Fog - di Benedetto Silvestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/09/2006 alle ore 17:19:23
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Nebbia
Cap 1
"Certo che il fratello di Sonia è davvero carino non trovi?"
"Ma dai Nancy, ma che dici? Guarda che lo dico a Steve" rispose secca Geena guardando l’amica di traverso dal sedile accanto a quello di guida.
"E dai, adesso non ti mettere a fare la moralista, il mio era solo un complimento, senza nessun fine nascosto."
"Si, si, certo, come no?" replicò l’altra "sai quanto ci credo. Ormai ti conosco e so che quando parli di ragazzi ti brillano gli occhi. Guardati nello specchietto, hai gli occhi lucidi come quelli di un bambino davanti ad un gelato. Anzi no, non ti specchiare altrimenti rischiamo pure di andare a sbattere."
"Oh, quanto sei scema dai. E poi, se anche fosse, basta solo che Steve non lo venga a sapere no? Occhio non vede, cuore non duole. Dico bene?" replicò Nancy voltandosi verso di lei e strizzandole l’occhio.
"Fai quello che ti pare, ma se poi ti vai ad impelagare in qualche casino, non chiedere il mio aiuto."
"E va bene, va bene, d’accordo, non cominciare con la solita lagna. Certo però, che se tu non cambi un po’ atteggiamento nei confronti dei ragazzi, ti ritroverai zitella senza neanche accorgertene." concluse Nancy, fissando la strada davanti a loro, con gli occhi che scrutavano il buio tagliato dai fari dell’auto su cui viaggiavano.
"Non preoccuparti per me. Io sono ottimista per natura e non vedo perché non dovrei incontrare anche io il ragazzo giusto per me."
"Certo, hai ragione, ma a volte la fortuna va anche un po’ incoraggiata no? Perché non ti fai avanti con qualcuno? Possibile che nel nostro gruppo non ci sia proprio nessuno? Dai, mi sembra impossibile."
"Non è che non ci siano, è che al momento mi sento bene così come sto. Tutto qui."
"Certo, certo, aspetta che si facciano avanti loro, così farai in tempo a diventare vecchia. Comunque non voglio insistere. Se va bene a te va bene a tutti."
"E fai bene, anche perché con questa cavolo di nebbia, è meglio che ti concentri al volante. Non vorrei finire in qualche fosso o rischiare di abbracciare violentemente qualche albero. Così poi non dovremo più preoccuparci dei ragazzi."
"Stai tranquilla, non ho mica preso la patente ieri" replicò Nancy continuando a guardare il buio davanti ai fari che sembravano intrufolarsi come segugi tra i piccoli banchi di nebbia che si cominciavano ad addensare man mano che scendevano verso il paese.
Avevano passato la serata a casa di Laureen, una loro compagna di università, che aveva festeggiato il suo ventesimo compleanno insieme a tutti gli amici del gruppo e del college, ed erano in viaggio ormai da circa un quarto d’ora per tornare a casa. Avevano accettato l’invito senza farselo ripetere due volte, ben sapendo che la loro amica conosceva quasi tutti i ragazzi più carini del college, e quindi era un’occasione davvero da non perdere. La casa poi era molto grande, proprio l’ideale per una festa come quella. Un po’ isolata, distesa sul pendio della collina che sovrastava il lato destro del paese. Proprio l’ambiente perfetto per una festa e per poter fare tutto il baccano possibile senza la paura di ricevere le solite visite della polizia chiamata dai vicini rompiscatole. Cosa che puntualmente accadeva durante le varie feste che si svolgevano in paese.
Ma mentre per Nancy la festa era andata decisamente oltre le aspettative, visto che aveva conosciuto appunto Martin, il fratello dell’altra loro amica Sonia, per Geena si era rivelata invece abbastanza deludente, non molto diversa da tante altre, visto che come al solito non era riuscita a conquistare nessuno.
E ora che la festa era finita, si ritrovavano su quella strada per tornare a casa, mentre finivano di smaltire i fumi dell’alcool bevuto e della musica assordante che ancora stentava a sfumare dalle loro orecchie.
Nancy guidava molto bene nonostante avesse preso la patente da poco, ma guidare su quella strada tutta curve e dossi la metteva un po’ in agitazione. Cercava di fare la disinvolta, me dentro di sé si sentiva abbastanza nervosa, anche se cercava di non farlo capire a Geena. Teneva lo sguardo fisso davanti a lei seguendo come un segugio la luce dei fari davanti al cofano, attenta a non avvicinarsi troppo alle pietre bianche che delimitavano il ciglio della strada. Sapeva che di lato c’era uno strapiombo abbastanza alto, e anche se non lo vedeva per via della nebbia, sapeva benissimo che scivolare giù da lì non sarebbe stata una bella esperienza. Tanto più che quello stesso tratto era ormai tristemente famoso in tutta al zona per gli incidenti mortali di cui era stato testimone.
"Certo che questo posto è davvero suggestivo, non trovi?" esordì quindi Geena per riavviare un po’ la conversazione interrotta poco prima.
"Più che suggestivo direi, lo trovo quasi inquietante. Già di notte questa strada mette un po’ in agitazione, figuriamoci poi quando c’è una nebbia come stasera. Speriamo davvero che non continui a peggiorare, altrimenti dovremo proseguire a passo d’uomo."
"Beh, io direi che già ci stiamo andando a passo d’uomo. E se peggiora che facciamo? Ci fermiamo?"
"Eh no, senti, speriamo davvero di no!" rispose Nancy un po’ spazientita "altrimenti scendo me ne vado a piedi."
Ma la sua speranza fu delusa dopo poche centinaia di metri, quando la foschia divenne talmente fitta da costringerla a fermarsi in mezzo alla strada.
"Accidenti. Ma guarda tu che roba. Non si vede più nulla."
"Si, però non ti fermare così in mezzo alla strada, accosta un po’ a destra, altrimenti se arriva qualcuno da dietro e non ci vede ci viene addosso."
"Si, hai ragione, ci manca solo una bella tamponata e concludiamo la serata in bellezza all’ospedale. Il fatto è che da qui non vedo neanche il ciglio della strada" disse Nancy allungando il collo verso destra per cercare di scorgere il minimo punto di riferimento. Ma non vedeva nulla.
"Facciamo una cosa allora" continuò.
"Che cosa?"
"Tu apri la portiera e controlla tu la strada. Dammi le indicazioni e io ti seguo mentre guido, ok?"
Geena la guardò un attimo perplessa.
"Ma sei sicura che sia una buona idea?" le chiese quindi guardandola negli occhi con un’espressione abbastanza intimorita da tutta quella situazione.
"Certo, stai tranquilla, non è la prima volta che mi trovo nei guai con la macchina. Non ho mai fatto una cosa del genere prima d’ora, ma non credo ci sia alcun rischio. Tu dammi le indicazioni precise e io ti seguo. Tranquilla."
"Ok, se lo dici tu. Allora va bene" disse Geena aprendo lo sportello, ma non riuscendo a fermare la mano che le tremava come una foglia. Si schiarì la voce cercando di non pensare al rischio che stavano correndo e guardò in basso, trattenendo lo sportello fermo con la mano. Strizzò gli occhi più volte, ma non riusciva a vedere poi molto meglio dell’amica che era al volante, visto che su quel lato della macchina non arrivava neanche un briciolo della luce dei fari.
"Mamma mia, ma la senti anche tu questa puzza che viene da fuori? Ma che cos’è?" bisbigliò Geena coprendosi la bocca con l’altra mano.
"Beh, siamo vicine al lago qui, sicuramente verrà da lì."
"Tu dici? E puzza così tanto? Accidenti però!! Non avevo mai fatto caso che l’odore di quell’acqua fosse così forte. Fa venire la nausea. Bleah!! Senti che roba!! Fa venire da vomitare."
"Beh, con tutte le schifezze e i rifiuti chimici e organici che ci hanno buttato dentro, non voglio neanche immaginare di che colore possa essere quell’acqua. E’ una puzza che da addirittura alla testa. Ti mozza il fiato."
