Il castello - di Stefano Uggè
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 11/09/2007 alle ore 16:03:50
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La piazza era gremita di gente intenta ad assistere ad uno spettacolo di sbandieratori e mangiafuoco. Le aste volteggiavano nel cielo e ricadevano in mano al giocoliere, che soddisfatto compiva un inchino al pubblico e riceveva un fragoroso applauso.
Mario e Sara erano distanti, ma riuscivano a vedere bene il funambolico show.
Il paese di Gradone si distende su una rocca, la quale, in cima, ospita un castello. Ai piedi della rocca c’ è la piazza, teatro di molte iniziative folkloristiche. In particolare, è molto atteso dai turisti lo spettacolo serale chiamato “presa del castello” durante il quale viene simulato l’attacco alla fortezza ai tempi del medioevo e termina con un suggestivo pianto color verdastro delle mura che contrasta il buio della notte.
Nonostante il cielo fosse stellato, sopra il castello si stavano riunendo strani nuvoloni neri, provenienti da ogni direzione e portati da un gelido vento che tagliava il viso agli spettatori.
Qualcosa di oscuro e inspiegabile stava per accadere, quella notte.
Mario guardava continuamente l’orologio, aveva prenotato la visita guidata alle 22.30 e non voleva entrare con gli ultimi gruppi. Sara era incantata dall’insieme di colori che producevano gli artisti nella piazza, e l’idea di visitare un castello di notte non l’affascinava. Sarebbe rimasta volentieri e il suo istinto femminile avrebbe avuto ragione...
I due fidanzati si incamminarono verso la rocca.
Si erano conosciuti un sabato, durante una serata trascorsa a ballare con gli amici. Si incontrarono per caso, scontrandosi sulla scalinata del locale, e fu subito colpo di fulmine. Un mese dopo si fidanzarono. Avrebbero dovuto trascorrere le loro prime vacanze insieme, con altri amici in Sardegna, ma una serie di contrattempi li aveva costretti a dirottare verso la Romagna. E il destino li aveva portati a fare quella visita.
L’entrata del castello era in cima al borgo di Gradone. Ci si arrivava percorrendo una strada in salita contornata di negozi. Erano principalmente piccole botteghe di artigianato locale, che esponevano i propri gioielli in legno, in ceramica e in ferro battuto. Gli articoli erano ammassati ma disposti con ordine, così l’ occhio veniva attratto dalla varietà di forme e colori. Camminando si trovavano anche Bar e Tavola calda, pizzerie e qualche libreria. E ogni altro tipo di attrazione turistica.
L’ultimo pezzo della strada era ripido e come se non bastasse, dissestato. Mario e Sara ci arrivarono col fiatone, seguiti da un gruppo di giapponesi impegnati a fotografare anche le cose più insignificanti e i loro ripetuti scatti si mischiavano alle voci confuse della gente.
Finalmente arrivarono. Davanti a loro si ergeva una possente struttura in mattoni che occupava tutto il perimetro della rocca. Da quella posizione si vedevano solo due delle quattro torri e il lato dell’ entrata principale. La luce dei lampioni sottostanti in contrasto col nero della notte, creava dei riflessi particolari, che davano al castello una strana tonalità rosa opaco. C’era qualcosa di inquietante in quelle mura, nell’ ingresso e nell’ atmosfera.
Il portone per accedere al castello era protetto da un pesante ponte levatoio in ferro nero e travi di legno. Le grosse catene che lo sostenevano erano agganciate a due anelli arrugginiti che spuntavano dal muro frontale. Guardando più in alto, in prossimità dei due angoli superiori del portone si vedevano due piccole feritoie, scure come la pece che, molto probabilmente, venivano utilizzate per guardare all’esterno senza poter essere visti. A rendere ancora più sinistro e caratteristico l’ingresso, vi era una tettoia in legno che ospitava un canale di scolo in rame lavorato, le cui estremità assumevano le sembianze di una testa di drago in procinto di sputare fuoco.
La comitiva passò il ponte levatoio ed entrò nel cortile principale, dove c’era la biglietteria.
Tutto il cortile era circondato da colonne di marmo color biscotto, che sostenevano la struttura soprastante. Ogni coppia di colonne formava un arcata ed in cima ad ognuna di esse c’erano delle figure scolpite. Erano civette. In qualsiasi punto del cortile, c’era una civetta in marmo che ti fissava con il suo muso schiacciato e i suoi occhi gialli e spalancati.
Sara, impaurita, si strinse contro il petto di Mario.
“Andiamo via, questo posto non mi piace, io odio quelle bestiacce!”
“Amore, non ti devi preoccupare di niente, sono solo sculture” disse Mario cercando di calmarla.
