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Giochi di bimba - di Benedetto Silvestri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/06/2007 alle ore 14:47:44

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Giochi di Bimba


Cap 1

Laureen aveva solo 6 anni, e nonostante la sua giovane età, era sempre stata un’amante degli animali. Non le importava di che specie fossero o se fossero docili o feroci, piccoli o grandi, belli o brutti, perché per lei ognuno di loro aveva il suo aspetto interessante, chi più chi meno. Passava ore e ore davanti al televisore a vedere documentari o a sfogliare libri sull’argomento, e si soffermava sempre incantata ad ammirarli.
Una specie in particolare la interessava più di tutte. I felini.
Li considerava quasi una razza a parte ed era letteralmente affascinata dalla loro maestosità e dal loro comportamento a volte dolce e tenero e a volte aggressivo e spietato. Avevano su di lei un influsso speciale, e proprio per questo motivo l’anno prima aveva tanto insistito per farsi comprare un gattino da tenere in casa come suo compagno di giochi.
Era figlia unica e da sempre aveva desiderato un fratellino, ma visto che i genitori non volevano sentire assolutamente storie riguardo ad un altro bimbo, allora aveva pigiato sul tasto del gattino e dopo tanto insistere era riuscita ad ottenerlo.
E ora era lì, nel giardino davanti a casa sua, seduta sul plaid in mezzo all’erba accanto al vialetto che portava alla strada, mentre il cucciolo striato bianco e grigio le saltellava intorno giocando con un filo di lana che lei si divertiva a far penzolare sopra di lui. Vedeva quelle zampette morbide e calde saettare verso l’alto per cercare di afferrare il filo mentre la bimba si divertiva a tirarlo in su appena vedeva la punta delle unghiette avvicinarsi.
La giornata era calda e il sole accarezzava con i suoi raggi tiepidi le braccia scoperte della bimba mentre un alito di vento le rinfrescava la pelle inumidita da goccioline di sudore. Era ormai giugno inoltrato e la settimana successiva sarebbero partiti tutti per le vacanze al mare. E quest’anno per lei sarebbero state vacanze davvero speciali perché poteva contare sulla presenza del suo nuovo amichetto che non aveva con lei l’estate precedente. Già si immaginava di giocare con lui sulla spiaggia e di vederlo correre sollevando spruzzi di sabbia con le sue zampette morbide.
La madre era in casa a fare i bagagli, mentre il padre era intento a leggere il giornale in poltrona nel salone che affacciava sul giardino con una larga vetrata lungo tutta la parete. Una notizia in particolare sembrava averlo colpito. Quella di un bimbo di 5 anni ferito due giorni prima dal suo gattino che improvvisamente gli si era avventato contro inferocito, aggredendolo con le unghie e coi denti e riducendolo in condizioni tali da dover essere ricoverato in ospedale. Finì di leggere l’articolo, allungando istintivamente lo sguardo verso la figlia oltre la vetrata che giocava invece felice e tranquilla in giardino. E si rese conto che spesso basta davvero un niente per provocare disastri e tragedie imprevedibili e che spesso il pericolo è proprio nascosto dove meno te lo aspetti.
Laureen intanto, continuava spensierata i suoi giochi col suo nuovo compagno.
Si sdraiò sulla schiena, sentendo dietro le braccia e dietro le gambe, la superficie tiepida della coperta, riscaldata dal sole, mentre il gattino le saltava in grembo rincorrendo quel filo di lana che non gli dava pace. Le saltellava sulla pancia per cercare di afferrarlo, ma la bimba era sempre più veloce di lui a ritrarlo indietro, anche se ogni tanto glielo lasciava prendere per dargli un po’ di soddisfazione al gioco.
E fu proprio mentre era sdraiata col gattino davanti al viso, che sentì provenire dalla strada un rumore stridulo, come il suono di un’unghia che graffia sulla lavagna, e che in un attimo interruppe i loro giochi facendo svanire l’atmosfera gioiosa che c’era un attimo prima, come una candela che si spegne con un soffio.
Laureen si rialzò poggiandosi sui gomiti e facendosi ombra con la mano sugli occhi per vedere meglio di cosa si trattasse, e così facendo il gattino scivolò giù, rotolandole sulle sue gambe.
