi. Era piccolo, forse si era perso, e mentre cercò di prenderlo in braccio, questo saltellò via avvicinandosi all’albero di fronte a loro, e allungandosi per arrotarsi le unghie sul tronco. Sandra si avvicinò di più accovacciandosi dietro di lui per approfittare della situazione e per prenderlo.
Mai avrebbe immaginato che quel semplice gesto le avrebbe salvato la vita.
Un colpo sordo sopra la testa le arrestò il cuore. Alzò di scatto lo sguardo proprio in tempo per vedere la lama lucente di una roncola conficcata nel tronco dell’albero, proprio sopra la sua testa. E di fianco, un’ombra alta, tozza, con un impermeabile e un cappello a falde larghe che si stava affannando per estrarre la lama dal legno. Sgranò gli occhi e il terrore le esplose dentro lasciandola senza voce, e le grida silenziose non riuscirono a uscire dalla gola rimanendo avvinghiate nelle corde vocali paralizzate dal terrore. Scivolò a terra scalciando, e sbattendo la schiena contro l’albero, nel tentativo di allontanarsi più possibile da lì, mentre il gattino subito schizzò via spaventato, scomparendo nella siepe da cui era uscito.
Per un attimo rimase paralizzata a terra con gli occhi sgranati su quell’individuo che sembrava ruggire per la rabbia mentre si affannava a recuperare la sua arma. Continuava ad armeggiare contro il tronco, ma la lama sembrava incollata nel legno. E quello le fece capire con quanta violenza l’avrebbe colpita se non si fosse inginocchiata quella frazione di secondo prima. Le avrebbe staccato la testa di netto. E doveva ringraziare il gatto se tutto ciò non era successo. Passarono degli istanti interminabili, prima che l’adrenalina la scuotesse da quello stato di paralisi e la spingesse a rialzarsi urlando e fuggendo come un ossesso.
Schizzò in piedi come una molla scappando via e urlando con tutto il fiato che aveva in gola.
“NOOOOOO!!! AIUTO!!!! AIUTATEMI!!!”
Le grida cominciarono ad uscirle dalla gola come colpi di frusta, catturando l’attenzione dei ragazzi che stavano ancora giocando nei campi sportivi.
Inciampò più volte rischiando di cadere, ma senza voltarsi indietro, dirigendosi solo verso l’ingresso e verso i campi sportivi per cercare aiuto.
“AIUTATEMI VI PREGO!!! MI VOLOE UCCIDERE !!!”
Raggiunse in un attimo il campo di basket dove i ragazzi sentendo le sue grida si erano fermati e stavano guardando nell’ombra da cui provenivano quelle grida. Si accorsero dopo un attimo della sagoma di Sandra che con una corsa sbilenca stava scappando e urlando a squarciagola. Si avvicinarono al recinto del campo e uscirono per vedere cosa stesse accadendo. La videro arrivare come una furia scatenata e riuscirono a stento a fermarla prima che andasse a sbattere contro le inferriate.
Uno di loro, Steve, il più grande del gruppo, la prese per un braccio per cercare di calmarla, nonostante fossero tutti scossi da quelle grida disperaste che avevano graffiato come artigli il silenzio della sera.
“Si calmi signora, cosa è successo? Chi è che la vuole uccidere?”
“AIUTATEMI VI PREGO!!! E’ LI’... E’ LI’...LAGGIU’!!!” disse in preda al panico indicando la direzione da cui era arrivata. Indicando il sentiero dove si trovava.
I ragazzi si voltarono tutti in quella stessa direzione ma non riuscirono a vedere nulla. La zona indicata era scarsamente illuminata e da quella distanza le ombre degli alberi precludevano qualsiasi visuale. Se anche ci fosse stato qualcuno non sarebbero riusciti a vederlo con quella poca luce.
Ma mai e poi mai si sarebbero avvicinati al punto per vedere meglio.
“Si calmi ora, signora, e ci spieghi cosa è successo. Cerchi di calmarsi. Ora ci siamo qui noi, e se davvero qualcuno ha cercato di aggredirla di certo non avrà il coraggio di venire qui ora.” continuò il ragazzo, per niente convinto di quello che stava dicendo, mentre Sandra gli strattonava il braccio per scappare via, con lo sguardo terrorizzato fisso nel buio in fondo al viale.
“Mark” continuò quindi Steve rivolto ad uno dei suoi amici “chiama la polizia, se la signora è stata aggredita bisogna fare subito una denuncia.”