In passato, Sara era stata in qualche modo destinataria dei “messaggi”negativi di cui,secondo antiche tradizioni popolari, sono portatrici le civette e da quel momento aveva sviluppato un odio profondo verso il pennuto. Ricordava, che a 15 anni, mentre era seduta su una panchina a fumarsi di nascosto le prime sigarette con le amiche, all’improvviso, le si posò accanto una civetta. L’uccello rimase lì, a guardarla negli occhi e ad emettere il suo struggente verso, mentre Gloria e Anna cominciarono a prenderla in giro dicendole che era stata prescelta e che le sarebbe successo qualcosa di brutto.
Una settimana dopo, le morì la nonna, che fino ad allora aveva goduto di ottima salute.
A distanza di 10 anni, i ricordi di quell’incontro ravvicinato le turbavano ancora i sogni.
Il gruppo di visitatori, oltrepassata la prima rampa di scale, si incamminò verso la sala principale del castello dove, al centro, li aspettava la guida. La ragazza, alla vista del gruppo, sorrise e si avvicinò.
La minigonna rossa ondeggiava e lo spacco laterale lasciava intravedere le cosce lisce ed abbronzate. La ragazza vestiva una camicetta di raso bianca, sbottonata fino al seno, che aderiva perfettamente alla sua terza abbondante. I capelli, castani con riflessi rosso rubino, si appoggiavano dolcemente sul collo profumato di muschio bianco.
“Buongiorno a tutti, mi chiamo Eleonora e sarò la vostra compagna di viaggio per un paio d’ore, seguitemi prego” esclamò la guida mostrando i suoi denti bianchissimi.
Mario rimase sconvolto alla vista di quella grazia scesa dal cielo. Era alta e come se non bastasse, portava un paio di sandali bianchi col tacco, allacciati alle caviglie, che lasciavano scoperte le piccole dita pittate di viola.
Prima di entrare in quella stanza, Mario aveva immaginato di trovarsi davanti una donna bigotta sulla cinquantina, che sputava parole a raffica come fa una macchinetta che lancia palline da tennis, ed invece guarda un po’, gli era apparso un giovane angelo con gli occhi verdi.
Sara rifilò una gomitata nello stomaco a Mario e lo guardò indispettita. Si portò i pugni sui fianchi e lo fissò spalancando gli occhi, con la testa leggermente inclinata verso destra. Mario sorrise, cercando di sdrammatizzare e disse sottovoce :
“Ma amore! Lo sai che gli occhi sono fatti per guardare no?! Stai tranquilla!”
“Tranquillo, è morto! Stai attento tu, se no va a finire che te lo taglio!”
Quella donna, non era solamente bella, ma aveva qualcosa di intrigante e il suo sguardo si incrociava spesso e volentieri con quello di Mario.
Il gruppo, guidato da Eleonora, scese nella prima stanza visitabile: la sala delle torture.
“Mi raccomando, scendete uno alla volta e fate molta attenzione” disse Eleonora.
Scesero prima i giapponesi, poi Sara ed infine Mario. Aveva davanti a sé una trentina di scalini in cotto, larghi più o meno venti centimetri. Con cura, fece il primo passo e si accorse immediatamente che il suo quarantasei era troppo per quegli scalini così piccoli. Per evitare di cadere, decise di scendere camminando, molto lentamente, sul fianco. Sara lo guardava scendere, imbarazzata, mentre gli altri membri del gruppo ridevano sotto i baffi.
Giunto nella stanza, Mario rimase incantato dalla crudele bellezza di quel posto. Capì il senso del cartello esposto sul bancone della biglietteria: ‹‹ PER I BAMBINI E LE PERSONE IMPRESSIONABILI E’ SCONSIGLIATA LA VISITA ALLA SALA DELLE TORTURE››.
Le pareti e il soffitto della stanza erano in roccia, sembrava di essere in una grotta. Faceva freddo e la luce era scarsa. Un fastidioso odore di chiuso entrava nei polmoni. In alto, al centro, si poteva scorgere una carrucola arrugginita dalla quale pendeva uno spezzone di corda grande quanto una fune da ormeggio per le navi. Sulla destra, c’era un bancone in legno con degli strani ingranaggi alle estremità. Accanto ad esso, appesi alla roccia, vi erano una serie di disegni che spiegavano nel dettaglio tutte le malvagità che si erano compiute in quella stanza. Contro la parete sinistra, c’era una teca, protetta da un pesante cristallo antiproiettile che conteneva tutti gli oggetti che venivano utilizzati nelle torture. Ovunque, si intravedevano strane macchie rosse e strani brandelli di cotone.
Eleonora iniziò a raccontare.
“Forse avrete capito che ci troviamo nella sala delle torture. Questa stanza risale ai primi del 1700 e qui le guardie del castello, attraverso mezzi estremamente crudeli, cercavano di estorcere informazioni importanti al nemico oppure punivano gli schiavi e tutti quelli che non rispettavano il volere del re.”
Mentre Eleonora proseguiva il suo racconto, Mario era occupato ad osservare i disegni sulla parete e Sara faceva finta di non vederlo. Lo avrebbe strozzato, non le piaceva il suo comportamento in mezzo agli altri. Aveva l’abitudine di isolarsi e farsi i cazzi suoi. E Sara non lo sopportava.