"E’ vero, è una nausea talmente forte che ti rivolta lo stomaco sotto sopra."
"Meglio che ce ne andiamo da qui prima di vomitare. Dai, fammi strada."
Geena si sporse di nuovo dall’apertura dello sportello guardando di nuovo verso il basso..
"Non si vede un accidente neanche da qui, sembra di essere sospese su una nuvola." sospirò Geena sforzandosi di vedere meglio "gira il volante a destra dai, e comincia a spostarti, piano, piano."
Nancy cominciò a sterzare lentamente il volante per avvicinarsi al ciglio della strada, seguendo le indicazioni dell’amica, mentre le gomme scricchiolavano sul brecciolino umido sparso lungo l’asfalto.
Le sembrava di guidare alla cieca, senza poter vedere dove stesse andando, visto che poteva solo seguire la voce dell’amica.
"Vieni, vieni avanti piano ... piano" cominciò Geena con gli occhi sbarrati nel buio ovattato sotto di lei, e con la macchina che iniziò a scivolare lentamente sul lato destro "ecco ancora un po’... spostati ancora ...piano, ... piano."
"Occhi aperti Geena, mi raccomando. Non ci vuole niente ad andare giù."
"Non mi distrarre accidenti! E guida!" rispose secca l’amica "non si vede nulla e sto facendo uno sforzo bestiale... avanza piano...piano."
Le ruote continuarono a girare sempre con quel suono stridulo e graffiante che faceva sembrare l’auto come un gigante che si stesse muovendo in punta di piedi per non far rumore.
"Vai ancora un po’... piano...piano...vai benissimo Nancy...piano..."
Ma di colpo la sua voce cambiò.
"NOOOO!! ... NON COSI!! ... TROPPO!! ... STERZA!!! ... FRENA!!!" urlò Geena lasciando la portiera e saltando indietro sul sedile.
Cap 2
La macchina sbandò di colpo sulla destra come se stesse scivolando oltre il bordo. Le ruote salirono sul dosso di terra che delimitava lo strapiombo e appena Nancy sentì la macchina alzarsi sul alto destro, ebbe una reazione istantanea e sterzò bruscamente a sinistra, rimettendola in carreggiata,. Bloccò i freni con un colpo secco del piede e la macchina slittò leggermente mentre la portiera aperta rimbalzò per il contraccolpo contro il ginocchio di Geena, strappandole un grido di dolore che squarciò il silenzio come una lama, lasciando poi che il silenzio riprendesse possesso dell’aria circostante.
"MA SEI TUTTA SCEMA!!!" urlò Nancy sbattendo i pungi sulle ginocchia e girandosi con gli occhi sbarrati verso l’amica, che con la mano si stringeva il ginocchio, incapace di spiccicare una sillaba in più. E senza parlare fece cenno all’amica di aspettare per farle riprendere fiato.
Nancy rimase a fissarla con gli occhi pieni di rabbia, in silenzio, aspettando solo di sentirla.
Ma l’amica aveva la gola serrata e riuscì solo a parlare con un filo di voce.
"Oddio Santo Nancy!!! L’ho visto all’ultimo momento. Porcaccia la miseria!!! Accidenti a questa nebbia del cavolo!!! A momenti ci sfracellavamo" bisbigliò Geena col cuore in gola per lo spavento.
Si guadarono fisse negli occhi e rimasero per qualche attimo in silenzio. Incapaci di spiccicare una parola in più, cercando solo di far passare la paura provata un attimo prima, e che invece sembrava essersi impossessata di loro.
C’era mancato davvero poco.
"Accidenti!!" gridò quindi Nancy sbattendo la mano sul volante e spegnendo il motore.
"Accidenti a questa cavolo di serata!!" continuò gridando a squarciagola "accidenti a questa cavolo di nebbia!! E adesso cosa facciamo? Dove andiamo? Non si vede un tubo. Un tubo di niente!! Sembra che qualcuno si sia divertito a dipingere il mondo di bianco stasera. E poi senti che schifo questa puzza, anche questa ci mancava!! Ma tutte a noi devono capitare stasera? Guarda tu che roba!! Con i fendinebbia accesi riesco a malapena a vedere il cofano dell’auto!! Non possiamo proseguire così!!"
"Ma non possiamo neanche rimanere qui no?" replicò Geena cercando di calmare l’amica e di mitigare la sua rabbia "oltretutto comincia anche a fare abbastanza fresco e se non ce ne andiamo, domani un bel raffreddore non ce lo leva nessuno."
"Beh c’è sempre il riscaldamento della macchina. Potremmo lasciare il motore acceso e riscaldarci con quello fino a domani."
"MA CHE SEI TUTTA MATTA??" replicò Geena alzando il tono di voce, incapace di credere che l’amica stesse parlando seriamente "Ma come puoi pensare una cosa del genere? Rimanere qui?? Ma come ti vengono in mente certe idee?? Io non ci penso proprio. E poi, guarda la spia della benzina. Non abbiamo neanche un quarto di serbatoio, e con quella di certo non ci arriviamo fino a domani mattina."
Nancy accese il cruscotto e guardò l’indicatore. Geena aveva ragione. Avevano troppa poca benzina e non sarebbe bastata a tenere acceso il motore tutta la notte.
"Che facciamo allora?" sbuffò quindi Nancy.
"Non lo so davvero" rispose l’altra guardandosi intorno cercando di intravedere qualcosa oltre quella cortina bianca che le avvolgeva come una nuvola "non ne ho la più pallida idea."
"E se provassimo ad incamminaci con te che mi fai da battistrada davanti ai fari e io che ti seguo da dietro? Che ne dici?"
Geena si girò verso l’amica guardandola negli occhi, ancora più sorpresa di prima.
"Ma ti rendi conto di quanto siamo lontane dal paese? La strada è lunga quasi trenta chilometri e ne avremo percorsi si e no dieci. Tu vorresti farmi fare venti chilometri a piedi e in queste condizioni?" concluse indicando con la mano tesa davanti a lei.
"Beh, potrebbe essere almeno un tentativo. Tanto per non fermarci qui. No?"
"Ma certo!!" replicò Geena sempre più irritata "davvero un bel tentativo. Ma che cavolate vai dicendo? No Nancy, non mi convince affatto come idea. E poi, credo che con questa puzza stramazzerei subito a terra dopo pochi metri. Figurati, mi ci vorrebbe la maschera antigas per sopravvivere. No, non è affatto una buona idea, credimi."
"Come sei diventata sensibile alla puzza adesso!! Lo farei io se potessi, ma tu non hai la patente e non puoi guidare, altrimenti farei io da battistrada" replicò Nancy quasi arrabbiata per lo scetticismo dell’amica.
"E allora dai, perché non lo fai?" rispose l’altra a tono "Non credo sia poi così difficile guidare una macchina a passo d’uomo no? Anche se non ho la patente, so come funzionano i pedali e il volante. O forse non ti fidi lo stesso?"
"Esatto. Ti sei risposta da sola" replicò Nancy con tono canzonatorio.
"Che situazione del cavolo, però. Avessimo almeno un cellulare, potremmo chiamare qualcuno dei nostri amici" aggiunse Geena poggiando il piede sulla maniglia dello sportello rimasto aperto e cominciando a dondolarlo nervosamente per cercare di inventarsi qualche soluzione.
"Eh si, bella soluzione davvero. E chi ce lo da un cellulare? Nessuno" aggiunse Nancy.
"Già, proprio nessuno" le fece eco sconsolata Geena.
"Ci manca solo di incontrare un maniaco che esce fuori dai cespugli e ci salta addosso, così finiamo la serata in bellezza."
"Eh no eh!!" la interruppe Geena "non ti ci mettere pure tu adesso con queste storie cretine. Già siamo nei guai fino al collo, non ti ci mettere anche tu a suggestionarmi con queste storie. Va a finire che prendo e scappo a piedi fino a casa."