L’altro ragazzo prese il cellulare e compose il numero. Spiegò la situazione e riagganciò.
“Saranno qui tra pochi minuti. Nel frattempo hanno detto di non muoverci.”
“Venga signora, stia tranquilla, il peggio adesso è passato. Non so cosa le è successo di preciso ma adesso siamo qui noi e non le succederà nulla” riprese Steve mentre la donna sembrava in preda al delirio continuando a tremare e iniziando a bisbigliare cose incomprensibili:
“Chi è? Cosa vuole da me? ... quella roncola, quella luce, la lama...maledetto...e quel gatto...quel gatto.”
I cinque ragazzi rimasero in silenzio ad ascoltare quelle parole che la donna continuava a ripetere come un ritornello, in preda ad uno shock che la stava annientando.
Tremava come una foglia, tremava e si lamentava come un animale ferito, mentre lentamente si accasciava a sedere sul muretto di fianco al recinto, sgonfiandosi come un palloncino bucato.
Poi fu proprio Steve a cercare di scuoterla da quello stato.
“Signora è sicura di non essere ferita?” chiese con tono timoroso cercando di non spaventarla ulteriormente.
Sandrà alzò lo sguardo verso di lui, abbassandolo poi sulle braccia e sulle gambe.
“Nnno...no...non credo. Ma per poco quel maledetto non mi mozzava la testa di netto. E’ stato grazie a quel gatto che mi sono salvata...se non mi fossi chinata per prenderlo...se non si fosse allontanato...a quest’ora ero morta.” riuscì a dire tutto d’un fiato rimanendo alla fine quasi senz’aria nei polmoni.
E a quelle parole i ragazzi inorridirono, riuscendo a stento ad immaginarsi la scena raccapricciante di cui era stata vittima la donna.
“Riesce a raccontarci cosa le è successo?” chiese allora Andrew, un altro dei ragazzi che sembrava il più giovane.
Sandra si strinse nelle spalle e si irrigidì tutta, come per scacciare i brividi e la nausea che le stava facendo tornare su quel poco che aveva mangiato per cena. Strizzò gli occhi e aprì la bocca per parlare, ma non ci riuscì. Il fiato le mancava e le corde vocali sembravano incollate tra loro. Si sentiva un peso in gola che sembrava soffocarla e dovette fare uno sforzo enorme per riprendere a parlare.
“Ero arrivata da pochi minuti, e sono entrata dal cancello, non so se mi avete vista, pochi minuti fa. Vi ho visti mentre giocavate e mi sono avviata tranquilla lungo il sentiero. Non c’era molta luce, ma il fatto di sentire le vostre voci e di sapere che c’era qualcuno mi rassicurava.”
I ragazzi si guardarono negli occhi immaginando che forse la donna si era avventurata nel parco un po’ avventatamente, magari aveva qualche problema e voleva cercare un angolo tranquillo per riflettere e allora aveva preferito allontanarsi da loro che stavano invece facendo un baccano terribile.
“Poi,“ continuò lei “mentre camminavo, ho sentito un fruscio e un gattino rosso è uscito da una siepe laggiù in fondo al viale” continuò indicando il buio dall’altro lato del campo di basket.
“E poi? Cosa è successo dopo?” chiese di nuovo Mark.
“Poi, il gattino si è strofinato ai miei piedi e si è avvicinato all’albero per grattarsi le unghie. Mi sono avvicinata a lui e mi sono inginocchiata. E poi...” e si interruppe stringendosi nelle spalle, in preda a brividi di terrore che le spezzavano la voce “ ...poi, proprio mentre mi chinavo. Ho sentito un colpo sopra la mia testa, sul tronco dell’albero che era dietro di me. Ho alzato lo sguardo e lui era lì. Quella lama larga e circolare era conficcata nell’albero e rifletteva la luce come un laser, mentre quella sagoma scura, coperta da quell’impermeabile cercava di disincagliarla dal legno. Ma per fortuna non c’è riuscito. Altrimenti non sarei qui a raccontarlo” concluse rialzando gli occhi verso i ragazzi che tutti intorno a lei la stavano guardando incapaci di credere a quella storia così raccapricciante che sembrava uscita da un film horror.
“Ma quindi lei ha visto chi l’ha aggredita?” chiese Steve.
“Si, ho visto la sua ombra...ma non so chi sia. Non l’ho visto in faccia” e riuscì appena a finire la frase prima di scoppiare in lacrime, singhiozzando come un bambino spaventato.
