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Incubo - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/02/2006 alle ore 18:02:45

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cap 1

"Dove sono, chi sono, cosa è successo?" furono solo una parte delle domande che cominciarono a fluire dalla sua mente, mentre lo stato di coscienza stava lentamente affiorando in superficie. Si stava risvegliando come da un sogno nonostante non riuscisse ancora ad riaprire gli occhi per vedere dove si trovasse davvero. Sentiva il corpo pesante come un macigno, e la testa che gli ronzava come un nido di vespe inferocite che svolazzavano in cerca di un’apertura da cui sgusciare fuori. Quasi fossero i postumi di una sbronza colossale. Ma questi erano peggiori. La stanza dove si trovava era avvolta nel silenzio più assoluto e dalla patina scura che filtrava attraverso le sue palpebre ancora chiuse, capì che doveva trovarsi in un ambiente buio. Strizzò piano le palpebre quasi per dissolvere quella sensazione sgradevole di nausea che sentiva dentro e per cercare di riprendere contatto con la realtà che non sapeva da quanto aveva perso. La prima cosa di cui si rese conto fu di trovarsi sdraiato, probabilmente disteso su un tavolo o su un letto o su qualcosa di simile, ma non riusciva a sentire assolutamente nulla. Il suo corpo sembrava diventato improvvisamente pesante e insensibile come un pezzo di legno.
Si sforzò tremando di dischiudere le palpebre ma subito le richiuse strizzando gli occhi, infastidito dalla pur minima luce che vedeva sul lato sinistro in lontananza. Rimase con gli occhi chiusi, mentre cercava di ricordare disperatamente cosa fosse successo. Come mai si trovava in quel posto così buio? Cosa gli era successo?
Non sentiva alcun dolore al corpo, ma nonostante tentasse di muoversi, non ci riusciva. Sentiva come se il corpo non gli appartenesse più e non rispondesse più alle sue sollecitazioni. Provò a contrarre i muscoli delle gambe, ma niente. Erano immobili. Poi provò con quelli delle braccia, ma anche questo non diedero alcun segno di reazione. Ogni tentativo falliva miseramente gettandolo sempre di più nella disperazione, facendo crescere dentro di lui una gelida sensazione di paura, resa ancora più terribile dal fatto di non ricordare cosa era successo. Aveva avuto un incidente? Oppure qualcuno lo aveva colpito? Quale trauma lo aveva ridotto in quello stato? E chi lo aveva portato in quel posto?
Forse qualcuno lo aveva legato e immobilizzato per non farlo scappare? Ma se così fosse stato avrebbe dovuto sentire il contatto del suo corpo con il legacci o le cinte che lo bloccavano. E invece non sentiva nulla. Niente di niente.
E questo lo portò a pensare ad una cosa sola. Ad una realtà terribile.
Il suo corpo era paralizzato.
Il terrore e l’angoscia esplosero di colpo dentro di lui come un incendio facendolo sprofondare nella disperazione più profonda, mentre la sua mente si sforzava razionalmente di rinnegare una realtà così atroce. Non doveva essere così, non poteva. Sarebbe diventato un vegetale e la vita sarebbe diventata un incubo. No. No. Non poteva essere vero.
Forse aveva solo subito qualche trauma violento ma non irreversibile che lo aveva ridotto in quello stato, ma che di li a poco si sarebbe ripreso. Forse gli avevano iniettato dei sedativi che gli avevano reso insensibile il resto del corpo, per poter applicare delle terapie per farlo riprendere al più presto. Si, terapie forse di riabilitazione per rimetterlo in sesto. Ma rimettere in sesto chi? Chi era lui? In un attimo di panico si rese conto di non ricordarsi neanche questo. Chi era? Cercò affannosamente nei suoi pensieri di trovare qualche barlume che lo identificasse in qualche modo. Non cercando appigli per capire cosa gli fosse successo, ma solo per capire chi fosse. Migliaia di pensieri e di immagini si accavallavano nella sua mente ma sembravano tutte completamente estranee a lui. Sembravano come diapositive che non aveva mai visto, proiettate sullo schermo della sua mente, e che invece di aiutarlo a capire sembravano gettarlo ancora di più in quel terribile stato di confusione mentale. Forse se fosse riuscito a sapere di più sul posto in cui si trovava, sarebbe riuscito anche a ricollegare meglio quei frammenti che si sovrapponevano davanti ai suoi occhi come proiettati a forte velocità da una telecamera.
Poi, improvvisamente, una fitta al centro dell’addome gli mozzò il fiato, e solo in quel momento si rese conto che stava respirando. Solo in quell’istante si accorse del leggero movimento del torace che si sollevava e si riabbassava mentre i polmoni pompavano aria fresca strappandola al buio della stanza. Lentamente, stava riprendendo coscienza della realtà intorno a lui, come fosse rimasto ibernato per molto tempo e si trovasse ora in un tempo e un luogo a lui sconosciuti. Lentamente provò a riaprire gli occhi e questa volta si sforzò controvoglia di mantenerli aperti, nonostante la leggerissima luce che filtrava iniziasse a farglieli lacrimare. Sentiva le gocce calde che scendevano, colando dall’angolo degli occhi, giù lungo le guance e sul collo, per poi posarsi sulla superficie del tavolo dove si trovava disteso.
Sbattè le palpebre per cercare di far scivolare via tutte le gocce e finalmente sentì gli occhi che non lacrimavano più.