"Ma dai scema" scoppiò a ridere Nancy "non mi dire che alla tua età hai ancora paura del buio? O del lupo cattivo?"
"E cosa ci sarebbe di male in questo?" rispose acida l’amica, non accettando il tono canzonatorio dell’amica.
"E magari la sera prima di andare a dormire, controlli anche sotto al letto o nell’armadio che non ci sia nessuno?" aggiunse Nancy accennando un sorriso di scherno che fece imbestialire Geena ancora di più.
"E se anche fosse? Non è un problema tuo...NO?? Sono solo affari miei e tu pensa ai tuoi" concluse Geena alzando il tono di voce per zittire i commenti troppo ironici dell’amica "che cavolo di discorsi fai pure tu? Bell’amica che sei!!! Invece di dire idiozie, cerca una soluzione intelligente a questa situazione da schifo!!!" finì di dire sbraitando.
Nancy rimase in silenzio, colpita da quella reazione che le fece capire che forse aveva esagerato un po’ troppo con le battute.
"Dai, su, scusami, non volevo offenderti, dai" aggiunse prontamente cercando di riprendersi per quello che aveva appena detto.
"Ok, ok. Scuse accettate, ma non mi rompere più le scatole con questi discorsi. OK?"
"Ok, va bene. Promesso."
Rimasero tutte e due in silenzio, cercando di farsi venire qualche idea, ma non sapendo in realtà nessuna delle due che pesci prendere. Mentre con gli occhi scrutavano il vuoto bianco intorno a loro, cercando di scorgere qualcosa, qualsiasi cosa che potesse suggerire una via d’uscita.
Ma non trovarono nulla. Solo silenzio e nebbia. Nebbia che piano piano cominciava a mescolarsi con una certa ansia e una certa paura, alimentate dal fatto che non riuscivano a trovare nulla che le potesse aiutare.
"Mi sta venendo il sangue alla testa per la rabbia. Accidenti" irruppe Geena nel silenzio dentro l’abitacolo "più ci penso e meno trovo vie d’uscita. E oltretutto, con questa umidità e questa nebbia, mi sento scoppiare la vescica. Mi servirebbe anche un bagno. Accidenti a me che ho bevuto così tanto alla festa e non sono andata in bagno prima di uscire di casa."
"Un bagno? Beh, ce ne sono tantissimi qui. Lo vuoi in marmo? Con le maioliche di porcellana? Coi rubinetti smaltati o in acciaio? E magari anche con qualche deodorante così elimina anche questa insopportabile puzza schifosa."
"Certo, brava, continua a prendere in giro tu. Tanto non sei tu che hai la vescica gonfia!!" sbottò Geena rabbiosa.
"Dai su, non te la prendere. La mia era solo una battuta per sdrammatizzare un po’. Ci sono un sacco di cespugli sull’altro lato della strada dai. Puoi stare tranquilla che non ti vedrà nessuno." rispose Nancy cercando di mitigare la reazione isterica dell’amica.
"Certo, di cespugli ce ne sono quanti ne voglio. Ma il difficile è trovarli con questa nebbia. Non voglio rischiare di graffiarmi, e soprattutto non vorrei calpestare le tracce di qualcun altro che si è magari fermato qui prima di noi, per lo stesso motivo."
"Beh, allora mettiti in mezzo alla strada, così sei sicura che non calpesti nulla" rispose Nancy sorridendo.
"Me certo. Che bella idea!! Così se per caso passa qualcuno, ci faccio davvero una splendida figura col sedere di fuori. Ma che cavolo dici anche tu??" la zittì nervosa Geena.
"Beh. Allora nasconditi dietro la macchina. Io spengo i fari così puoi stare tranquilla. Dai, credo sia l’unico modo."
"Si, forse hai ragione" disse Geena poggiando il piede a terra e scendendo dalla macchina. Si mise in piedi stiracchiandosi e respirando più volte a pieni polmoni per scaricare un po’ la tensione, ma la puzza nell’aria le mozzò il respiro a metà facendola tossire più volte per cercare di buttare fuori quell’aria disgustosa.
"Bleah, che schifo!! Ma che bella situazione .Proprio bella. Mi sembra di aver mangiato un rospo con questa puzza che ho in gola." mormorò guardandosi intorno, abbastanza suggestionata dai discorsi di Nancy di poco prima. "eh si, ci manca solo il maniaco adesso e stiamo a posto."
"Cosa hai detto?" chiese Nancy sentendo la voce dell’amica da dentro l’auto.
"Niente" replicò lei affacciandosi dallo sportello "stavo solo constatando ancora una volta in che splendida situazione ci siamo messe" aggiunse lei scivolando lungo il lato destro della macchina, facendo bene attenzione a dove metteva i piedi visto che il bordo della strada era lì vicino e non voleva certo rotolare giù nella scarpata. Raggiunse il retro dell’auto dando un colpo sul cofano per avvertire Nancy di spegnere le luci.
Cap 3
L’amica subito ubbidì, lasciando sia lei che l’auto completamente al buio.
Un buio pesto, nero come l’inchiostro, punteggiato solo dalle luci delle case sparse sulla collina che facevano da sfondo come fossero tanti piccoli occhi che le osservavano da lontano.
Geena rimase per qualche istante in piedi, guardandosi intorno intimorita da quell’improvviso buio che in una frazione di secondo le riportò alla mente tutte le paure che aveva da piccola e che in alcuni casi riaffioravano anche ora che era cresciuta.
E questo era uno di quei casi.
E poi quel silenzio. Un silenzio denso. Denso e ovattato. Un silenzio che spingeva in maniera fastidiosa contro i timpani, dandole la sensazione si essere isolata dal resto del mondo.
Fece un altro sospiro profondo, noncurante della puzza, prima di provare ad inginocchiarsi dietro la macchina.
Ma non ci riuscì.
Un leggero fruscio alle sue spalle la fece scattare in piedi trasformandola in un pezzo di ghiaccio.
Si girò di scatto con le mani inchiodate sul cofano e il cuore che le saltò in gola come un pugno, cominciando a battere frenetico come uno scoiattolo in gabbia.
Sgranò gli occhi nel buio davanti a lei, ma non vide nulla.
"...sfrrrrr..."... ancora.
C’era qualcosa davanti a lei, qualcosa che si stava muovendo nascosto nel buio. Coperto dalla nebbia. Qualcosa che però lei non riusciva a vedere.
Il fiato le rimase bloccato in gola dal terrore mentre gli occhi vagavano frenetici e senza meta nello spazio intorno a lei.
Ma non riusciva né a parlare né a gridare, cercando disperata l’origine di quel suono così freddo.
Ma non vedeva nulla e i suoi occhi vagavano nella nebbia come cani sciolti.
Passarono attimi di panico interminabili prima che quel suono cominciasse a prendere forma davanti a lei. E delle ombre cominciassero a muoversi uscendo dal buio, avvicinandosi strisciando verso di lei.
C’erano. C’erano davvero.
La bocca le si aprì ingoiando un’altra zaffata di quell’aria pestilenziale, ma quello che ne uscì fu solo un gemito strozzato.
"Nnnancy...oddio Nancy....guarda lì..." bisbigliò con un filo di voce secco, incapace di muoversi e di gridare, mentre cercava allungando un piede, di tornare in macchina.
Era ipnotizzata, con gli occhi incollati su quelle ombre che strisciavano per terra davanti a lei accompagnate da quel suono indistinto che sembrava provenire dal nulla.
"...sfrrrrr ... sfrrrrr ..."
Nancy da dentro la macchina vide l’ombra dell’amica ferma con le spalle alla macchina, ma non capiva cosa stesse facendo.
"Cosa stai combinando Geena?" gridò ad alta voce da dentro l’abitacolo, proprio un attimo prima di sentire le urla dell’altra che esplosero nella notte come spari, graffiando il silenzio come unghie sulla superficie della lavagna.