A quel punto rimasero tutti in silenzio, mentre i singhiozzi di Sandra lentamente si spegnevano nelle lacrime, e le sirene della polizia cominciavano a farsi sentire in lontananza.


Cap 3

La volante raggiunse il posto in un attimo e i due agenti scesero di corsa avvicinandosi al gruppo di ragazzi che li guardarono in silenzio mentre Sandra rialzava lo sguardo disperato verso di loro.
“Qualcuno ha aggredito questa donna, ma non sappiamo chi” disse subito Steve al primo dei due agenti.
“Sono il tenente Bryan Roger” disse il primo dei due inginocchiandosi accanto a Sandra “e lui e l’agente Marcel Stoddard. Come si sente signora? E’ ferita? Vuole che chiami un ambulanza?”
“No” rispose lei. “sto bene, non sono ferita. Per fortuna non sono ferita.”
“Dove è successo il fatto?”
“Laggiù” rispose sempre Sandra alzando il braccio tremante e indicando il solito punto in ombra in fondo al sentiero ”in quella zona d’ombra laggiù in fondo. Qualcuno ha tentato di colpirmi con una lama pesante, forse una roncola di quelle usate per potare i fiori.”
“Se la sente di raccontarmi come sono andate le cose?” chiese quindi Roger.
“Si, certo. Ho appena finito di raccontarlo ai ragazzi.” rispose la donna con un lungo sospiro per riprendere fiato “Stavo camminando per conto mio in quel punto, quando un gattino è spuntato da un cespuglio e io mi sono chinata per prenderlo in braccio. E proprio in quel momento ho sentito un colpo secco sopra la mia testa, e mentre mi giravo ho visto il luccichio di una lama incastrata nel legno dell’albero e la sagoma scura di qualcuno che stava cercando di rimuoverla da lì. Sicuramente per riprovare a colpirmi. Vista la forza con cui ha colpito, se mi avesse presa, sono sicura che mi avrebbe staccato di netto la testa. E invece il fatto di essermi abbassata gli ha fatto sbagliare mira e la lama si è conficcata nel tronco.”
“Andiamo Marcel. Andiamo a dare un’occhiata. Voi aspettate qui” disse quindi rialzandosi e incamminandosi verso il luogo indicato.
I ragazzi e Sandra rimasero in silenzio a guardare i due agenti che a passi lenti si incamminavano verso la zona buia. Li videro sparire nella notte prima di vedere i fasci di luce delle due torce che falciavano il buio illuminando tutta la zona in cerca di tracce evidenti di quanto accaduto.
E fu proprio Roger a controllare i segni sull’albero, e dalla profondità della traccia segnata e dalle schegge sparse per terra capì che l’individuo doveva avere anche una discreta forza.
“Vieni a vedere Marcel” disse al collega indicandogli il punto esatto sul tronco.
L’incisione era larga circa 20 centimetri, ma era profonda quasi un dito. Se davvero avesse colpito la donna, non le avrebbe solo staccato la testa. Gliel’avrebbe disintegrata.
I due si guardarono perplessi non riuscendo a capire il motivo di tanta violenza. Quindi tornarono verso la donna e i ragazzi.
“Abbiamo trovato il punto e abbiamo visto i segni di cui ci ha parlato. L’aggressore deve aver colpito con una forza inaudita per lasciare un segno come quello.”
“Questo lo so. Il rumore che ho sentito appena mi sono chinata mi ha dato un’idea della violenza con cui ha cercato di uccidermi” rispose Sandra rimanendo sempre seduta sul bordo del muretto.
“Ora però, ci deve seguire in centrale per stendere un rapporto su quanto successo. Intanto chiamiamo i tecnici della scientifica per fare i rilevamenti del caso” concluse Roger, avviandosi verso la macchina e chiedendo via radio l’invio del furgoncino del reparto tecnico..
“Se mi vuole seguire signora“ disse quindi Stoddard porgendole il braccio “cercheremo di darle meno disturbo possibile.”
Sandra si rialzò aggrappandosi al braccio dell’agente e rivolgendo ai ragazzi uno sguardo distrutto ma pieno di gratitudine, riuscendo a malapena a bisbigliare un “grazie...se non era per voi... mi avete salvata” prima di allontanarsi e salire in macchina.
Mentre l’auto si allontanava, Sandra si voltò istintivamente indietro, fissando con lo sguardo vuoto quel punto del parco. In un attimo rivide la scena orribile che aveva vissuto, e dentro di sé sentì che non avrebbe ma i più avuto il coraggio di rimettere piede in quella zona. In altre parti forse si, ma in quella no. Mai più.