Spalancò gli occhi il più possibile, e le palpebre si mossero tremando, con delle leggere fitte di dolore proprio sugli angoli. Cercò di muovere il collo e con sollievo sentì i muscoli contrarsi spostando la testa a destra e a sinistra con dei movimenti lenti. Ma furono proprio quei movimenti che dopo un attimo di sollievo lo fecero sprofondare nel terrore cieco. Quei movimenti e la consapevolezza di non riuscire a muovere il resto del corpo, lo facevano sprofondare sempre più nella disperazione di essere diventato davvero un vegetale. Si sforzava in ogni modo di non farsi prendere dal panico. Ma non ci riusciva. Cercò di sollevare il collo verso lo sterno, ma subito dovette desistere quando una fitta di dolore gli trapassò le tempie facendogli ricadere la testa all’indietro. Era debole. Non aveva forza neanche di sollevare la testa, .ma in quel breve attimo in cui c’era riuscito, aveva notato in un punto imprecisato davanti a lui, una specie di chiarore non ben identificato. Rimase con il capo immobile a guardare verso l’alto, o almeno questa era l’impressione che aveva stando sdraiato in quel modo. E solo allora, dopo che i suoi occhi si erano un po’ abituati all’oscurità, notò proprio sopra di lui, alcune luci intermittenti che non aveva visto prima, pur non capendo cosa fossero. Strabuzzò un po’ gli occhi per cercare di vedere meglio e gli sembrò senza ombra di dubbio che fossero luci di strumenti elettronici. Piccole lucette bianche e verdi che a tratti lampeggiavano come spinte da vita propria. Ed ebbe conferma di tutto questo quando girò il collo verso sinistra e notò un piccolo schermo rettangolare verde, su cui si stagliava il grafico di un segnale intermittente che sembrava un battito cardiaco. Probabilmente il suo. Rimase per un attimo con gli occhi fissi a quella forma d’onda che oscillava silenziosa cercando di capire se i picchi di quelle forme d’onda corrispondevano davvero ai battiti del suo cuore. Senza accorgersene e in preda all’emozione, smise di respirare per qualche tempo e subito sentì il suo battito diventare più pesante e contemporaneamente il grafico reagire allo stesso modo. Era proprio il suo battito cardiaco. Si trovava in ospedale allora? O in qualche centro di cura?
Rimase con gli occhi incollati a fissare quelle onde che si propagavano lungo lo schermo al ritmo del suo cuore che irradiava il sangue nel suo corpo. Nel suo corpo freddo e immobile.
Il pensiero di un incidente cominciò a farsi strada in lui, ma più si sforzava di ricordare e più la mente sembrava ribellarsi cancellando ogni riferimento a quello che poteva essergli successo.
Poi, proprio mentre cercava disperatamente di ricordare, il silenzio fu improvvisamente rotto da un suono intermittente come un allarme. Lo sentiva perforargli i timpani come la punta affilata di un trapano, ma non poteva coprirsi le orecchie perché le sue mani non rispondevano.
Sentiva quel suono infilarsi tagliente nei timpani, infiltrandosi nelle sinapsi del cervello, costringendolo a chiudere gli occhi per il dolore. Poi così come improvvisamente era comparso, altrettanto improvvisamente si spense e subito le sue orecchie furono avvolte da un suono ovattato come reazione a quello stridulo che avevano appena sentito. Come una camera d’aria che si sgonfia sfiatando attraverso la valvola, i suoi timpani cominciarono ad adagiarsi a quel suono soffice e ovattato rilassandosi dopo la scossa nervosa appena subita. E subito dopo, la luce soffusa in fondo alla sala diventò più ampia e intensa, mentre una specie di porta si apriva mostrando la sagoma allungata di un essere alto quasi quanto la porta, che dopo essersi affacciato si stava avvicinando a passi lenti e silenziosi verso di lui.

Cap 2

La luce che filtrava dalla porta lo abbagliò per qualche istante, ma subito dopo cominciò ad illuminare i contorni e i dettagli dell’ambiente in cui si trovava. Era una stanza molto grande, completamente vuota, e abbassando gli occhi in direzione della sagoma che si stava avvicinando, si rese conte che, come aveva già immaginato, si trovava davvero steso sopra un tavolo, coperto da un lenzuolo fino al collo, ma non riusciva a vedere nulla al di sotto del suo torace che sporgeva possente verso l’alto, abbassandosi e rilassandosi al ritmo del suo respiro. Provò anche ad espirare completamente per cercare di ridurre il volume dei polmoni e abbassare il torace per consentirgli di vedere oltre, ma non ci riuscì.
E ormai la figura che si stava avvicinando, lo aveva quasi raggiunto.
Sentiva i passi leggeri dell’individuo che accrescevano la sua paura e la sensazione di impotenza. Poteva essere chiunque, e avrebbe potuto fargli qualsiasi cosa.
E lui non avrebbe in alcun modo potuto difendersi, visto che non poteva muoversi.
L’individuo lo raggiunse fermandosi di fianco al letto e appena lo vide accanto a lui si rese conto che era un uomo. Alto circa un metro e novanta con un camice bianco e una mascherina che gli nascondeva quasi completamente il viso. Lo osservava tenendo gli occhi socchiusi per non far capire che era sveglio quasi per paura che se l’altro lo avesse scoperto sarebbe stato peggio per lui. L’uomo non degnò di uno sguardo né lui, né gli strumenti accanto al letto, ma subito cominciò ad armeggiare con alcuni ferri su un ripiano di fianco al letto mentre il suo respiro calmo sfiatava attraverso la mascherina.
Sollevò quindi il lenzuolo iniziando a mettere le mani su di lui.
Cosa voleva fargli? Perché aveva sollevato il lenzuolo? Cosa stava facendo sul suo corpo?
Non riusciva a sentire nulla tranne una paura devastante. Solo quella sentiva. Ma per il resto, niente di niente.