Era solo un’auto di passaggio che doveva avere voltato a velocità troppo elevata e il rumore che aveva sentito era stato lo stridio delle gomme, che dovevano essersi aggrappate come unghie sull’asfalto per evitare di uscire di strada. Fermò lo sguardo sull’auto mentre questa rallentava passando davanti al giardino, per poi sparire oltre la curva successiva. Rimase un attimo perplessa e un po’ interdetta da quella scena, e vedere quella macchina passare davanti a lei ad andatura così bassa, le diede una sensazione sgradevole. Era una macchina bianca, ma non era riuscita a vedere chi ne fosse il conducente, abbagliata dalla luce del sole che si rifletteva sui vetri scuri, ma la sensazione che ebbe nel vederla transitare così piano, fu quella di qualcuno lì dentro che avesse rallentato di proposito per osservarla. E anche quando la vide sparire oltre l’angolo alla fine del marciapiede, rimase con lo sguardo fisso alla curva, con la mente vuota, ma con quella strana sensazione che ancora non riusciva a dimenticare.
Chissà chi era, si chiese.
Ma forse la sua era solo suggestione causata dal quel rumore improvviso che l’aveva scossa.
Forse in realtà era solo qualcuno che stava cercando un indirizzo e cercava la strada leggendo i cartelli per controllare di essere nel posto giusto.
O forse era semplicemente una persona che era sbucata dalla curva a velocità troppo elevata, e vedendo la bimba nel giardino, aveva rallentato per non rischiare un incidente o peggio ancora di finire addosso alla bimba.
Ma si, alla fine si convinse che doveva essere proprio così e subito il gattino le saltò di nuovo in grembo dandole due schiaffetti morbidi sulle mani, quasi avesse capito lo stato d’animo preoccupato della sua padroncina in quel momento.
Quel contato soffice le distolse subito la mente da quei pensieri e abbassando lo sguardo verso il cucciolo in grembo, si buttò di nuovo nella mischia a giocare col suo amichetto a quattro zampe.
Ma il gioco durò poco.
Mentre stringeva il gattino tra le braccia, carezzandolo con la guancia sulla testa, improvvisamente lo sentì irrigidirsi. Sentì i muscoli delle zampette indurirsi e il corpo diventare teso e contratto, cominciando a tremare come se avesse paura.
Come se avvertisse un pericolo nascosto che stava incombendo su di loro.
Fece appena in tempo ad allontanare il viso dalla testolina dell’animale prima che questo le saltasse via dalle mani con un guizzo veloce, conficcandole le unghie nel braccio per spiccare il salto, allontanandosi e fermandosi a circa un metro da lei. Laureen sentì subito la fitta di dolore alle braccia e abbassando lo sguardo vide che le unghiette taglienti come rasoi dell’ animaletto le erano affondate nella pelle, lasciando lunghe striscioline rosso sangue che piano piano cominciavano a gocciolare lungo la pelle. Rimase con gli occhi fissi sul braccio sanguinante per poi risollevarli verso il gattino davanti a lei, incredula.
Non riusciva a credere a quello che le aveva fatto e non capiva cosa stesse succedendo. Non lo aveva mai visto in quello stato. Sembrava spaventato, tremava ed emetteva dei mugolii che non aveva mai sentito prima. Più che miagolii sembravano quasi dei lamenti dolorosi che uscivano da quella piccola gola che fino ad allora aveva solo emesso suoni dolci e affettuosi.
Poi, come spinto da una mano invisibile, il gatto scattò in avanti sulle zampe, scappando di corsa verso il bordo del giardino dal lato della strada. Laureen lo chiamò, ma il cucciolo sembrava non sentirla neppure, tanto era concentrato nella sua corsa.
Tenendosi stretto il braccio ferito, la bimba si alzò di scatto per rincorrerlo, rischiando quasi di scivolare sull’erba. Arrivò al marciapiede ma solo in tempo per vederlo scomparire dietro la curva alla fine della strada, a circa dieci metri da lei.
Non si fermò un istante e continuò a rincorrerlo.
Il padre che era all’interno della casa non si accorse di nulla, avendo il volto coperto dal giornale che stava leggendo, e non vide la figlia che si stava allontanando per rincorrere il gatto.


Cap 2

Laureen raggiunse in pochi passi l’angolo dove aveva visto sparire l’animale e si fermò scivolando sulle suole delle scarpe. Aveva il fiatone e il cuore le martellava in petto sia per la corsa che per la paura di non riuscire a scoprire dove fosse andato a finire il suo amichetto.
"Puffy, dove sei?" iniziò a chiamarlo, ma senza ottenere nessuna risposta.