Arrivarono alla centrale in pochi minuti e fecero in fretta a stendere il verbale di routine.
Scortarono quindi Sandra fino a casa accompagnandola fino alla porta dell’appartamento.
“Purtroppo non posso lasciarle una scorta qui fuori perché in questo momento siamo a corto di personale e non posso privarmi di nessun agente, ma per qualsiasi cosa, non esiti a chiamarci, d’accordo? Probabilmente domani mattina potremmo avere ancora bisogno di lei per un sopralluogo con la luce del giorno. Se la sente in caso di farlo?” chiese Roger prima di lasciarla.
Quella richiesta la raggelò e non riuscì a spiccicare una parola. Si limitò solo ad annuire con la testa, ancora frastornata e sotto shock. Non vedeva l’ora di mettersi sotto la doccia per cercare di lavar via quella serata allucinante. Avrebbe anche voluto dormire fino al giorno dopo, ma era sicura che non ci sarebbe riuscita. Non in quelle condizioni almeno.
“Le faremo sapere domani allora. Buonanotte signora Mayer.”
“Buonanotte tenente”
Si chiuse la porta alle spalle lasciando cadere le chiavi nel portaoggetti sul tavolinetto all’ingresso. Si tolse il giubbino e lo appese all’attaccapanni. Entrò in camera da letto e cominciò a spogliarsi per mettersi sotto la doccia. Si guardò nello specchio e rabbrividì. Sembrava un fantasma. Un manichino senza volontà che si muoveva per inerzia, come trascinata dai fili invisibili di un burattinaio.
Uscì dal bagno dopo la doccia, ancora con l’accappatoio addosso, ma appena entrò in camera, lo sguardo gli andò subito allo schermo del computer che era rimasto acceso, e il terrore le si dipinse in volto quando vide l’icona della posta che aveva ripreso a lampeggiare per segnalare di nuovo l’arrivo di qualche e-mail.
L’orrore di vedere quella piccola immagine lampeggiare la paralizzò sulla soglia della porta. Non aveva il coraggio di entrare e di andare a vedere di cosa si trattasse. Era sicura che fosse della stessa persona che le aveva mandato le altre due in precedenza, e che poi aveva cercato di ucciderla.
Il sangue le si gelò nelle vene e nonostante la doccia calda appena fatta, la pelle cominciò a incresparsi di brividi freddi che cominciarono a scivolarle lungo la schiena. Rimase con lo sguardo fisso su quell’icona, seguendo il suo lampeggiare frenetico con gli occhi, incapace di avvicinarsi e rimanendo immobile quasi fosse in trance.
Aveva troppa paura. Non ci sarebbe mai riuscita. Il silenzio della stanza sembrava ovattarle le orecchie rendendo quella visione ancora più angosciante.
C’erano solo lei, il silenzio e la paura.
Rimase ferma sulla soglia per un tempo che le sembrò infinito, prima che il trillo del telefono la risvegliasse da quello stato di torpore. Il cuore le saltò in gola con un grido soffocato, mentre si girava verso l’apparecchio che continuava a suonare.
Uno squillo, due squilli, tre squilli. Si mosse controvoglia per andare a rispondere, ma subito si bloccò.
E se era lui? Se era lui che la stava chiamando?
Raggiunse il telefono tremando, con le mani strette attorno alle braccia, fissando l’apparecchio che squillava e squillava ininterrottamente, con quel suono stridulo che le trapanava le orecchie come una testa di diamante.
Non voleva rispondere, ma non sopportava più di sentire quel suono. Sperò che smettesse da solo. Ma la speranza fu vana e gli squilli continuarono a riempire il silenzio della casa. Aveva paura di sentire la voce del suo aggressore. Aveva paura di trovarselo di fronte di nuovo, anche se dall’altra parte del telefono.
Aveva paura. Troppa paura.
Ma alla fine l’istinto prese il sopravvento e con un gesto secco alzò il ricevitore.
“Pronto!” sibilò fredda con rabbia.
“Signora Mayer, sono il tenente Roger, scusi il disturbo ma volevo solo dirle che uno dei miei agenti si è appena liberato e sta venendo da lei per sorvegliarla durante la notte. Così può stare più tranquilla.”