Vedeva le braccia dell’uomo muoversi nascoste oltre il bordo del lenzuolo, senza avere la minima idea di cosa stessero facendo. Se solo non fosse stato paralizzato in quel modo, avrebbe potuto sentire il contatto sulla pelle delle mani di quell’individuo e avrebbe potuto avere una pur minima idea di quello che stava facendo. Forse stava cambiando qualche medicazione? Forse stava ricucendo qualche ferita? Come poteva saperlo? Tutto era insensibile in quel corpo. Passarono minuti di terrore interminabili in cui il cuore sembrò scoppiargli nel petto, prima che l’uomo davanti a lui smettesse di lavorare sul suo corpo e riabbassasse il lenzuolo. Ma proprio in quell’istante, mentre il lenzuolo si abbassava, una seconda sagoma scura si stagliò in fondo ai suoi piedi, a fianco dell’altra. Il cuore gli diede un colpo secco e entrambe le persone se ne accorsero dal diagramma sul monitor alla sua sinistra che aveva appena mostrato il guizzo del suo muscolo cardiaco. Si girarono di nuovo verso di lui, guardandolo fisso in volto con i loro occhi di ghiaccio. Si sentiva perso, avevano scoperto che era sveglio, e il terrore di vedere anche un’altra persona a fianco del letto lo faceva sentire ancora più alla loro mercé. Rimase immobile, inchiodato al letto dai loro sguardi e da quella paralisi che ormai lo aveva ridotto in quello stato vegetativo.
Poi, in un’ attimo, l’ombra di una mano si avvicinò al suo viso, costringendolo a chiudere gli occhi per il terrore di cosa gli avrebbero fatto. Ma non sentì nulla. Riaprì piano piano le palpebre proprio mentre due mani veloci si spostavano lungo il suo viso lavorando inserendo e togliendo ferri di cui non conosceva la natura. Un ferro piatto sporgeva dal lato destro del suo viso mentre dall’altro lato uno dei due u0mini stava infilando qualcosa che non riuscì a vedere bene.
Ma non sentiva nulla. Era terrificante. Due persone gli stavano infilando ferri nel viso, nella carne. Ma lui non sentiva nulla. Possibile che tutto il suo corpo fosse completamente insensibile?
Poi, come un flash-back, la sua mente lo riportò a pochi minuti prima, quando aveva riaperto gli occhi e aveva sentito delle lacrime calde scivolargli lungo le guance. Quelle le aveva sentite. Le aveva sentite bene.
E perché allora non riusciva a sentire quei ferri conficcati nel suo viso?
"Si sta riprendendo" disse una delle voci sussurrando attraverso la mascherina.
E il suono di quelle parole gli sembrò subito familiare. Come familiare gli sembrò anche quella dell’altra persona che rispose
"Dopo quello che gli è successo, è già un miracolo che sia ancora vivo."
Successo? Miracolo? Quelle parole gli rimbombarono nel cervello come palle d’acciaio che gli rimbalzavano nel cranio senza trovare una via d’uscita.
"Per fortuna non capita tutti i giorni di cadere dentro una pressa idraulica e per fortuna il suo busto è rimasto fuori e il peso gli ha maciullato solo le gambe, altrimenti non avrebbe avuto scampo" aggiunse la voce che aveva parlato per prima.
Ogni singola parola gli trapassava il cervello come una spada. Caduto in una pressa? Le gambe dilaniate? Ma quando era successo? E dove? Come? Era quello il motivo per cui non sentiva più le sue gambe? E forse era anche quello allora il motivo per cui non sentiva più neanche il resto del corpo? Forse nell’incidente aveva subito danni alla spina dorsale ed era questo il motivo per cui era paralizzato? Ma come mai non aveva sensibilità neanche al viso? Mentre pochi minuti prima l’aveva? Forse gli avevano appena anestetizzato tutto il resto corpo per impedirgli di soffrire? Per impedirgli di sentire quello che gli stavano facendo? Ma da quanto tempo era lì? E per quanto tempo avrebbe dovuto rimanerci?
E soprattutto... Cosa gli stavano facendo?
Non riusciva a smettere di tormentarsi con tutti quegli interrogativi che gli turbinavano nel cervello come un vento gelido che sembrava paralizzargli anche le sinapsi.
Le due figure davanti a lui continuavano a lavorare su di lui nascoste dalla penombra e soprattutto dalle lenzuola alte che gli impedivano di vedere cosa stessero facendo. Poi un sibilo li fece fermare di colpo ed entrambi si voltarono di scatto verso uno degli strumenti dietro la sua testa. Non poteva vederlo perché era proprio dietro di lui, e anche se avesse girato la testa sarebbe stato inutile. E poi in quel momento era troppo terrorizzato per avere l’intenzione di voltarsi.
Rimasero per un attimo con gli occhi fissi su quel dispositivo, quando uno dei due allungò una mano forse per spegnerlo, visto che appena la ritrasse il rumore era cessato.
Abbassarono quindi entrambi gli occhi su di lui, quasi all’unisono, e fu proprio in quell’istante che cominciò a sentire dentro di lui una specie di fluido ghiacciato che scivolava dentro il suo corpo. Sentì come una corrente fredda che partiva dalla nuca e piano piano scivolava dentro di lui come se un ugello microscopico stesse infiltrando dell’acqua ghiacciata all’interno delle sue vene. Era una sensazione sgradevole e piacevole al tempo stesso che lo spinse a chiudere gli occhi. Sgradevole perché gli dava fastidio sentire quel freddo intenso dentro il suo corpo, ma piacevole perché provare quelle sensazioni gli faceva capire di essere vivo alimentando la speranza di non essere paralizzato affatto visto quello che stava sentendo. Era come sentire un a linfa vitale che piano piano comincia a risvegliare i sensi fino a quel momento addormentati. Cominciò lentamente a sentire anche il movimento del proprio respiro. Il movimento del torace che si gonfiava e si sgonfiava, che gli era del tutto estraneo fino ad un attimo prima. Cominciò a sentire il contatto della pelle contro il lenzuolo che lo ricopriva e le braccia che cominciavano formicolare, ridestandosi da una specie di torpore, dandogli come la sensazione che il sistema nervoso si stesse ridestando in seguito a qualche evento collegato a quel sibilo che aveva sentito poco prima e che uno dei due uomini aveva interrotto con un gesto della mano.
