È troppo tardi ormai - di Benedetto Silvestri
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 01/02/2006 alle ore 10:44:56
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Cap 1
Tutti i convegni a cui aveva partecipato erano stati sempre molto interessanti e anche quest’ultimo non aveva deluso le sue aspettative. Aveva ricevuto l’invito una settimana prima, col suggerimento da parte di alcuni colleghi, di affrettarsi a confermare la sua presenza per via dell’alto numero di partecipanti, e per non rischiare di non trovare più posto.
Si trattava questa volta di un seminario riguardante nuovi metodi di parto indolore e tecniche ancora sperimentali di inseminazione artificiale per aiutare coppie che non riuscivano ad avere bambini.
Laureen si era laureata in medicina giovanissima, e subito dopo la laurea aveva intrapreso un corso di specializzazione in ginecologia di quattro anni durante il quale aveva partecipato alla maggior parte dei convegni che interessavano il suo futuro lavoro e la sua professione.
Finita l’università, l’avevano chiamata a lavorare in ospedale dove aveva prestato servizio per diversi anni con discreto successo, e con l’esperienza maturata presso le strutture pubbliche era riuscita in seguito a mettere su un suo studio privato avviando l’attività di libera professionista, aiutata anche dall’eredità di un suo zio lontano che le mise in tasca un discreto gruzzolo.
Da quel momento aveva sempre e soltanto lavorato nel suo studio. Era stata sempre molto brillante nel suo lavoro e nel periodo in cui lavorava in ospedale, fu introdotta negli ambienti più importanti della medicina nei quali ebbe la possibilità di conoscere molti dei più noti primari che la aiutarono poi a crearsi il giro di clienti che ora frequentavano il suo studio.
Adorava il suo lavoro e vi si dedicava anima e corpo, lavorando spesso anche di notte per non tralasciare nulla e per non rimanere indietro con gli impegni.
Nonostante l’aspetto umanitario del suo lavoro, non aveva comunque mai avuto dei forti principi morali. E amava molto anche il denaro, forse troppo. Amava frequentare l’alta società, e fare una vita molto ben agiata.
E furono proprio questi motivi a spingerla dopo qualche anno a intraprendere la strada degli aborti clandestini, in quanto aveva capito che il lavoro illegale era molto ben pagato, e le avrebbe consentito il tenore di vita che lei desiderava.
La legge era molto severa a questo riguardo, contro i medici che si dedicavano a queste attività illecite, ma lei non si era mai preoccupata troppo della legalità del suo operato e nel suo studio consentiva a tutte le donne che glielo chiedevano di interrompere la gravidanza, perché era sicura di fare il loro bene, e nessuno doveva impedirle di aiutare delle povere madri in difficoltà. Era convinta che se una donna aveva deciso di interrompere la gravidanza, aveva il diritto di farlo, e lei, come dottoressa, aveva il dovere di aiutarla.
Per questo motivo molti altri dottori suoi amici la allontanarono, non approvando minimamente le sue decisioni e il suo operato, e per non essere coinvolti nelle sue attività. Non avevano il coraggio di denunciarla, ma non volevano neanche diventare suoi complici. Ma lei non si preoccupava troppo neanche di questo fatto. Era convinta di essere nel giusto, e voleva continuare per quella strada.
Ma a parte il dovere che lei si assumeva nei confronti delle pazienti, le interessava molto anche il lato economico della cosa visto che il suo lavoro era molto ben pagato e i costi per quel tipo di operazione erano molto alti. E per questo motivo era riuscita in poco tempo a cambiare la macchina, cambiare casa e a rinnovare quasi completamente lo studio.
Due anni più tardi, si sposò e rimase incinta pochi mesi dopo il matrimonio. Capitò per caso, e non fu una cosa voluta, perché in quel periodo non aveva nessuna intenzione di avere figli in quanto temeva che una eventuale gravidanza potesse mettere in pericolo la sua carriera. Decise quindi di abortire senza pensarci troppo, e lo fece presso un altro studio di cui conosceva molto bene il medico titolare.