Nancy afferrò la maniglia e schizzò fuori dall’auto terrorizzata da quell’urlo, avvicinandosi all’amica che era ferma con lo sguardo fisso nel vuoto.
Tremava come una foglia, come avesse visto davvero qualcosa di terribile.
"Geena, che ti prende?" chiese piano cercando di smuovere l’amica da quello stato di trance.
Ma questa non le rispose.
"Guarda Nancy. Oddio, guarda lì...guarda..." le rispose lei come un automa, mentre allungando un braccio indicava un punto imprecisato davanti a loro.
Nancy guardò in quella direzione, ma non vide nulla.
"Cosa c’è Geena? Che ti prende? Mi stai mettendo paura dai. Se è uno scherzo è di pessimo gusto." Ma appena finì la frase si rese conto dallo stato di terrore dell’amica che non era uno scherzo.
Non lo era affatto.
E Geena era davvero spaventata a morte.
Le si avvicinò piano, cercando di afferrare quel braccio teso come una spranga d’acciaio ad indicare il nulla davanti a loro. Ma appena Geena sentì le ditta dell’altra avvolgerle il gomito, si girò di scatto con un grido disumano, scappando via nella nebbia che attutiva il rumore dei suoi passi ma non delle grida.
"Geena, ferma!!!" gridò Nancy "Dove vai?? Fermati!!"
Ma le grida dell’amica erano troppo forti e non riusciva a farsi sentire da lei.
"NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!" continuava a gridare l’altra mentre scappava, mentre l’eco della sua voce si allontanava spegnendosi nella notte.
"FERMATI!! TORNA INDIETRO!!" continuò a gridare Nancy cercando di correrle dietro, prima che le grida dell’altra si spegnessero definitivamente nel nulla.
La vide sparire nella nebbia come un fantasma, e dovette smettere di rincorrerla. Capì immediatamente che avrebbe solo peggiorato la situazione, e avrebbe rischiato anche lei di perdersi.
Si fermò col fiato in gola, e solo allora si accorse di essersi spostata dall’altro lato della strada e voltandosi indietro riusciva a malapena a vedere la sagoma dell’auto parcheggiata sul lato opposto. Partì terrorizzata come un razzo in quella direzione come fosse la sua sola ancora di salvezza, raggiungendo la macchina in un attimo.
Ma fu proprio mentre afferrava la maniglia dello sportello, che vide quell’ombra uscire dal nulla come un incubo, oltre il dirupo, come sospeso nel vuoto, e comparirle davanti come uno spettro.
Si fermò a bocca aperta, con la mano stretta attorno alla maniglia che le tremava come in preda a scosse elettriche. Incapace di distogliere lo sguardo da quella sagoma enorme. Era davvero enorme, alta più di due metri e la sovrastava imponente, a pochi passi da lei, senza darle alcuna via di scampo.
Il tempo sembrò fermarsi di colpo, e solo un grido disumano la fece voltare un’ultima volta.
La voce di Geena. Le sue ultime urla che sembravano provenire ormai da un altro mondo.
Provò a gridare anche lei, ma quello che le uscì dalla bocca fu solo un singhiozzo di paura subito ingoiato insieme all’aria marcia che stava respirando.
Provò a muoversi ma non ci riusciva.
Il terrore la stava paralizzando e il cuore sembrava stesse per scoppiarle nel petto.
Una violenta scarica di adrenalina sembrò risvegliarla per una frazione di secondo spingendola a reagire a quell’orrore. E in quell’attimo riuscì a scuotersi da quello stato e a girarsi per salire in macchina.
Fece scattare la maniglia, tirando la portiera verso di sé, ma si bloccò prima di aprirla.
Quell’ombra si era infilata dentro l’auto.
Si mise una mano sulla bocca, con un grido di terrore che le si bloccò in gola soffocandola.
Il panico la stava accecando.
Come era possibile? Come aveva fatto? Come poteva essere salito in macchina? Come poteva essere così veloce?
Con gli occhi incollati su quella sagoma, allentò la presa sulla maniglia lasciandola andare, e allontanandosi a passi lenti dalla macchina camminando all’indietro. Passi che cominciarono a diventare sempre più veloci, sempre più veloci, per trasformarsi poi in una corsa disperata senza meta. In quella strada buia senza sapere dove andava. Aveva ormai perso l’orientamento e proprio per questo non si accorse del ciglio della strada che le si stava avvicinando pericolosamente. Continuò a correre all’impazzata, senza sosta, sperando di lasciarsi quell’ombra alle spalle e di non rivederla più.
Ma non fu così.
Se la ritrovò improvvisamente davanti. Di nuovo. E l’orrore fu devastante. Come poteva muoversi così velocemente? E senza fare alcun rumore? Era enorme, massiccio, non poteva essere così veloce.
Eppure era così.
E mentre nel cervello le rimbalzavano tutte quelle domande, raggiunse purtroppo il limite del terrapieno. Non lo vide e se ne accorse, ma lo sentì subito quando sprofondò con un piede nell’ammasso di terriccio molle che delimitava la strada.
Lo stesso punto in cui era passata poco prima con le ruote dell’auto.
Cadde quasi senza rendersene conto, cominciando a rotolare giù, verso il buio e verso il nulla lungo il dirupo che sembrava interminabile. E senza sapere neanche perché.
Rotolò giù urtando e graffiandosi dappertutto, in un volo che sembrava senza fine mentre le lucine lontane delle case le giravano intorno come lucciole impazzite. Provò più volte ad aggrapparsi a qualche cespuglio per fermarsi, ma ogni volta le mani le scivolavano sugli arbusti graffiandole la pelle e bruciandola come fuoco. E solo alla fine, dopo un tempo lunghissimo riuscì a fermarsi a ridosso di un rialzo del terreno. Rimase così immobile, con il volto rivolto verso il cielo che cominciò a diventare sempre più lontano, e sempre più sfocato, finchè le palpebre cominciarono lentamente a chiudersi, tagliando via quell’immagine stellata, e cancellando quella notte da incubo.
Cap 4
Il giorno dopo, la madre di Nancy, Susan, si alzò alla solita ora per andare a svegliare la figlia, come faceva ormai per abitudine tutti i giorni. E come tutti i giorni, ogni mattina era la solita storia, e si sentiva rispondere sempre la stessa frase. Era stanca, aveva sonno, non voleva alzarsi, e meno che mai voleva andar a quelle noiose lezioni all’università.
E come ogni giorno, Susan salì in camera della figlia, bussando e chiamandola da fuori la porta per farla alzare.
"Dai, dormigliona, svegliati che è già tardi."
Ma quella mattina nessuno le rispose.
Riprovò una seconda volta, ma la risposta fu silenziosa come la prima.
Aprì allora stancamente la porta strofinandosi gli occhi, ma appena vide che il letto era vuoto ed intatto, un velo di ghiaccio le passò lungo la schiena sgranandole gli occhi.
E subito il suo istinto di madre le fece capire che era successo qualcosa.
Chiamo urlando il marito che si precipitò da lei in camera della figlia.
"Martin, Martin, corri presto. Nancy non è rientrata stanotte. E’ successo qualcosa lo sento, lo sento" cominciò a gridare la donna come in preda ad una crisi isterica.
"Calmati Susan dai, calmati. Forse è rimasta a dormire da Geena. Forse sono tornate tardi da quella festa e per non arrivare fin qui ha preferito dormire da lei."
"Ma perchè non ci ha avvertiti per telefono allora?"
"Beh, sarà uscita dalla festa tardi e non poteva certo chiamarci a notte fonda. Lo ha fatto sicuramente per non farci stare in pensiero. Dai, stai tranquilla. Ora chiamiamo la madre di Geena e chiediamo a lei, e vedrai che ci confermerà quello che ti ho detto. Vedrai che stanno tutte e due a dormire a casa dei Crawford" le rispose il marito cercando di calmarla, mentre lei invece non riusciva a smettere di tremare come un corda di violino.
Composero il numero di casa di Geena e attesero la risposta della madre.
"Pronto?"