“Quel pesante tavolo che vedete alla mia destra serviva alla tortura dell’allungamento. Alla vittima, sdraiata con le braccia distese sopra la testa, venivano legati polsi e caviglie, poi, mediante una leva, si azionavano degli ingranaggi che progressivamente allungavano il tavolo e, di conseguenza, il corpo della vittima, provocandole così dolori lancinanti. Se il condannato collaborava veniva liberato, in caso contrario la tortura continuava fino alla completa rottura delle ossa. Il prigioniero poi, ancora vivo, veniva liberato e appeso come carne da macello. Qui agonizzava, lentamente, respiro dopo respiro, fino alla morte!”
Il viso di Eleonora era cambiato. La dolcezza del suo sorriso aveva lasciato posto ad un sogghigno inquietante, come se fosse felice di quello che stava raccontando. Parlava agitando le sue mani abbronzate e rivolgeva il suo sguardo verso gli spettatori, ma i suoi occhi si facevano sempre più grandi e cupi, come illuminati da una strana luce. L’unica ad accorgersi di quel radicale cambiamento fu Sara...
Mario continuava imperterrito a studiare con cura maniacale le didascalie dei disegni appesi al muro, mentre la famiglia di giapponesi non pensava ad altro se non ad illuminare la stanza con il flash delle macchinette digitali.
Sara invece era in ansia, sentiva una strana sensazione e quel posto non le piaceva più. Iniziò a guardarsi intorno e vide, in cima al muro di sinistra, una feritoia larga più o meno cinquanta centimetri, dalla quale poteva vedere il cielo. Grossi nuvoloni di colore grigio opaco si erano accumulati e stavano entrando dalla finestra. Sembrava nebbia, benchè nel mese di agosto fosse raro, se non impossibile, vedere. La nebbia aveva coperto il castello, ma all’insaputa di tutti, il paese sottostante godeva ancora del cielo stellato.
Terrorizzata, si avvicinò a Mario e, con il suo piccolo dito indice tremolante gli indicò la finestrella.
“G...g...guarda fuori, ho tanta paura” bisbigliò a fatica Sara.
Mario guardò la nebbia, che si faceva sempre più densa come se qualcuno la stesse gonfiando, e si voltò di scatto verso Eleonora.
“Scusa...ma è normale che...”
La frase gli si troncò in bocca. Osservò Eleonora e, se un attimo prima avrebbe potuto innamorarsi di lei, ora desiderava solamente uscire da quella stanza ed allontanarsi da quella donna.
La giovane guida continuava a dimenare le mani nell’aria, le muoveva come se stesse invocando qualcosa o qualcuno e alzava e abbassava il viso lentamente. Le pupille si erano ingrossate e teneva gli occhi sempre spalancati, come se fosse una bambola di cera. Parlava di maghi e streghe, sacrifici umani, demoni che si nutrono di sangue e corpi lasciati a marcire, dopo averli scuoiati vivi. Farfugliava parole incomprensibili, accenni di istituzioni che non capivano il potere del castello, di ospedali psichiatrici, di una vendetta imminente e di favori particolari in cambio della libertà.
Sara, sempre più spaventata, strinse forte la mano a Mario e lui l’abbracciò sussurrandole : “Non ti preoccupare amore, andrà tutto bene vedrai, andrà tutto bene...”
Mario cercava con tutte le sue forze di fare coraggio a Sara, anche se aveva la sensazione di avere poche possibilità di andarsene da quel luogo oscuro. Ma non avrebbe mai immaginato ciò che stava per accadere.
Anche i giapponesi, solitamente abituati a qualsiasi situazione, smisero di fotografare e rimasero attoniti, ad osservare con terrore.
La nebbia iniziò ad entrare velocemente nella sala delle torture, come se fosse sospinta dal vento ed avvolse con la sua coltre tutta la grotta.
“Amore cosa sta succedendo ?” urlò Sara, che sentiva stretto a sé il corpo di Mario ma non riusciva più a scorgere il suo viso.
“Sono qui, con te, qualsiasi cosa accada” rispose con rassegnazione Mario. E chiuse gli occhi.
La sala delle torture era completamente immersa nella nebbia, si poteva solo scorgere a fatica la carrucola cigolante che pendeva solitaria dal soffitto.
Lo spettacolo nella piazza volgeva al termine e gli applausi, le grida gioiose dei bambini e il rumore delle fiamme scagliate dalle bocche degli artisti, coprivano gli urli agghiaccianti e agonizzanti che provenivano dai seminterrati del castello.
Allo scoccare della mezzanotte, la porticina in legno, che conduceva alla scala per raggiungere la sala delle torture, si chiuse, con un tonfo sordo, sprigionando polvere. La serratura venne chiusa con cura e una mano affusolata e abbronzata si mise in tasca l’enorme chiave in ferro battuto.
Un viso giovane, fresco e pulito, con un sorriso maligno, usciva soddisfatto dal castello.
