Il volo dei corvi - di Antonio Gestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 24/10/2007 alle ore 21:13:44
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Salerno stava ancora pensando a quanto era difficile da credere che due persone fossero morte a distanza di pochi giorni l’una dall’altra.
Una situazione fuori dalla normalità alla quale molto sinceramente non sapeva dare una risposta.
Sapeva di dover affrontare un mare di cose e questo era solamente l’inizio.
La cosa più difficile era trovare un nesso, un elemento comune oltre alla sola cosa che legava assieme le due persone tra loro.
Erano entrambe entrate a contatto con gli affari del Carmignani.
Questo lo riportò indietro nel tempo, ai giorni dell’indagine per la morte della signora Casati.
Qualcosa gli era sfuggito in quei giorni.
Quel “qualcosa” aveva già ucciso due persone ed il suo istinto investigativo gli fece supporre che fosse pronto ad uccidere di nuovo.
-Una trilogia di morti- pensò
Ma dove era il filo che conduceva alla fine?
Quante persone vi erano legate e chi stava alla fine di quel filo?
Lo stabile fu messo sotto sequestro, così come era la procedura. Fu lui a parlare nuovamente con il procuratore, che stupito, si fece ripetere per telefono due volte la situazione, credendo di non aver capito bene cosa fosse accaduto. Poi seguirono le solite cose.
Salerno non era ancora uscito dalla villa dopo la telefonata al magistrato e stava adesso sulla soglia dell’ingresso dove si poteva notare la prospettiva.
La stanza era rettangolare, il corpo era a terra vicino alla finestra.
Il sangue si trovava sul pavimento e sulla parete del muro.
Il maresciallo si chinò per guardare da una posizione molto più ravvicinata e vide della polvere sulle vecchie mattonelle irregolari.
In alcuni punti la polvere sembrava leggermente smossa, come se vi fossero stati appoggiati sul pavimento alcuni oggetti, dopo rimossi e portati altrove.
Entrando nella stanza al momento dell’arrivo sul luogo aveva notato per prima cosa quanto una stanza vuota evidenzi una sola cosa all’interno di essa se non ve ne sono altre. Se si pensa poi che “la sola cosa” è un cadavere di un uomo, questo è ancora più incisivo nella mente come una fotografia che imprime la sua immagine sulla pellicola. Però adesso si notava che c’era stato qualche altro oggetto in quella stanza di cui adesso non ce n’era più traccia.
Notò anche che le tracce di sangue erano state calpestate dall’assassino e che questi aveva sicuramente camminato nella strada sterrata al momento della pioggia che era scesa qualche giorno prima, perché le impronte erano di fango oramai seccato e si vedeva inoltre che appartenevano ad una sola persona.
A quel pensiero la mente di Nicola Salerno si fermò.
Il discorso era lineare, le tracce con il fango erano sull’ingresso, su per le scale e dentro la stanza dove si trovava il corpo del Mariani, poi le stesse impronte ripartivano da li e con un percorso identico tornavano fuori dalla stanza, poi per le scale e nel breve tratto che divideva l’interno della struttura con la parte esterna.
La dinamica era chiara.
Due persone, un morto e un omicida.
Per terra le due impronte lasciate dal Carmignani al momento della macabra scoperta.
Ma c’era ancora una nota stonata.
Una stecca presa da un maestro in pieno concerto la sentono tutti, ma se il maestro suona da solo la sente solo lui.
Così si sentiva Salerno, come un bravo suonatore che sbaglia una nota, ma si sentiva anche come un principiante che non riconosce quale delle note ha sbagliato .
-Le impronte!- pensò.- Sono prive della forma delle scarpe-
Reggi restò a pensare a quanto si erano appena detti, si accese nervosamente una sigaretta, poi sentì il bisogno di iniziare a muoversi.
Aprì la valigia che teneva chiusa a chiave nell’armadio della sua camera della pensione e dal suo interno ne estrasse una valigetta in plastica nera delle dimensioni di un libro. La aprì e rimase a fissarne il contenuto.
Era da molto che non lo faceva, poi come se aspettasse il segnale di qualcuno, in un attimo imprecisato la sua mano si posò sull’oggetto che si trovava alloggiato nella valigetta in plastica nera.
La sua mente volò lontano, a quel giorno maledetto in cui un oggetto simile gli salvò la vita, togliendola alla persona che si trovava di fronte a lui.
Per anni aveva sperato di non dover più usare una pistola, ma adesso stava respirando un aria diversa, un aria fredda che lo faceva rabbrividire.