"Ciao Sylvia, sono Susan" rispose subito la donna tutto d’un fiato.
"Ciao Susan, mi hai presa proprio mentre mi stavo alzando dal letto per andare a svegliare Geena. "Ma che ti è successo? Come mai hai il fiatone?"
"Sylvia ascolta, Geena e Nancy sono da te?"
"Non lo so, mi sono appena alzata e stavo appunto andando a svegliare Geena. Ma perché me lo chiedi, è successo qualcosa?" rispose la donna cominciando seriamente a preoccuparsi per il tono allarmato che sentiva dall’altra parte della cornetta.
"Ti prego vai a controllare. Ti prego. Ti prego Sylvia. Nancy non è in camera sua e il letto è intatto. Ti prego dimmi che è da te. Ti prego."
La madre di Geena rimase colpita da quelle parole, prima di cominciare a sentire il gelo propagarsi lungo la sua spina dorsale. E in un attimo, quel tono spaventato cominciò ad accendere anche dentro di lei la paura che fosse successo qualcosa. Appoggiò la cornetta al muro senza rispondere e andò in camera della figlia. La chiamò dal corridoio, ma non ottenne risposta. Aprì la porta, e vedendo la stanza vuota ebbe la conferma della sua paura. Capì anche lei che era successo qualcosa. Ed era qualcosa di grave.
Corse come un lampo al telefono gridando a squarciagola prima ancora di rialzare la cornetta.
"No Susan, non sono qui!!"
La madre di Nancy sentendo quella voce straziata, sentì il cuore andarle in pezzi. Provò a dire qualcosa ma non ci riuscì. Passò la cornetta al marito lì vicino, prima di accasciarsi singhiozzando sulla sedia.
"Non ci sono!!! Non ci sono!!!" continuò ad urlare la Sylvia al telefono in preda ad un attacco isterico che la stava facendo sragionare.
Martin il marito di Susan prese la cornetta cominciando a spaventarsi davvero, cercando da una parte di fermare le urla disperate di Sylvia, e dall’altra di capire.
"Pronto Sylvia, sono Martin, ma che sta succedendo?" chiese questa volta preoccupato, mentre dall’altro capo del filo non sentiva nulla se non dei singhiozzi e dei sospiri disperati, accompagnati da un vocio indistinto.
"Sylvia, rispondimi ti prego" replicò cercando di mantenere una calma apparente anche se dentro si sentiva morire per la paura di quello che poteva essere successo.
Ma anche stavolta non ottenne risposta.
"Susan, dobbiamo avvisare subitola polizia" disse secco rivolgendosi alla moglie e riagganciando il telefono.
Compose il fretta il numero della polizia e si mise in attesa.
"Pronto? Centale di polizia, sono il sergente Stoddard."
"Pronto sono Martin Derry mia figlia e la figlia dei signori Crawford non sono tornate a casa stanotte. Temiamo possa essere successo qualcosa."
"Quando le ha viste l’ultima volta?" chiese il poliziotto iniziando a formulare le solite domande di routine.
"Ieri sera, prima che andassero ad una festa in casa di una loro amica in cima alla collina. Una festa di compleanno che sicuramente è andata per le lunghe. Ma stamattina nessuna delle due ragazze era nel suo letto. Fate presto, mandate qualcuno. Presto. Siamo terrorizzati."
"Si calmi, la prego signor Derry," rispose il poliziotto cercando di calmare l’uomo all’altro capo del telefono che sembrava sul punto di scoppiare "non è detto che sia davvero successo qualcosa di grave. Lei lo sa che i ragazzi a volte fanno le cose più impensabili. Vedrà che tutto si risolverà per il meglio. Sa dirmi l’indirizzo della casa dove c’è stata questa festa?"
"No, l’indirizzo non ce l’ho, ma è molto facile trovarla, è l’unica sulla collina. E’ l’ultima traversa in fondo alla provinciale."
"Mandiamo subito una pattuglia sul posto per fare delle ricerche. Nel frattempo se mi da il suo indirizzo veniamo lì da lei per farle delle domande. Avverta anche la signora Crawford perché avremo bisogno di parlare anche con lei."
Martin diede l’indirizzo all’agente e riagganciò.
E solo allora cominciò a sentire il velo gelido dell’angoscia e della disperazione avvolgerlo come una pellicola adesiva.
Aveva paura. Tanta paura. Tanta come non ne aveva mai provata prima.
Se davvero era successo qualcosa, in cuor suo sperava che non fosse nulla di grave. Forse poteva essere solo un banale contrattempo. Forse solo una ragazzata, una bravata come tante altre. Forse addirittura, tutti i partecipanti alla festa avevano deciso di rimanere la notte in casa della ragazza che compiva gli anni ed ora si trovavano ancora tutti lì che continuavano i festeggiamenti.
Ma tutti quei forse lo spaventavano a morte, e aveva il terrore che le cose potessero essere andate invece diversamente.
Raggiunse la moglie che nel frattempo si era seduta in salotto con le mani in grembo, incapace di dire nulla, con lo sguardo perso rivolto fuori dalla finestra a vetri, nella speranza di poter vedere la figlia entrare dal giardino.
Ma non vide nulla. Solo fredde immagini rese sfocate dalle lacrime che le riempivano gli occhi e le scendevano lungo le guance.
Si sedette accanto a lei prendendole le mani.
"Vedrai Susan che andrà tutto bene" sussurrò cercando di farle coraggio. Ma dentro di lui sentiva che si dovevano preparare al peggio.
Non passarono neanche dieci minuti che il campanello della porta suonò. E quel trillo li fece saltare dal divano e schizzare verso la porta sperando di poter riabbracciare la figlia.
Ma non era Nancy. Era la polizia.
"Signori Derry? Sono il sergente Stoddard. E lui è l’agente Strauss" disse l’uomo indicando il poliziotto accanto a lui.
"Prego accomodatevi" disse con un filo di voce Martin facendo entrare i due uomini in divisa dentro casa, mentre un terzo rimase seduto in macchina in attesa di eventuali messaggi via radio.
"Una pattuglia sta già raggiungendo la casa della festa e appena hanno delle notizie ce le faranno sapere" aggiunse il sergente mentre si accomodavano in salotto.
"Siamo terrorizzati agente. Terrorizzati" si intromise Susan con una vocina che lasciava trasparire la paura che la stava letteralmente soffocando.
"Lo so signora. Vi capisco. Si ricorda come era vestita sua figlia ieri sera? Che vestito ha messo per andare alla festa?"
"Si, me lo ricordo bene perchè l’ho aiutata proprio io a sceglierlo. Aveva una gonna corta di pelle nera, con un top sempre di pelle nera, proprio come vanno di moda adesso. Con scarpe col tacco nere."
"Ed è andata con l’altra ragazza quella di cui mi ha parlato la telefono vero? Sono andate da sole o è venuto qualcuno a prenderle?"
"No, sono andate da sole, perché Nancy ha la patente e le abbiamo comprato una piccola macchina usata per renderla un po’ più indipendente."
"Capisco, e sa se sua figlia per caso è solita bere molto alle feste? Oppure fa uso di sostanze stupefacenti?"
Quella domanda li colpì entrambi come una frustata.
"Ma chi???" rispose secca la madre aggredendo l’agente "Mia figlia??? Oh no, si sbaglia di grosso. Assolutamente no. Nancy è astemia e in quanto a droghe non ne ha mai usate."
"Non si deve alterare signora, è solo una domanda di prassi. Visto il caso dobbiamo sapere più cose possibili sulle due ragazze. Gli agenti che ora sono a casa dei signori Crawford stanno facendo la stessa cosa con loro. Più notizie abbiamo e più possibilità abbiamo."
"Possibilità di cosa agente?" chiese la donna aggrottando le ciglia, sempre più spaventata dalle parole del poliziotto che sembrava evitare di dirle cose che invece potevano rappresentare la verità.