Poteva sentire il suo battito cardiaco. Riusciva a percepire il ritmico movimento del proprio cuore nel petto che pulsava trasmettendo le sue vibrazioni vitali al resto del corpo e pompando il sangue nei vasi sanguigni. Si sentiva rinascere.
Ma c’erano ancora molte cose che lo tormentavano, prima fra tutte la sua identità. Chi era davvero?
Aprì gli occhi, proprio nell’istante in cui i due uomini si stavano allontanando da lui. Preso da un istinto irrazionale fece uno sforzo per chiamarli, ma appena contrasse la gola per parlare, una fitta gli bloccò la voce e quello che ne uscì fu solo un sibilo leggero che si spense prima di raggiungere le due persone che erano ormai uscite dalla stanza. Si sentiva tornare le forze e avrebbe voluto gridare per avvisare chiunque fosse lì fuori che era sveglio ed era vivo, ma tutto quello che uscì dalla sua bocca, furono solo dei deboli sospiri, che nessuno avrebbe potuto ascoltare.
Ormai riusciva a sentire distintamente anche le braccia e solo allora decise di provare a muoversi. Di provare a muovere uno dei due arti e vedere cosa succedeva. Si concentrò sul braccio destro. Chiuse gli occhi sperando in cuor suo che riuscisse a muoverlo. Ma era anche terrorizzato dall’idea di non poterlo fare. Se avesse provato e non fosse successo nulla sarebbe stato il crollo di un’illusione. Voleva dire che le sensazioni che stava provando in quel momento erano solo immaginarie, e che la sua paralisi era invece reale. Si immaginò il suo braccio destro disteso sul lettino, immobile, si concentrò su di esso deciso a vincere la paura, e contrasse i muscoli.
E il braccio si mosse. Di poco ma si mosse.
Il movimento fu appena percettibile, ma la sensazione fu talmente forte che gli diede l’impressione che quel piccolo movimento avesse in qualche modo aumentato quel flusso gelido che già sentiva. E più il flusso aumentava e più riusciva a muovere il braccio. Sembrava quasi che la reazione del braccio aumentasse il flusso nel suo corpo e che l’aumento di flusso aumentasse la forza del braccio. Sembravano quasi sostenersi a vicenda. Continuò a provare e riprovare movendo il braccio sempre di più e nonostante alcune fitte di dolore che lo trafiggevano durante i movimenti, l’euforia di quella scoperta fu tale che non riusciva a smettere di muoverlo. Sollevava la spalla, piegava il gomito e poi il polso, arrivando anche a contrarre le dita. Strofinava i polpastrelli tra loro e sentiva al tatto la pelle che strusciava. Era vivo. Era vivo. E questa scoperta lo stava rendendo euforico come non era mai stato. Era come se stesse piano piano risorgendo da un baratro in cui era finito senza sapere come e perché. Abbassò lo sguardo e un sorriso gli si stampò sul viso quando vide l’ombra del suo arto alzarsi e abbassarsi sul lato destro del lettino. Rimase ad osservarlo e a muoverlo per diverso tempo, ormai in preda all’euforia, prima di urtare accidentalmente qualcosa di molle e appiccicoso che stava accanto a lui sul letto.
Subito si bloccò e rimase col braccio sollevato per la sorpresa e lo spavento. Cos’era stato? Cos’era quella cosa calda e appiccicosa che stava di fianco a lui? Appoggiò la mano vicino al fianco per paura di toccarla di nuovo, girando il collo verso destra per vedere. Ma non vide nulla. Rimase con il viso girato nella speranza di riuscire a vedere qualcosa, sforzando gli occhi, ma la penombra non gli permetteva di capire cosa fosse. Lentamente e con timore alzò di nuovo il braccio per cercare di toccare ancora una volta quella superficie molle. Per capire cosa fosse.
Lo alzò tremando. Lo avvicinò. E subito la riconobbe al tatto.
Era un naso, molle e appiccicoso, ma era un naso.
Ritrasse di scatto la mano che tremava come una foglia e la appoggiò al suo fianco mentre l’orrore cominciò a sconvolgerlo dalla testa ai piedi. Un naso, ma di chi? Se c’era un naso allora c’era anche un volto e quindi una testa e un corpo. Allora non era solo? E chi c’era a fianco a lui? La mano destra continuava a tremare e nonostante il resto del corpo cominciasse piano piano a risvegliarsi, il terrore di non sapere cosa si trovava al suo fianco lo paralizzava.
Gli uomini che erano entrati avevano rivolto le loro attenzioni solo su di lui. E non sembrava esserci nessun’altro oltre a lui. Ma ora invece sapeva che non era solo. Chi era quell’altro?
E come mai i due uomini non si erano curati di lui?
E quell’ultima domanda gli spalancò davanti agli occhi un’immagine orribile.
Era un cadavere quello che stava accanto a lui?
L’orrore divampò nella sua mente paralizzandogli ogni barlume di razionalità.
Un cadavere? Insieme a lui che invece era vivo? Perché?

Cap 3

Ma subito un’altra domanda gli sconvolse la mente ancora di più di quella di prima. Se davvero era un cadavere, e se davvero aveva avuto quel terribile incidente, forse i medici avevano usato quel corpo per trapiantare gli organi che lui aveva perso? Ma se era così, perché lasciare il cadavere a canto a lui?
Si sentiva distruggere dalla paura e dalla disperazione che si trasformarono in sordi mugolii che cominciarono ad uscire dalla sua gola come onde di dolore.
Ma cosa diavolo era successo? Cosa? E perché non riusciva a ricordare?