Sandra chiuse per un attimo gli occhi appoggiandosi con la mano addosso al muro, rilassandosi di colpo nel sentire la voce del tenente dall’altra parte del cavo, sentendosi mancare le forze, incapace di riuscire a rispondere.
Ma l’altro nel sentire tutto quel silenzio si insospettì.
“Signora Mayer? Mi sente?”
Con uno sforzo enorme riuscì ad articolare solo poche parole.
“Si, si grazie, lo controllerò dalla finestra, grazie” e riagganciò la cornetta.
Si sentiva a pezzi, come mai le era successo prima. Mai in vita sua aveva raggiunto una soglia di stanchezza come quella sera. Sembrava un incubo e sembrava non finire mai.
Si sedette alla scrivania e con un gesto di rabbia ciccò sull’icona che ancora lampeggiava frenetica sul video, aprendo il messaggio.
“Se hai deciso di nasconderti, non credere di riuscire a sfuggirmi. Perché ti troverò dovunque....ih ih ih ih...e lo hai appena visto...ih ih ih”. E il messaggio finiva con una serie di smile con dentini appuntiti sporchi di sangue.
“Oh mio Dio” esclamò con un bisbiglio poggiando i gomiti sul tavolo e coprendosi il viso con le mani.
“MA COSA VUOI DA ME!!!” urlò improvvisa, reagendo con violenza a quel messaggio. “BASTARDO MALEDETTO!!! COSA VUOI DA ME?? CHI SEI?? NON SONO IO CHE MI NASCONDO!!! SEI TU CHE TI NASCONDI!!! NON IO !!!” e con un pugno fece cadere la pila di libri dal tavolo che rotolò a terra, ai piedi del letto.
“MALEDETTO!!!... MALEDETTO!!!... MALEDETTO!!!” continuò a gridare come in preda ad un raptus, completamente fuori si sé.
Ma subito dopo la sfuriata di rabbia si calmò, e solo allora decise che forse era il caso di informare Maurizio di quanto accaduto, e probabilmente lui avrebbe potuto darle una mano. E detto fatto, si collegò e inviò un messaggio privato con oggetto:
”Maurizio aiutami. Ti prego aiutami. Ha tentato di uccidermi.”
Lo scrisse tutto di corsa e lo inviò. E pochi secondi dopo, ecco la risposta del ragazzo.
“Ma cosa stai dicendo Mimosa? Non posso credere che davvero ti è successo quanto mi hai scritto. E’ una cosa gravissima. E’ allucinante. Raccontami tutto quanto.”
Sandra si mise seduta più comoda e raccontò tutto l’accaduto per filo e per segno. E per l’ennesima volta si trovava a dover rivivere mentalmente quei momenti terribili che avrebbe voluto invece cancellare dalla sua memoria e dalla sua vita.
Ma purtroppo non poteva.
E mentre stava per inviare il messaggio, il citofono suonò.
Il rumore la prese alla sprovvista facendola letteralmente saltare sulla sedia, rischiando di farle schizzare via il mouse dalla mano. Solo un attimo dopo si ricordò della telefonata del tenente Roger e capì che doveva essere l’agente che aveva mandato per sorvegliarla. Si alzò per andare a rispondere.
“Si? Pronto?”
“Signora Mayer sono l’agente Stirling. Volevo avvisarla che sono arrivato e sono qui in macchina sotto la sua finestra, se si affaccia mi può vedere.”
“Si, grazie, arrivo subito” disse prima di riagganciare.
Tornò di nuovo in camera sua affacciandosi dalla finestra riconoscendo subito giù in strada l’auto scura parcheggiata accanto al marciapiede opposto e l’agente che mentre risaliva in macchina, la salutava con la mano per farle capire che era tutto ok.
Quel gesto e quella presenza riuscirono a rassicurarla, e accostò di nuovo le tendine per sedersi alla scrivania per riprendere il colloquio con Maurizio.
Inviò il messaggio scritto e attese la risposta.
Spinta dalla curiosità riprese a leggere i commenti sul forum in cui aveva iniziato quel gioco che mai si sarebbe aspettata potesse diventare così pericoloso. Ma non c’erano più messaggi di quell’anonimo di prima.
Ma d’altra parte ormai non aveva più bisogno di comunicare con lei tramite il sito. Ora poteva farlo via e-mail, attraverso il suo indirizzo.
Eh già, proprio l’indirizzo.