"Di ritrovarle sane e salve, signora." replicò secco lui senza lasciarsi andare a fronzoli o cercare di indorare la pillola. Quindi continuò.
"Non voglio darvi false speranze signora, e voglio essere più realista possibile. Negli ultimi anni ce ne sono state molte di persone scomparse, e credo che abbia sentito anche lei le notizie. E quindi sa anche lei che la maggior parte dei casi non sono mai stati risolti e le persone scomparse non sono mai più state ritrovate. Non voglio allarmarvi inutilmente si intende, ma non voglio neanche dare adito a false speranze. La situazione è seria come tutte le precedenti, e come tutte le precedenti dobbiamo andare coi piedi di piombo."
Quelle ultime parole sconvolsero la donna che scoppiò in un pianto dirotto e disperato, senza riuscire più a dire nulla.
"Vuole dire quindi che potrebbero essere state rapite? O aggredite? O..." chiese con un filo di voce Martin incapace di credere a tutto quello che stava succedendo "O ...addirittura...uccise?"
"Non voglio dire nulla signor Derry, voglio solo essere realista e non nascondere alcuna eventualità. So che è dura per voi, ma purtroppo in queste circostanze dobbiamo aspettarci di tutto" concluse il sergente rimanendo in rispettoso silenzio prima che il terzo agente irrompesse in casa chiamandolo e facendogli un cenno verso la radio.
Stoddard uscì e entrambi i coniugi si precipitarono fuori in veranda per vedere cosa stesse accadendo. Lo videro parlare alla radio ma da quella distanza non riuscivano a capire le parole. Appena finì di parlare, riappese la radio e tornò verso di loro incrociando di nuovo i loro sguardi pieni di angoscia.
"Forse ci sono delle novità, ma dovreste venire con me per un sopralluogo" disse serio Stoddard mentre i due coniugi davanti a lui lo guardavano fisso negli occhi, cercando di capire dal suo sguardo cosa fosse successo.
"Cosa è successo sergente?" chiese timido Martin.
"Hanno ritrovato l’auto" rispose secco lui.
"Dove??" esplose Susan con uno sbuffo disperato.
"L’auto è vuota" continuò l’agente senza rispondere alla domanda "e non ci sono tracce delle due ragazze."
Cap 5
A quelle parole Susan si sentì mancare e si accasciò a terra. Martin subito la soccorse e la prese in braccio per portarla in casa.
"Chiamo la vicina e vengo io con voi. Datemi cinque minuti e sono pronto" disse Martin mentre usciva per andare a chiamare la signora Meddleton che viveva nella casa di fianco alla loro.
E dopo pochi minuti erano già in viaggio verso il luogo del ritrovamento.
Arrivarono dopo circa 25 minuti e subito in lontananza Martin riconobbe l’auto di Nancy, ferma vicino al ciglio della strada. Quell’immagine lo colpì al cuore come una mazza che colpisce un gong, facendogli provare un dolore straziante che non aveva mai provato prima. E rimase con gli occhi incollati su quella macchina, vuota, mentre lentamente si avvicinavano.
Era disperato. Chiedendosi dove fosse Nancy e dove fosse anche Geena.
Dov’erano? E perché si erano allontanate.
Appena la volante si fermò, spalancò la portiera per scendere dalla macchina e subito fu investito dal fetore dell’aria che gli bloccò il fiato in gola. Non riuscì a nascondere una smorfia di disgusto, ma la sua attenzione era rivolta alla macchina, e in quel frangente non gli importava nulla di tutto il resto.
Si avvicinarono tutti e due, sia lui che Stoddard.
"E’ la machina di sua figlia?" chiese il sergente.
"Si" bisbigliò Martin, annuendo con la testa come un robot, come uno di quei cagnolini che si tengono nel lunotto posteriore dell’auto e muovono la testa ad ogni sobbalzo dell’auto.
"Gli agenti stanno setacciando da stamattina la zona, da quando hanno ritrovato l’auto. Ma fin’ora non hanno trovato nul..."
"Sergente Stoddard, venga presto!!" lo interruppe un agente che era sceso in fondo alla scarpata.
Tutti si avvicinarono al terrapieno sporgendosi verso il basso, e cominciando poi a scendere lungo il dirupo. Martin cominciò a correre, in maniera disordinata lungo la discesa, saltando sui sassi cercando di non cadere, con lo sguardo fisso all’agente che li aveva chiamati, che se ne stava inginocchiato per terra seminascosto da un cumulo di terra. Correva e correva, senza badare a niente altro, col cuore che gli palpitava nel petto scosso da scariche di paura e di speranza. Sporgendosi in avanti solo per vedere. Solo per sapere.
E alla fine vide di cosa si trattava.
La vide e la riconobbe subito.
Vide da lontano il colore scuro del vestito di Nancy, e spostando lo sguardo sulla destra, riconobbe anche una delle sue scarpe senza un tacco, incastrata sotto un masso.
Il mondo gli crollò addosso in un istante e un urlo disperato gli uscì dalla gola rimbombando per tutta la vallata come il lamento di un animale ferito a morte. Si fermò di colpo slittando sui sassi incapace di distogliere lo sguardo da quella scena. Cominciò a urlare. A gridare e a piangere, mentre chiamava disperato il nome della figlia immobile dietro quel mucchio di terra. Riprese a scendere lentamente, come ipnotizzato da qull’immagine, singhiozzando come un bambino disperato. Più si avvicinava e più riusciva a vedere il corpo della figlia steso a terra, immobile, coperto dal fango. Immobile e senza vita. Con accanto l’agente che li aveva chiamati che era chino su di lei.
Avanzava come un robot, un passo dopo l’altro, con i piedi che gli scivolavano sui sassi e sulla terra umida, facendolo oscillare come una marionetta. Col cuore che sembrava scoppiargli nel petto e il dolore che lo stava bruciando come un incendio indomabile. Devastante come mai aveva provato prima. Sentiva una lama infuocata che gli si ritorceva nel petto annientando ogni sua volontà. Annientando la sua vita.
La sua unica figlia era lì, a pochi passi da lui, immobile e col vestito stracciato.
E sentiva che non c’era più nulla da fare. Che era troppo tardi.
E sarebbe stata quella l’ultima volta che l’avrebbe vista.
L’ultima volta, prima di chiuderla in quella bara, e di non vederla mai più.
L’aveva quasi raggiunta con gli occhi iniettati di sangue e di dolore, che gli stavano scoppiando di lacrime, quando il grido dell’agente che le stava vicino lo paralizzò sul posto come un colpo di martello.
"Presto, chiamate un’ambulanza...è ancora viva!!"
Quella frase lo lasciò impietrito mentre fissava l’agente accanto a Nancy, senza riuscire a dire una parola.
Non poteva essere vero. Non aveva sentito davvero quelle parole. L’agente non le aveva mai pronunciate. E lui se le era solo immaginate. Se le era inventate. Non poteva essere così. Non riusciva a crederci. Era viva. Era viva. E mentre sentiva le lacrime amare scivolare giù dagli occhi, cominciò ad affrettare il passo, a scendere sempre più veloce, fino a raggiungerla e a vedere il suo viso. Era sdraiata di fianco, con graffi ed escoriazioni su tutto il corpo e il vestito strappato sporco di sangue.
Ma era viva, e respirava.
E stavolta il grido che riecheggiò nell’aria fu di gioia, e di sfogo per tutta la tensione e il dolore accumulati in quelle poche ore. Cominciò a gridare come un matto in preda ad una crisi senza riuscire a smettere, finchè fu proprio Stoddard a raggiungerlo e a mettergli una mano sulla spalla per cercare di farlo calmare.
"Avverta subito sua moglie. Dia la bella notizia anche a lei. E se siamo fortunati, forse potremo dare una bella notizia anche ai signori Crawford."
Martin si girò a scatti verso di lui, ancora incredulo, come appena uscito da un incubo.
"Si, grazie, grazie sergente, grazie" continuò a dire in preda ad un pianto disperato di gioia per aver ritrovato sua figlia viva. Dopo aver temuto di averla persa per sempre.