Ma se davvero stavano cercando di salvargli la vita, perché lo tenevano in quella stanza buia, quasi nascosto? Perché non si trovava in una qualsiasi corsia d’ospedale come tutti i malati? Era forse speciale lui?
Era speciale?
Quella domanda gli rimase impressa a fuoco nel cervello. Speciale? Forse lui era davvero una persona speciale? Forse uno scienziato importante o un uomo politico di rilievo? O forse una spia internazionale rimasta ferita durante un’azione? E i medici preferivano tenerlo segregato e nascosto in quella stanza per evitare che altri potessero scoprirlo o potessero scoprire cosa era successo?
Erano mille domande senza risposte, e per quanto si sforzasse di cercare delle risposte rimanevano solo e soltanto domande.
Allungò istintivamente la mano di nuovo verso destra, col palmo aperto deciso a toccare i contorni di quel viso, nonostante le dita e i polpastrelli gli tremassero per la paura. Subito la punta di quel naso toccò i centro del palmo e lentamente piegò le dita toccandone la base e sfiorando i contorni di quel viso ai lati del naso. I polpastrelli si posarono sulla pelle, spostandosi lentamente come fosse la mano di un cieco che cerca di riconoscere al tatto un oggetto che non può vedere. Le guance erano morbide, segno che il rigor mortis non era ancora subentrato e anche la pelle era calda, segno che la morte non doveva essere avvenuta molto tempo prima. Spostò la mano verso la fronte, ma la ritrasse con uno scatto appena le sue dita affondarono nei fori vuoti delle orbite degli occhi. Un senso di orrore gli paralizzò la mano facendogliela stringere al fianco serrando il pugno come una morsa.
Non aveva più gli occhi. Forse erano stati già espiantati e forse erano statti trapiantati proprio su di lui. Quel pensiero gli fece strizzare le palpebre come a voler rifiutare una realtà simile, mentre si sforzava di far passare quel terrore cieco e quella paura di trovarsi in balia di persone che non conosceva, incapace di muoversi, e ora in compagnia di quel corpo mutilato che giaceva accanto a lui.
Ma lo sforzo non durò molto.
Subito una scossa violenta lo attraversò come una scarica e il cervello cominciò a pulsare mentre sentiva il suo corpo gonfiarsi come un pallone. Sentiva la corrente elettrica propagarsi dal cervello al collo e giù, lungo le braccia e l’addome, facendolo tremare come una foglia secca sul punto di staccarsi dal ramo. Sentiva violenti spasmi muscolari propagarsi per tutto il corpo, dalla testa fino al bacino.
Ma non sentiva le gambe.
Sentiva come se il suo corpo finisse all’altezza del bacino e non proseguisse oltre, e le onde elettriche sembravano rifrangersi contro quel muro di terminazioni nervose interrotte per regredire di nuovo verso il suo cervello. Rimase in balia di quella sensazione per molto tempo. Neanche lui riuscì a capire per quanto. Mentre quella corrente elettrica invadeva il suo corpo facendosi strada in ogni minimo anfratto, come aria che veniva pompata per gonfiare un pallone.
Ma fu quello che accadde qualche attimo dopo che lo portò alle soglie della pazzia.
Cominciò lentamente a sentire le ossa del bacino gonfiarsi, l’addome dilatarsi e spingere verso il basso, in direzione delle due gambe che non c’erano più. Sentì i nervi e i muscoli spingere, spingere violentemente, come tentacoli che volevano uscire fuori. Cosa gli stava accadendo? Come era possibile? Spingevano in direzione delle gambe, come una bocca che soffia in un palloncino sgonfio, che man mano si allunga e prende forma spinto dall’aria che lo gonfia. Sentiva i tessuti dilatarsi, gonfiarsi con fitte atroci che gli trapassavano il cervello come unghie affilate. Sentiva le scariche elettriche che gli trapassavano i tessuti nervosi e muscolari che sapeva di non avere più visto che non aveva più le sue gambe. Ma non capiva allora la causa di quel dolore lacerante che si propagava proprio lungo i due arti che non c’erano. Rimase con la braccia lungo i fianchi, tastando con le mani il vuoto che c’era sotto il bacino. Nel punto in cui avrebbe dovuto toccare le cosce, che invece era vuoto. Ma il dolore atroce invece c’era. Era presente e lo stava distruggendo. Non riusciva neanche a lamentarsi per via del dolore che gli paralizzava la gola, facendogli emettere solo una serie di gemiti soffocati che uscivano dalle sue labbra come sbuffi di fumo dalla ciminiera di un treno a vapore.
Non ce la faceva più, non riusciva più a resistere a quel dolore. Era troppo forte e devastante, mentre il corpo si gonfiava sempre di più. Sempre di più. Si sentiva scoppiare, mentre continuava istintivamente a toccare con la mano destra la parte bassa sotto il bacino dove quel dolore lo stava facendo impazzire. Quasi che quel contatto riuscisse a lenire quella sofferenza atroce. Ma fu proprio quel contatto a dargli una scossa di terrore quando sentì muoversi qualcosa lì sotto. Qualcosa che cominciò lentamente a gonfiarsi sotto il lenzuolo, all’altezza della sua coscia. E lo stesso accadde un attimo dopo sul lato sinistro. Sentì con entrambe le mani, qualcosa che sembrava spingere e gonfiarsi sotto il lenzuolo e la sensazione di terrore che provò riuscì solo per un attimo a superare il dolore che stava sentendo. Sembrava un cuscino che lentamente si stava gonfiando sotto il suo bacino riempiendo tutto lo spazio vuoto che c’era al posto delle gambe. E più passava il tempo e più lo sentiva gonfiarsi verso il basso.
Cosa gli stavano facendo? Cos’era quella cosa?