Riempì il caricatore della sua Glock 10 mm e quando questo fu colmo di proiettili lo inserì nell’arma. Con una rapida trazione del carrello verso di se caricò l’arma. Poi eseguì la stessa cosa con l’altro caricatore che si trovava vuoto nella parte sinistra della valigetta nera di plastica.
Udì distintamente delle voci che giungevano da fuori, dove aveva lasciato la sua vecchia Opel.
Si nascose dietro un angolo, spense la sua piccola torcia ed impugnò con entrambe le mani la sua pistola. Sentì dei passi nel corridoio e capì che almeno due persone stavano andando verso la sua direzione.
Attese con il cuore in gola e le gambe irrigidite dall’adrenalina che qualcosa accadesse, poi udì distintamente delle voci di persone che parlavano piano fra loro.
Iniziò ad iperventilare per interrompere quel blocco che sentiva nel petto e gli impediva di far entrare aria dentro i polmoni.
Si sentì in trappola, ancora una decina di metri e si sarebbe trovato di fronte qualcuno che forse voleva qualcosa da lui. Magari la sua vita o semplicemente la sua testa.
Il buio sembrava ancora più buio e nella sua mente Reggi sentì passare un treno merci, con una miriade di vagoni carichi di paura.
Protese la sua pistola all’altezza dello sterno, poi piegò le braccia indietro, inspirò lentamente pronto ad uscire da dietro l’angolo dove si era riparato disposto a sparare.
Mentre ripeteva mentalmente ciò che avrebbe fatto appena uscito dall’angolo, con un piede urtò una bottiglia di vetro vuota, dimenticata li da chissà quanto tempo, che cadendo a terra fece un enorme rumore, rimbalzando più volte sul pavimento.
Non ebbe neppure il tempo di adeguarsi alla situazione nuova, ora che era stato scoperto ancor prima di essere visto perché qualcuno agì prima di lui.
-Fermi! Carabinieri!- udì urlare da metà corridoio.
Tirò a stento un sospiro di sollievo, stavolta non sarebbe morto.
-Non sparate!- gridò
- Sono Reggi, sto in fondo al corridoio!-
-Che ci fa qui dentro? Esca- disse il militare con la luce della torcia ancora puntata nel viso di Reggi.
-Lo vorrei sapere anche io- pensò.
Qualcuno è entrato qui prima di lei ispettore ed ha lasciato le sue impronte.-
-Si maresciallo, ma questo cosa prova?-
-Guardi bene a terra Reggi! Mi dica se sbaglio. Che direzione hanno queste tracce di fango?-
-Mi sembra che inizino qua alla nostra sinistra, subito dopo il varco nel muro abbattuto.-
-Esatto, iniziano da qui alla nostra sinistra e sono tracce di entrata, come vede Reggi a destra ci sono ancora quelle cataste di tubi di ferro del vecchio sistema idrico e da li nessuno sarebbe potuto entrare.
-Si maresciallo ma con questo?-
-Con questo dico che sono tracce di fango che qualcuno ha lasciato entrando all’interno mentre attraversava il buco nel muro dalla parte destra.-
-Sinistra maresciallo! Sinistra!-
-No Reggi è la nostra sinistra ma è la destra per chi entra!
-Noi stavamo uscendo, non entrando-
-Senta maresciallo io non capisco ciò che mi dice.-
- Ispettore- Disse Salerno abbassando il tono della sua voce e tenendo per pochi istanti la sua mano sull’avambraccio di Reggi come per volerlo fermare.
-Chi è entrato due giorni fa è solamente entrato! Non è ancora uscito!-
Istintivamente entrambi, nello stesso istante, dopo essersi rapidamente guardati dritti negli occhi estrassero ed impugnarono le pistole, poi senza fiatare Salerno fece cenno a Reggi di ritornare indietro assieme, rifacendo il percorso che avevano appena terminato, ma stavolta intuì Reggi che da come il maresciallo muoveva lentamente la mano intendeva con estrema cautela.
Seguirono le tracce per tutto il corridoio centrale, poi le stesse si indirizzavano in fondo allo stabile ed entravano all’interno dell’ultima stanza.
La stanza rotonda priva degli angoli dove venivano rinchiusi i soggetti più pericolosi e che era semidistrutta a causa del cedimento strutturale di quella parte di edificio. Per quello, passando poco prima non era stata notata, non avevano pensato di guardare all’interno perché appariva ovvio che non poteva esserci nessun oggetto o nessuna persona all’interno di quella piccola stanza circolare semidistrutta.
Infatti avevano ragione.
Nessun oggetto e nessuna persona si trovava la dentro.
Nessun oggetto e nessuna persona avrebbe mai avuto quel fetore e quello sguardo.
Nessun oggetto poteva essere quella “cosa”.
E quella “cosa” di certo non era una persona.