La strada si snodava in mezzo a due schiere di villette che occupavano sia il lato sinistro che quello destro, con dei grandi giardini davanti ad ognuna che rendevano la zona tra le più verdi ed eleganti del quartiere. Riprese a correre a perdifiato, senza rendersi conto di quanto si stesse allontanando da casa.
E senza preoccuparsi che se avesse perso la strada, non sarebbe più riuscita a tornare dai suoi.
Raggiunse la prima villetta.
"Puffy !!!" urlò di nuovo, continuando a correre, sperando di sentire il miagolio che ormai conosceva bene.
Ma niente. L’unica risposta al suo richiamo fu il silenzio.
Sentiva il sudore scivolarle dalle tempie lungo le guance mentre cercava di asciugarle col dorso della mano, con il braccio che le bruciava ogni volta che piccole gocce salate scivolavano sulle ferite aperte. Ma il dolore era messo in secondo piano dalla paura di non riuscire più a ritrovare Puffy.
Raggiunse la seconda villetta sempre urlando quel nome, e la superò arrivando con pochi passi alla terza e poi alla quarta. I suoi occhi si giravano intorno spasmodicamente in cerca di qualche appiglio, di qualche indicazione su dove potesse essersi nascosto, ma niente.
Continuava a chiamarlo, ma senza risposta.
Alzò gli occhi verso le cime degli alberi per vedere se per caso si fosse arrampicato lì sopra, ma appena alzò la testa, subito le fronde degli alberi iniziarono a ruotare attorno a lei come una giostra infernale tanto che dovette per un attimo chiudere gli occhi e abbassarsi con le mani sulle ginocchia per non perdere l’equilibrio.
Ma fu uno sforzo inutile perché appena si chinò, il giramento di testa fu talmente forte che si dovette sedere in terra.
Rimase ansimante con lo sguardo incollato alla strada, mentre il cuore le martellava nelle tempie quasi a voler segnare il tempo che passava. E quasi a voler dire che più tempo passava e meno possibilità aveva di ritrovare il suo compagno di giochi.
Si sentiva male e le mancava l’aria.
Ma cosa era successo? Perché era scappato via in quel modo? E se davvero qualcosa lo aveva spaventato, cosa era stato?
"Puffy, torna indietro !!!", disse con un grido disperato mentre il dolore e la paura le stavano facendo sgorgare le prime lacrime che scorrevano sulle guance mischiandosi al sudore. Sentiva le gocce calde scendere giù lungo il viso, senza riuscire a fermarle, e senza riuscire a distogliere lo sguardo dalla strada. Rimase seduta singhiozzando disperata, mentre le case intorno a lei sembravano osservarla in silenzio, come freddi spettatori di quella scena straziante.
Il vento le scompigliava i capelli, dandole a tratti la sensazione di sentire dei miagolii lontani, ma subito si rendeva conto che era solo il suono dell’aria che carezzava veloce le sue orecchie, creando quei suoni che la facevano sussultare di gioia, per poi farla ricadere nella disperazione quando si rendeva conto che non erano quello che lei credeva e sperava che fossero.
Abbassò lo sguardo sui segni rossi che aveva sul braccio e con l’altra mano li sfiorò amorevolmente, quasi fossero l’ultimo segno lasciatole da Puffy, da conservare gelosamente. Li carezzò delicatamente così come aveva carezzato il suo gattino fino ad un attimo prima e come avrebbe voluto fare in quel momento per cancellare il dolore che stava provando, con il cuore stretto in una morsa che lo stritolava fino a farlo scoppiare.
Cominciarono a rincorrersi davanti ai suoi occhi, le immagini di tutti i momenti felici passati con lui, mentre grosse lacrime continuavano a scivolare giù sulle guance, cercando inutilmente di lenire il dolore che sembrava ormai un fiume inarrestabile.
Ma fu proprio una di queste immagini che le scorrevano come diapositive davanti agli occhi, che le diede uno scossone, riaccendendo il lei una debole speranza.
Qualche mese prima, mentre lei e Puffy giocavano nel parco vicino casa, ad un certo punto il gattino si era rifugiato sotto la radice di un albero, impaurito dallo scoppio di un petardo che aveva rimbombato per tutto il parco. Anche stavolta era scappato via spaventato, nonostante non sapesse bene da cosa, ma l’immagine di quello che era successo quella volta le fece pensare che anche in quest’occasione poteva essersi andato a rifugiare sotto la stessa radice dello stesso albero.