“Ma certo, che stupida !!! L’indirizzo!!” sbottò tra sé schioccando le dita. Fu proprio quella parola che le fece scoccare una scintilla nel cervello. Se quell’individuo le aveva scritto via e-mail, poteva benissimo rintracciare l’indirizzo da cui le aveva spedite, e da quello risalire magari all’indirizzo IP. E da quello sarebbe stato facile rintracciare la chiamata. Riprese di nuovo tutte le e-mail ricevute, ma ebbe subito la brutta sorpresa di scoprire che non solo gli indirizzi erano diversi, ma anche che appartenevano al sito Hotmail che mette a disposizione caselle di posta gratuitamente. E questo rendeva molto difficile riuscire a reperire il reale indirizzo IP. Non si diede comunque per vinta. Dopo tutto lei non era un’esperta e decise lo stesso di chiedere aiuto a Maurizio. Forse lui sarebbe riuscito a ricavarne qualcosa.
E così, prima ancora di ricevere la risposta dell’ultimo messaggio inviato, ne spedì un altro chiedendogli se era possibile risalire all’identità di chi si celasse dietro quel tipo di indirizzi.
Lo inviò e rimase in attesa, sperando di ricevere la risposta che voleva.
Ma non fu così, e quando cominciò a leggere il messaggio, le sue speranze si affievolirono spegnendosi come una candela.
“Mimosa, mi dispiace deluderti ancora ma purtroppo quello che mi chiedi non è possibile. Non è possibile proprio per il tipo di indirizzi e-mail. Voglio dire, in genere quando si invia una e-mail, rimane nel messaggio la traccia dell’indirizzo IP di chi l’ha inviata. Questo anche tu lo sai perché te l’ho spiegato tempo fa ti ricordi? Ma se si usano caselle di posta tipo Hotmail, come quelle usate da questa persona, allora non è possibile risalire a tale indirizzo, proprio perché nel messaggio compare come indirizzo quello del server di posta Hotmail, e non l’indirizzo reale di chi invia. Purtroppo il nostro amico è molto furbo e riesce così a rimanere nell’anonimato. Mi dispiace ma non posso proprio aiutarti. Forse se la polizia si mettesse in contatto con Hotmail potrebbe cercare di avere le informazioni che cercate, ma credo che in ogni caso sarebbe una cosa molto lunga, e non si risolverebbe in tempi brevi.”
La delusione le si dipinse in volto appena finì di leggere quelle parole, e la minaccia che per qualche momento era riuscita a mitigare, le si rivolse contro con tutta la sua violenza.
Si alzò di scatto dalla sedia, spegnendo il computer con rabbia, ignara dell’e-mail che di li a poco avrebbe ricevuto.
Ma al momento l’icona era spenta.
Si mise a camminare per la stanza, con l’ombra proiettata dal lampadario che si spostava dipingendosi prima sul pavimento e poi sulle pareti. Si avvicinò ancora alla finestra scostando di nuovo le tendine per controllare la macchina parcheggiata.
Era ancora lì, e ci sarebbe rimasta per fortuna tutta la notte.
“Almeno quello” pensò.
Almeno per quella notte non avrebbe corso altri rischi. C’era un agente pronto sotto casa, e aveva inoltre anche il numero diretto del tenente Roger, e poteva usarlo in qualsiasi momento.
Poteva stare tranquilla.
Lasciò andare la tendina che si richiuse coprendo l’auto in mezzo alla strada, e si girò di spalle per andare a letto.
Ma non riuscì a fare neanche un passo.
Proprio mentre si girava, un’immagine la folgorò trapassandole il cuore come una lama rovente. Si girò di nuovo di scatto verso la finestra strappando via la tendina.
L’auto era lì.
Ma era vuota.
E l’agente non c’era.
Guardò meglio per capire se si sbagliava, sperando di aver visto male. Strizzò gli occhi per vedere meglio nella penombra e per controllare se per caso fosse seduto in uno degli altri sedili. Ma niente.
Non si sbagliava. L’auto era davvero vuota, e vedendo anche il riflesso della luce sui sedili ne ebbe la prova.
Ma dove diavolo era andato? Chi lo aveva autorizzato ad allontanarsi?
Ma mentre si poneva mille domande sul perché, un’immagine la colpì in pieno come una sassata.
Si era allontanato? Oppure quel criminale lo aveva aggredito e magari ucciso?
Quel pazzo criminale poteva benissimo averlo aggredito. Si, certo. Poteva averlo fatto. Poteva averlo preso di sorpresa mentre era seduto in macchina, magari stordito e trascinato fuori dall’auto mentre lei era intenta a scrivere al computer, ignara di quanto stesse accadendo. E magari in quel momento giaceva chissà dove con la testa fracassata, o peggio ancora. Ma non osava immaginarlo.