Risalì la china per raggiungere la radio nell’auto della polizia e appena diede la notizia alla moglie, senti un grido dall’altro capo che gli fece venire la pelle d’oca.
"Si Susan, è viva, è salva. Ancora non hanno trovato Geena ma il sergente mi sembra ottimista e crede che riusciranno a trovare anche lei."
E fece appena in tempo a finire la frase che un altro agente richiamò la loro attenzione.
Aveva appena trovato anche il corpo di Geena. E anche lei era viva.
Le ambulanze arrivarono in pochissimo tempo, e caricarono le due ragazze per portarle all’ospedale del paese. Durante il trasporto, trasmisero via radio il bollettino sulle loro condizioni di salute per allertare i reparti di chirurgia e per far preparare subito le eventuali sale operatorie in caso fosse stato necessario un qualsiasi tipo di intervento chirurgico.
Furono avvisati i genitori che si precipitarono in ospedale arrivando quasi contemporaneamente alle due ambulanze. Scesero di corsa dalla macchina e appena videro portare fuori le due barelle subito si strinsero attorno alle loro figlie quasi per strapparle via e per riportarle a casa.
Ma sapevano che non potevano farlo. Potevano solo attendere. Attendere e sperare, rimanendo in trepida attesa nel corridoio fuori dalla stanza dove le avrebbero ricoverate per i primi controlli.
E rimasero in attesa, un’attesa snervante, in cui i minuti sembravano ore. Aspettando in silenzio di veder spuntare i dottori dalla porta.
E solo dopo qualche ora i medici poterono andare loro incontro per spiegare la situazione.
"Come stanno dottore?" chiesero insieme accorate le due madri appena il medico richiuse la porta della stanza.
"State tranquilli, se la caveranno. Hanno parecchie ferite, soprattutto la ragazza trovata in fondo alla scarpata. Ma sono giovani e se la caveranno. La prognosi è riservata ma conto di poterla sciogliere nel giro di ventiquattr’ore se non subentrano fattori negativi."
"Grazie dottore, grazie" riuscirono a malapena a bisbigliare i genitori, ancora increduli di averle ritrovate.
"Ora però" riprese il medico "lasciateci lavorare e potremo dirvi qualcosa di più preciso tra qualche ora. Se volete potete salire al reparto al secondo piano. Le porteranno lì’ appena finiti gli accertamenti e le prime analisi. Comunque viste le condizioni decisamente buone, mi sento abbastanza ottimista e credo di potervi dire che il peggio è passato" concluse sorridendo alle due coppie di genitori che stavano lì pendendo dalle sue labbra.
In quell’istante la porta della stanza si riaprì e uscirono le due barelle con le due ragazze. I genitori rimasero a fissare quei lettini bianchi che si allontanavano, che le facevano sembrare come angeli caduti dal cielo, mentre tutti e quattro si stringevano tra loro per farsi coraggio per lo scampato pericolo.
Arrivò a quel punto il sergente che si avvicino al medico.
"Dottore? Quando crede che potremo interrogarle?"
"Beh, in questo momento non so dirglielo di preciso in quanto sono entrambe prive di coscienza e le stiamo tenendo sotto sedativo. Apparentemente non sembrano aver subito traumi eccessivi, ma al momento non so dirle nulla. In ogni caso dobbiamo fa passare almeno 24 ore."
"Certo, va bene. Comunque mi chiami in caso ci siano novità."
"Stia tranquillo sergente, la terrò informato."
Stoddard salutò il dottore e si incamminò a seguire il gruppetto dei genitori che si era spostato verso l’ascensore.
"So che potrei sembrare un rompiscatole, e che vorreste rimanere qui per accudire le vostre figlie, ma qualcuno di voi dovrebbe seguirmi in centrale. Avrei bisogno di farvi alcune domande."
"Certo" rispose Martin indicando il signor Crawford "veniamo io e David. Susan e Sylvia rimangono qui con le ragazze per star loro vicino quando si sveglieranno. Vada avanti lei e noi la seguiamo con la mia auto."
Appena arrivati in ufficio, Stoddard li fece accomodare davanti alla scrivania iniziando con le domande.
"Vediamo di ripercorrere in maniera un po’ più dettagliata le tappe di quanto successo. A quanto mi avete riferito, signor Derry, Nancy è andata a prendere Geena ieri sera e insieme sono andate a questa festa dalla loro amica che ha una casa in collina. Sapete per caso chi altri andava a questa festa?"
"Beh, credo che si siano riunite col solito gruppo di amici" si affrettò a rispondere Martin "quello che frequentano regolarmente tutti i giorni e soprattutto i fine settimana. Sono prevalentemente compagni di università, più qualche amico che si è unito al gruppo ma che non frequenta il college."
"E voi li conoscete tutti bene questi amici?"
"Beh si, diciamo che li conosciamo quasi tutti. Sono tutti bravi ragazzi, e con la testa a posto."
Il sergente rimase un attimo a guardarli tutti e due passando dall’uno all’altro in sequenza, soppesando sulle loro risposte.
Quindi riprese il discorso.
"Non riesco proprio a capire cosa possa essere successo l’altra notte. La macchina era ferma sul ciglio della strada, mentre entrambe le ragazze erano distanti dall’auto. Nancy l’abbiamo trovata in fondo alla scarpata di fianco all’auto. L’altra invece, Geena, l’abbiamo trovata addirittura più lontano. Ed è soprattutto questo fatto che non mi convince."
"In che senso sergente? Cos’è che non la convince?" chiese Martin cercando di interpretare i pensieri di Stoddard in quel momento.
"Beh, il fatto è che, mentre Nancy potrebbe essere scivolata giù dalla scarpata accidentalmente, magari mettendo un piede in fallo, o qualcosa del genere, Geena sembra sia addirittura scappata via, per qualche motivo che al momento mi sfugge."
"Scappata? E perché secondo lei lo avrebbe fatto?" chiese a quel punto il padre di Geena intromettendosi nel discorso.
"Al momento non lo so, ma spero che possano darmi qualche spiegazione più precisa le due ragazze quando potremo interrogarle. Se è vero che Geena stava scappando, sarà lei stessa a dirci per quale motivo, e per quale motivo si è ferita in quel modo. E anche per quanto riguarda Nancy, sarà lei a dirci come mai è caduta nel dirupo scivolando in fondo alla scarpata."
"Non è che forse qualche loro amico ha voluto far loro uno scherzo, e loro per lo spavento sono scappate via?" chiese a quel punto Martin.
"Uno scherzo lei dice? Beh, davvero un bello scherzo a giudicare dai risultati. Crede davvero che qualcuno dei partecipanti alla festa possa aver fatto una cosa del genere?"
"No, mi creda, non lo so, la mia era solo un’idea per cercare di capire cosa può averle spaventate fino a quel punto. Come le abbiamo detto, sono tutti bravi ragazzi, e se anche avessero fatto una cosa del genere, si sarebbero subito resi conto della gravità del loro scherzo e avrebbero quanto meno soccorso le ragazze. Non le avrebbero certo lasciate lì tutta la notte col rischio di peggiorare la situazione."
"Certo, ha ragione, a meno che le persone in questione non fossero sotto l’effetto di qualche droga o dell’alcool, e quindi al momento dell’episodio non potessero rendersi conto della gravità della situazione."
"E lei dice che sarebbe possibile?" chiese David intromettendosi di nuovo nel discorso.
"Beh, certo potrebbe essere. Magari i ragazzi hanno ingerito o fumato qualcosa di un po’ più pesante e nell’euforia hanno architettato questo scherzo ma non si sono resi conto che la loro bravata è andata ben oltre le loro aspettative e non hanno capito che le ragazze si erano ferite seriamente."