Si aggrappò a quella speranza come un naufrago ad una zattera.
Si alzò di scatto, facendo scricchiolare il brecciolino sotto le scarpe, e partì correndo verso il parco.


Cap 3

Il posto era a pochi isolati dalla casa e ci andava spesso anche da sola perché conosceva bene la strada. I suoi passi riecheggiavano lungo la strada all’unisono coi battiti del cuore che pulsava dentro di lei, come per riaccendere le esili speranze. Le lacrime che prima le scorrevano lungo il viso, ora erano spinte all’indietro dal vento che le carezzava le guance, mentre correva speranzosa di ritrovarlo e di riabbracciarlo, per cancellare per sempre il dolore provato.
Arrivò al cancello e lo attraversò senza fermarsi. Continuò a correre senza mai fermarsi, e solo dopo qualche decina di metri vide in lontananza l’albero vicino al laghetto. Rallentò, piantando i piedi nell’erba, fermandosi per un attimo senza fiato, con gli occhi incollati alla pianta. Poi, come spinta dalla forza della disperazione, percorse quegli ultimi metri tutti in un fiato, raggiungendo il tronco in pochi attimi.
Si avvicinò col cuore pieno di speranza. Si inginocchiò e guardò sotto.
Non c’era nulla.
E anche quell’ultima speranza si spense in un attimo lasciando che la disperazione tornasse a divorarla insieme al dolore.
Cadde in ginocchio scossa da singhiozzi disperati, accovacciandosi con le braccia sulle ginocchia, chiamando il nome del micetto tra un singhiozzo e l’altro, mentre ormai il dolore e la disperazione di averlo perso definitivamente, la stavano straziando.
Rimase in quella posizione, con gli occhi fissi sotto l’albero per un tempo interminabile, quasi sperasse di vederlo comparire magicamente dal nulla sotto quel piccolo anfratto tra le radici.
Ma non fu così.
E fu proprio in quel momento che le tornò in mente l’immagine di quella macchina bianca che poco prima era passata davanti alla sua casa, ridestando quella sensazione di disagio che aveva provato prima, ma ancora più forte di prima. Non capiva bene il perché, ma le venne istintivamente da pensare che fosse in qualche modo collegata quello che era poi successo al gattino. Ripensò a come aveva reagito subito dopo il passaggio dell’auto, e a come era scappato via, quasi terrorizzato.
Ma forse, pensò, erano solo sue congetture, suggestionata dal suo stato d’animo disperato.
Ma la disperazione e il desiderio di ritrovarlo erano più forti di ogni altra cosa e non voleva rassegnarsi. Alzò lo sguardo e vide dall’orologio vicino al laghetto che era quasi mezzogiorno e solo allora si rese conto che era scappata via di casa senza dire nulla, e magari in quel momento i suoi genitori se ne erano accorti e la stavano cercando.
Magari li aveva fatti spaventare inutilmente per correre dietro a Puffy.
Per questo decise di ritornare a casa, anche se dentro di sé non voleva farlo.
Sapeva che se lo avesse fatto, avrebbe perso definitivamente il suo amichetto.
E non lo avrebbe rivisto mai più.
Pur controvoglia, si alzò e con passo veloce riprese la strada del ritorno, sempre rigirando lo sguardo intorno, nella speranza di vedere spuntare dietro qualche albero o dietro qualche angolo, il musetto chiaro di Puffy.
Ma ogni volta, i suoi occhi ritornavano sui suoi passi, pieni di tristezza.
Raggiunse il giardino di casa e subito corse dentro per raccontare al padre quanto era successo e per cercare aiuto.
"Mamma, papà, Puffy è scomparso. Puffy è scomparso!" disse entrando come una furia, gridando di paura.
"Laureen" rispose il padre abbandonando il giornale e correndole incontro "che ti succede? Cos’è successo?"
"Oh, papà, Puffy è scomparso, non lo trovo più. Stavamo giocando in giardino ma all’improvviso mi è saltato via dalle braccia, mi ha graffiata, ed è scappato via!".
E solo allora il padre si accorse dei graffi sul braccio, mentre la madre scendeva di corsa dalle scale, incontro alla figlia.
"Cosa è successo Laureen?" le chiese spaventata dalle urla che aveva sentito.
"Mamma, Puffy è scomparso. E’ scappato via" disse lei ancora tra le lacrime, mentre il marito fece un cenno alla moglie come per dire che ci avrebbe pensato lui.