Presa dal terrore si precipitò al telefono e chiamò Roger.
Le mani le tremavano mentre componeva il numero e più di una volta compose quello sbagliato. Dovette provare tre volte prima di digitare le cifre giuste e sentire il segnale dall’altra parte del filo.
Il telefono alla centrale parte cominciò a squillare. Un trillo, due, tre, quattro. Ma niente risposta. Rimase in ascolto mentre gli squilli si susseguivano freddi e senza risposta.
Ne dovette attendere parecchi prima di sentire una voce rispondere.
“Centrale di Polizia, sergente Sanders.”
“Presto, sono la signora Mayer, devo parlare col tenente Roger. E’ urgentissimo.”
“Mi dispiace signora ma al momento il tenente è fuori di pattuglia, ma se vuole lo posso rintracciare via radio.”
“SIIII!! PRESTO!!” esplose lei, “FACCIA PRESTO!!. L’agente Sterling che avete mandato a sorvegliarmi è sparito e non vorrei che fosse stato aggredito da quel maniaco che mi sta perseguitando” disse tutto d’un fiato prima di sentire dall’altro capo una frase che la raggelò come una doccia fredda.
“Agente Sterling? Ma di chi sta parlando signora Mayer? Qui non lavora nessun agente con quel nome? E’ sicura di aver capito bene?”
Guardò sconvolta verso la finestra e solo in quell’istante capì la terribile verità.
“NOOOOO!” urlò disperata, lasciando cadere la cornetta che rimase a penzolare al muro come un impiccato.


Cap 4

Si precipitò alla finestra col cuore in gola e solo allora, guardando la macchina ferma nell’ombra, ricollegò una serie di fatti che le erano parsi insignificanti. L’auto non era della polizia, era solo un’auto blu con una sirena e un lampeggiante agganciati sul tetto. L’agente le aveva parlato per citofono e non lo aveva visto di persona. E anche la voce del tenente al telefono, solo in quel momento si rese conto che aveva un tono diverso da quella che aveva sentito di persona poco prima.
Come aveva potuto essere così stupida? Come aveva potuto cadere in trappola in quel modo, fidandosi di un agente che aveva solo sentito per telefono senza presentarsi di persona alla porta?
Era ’lui’ che l’aveva chiamata al telefono. Era ’lui’ che le aveva citofonato spacciandosi per l’agente di scorta. Era ’lui’ che si era appostato sotto casa per sorvegliarla. Certo, per sorvegliarla, ma non certo per proteggerla. Solo stando lì sotto poteva controllare ogni sua mossa, e agire nel momento più opportuno.
Ma ormai era troppo tardi.
Era stata davvero una stupida. E ora rischiava di pagare le conseguenze di questa sbadataggine. Corse nel corridoio e sprangò la porta di casa col catenaccio e la serratura di sicurezza. Da lì non sarebbe passato di certo. Andò in cucina e chiuse i vetri. Abbassò la persiana e la chiuse col gancio di sicurezza. E lo stesso fece nel salotto prima di tornare in camera da letto.
Si avvicinò alla finestra della sua stanza per chiudere la finestra, ma non ci riuscì. Il suo sguardo incontrò quell’ombra che la stava osservando immobile dalla strada.
Era lui.
Col suo impermeabile e quell’orribile cappello che metteva i brividi. E con quella specie di roncola che faceva luccicare dondolandola sotto la luce fioca dei lampioni. Era fermo, immobile, quasi la stesse sfidando a scappare, ondeggiando quella lama pronta a colpirla.
Ma lei non poteva scappare.
Non ci sarebbe mai riuscita, paralizzata come era dal terrore.
Rimase a fissarlo con le mani strette sul montante della finestra, incapace di chiuderla. Sentiva che se l’avesse chiusa sarebbe stato peggio. Almeno in quel modo poteva vederlo e se lo vedeva laggiù poteva considerarsi al sicuro in casa.
In sottofondo intanto, la voce dell’agente alla centrale usciva metallica dalla cornetta, mentre cercava di chiamare Sandra per capire cosa stesse succedendo. Ma solo in quel momento la donna lo sentì e si girò verso il telefono.
Un solo attimo, una frazione di secondo. Ma si accorse troppo tardi dell’errore.
Quando si girò di nuovo verso la finestra, l’uomo non c’era più.