Quell’ultima affermazione fece cadere un silenzio gelido nella stanza. David e Martin si guardarono l’un l’altro perplessi, ma non sapevano cosa rispondere. Era vero che loro conoscevano la maggior parte dei ragazzi, ma in quel momento non potevano davvero escludere l’eventualità che qualcuno potesse aver portato alla festa qualche spinello o un po’ di droga e sotto l’effetto di queste aver agito nel senso che aveva appena detto il sergente.
"Beh," irruppe allora Martin "certo, non possiamo affermare con certezza che una cosa del genere non sia possibile. Certo, ha ragione anche lei sergente. Se qualcuno sotto l’effetto di droghe ha agito in quel modo. Ecco che potrebbe essere una spiegazione."
"Si, ma c’è sempre quel ’potrebbe’, ipotetico. E a questo punto solo le due ragazze potranno confermarlo o smentirlo. Ecco perchè spero quanto prima di riuscire a parlare con loro. Manderò due agenti ad interrogare anche la ragazza che ha fatto la festa ieri sera, ma non credo che potrà fornirci dati migliori di quelli che abbiamo in questo momento. Per ora comunque è tutto. Potete andare e se ho ancora bisogno di voi o se ci sono novità vi farò sapere."
E detto questo Stoddard si alzò per salutarli e per accompagnarli alla porta.
Uscì a quel punto anche lui, deciso a fare un altro sopralluogo sulla zona del ritrovamento. Chiamò un agente e, saliti in macchina, si avviarono verso la strada statale.
Cap 6
Si fermarono proprio davanti al punto in cui era parcheggiata la macchina delle ragazze la cui sagoma era disegnata col gesso sull’asfalto. Si mise in piedi al centro della traccia, riflettendo ancora una volta sul fatto che le due ragazze erano scappate in direzioni quasi diametralmente opposte. Come spaventate da qualcosa che si trovava proprio lì, nel punto in cui avevano parcheggiato la macchina.
Ma perché in direzioni opposte? Perché non tutte e due nella stessa direzione?
Poteva forse essere un indizio? Forse, ma non ne era sicuro.
Si girò intorno, osservando la scena e cercando di immaginare la situazione della notte precedente. Ma si rendeva conto che era troppo ingarbugliata.
C’erano troppi interrogativi. E poche risposte.
Primo fra tutti, perché le ragazze si erano fermate proprio lì? Dalle tracce riscontrate non c’erano segni di altre auto, per cui si poteva tralasciare l’ipotesi che potessero essere state affiancate da qualche altro veicolo che le avesse costrette a fermarsi. Forse allora qualcuno a piedi poteva essersi parato davanti alla macchina e loro per evitare di investirlo si erano fermate sul ciglio della strada? Certo, poteva anche essere andata così. Oppure, ultima ipotesi, per un motivo che ancora non conoscevano, le ragazze avevano fermato l’auto proprio in quel punto. Ma perché?
E poi, c’era il fatto che fossero fuggite via in quel modo. Qualcuno aveva allora cercato di aggredirle? Forse questo ipotetico aggressore era riuscito ad afferrare Nancy che nella lotta era scivolata giù per la scarpata, mentre Geena ne aveva approfittato per scappar via? In questo modo si poteva spiegare il motivo per cui le due ragazze erano scappate in direzioni opposte. Ma mentre le ferite di Nancy erano dovute alla caduta giù dal dirupo, che dire delle ferite riscontrate sul corpo di Geena? Come aveva fatto a procurarsele? Forse questo ipotetico aggressore l’aveva raggiunta nonostante la sua fuga? E una volta raggiunta l’aveva ferita intenzionalmente?
Forse.
Ma c’erano troppi forse e troppi perché. E solo le ragazze avrebbero potuto rispondere a tutte quelle domande.
Bisognava solo aspettare.
Il resto della giornata si svolse senza toppo trambusto, con i genitori che passarono l’intero pomeriggio al capezzale delle loro figlie, in attesa che riprendessero conoscenza e potessero parlare. La penombra della stanza dove erano ricoverate, sembrava una misura tangibile dell’angoscia che stentava a dissolversi, nonostante il loro ritrovamento e nonostante il fatto che fossero ancora vive. E l’attesa di poter risentire le loro voci era snervante.
Ma alla fine non poterono fare altro che tornarsene a casa sperando nel giorno dopo.
La mattina dopo il telefono squillò sia a casa Derry che a casa Crawford.
Era il dottor Stevens dell’ospedale che avvertiva che tutte e due le ragazze si erano risvegliate. Geena era stata la prima e aveva ripreso conoscenza durante la notte, mentre Nancy che aveva subito le lesioni più gravi, aveva aperto gli occhi solo nelle prime ore della mattina, urlando e gridando disperata, facendo saltare dalla sedia l’infermiera di turno che si trovava nella stanza. Subito la ragazza aveva chiamato il dottor Stevens che aveva somministrato dei tranquillanti a Nancy e che quindi al momento era ancora sotto sedativi ma era cosciente. Stevens avvertì anche il sergente Stoddard che se avesse voluto, avrebbe potuto rivolgere qualche domanda alle ragazze ma solo nel pomeriggio.
I genitori subito si precipitarono in ospedale, riabbracciando le loro figlie e riuscendo a stento a trattenere le lacrime per quello che avevano rischiato. Cercarono di chiedere spiegazioni ma dalle loro parole non riuscirono a capire molto, vista la confusione mentale che ancora le offuscava.
Solo nel pomeriggio, quando arrivò il sergente e cominciò a interrogarle, la situazione sembrò delinearsi in maniera più nitida.
"Immagino che ve la siate vista davvero brutta l’altra notte. Riuscite a ricordare quanto è successo?" chiese Stoddard alle due ragazze.
"Si, mi ricordo benissimo" rispose Geena.
"Io invece ricordo molto poco e ho dei vuoti su cui non riesco ancora a far luce" rispose a sua volta Nancy stringendosi le tempie con le mani.
"Non ti preoccupare Nancy, va tutto bene, non fa niente se non ricordi" cercò di rassicurarla Stoddard "ora Geena comincerà a dirci la sua versione dei fatti e man mano che cominci a ricordare qualcosa anche tu, intervieni per confermare o anche per aggiungere dettagli che magari a lei potrebbero sfuggire. Va bene?"
Le due ragazze annuirono quasi insieme, e dopo qualche attimo Geena cominciò il suo racconto, mentre i genitori rimasero in silenzio seduti tra i due letti.
"Mi vengono i brividi solo a ripensarci," disse lei stringendosi nelle spalle e strizzando gli occhi come per cancellare qualcosa di orribile "Che schifo !! Ma da dove sono usciti?"
Tutti gli altri rimasero a guardarla cercando di capire.
"Usciti chi? O che cosa?" chiese allora Stoddard.
"Quei serpenti enormi e schifosi che mi sono venuti incontro ieri sera. Sono apparsi nella nebbia come fantasmi, strisciando per terra con quel suono terribile. Mi viene la pelle d’oca a ripensare a quelle ombre, che sono comparse dal nulla e mi sono saltate addosso."
Nancy a sentire quelle parole si girò incredula verso l’amica, ma con la testa ancora intontita dal sedativo non riuscì a dire nulla.
"Cerca di stare calma Geena, e comincia il racconto dall’inizio. Così forse riusciamo a capire meglio anche noi. D’accordo?" la interruppe Stoddard con tono gentile per cercare di metterla a suo agio.
"Si, certo, ha ragione" riprese lei con un sospiro profondo quasi per cancellare lo stato emozionale della sera prima, che le stava ritornando su.
Quindi cominciò il racconto.
"Abbiamo lasciato la festa e ci siamo dirette in macchina verso il paese, lungo la strada che scende dalla collina. Era notte inoltrata e man mano che avanzavamo la nebbia cominciava a diventare sempre più fitta e non si vedeva nulla. Ad un certo punto Nancy ha rallentato a passo d’uomo perché la strada era diventata una striscia bianca compatta e neanche coi fendinebbia si riusciva a vedere nulla. Sembravamo sprofondate in una nuvola densa come zucchero filato. Ad un certo punto poi, la situazione è diventata talmente critica che c