La parte superiore del corpo sembrava ormai essere tornata quella di una volta e sia le braccia che il busto che fino ad un attimo fa sembravano pesi morti, ora, erano rinati come rimessi al mondo da una linfa vitale che doveva essere stata quella che aveva iniziato a sentire pochi minuti prima. Anche la mente era più libera e sgombra dalla coltre di nebbia che l’aveva avvolta appena svegliato.
Ma il dolore era devastante e lo attanagliava sempre di più.
Cercò di sollevare il busto e puntò entrambi i gomiti su letto per alzarsi. Ma la fitta al cervello fu così tagliente che ricadde pesantemente sulla schiena con un tonfo sordo, rimbalzando sulla superficie rigida su cui era sdraiato. Rimase per qualche attimo intontito per la botta, col cuore in gola e senza fiato, prima di riprovare ad alzarsi. Puntò di nuovo i gomiti e stavolta facendo forza con tutto il corpo, riuscì a sollevarsi sui gomiti e ad abbassare lo sguardo verso il resto del suo corpo disteso sul lettino.
Ma l’orrore di quello che vide fu devastante come un getto di benzina in un incendio.
Quello che aveva sentito con le mani e che aveva creduto fosse un cuscino, in realtà erano le sue gambe. Lo sguardo gli rimase pietrificato sulle sue gambe che lentamente si stavano ricostruendo sotto il lenzuolo. Mise istintivamente una mano davanti alla bocca, ma così facendo ricadde sul lettino sul fianco destro con una fitta lancinante alla schiena che gli mozzò il respiro. Chiuse gli occhi per il dolore ma subito li riaprì per cercare di rialzarsi.
Ma quando li riaprì, quello che vide lo terrorizzò ancora di più.
Il corpo dell’individuo che giaceva accanto a lui.
Riusciva ora a vedere distintamente quella sagoma che aveva sfiorato un attimo prima, e riuscì a vedere altrettanto bene le gambe di quel corpo che lentamente di stavano atrofizzando come un palloncino che si sgonfia fino a diventare un’appendice vuota e inerte. Riuscì a stento a trattenere un urlo di terrore che gli si spense dolorosamente in gola, con un sospiro disperato. Andò con lo sguardo alle sue gambe e poi di nuovo a quelle del cadavere accanto a lui in preda al panico più devastante.
Non era vero. Non era possibile. Doveva essere un incubo. Solo un incubo.
Non poteva credere a quello che stava vedendo, ma sembrava proprio che le gambe di quel corpo venissero in qualche modo risucchiate e trapiantate nelle sue. Non riusciva a capire come, perché non riusciva a vedere nessuno strumento collegato, ma doveva sicuramente esserci qualcosa, a giudicare dal ronzio che sentiva, che sembrava lavorare a ritmo frenetico per rigenerare il suo corpo distruggendo piano piano quello dell’altra persona.
Con un gesto improvviso riuscì a sollevare il lenzuolo che ricopriva le sue gambe e stavolta un urlo di terrore attraversò la stanza riecheggiando nei suoi timpani come un martello. Si mise a sedere di scatto, noncurante di poter in quel modo staccare alcuni degli strumenti che lo sostenevano e rimase impietrito davanti a quella scena. I suoi occhi andavano dalle sue gambe a quelle dell’altro rimbalzando come una palla di gomma da un’immagine all’altra. E mentre quelle dell’altro si stavano smaterializzando, le sue stavano crescendo sotto la spinta di chissà quale miracolo della medicina.
Vedeva le sue gambe ricostruirsi, ma l’orrore della scena riusciva a coprire il dolore di quella metamorfosi.
Le sue gambe erano orami arrivate sotto le ginocchia, mentre le altre due a fianco a lui si stavano man mano riducendo di volume e di spessore diventando sempre più simili a rami secchi pronti a spezzarsi al primo tocco. Vedeva distintamente le sue gambe crescere oltre il ginocchio, senza nessun rumore, ma solo con quel dolore tagliente che si alternava a un dolore diffuso su tutto il corpo che sembrava reagire in quel modo a quel fenomeno incredibile.
Avevano ormai raggiunto quasi le caviglie, quando improvvisamente la porta si aprì di nuovo e i due uomini di prima entrarono di nuovo nella stanza.

Cap 4

Accesero una luce soffusa che lo accecarono come un flash mentre con i camici bianchi si avvicinavano in silenzio osservandolo da sopra le loro mascherine bianche asettiche. Si misero entrambi sul alto sinistro del lettino con gli occhi che controllavano le sue gambe che riaprì gli occhi e guardando prima loro e poi di nuovo le sue gambe. Ormai anche i piedi erano quasi completati e poteva vederli benissimo alla debole luce artificiale che avvolgeva la stanza. Vide i due piedi mozzati a metà, mentre lentamente le parti superiori e le ossa del tarso si ricostruivano come comparissero dal nulla fino a ricostruire completamente entrambi gli arti fino alla punta delle dita.
A quel punto il dolore cominciò a diminuire bruscamente e subito il suo sguardo andò istintivamente al cadavere a fianco a lui. Le altre gambe erano sparite e al loro posto c’erano solo delle leggere tracce sul tavolo a indicare la loro presenza lì fino a poco tempo prima. Rimase con gli occhi incollati su quel corpo, incapace di distogliere lo sguardo, e lo osservava attentamente nonostante l’orrore fosse insopportabile. Era completamente massacrato. E il viso poi. Anche il viso era orrendamente devastato. Gli occhi non c’erano più e al loro posto c’erano due cavità rosse orribili che sembravano osservarlo. La parte alta della volta cranica sembrava corrosa insieme al lobo dell’orecchio destro che non c’era più.
Rialzò lo sguardo atterrito verso i due dottori che compresero il suo stato d’animo e ricambiarono il suo sguardo.
"Finalmente si è svegliato signor Craven?"