Si accasciò a terra disperata, cercando di nascondersi da qualche parte. Dovunque. Qualunque posto sarebbe andato bene pur di dileguarsi da quell’assassino. Spingendosi con i piedi verso la parete quasi a voler sprofondare dentro il muro.
Si rialzò e chiuse di scatto le persiane proprio nel momento in cui le sirene della polizia si fermavano davanti alla casa, stridendo con le ruote sull’asfalto.
Poi, la voce di Roger risuonò nella notte rompendo il silenzio.
“Fermo !!! Polizia!! Fermo o sparo!!” e subito le parole furono seguite a due schiocchi secchi che rimbombarono nella notte come colpi di frusta.
Ne seguì un veloce scalpiccio, dei passi veloci che si allontanavano. E poi più nulla.
Lo stavano inseguendo pensò. Forse lo avrebbero preso. Lo avrebbero arrestato.
Ma non poteva saperlo. E il terrore la stava annientando.
Rimase in piedi al centro della stanza, con le mani strette sui gomiti, girandosi intorno come una giostra impazzita, senza riuscire a fermarsi. E con gli occhi che vagavano lungo le pareti quasi per cercare qualcosa che potesse portarla via da lì. In qualsiasi posto ma lontana da lì.
Girava e girava come i preda ad un raptus, finchè alla fine, le forze cominciarono a venirle meno e si accasciò a terra svenuta al centro della stanza, sotto la luce del lampadario che la circondava con un alone di luce bianca, quasi ad incorniciarla sul pavimento.
Fuori intanto, il silenzio era tornato a regnare incontrastato.
Rimase priva di sensi per diverso tempo, non seppe neanche lei quanto, prima che il suo stato di incoscienza fosse bruscamente risvegliato dalla mano del tenente Roger che inginocchiatosi accanto a lei la stava pizzicando sul braccio per farla rinvenire.
“Signora Mayer, mi sente? Sono il tenente Roger. Mi sente?”
Sentiva quella voce ovattata chiamarla da lontano, come in un sogno. Sentiva che era una voce familiare, ma le rimbombava nelle orecchie frastornandola ancora di più. Si sentiva fuori dal mondo. Non capiva cosa stesse succedendo.
Aprì gli occhi ma subito li chiuse per via della luce del lampadario che la abbagliò come un lampo.
“Cosa è successo? Non capisco” disse con un filo di voce mentre si strofinava il viso e gli occhi cercando di riprendere contatto col mondo reale.
Roger l’aiutò a rialzarsi e a mettersi seduta sulla sedia.
“Signora Mayer abbiamo visto il suo aggressore, ma purtroppo ci è sfuggito durante l’inseguimento. Mentre fuggiva ha anche aggredito un ragazzo colpendolo in maniera abbastanza seria. Era proprio una roncola, aveva visto bene. Il ragazzo deve essersi trovato casualmente sulla sua strada e l’assassino lo ha colpito forse proprio per fermare noi. Forse dava per scontato che ci saremmo fermati a soccorrerlo e avremmo desistito dal rincorrere lui. E purtroppo ha avuto ragione. Ci siamo dovuti fermare per aiutare il giovane. Lo abbiamo trovato a terra appena voltato l’angolo in una pozza di sangue, mentre cercava di estrarre la roncola ancora conficcata nella spalla destra.”
”Accidenti!! Un’altra vittima che non c’entrava nulla. E chi è quel poveretto?” chiese sempre con un filo di voce.
“Si chiama York McLeod, almeno a giudicare dai documenti che gli abbiamo trovato in tasca. E’ uno studente di 28 anni.”
“Che cosa?? York?? Ma siete sicuri che sia proprio lui?”
“Certo che siamo sicuri. Lo conosce per caso?”
“Certo che lo conosco, lo conosco molto bene direi. Abbiamo avuto una relazione e siamo stati insieme per parecchi mesi. Ma poi ci siamo lasciati.” rispose Sandra quasi sul punto di piangere nel sentire quella notizia. Anche se non stavano più insieme, le dispiaceva molto che fosse rimasto ferito. Non bastava la sua situazione. Ora anche York ne era rimasto involontariamente coinvolto.
“Ma che ci faceva a quell’ora in giro per la città?”
“Questo non lo so. Non siamo ancora riusciti ad interrogarlo, ha perso molto sangue e ora lo stanno sottoponendo a trasfusioni in ospedale. Ma credo che domani potrà parlare e forse ci po