"Vieni che disinfettiamo i graffi prima di tutto" disse con calma il padre cingendole le spalle con un braccio per cercare di consolarla.
"Papà, lo devi ritrovare ti prego. Lo devi ritrovare" diceva la bimba convulsamente con la voce scossa da singhiozzi che quasi le impedivano di parlare.
"Stai tranquilla Laureen, vedrai che lo ritroveremo presto. Non devi avere paura. Forse si è spaventato per qualcosa e si è allontanato, ma vedrai che lo ritroveremo. Non ti preoccupare."
Il padre le medicò con cura i graffi, mentre i singhiozzi piano piano si spegnevano tra le lacrime della bimba. Poi, tornarono in salotto e l’uomo si sedette sulla poltrona dove era seduto fino ad un attimo prima, prendendo la bimba in braccio, adagiandola con la schiena sul suo petto e il viso verso la vetrata sul giardino.
"Adesso calmati, vedrai che andrà tutto bene" disse cercando di tranquillizzarla e di spegnere quegli ultimi singhiozzi che ancora la facevano tremare.
La bimba si adagiò sul padre, cercando conforto in quell’abbraccio, ma poi, di colpo, si irrigidì con un guizzo appena vide la sagoma grigia di Puffy comparire dal vialetto del giardino.
"Papà, Eccolo!!!" disse con un grido di gioia incontenibile saltando giù dalle ginocchia del padre e correndo fuori col cuore che le scoppiava dalla gioia. Uscì dalla porta di casa e corse incontro all’animale che camminava piano piano, con passo lento verso la casa, senza alcuna espressione in quel musetto. Laureen si avvicinò correndo afferrandolo al volo e stringendolo forte tra le braccia, mentre i cuore le si riempì di gioia al contatto di quel pelo morbido che temeva di aver perso per sempre.
Lo strinse a sé, ma l’animale rimase impassibile, quasi non avesse riconosciuto affatto la sua padrona. Laureen se ne accorse e lo allontanò un po’ dal viso per guardarlo meglio.
Sembrava diverso.
Non lo sentiva più affettuoso e giocoso come prima e per un attimo si spaventò, preoccupata per cosa potesse essergli successo e il sorriso di un attimo prima si spense in uno sguardo pieno di preoccupazione.
Controllò se per caso fosse ferito e constatò con sollievo che non lo era.
Era sporco, quello si, ma non aveva ferite o graffi.
Pensò allora che fosse anche lui scosso dalla paura di essersi allontanato oppure magari qualcosa lo aveva spaventato davvero mentre era per strada e si sentiva ancora sconvolto.
Riuscì così a cancellare quei dubbi dalla mente abbracciandolo stretto stretto e corse subito in casa gridando per la felicità, per la gioia di averlo ritrovato.
"Hai visto Laureen che è andato tutto bene? E che ti sei preoccupata inutilmente?" le disse il padre sorridendo "I gatti conoscono la strada di casa meglio di chiunque altro, e anche se scappano via lontano, riescono poi sempre a ritornare. Non c’era motivo di spaventarsi."
La bimba non ascoltò neanche le parole del padre, ma corse su in camera sua col cuore che le saltava nel petto per la gioia.
Entrò e chiuse la porta, saltando sul letto col gattino in braccio.
Si rannicchiò di fianco, con il micetto stretto in grembo e piano piano chiuse gli occhi per addormentarsi coccolata dalle fusa dell’animale.
Sentiva il morbido respiro dell’animale che sembrava fare da sottofondo come una specie di ninna nanna, mentre la sua mente si rilassava in quell’abbraccio affettuoso, tenendolo stretto stretto tra le sue braccia, quasi per impedirgli di scappare di nuovo.
Ma mentre si addormentava, non si accorse che il suono dolce delle fusa stava cambiando.
Stava diventando più profondo, più duro, come un ringhio leggero, quasi impercettibile.
Non si accorse neanche che il gattino aveva riaperto gli occhietti verdi, ma che il suo sguardo era cambiato. Era diventato meno dolce di prima e gli occhi erano solo due sottili fessure infuocate, feroci, che aspettavano solo che la bimba si addormentasse per poter giocare con lei, mentre dormiva.
Aspettava solo che la persona che l’aveva fatto salire in macchina, in quella macchina bianca, gli desse il segnale.
Per iniziare a giocare con la sua padrocina, con le unghie e coi denti.