Craven? Quel nome gli rimbombò nelle orecchie ma fu come un colpo di gong che aprì una porta che fino a prima era rimasta bloccata. La porta dei ricordi. E subito la sua mente cominciò a ricordare. Il suo nome. Norman Craven. L’incidente. La pressa. Le sue gambe imprigionate tra le ganasce e poi strappate dal resto del corpo. E poi più nulla. Poi si era risvegliato in quella stanza e da lì era iniziato quel calvario che lo aveva condotto fino a quel punto.
"Non si preoccupi signor Craven, è normale dopo un incidente come il suo sentirsi così come si sente ora. Per fortuna siamo riusciti ad arrivare in tempo sul luogo dell’incidente e siamo riusciti a portarla qui per poterla sottoporre al trattamento col suo "alter ego uno". Sarebbe bastato qualche attimo di ritardo e non avremmo potuto più fare nulla per lei, e sarebbe stato spacciato. Così invece come può vedere, l’abbiamo fatta tornare esattamente come prima. Al giorno d’oggi possiamo fare questi interventi con estrema semplicità a meno che non ci siano condizioni particolarmente difficili o che il paziente sia in condizioni davvero irrecuperabili. Ma per fortuna il suo caso non rientra in questi."
"Al giorno d’oggi? Ma quale giorno?" disse Norman balbettando mentre con le mani si stringeva le tempie con gli occhi ancora fissi sulle sue gambe.
"Capisco il suo stato di confusione. Ma siamo nel 2590 e lei è il signor Norman Craven si ricorda?"
"Si certo, solo ora comincio a ricordarmi tutto. Chi sono. L’incidente e tutto quello che è successo. Ma cosa è il mio "alter ego uno" di cui mi stava parlando prima?"
"Certo capisco la sua domanda. E naturale dopo aver subito un trauma del genere. "alter ego uno" è esattamente l’individuo che giace accanto a lei "disse uno dei due medici quasi sorridendo, soddisfatto di quello che stava per dire e soddisfatto del successo appena ottenuto con Norman.
Norman si girò lentamente verso il corpo alla sua destra, mentre l’altro medico spinse un tasto accanto alla parete per aumentare l’illuminazione della stanza.
"Ma chi è?" disse guardano il corpo e poi girandosi di nuovo verso il medico.
"Forse è il caso che le spieghiamo tutto dall’inizio. Visto che ci sono cose che lei non sa e che appunto per questo devono rimanere segretissime. Come le ho detto lei è Norman Craven, alto esponente dei servizi segreti della ISA (International Services Agency) ed è stato proprio lei a fare da cavia a questo progetto che è stato tenuto segreto per i motivi che capirà da solo una volta che le avremo spiegato di che si tratta. Diversi anni fa proprio per paura di poter perdere elementi importanti della nostra società come lei a tanti altri, il centro scientifico dell’ ISA, iniziò segretamente a studiare delle tecniche per duplicare i corpi di alcune delle personalità più importanti del pianeta. Per creare delle specie di cloni, da mantenere in vita ad un livello puramente neurovegetativo. Non quindi una vita nel senso che noi tutti conosciamo. Abbiamo estratto il DNA da campioni di sangue che abbiamo prelevato da alcuni campioni di prova, e nel giro di diversi anni siamo riusciti a creare in laboratorio dei perfetti cloni dei vari individui con lo scopo di poter in qualche modo sfruttare questi corpi per sostituire le parti danneggiate del corpo originale. Capisce cosa intendo? Nel suo caso, dopo l’indicente, lei aveva subito l’amputazione delle gambe e l’asportazione di diverse altre parti come calotta cranica, un orecchio e entrambi gli occhi. Ma con l’aiuto del suo "alter ego uno", e utilizzando tutta la serie di macchinari che vede alle sue spalle, siamo riusciti a ricostruire il suo corpo proprio come era prima dell’incidente. E come se lei avesse risucchiato dal quel corpo, le parti danneggiate del suo e le avesse ripristinate al loro stato prima dell’incidente. In pratica il suo cervello una volta presa coscienza dei danni subiti dal corpo, viene stimolato artificialmente a cercare di riprodurre le parti danneggiate o mancanti, per farle ricrescere o per cercare di curarle. Ma per fare questo ha anche bisogno di un altro corpo presso cui attingere le informazioni riguardanti gli organi mancanti o danneggiati. Il suo cervello viene messo quindi a confronto con quello del corpo integro cosicché può attingere alle informazioni che quello contiene, e da qui, operare per recuperare da quel corpo tutto quello che gli serve per ricostruire quello in cui vive. Per cui in questo momento il suo corpo è come nuovo grazie all’intervento del suo cervello e alle risposte di quello dell’altra persona accanto a lei. Gli "alter ego" non sono esseri viventi come le ho spiegato prima. Sono solo corpi che vivono allo stato vegetativo, per poter mantenere in vita gli organi di cui il vero corpo potrebbe aver bisogno in qualsiasi momento.

Cap 5

Norman ascoltava passivamente le parole del dottore come un bambino che stesse ascoltando una favola fantastica dalla voce della mamma. Incredulo di quello che stava ascoltando.
"In questo modo quindi, avete sconfitto la morte, almeno per quanto riguarda alcune persone. Con questa tecnica tutti i pezzi da novanta sparsi per il mondo saranno immortali" rispose quindi balbettando per l’emozione di quello che stava dicendo.
"Non esattamente purtroppo. La tecnica è ancora in fase di perfezionamento perché per ora ha dei grossi limiti, soprattutto nei casi in sui la persona subisca dei gravi danni al cervello. Vede Norman, per poter ricostruire il corpo a partire da quello dell’alter ego, è fondamentale che il cervello sia intatto o almeno non abbia subito danni tali da compromettere la funzionalità delle aree che usiamo noi per i nostri interventi. Noi dobbiamo sfruttare al massimo le potenzialità del cervello della vittima e per questo il cervello deve rispondere alle nostre richieste. Ma se il cervello viene danneggiato, allora non possiamo più utilizzarlo come vorremmo, e non ci sarà nulla da fare per quella persona. Ma in tutti gli altri casi, il nostro metodo funziona benissimo e ne ha avuto lei stesso la dimostrazione. Si figuri che possiamo intervenire anche nel caso estremo in cui la vittima dovesse essere decapitata. Anche in quel caso, con un procedimento molto più lungo e delicato, potremmo ripristinare l’intero corpo mancante a partire dal collo. Ora che il suo recupero è finito, i resti del suo alter ego verranno cremati per non lasciare tracce, e come fase finale della terapia, obblighiamo ogni persona sottoposta al trattamento ad assumere dei farmaci per cancellare dalla sua memoria ogni cosa che ha visto o sentito durante la fase di recupero. Questo proprio per evitare si sappia in giro dell’esistenza di questa tecnica."
"Ma quali sono le persone di cui avete creato dei cloni?"
"Questo non possiamo rivelarglielo, perché andrebbe contro le regole che ci siamo imposti da quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto. Le posso solo dire che non sono molte, e ognuna ha a disposizione più di un alter ego. Ecco perché quello che lei ha appena usato lo abbiamo chiamato "alter ego uno. Perché è il primo che lei ha usato"
"Ma quindi ce ne sono altri oltre a questo? Tutti uguali a me?"
"Certo, e non solo. Negli ultimi tempi ci siamo impegnati a fondo per raffinare la tecnica e siamo riusciti ad ottenere risultati davvero sorprendenti. Nel senso che se in questo momento prelevassimo il DNA da un paziente, riusciremmo a creare un suo alter ego in soli 6 mesi. Quindi questo può farle capire che anche nel caso in cui gli alter ego esistenti si esaurissero, potremmo crearne subito degli altri in breve tempo e ricomporre le scorte che abbiamo. Inoltre lei signor Norman è stato il precursore di questo tipo di interventi. Lei è il primo su cui abbiamo sperimentato i nostri risultati, e a quanto possiamo vedere possiamo ritenerci soddisfatti." disse alla fine il medico dandogli una pacca sulla spalla.
Norman abbassò lo sguardo sul suo corpo, sulle sue gambe e su tutto il resto, provando quasi una sensazione di rigetto di quelle parti che non sentiva sue. Come se appartenessero a qualcun altro. E in effetti così era. Eppure mentre le muoveva, sentiva che erano sue, come erano state sue quelle che aveva perso. Provò per un attimo a chiudere gli occhi e a dimenticare tutto quello che era successo nelle ultime ore, da quando si era risvegliato, e gli sembrò davvero che tutto quello che aveva sottratto all’altro corpo, fosse davvero suo come se gli fosse sempre appartenuto. Sentiva i muscoli delle gambe contrarsi e rilasciarsi rispondendo agli stimoli del sistema nervoso. E gli occhi, che reagivano agli stimoli del suo cervello ridandogli la vista che aveva perso nell’incidente. Anche la cicatrice che aveva sopra il ginocchio destro, che si era procurato diversi anni prima in seguito ad una caduta. Anche quella ora si stagliava nello stesso punto e nelle stesse proporzioni di quella originale, facendogli capire il livello di perfezione raggiunto da quella tecnica.
Rimase senza parole, cercando di riscoprire a poco a poco quel corpo nuovo che invece era sempre lo stesso, mentre i medici controllavano gli strumenti per verificare l’effettivo stato del paziente. Tutto sembrava a posto. Il battito cardiaco era regolare, accelerato ma normale vista la situazione, e anche l’elettroencefalogramma dava i segni previsti di un’attività regolare.
"Ora però, credo che debba riposare un po’ signor Craven, prima di poter iniziare le terapie di riabilitazione del suo corpo. Dureranno solo due giorni, ma sono necessarie per evitare eventuali complicazioni che potrebbero subentrare." disse il medico aprendo un cassetto e tirando fuori una siringa" Ora le darò un sedativo così dormirà almeno 12 ore prima di iniziare la sua riabilitazione."
Norman si sdraiò di nuovo sul lettino mentre il dottore gli legava un laccio emostatico attorno al braccio iniziando ad iniettargli il liquido.
Rimase ancora cosciente per qualche attimo prima di riaddormentarsi.
I medici diedero un’ultima occhiata agli strumenti collegati a Norman, spegnendo del tutto quelli collegati all’altro corpo ormai inutilizzabile.
Spensero le luci e uscirono dalla stanza.
Norman rimase da solo nel buio della sua stanza, mentre gli strumenti dietro e intorno a lui si animavano coi grafici del suo corpo. Il battito cardiaco, la pressione sanguigna, il ritmo respiratorio e altri grafici che davano una situazione abbastanza tranquilla del suo decorso post intervento.
Mentre quelli collegati all’altro corpo tacevano, muti, segno del trasferimento appena avvenuto. Muti, con gli schermi neri che non davano segni di vita.
Ma quei segni non erano ancora del tutto scomparsi da quel corpo mutilato.
Non erano ancora scomparsi da quel cervello che era stato usato per mutilare il corpo in cui viveva. Cervello che era ancora vivo e si stava lentamente risvegliando per riprendersi quello che era suo e che nessuno avrebbe dovuto togliergli. Cervello che iniziava ad irrorare di sangue quella carne devastata, facendo affluire aria nei polmoni, dando di nuovo la vita a quel corpo che voleva tornare come prima. Che non voleva morire ma voleva vivere e riprendersi tutto quello che era suo.
E lo avrebbe fatto, mentre quell’altro corpo disteso su lettino accanto dormiva, in un sonno profondo da cui non si sarebbe più risvegliato.