Prese la decisione da sola, senza mettere al corrente il marito né della gravidanza, né dell’intenzione di abortire. Non voleva assolutamente parlarne con lui, per non rischiare di farsi dissuadere o di sentirsi fare i soliti discorsi moralisti.
E questo fu anche uno dei motivi che la spinsero ancora di più nella direzione intrapresa nel suo lavoro, facendole mettere da parte ancora di più tutti quei principi morali che riteneva fossero solo degli inutili vincoli al suo operato. In quella circostanza aveva sperimentato sulla propria pelle che spesso la nascita di un bambino poteva diventare un grosso problema, e creare delle enormi difficoltà nella vita di chi doveva crescerlo.
Adesso poteva capire meglio cosa provassero le donne che si rivolgevano a lei per lo stesso motivo e aveva una spinta in più per continuare.
Mentre guidava verso casa, ripensava mentalmente alle parole e ai discorsi detti durante il convegno. Aveva lasciato l’albergo circa due ore prima e aveva ormai percorso circa la metà della distanza che la separava da casa, e l’ansia di arrivare diventava sempre più forte.
Non vedeva l’ora di essere a casa, soprattutto perché non le piaceva affatto guidare di notte e si sentiva molto nervosa quando per lavoro era costretta a farlo. La notte e il buio la spaventavano e la facevano sentire a disagio, anche se a volte si vergognava di sentirsi in quel modo, neanche fosse ancora una bambina adolescente che ha paura del buio.
Lasciò l’autostrada e dopo alcuni incroci girò a sinistra immettendosi nella strada provinciale. La notte era molto umida, ma fortunatamente non molto fredda.
Aveva piovuto tutto il giorno e in alcuni punti l’asfalto era ancora bagnato e piccoli avvallamenti nella strada creavano delle pozzanghere che esplodevano al passaggio veloce delle ruote schizzando l’acqua tutto intorno. Arrivò dopo qualche chilometro all’incrocio con la stradina di campagna che l’avrebbe condotta direttamente a casa. Una pozza d’acqua si era formata proprio al centro della strada e passandoci dentro con le ruote, provocò uno spruzzo d’acqua che inzaccherò il cartello stradale sulla destra dell’incrocio.
Nonostante le piogge cadute durante il giorno, il cielo era limpido e le stelle sembravano osservarla dall’alto immerse nel manto nero che avvolgeva tutta la volta celeste. Alzò per un attimo lo sguardo attraverso il parabrezza, ad osservare il cielo nero sullo sfondo, spezzato a tratti dai rami degli alberi che sfrecciavano sopra il tetto della macchina, come tante braccia scheletriche protese verso l’alto che sembravano scostarsi al suo passaggio per mostrarle la strada che le stava davanti. I due coni di luce dei fari seguivano il grigio nastro d’asfalto, come due cani da caccia che seguivano la preda. La strada era davvero buia, illuminata solo ogni tanto dalle deboli luci dei lampioni. E quell’oscurità così fitta la faceva sentire ancora più a disagio nonostante avesse con sé il suo cellulare da usare in caso di emergenza.
Aveva acceso il riscaldamento in macchina quando era partita, ma nonostante l’aria calda la avvolgesse come un velo, sentiva a tratti dei brividi che la congelavano. Piegò le ginocchia per bloccare il volante nella posizione in cui era, e si passò rapidamente le mani sulle braccia per strofinarle forte e riscaldarle un po’, cercando di lenire quella sensazione di freddo che la infastidiva.
"Oh, via Laureen" si rimproverò bisbigliando "Non fare la bambina dai. Di che ti preoccupi? Cosa hai paura che ti possa succedere? Non ti far influenzare dal buio. Sei ormai cresciuta abbastanza per farti spaventare dall’oscurità. Hai quasi 45 anni e non sei più una bambina."
Ma le parole le si smorzarono in gola quando le sembrò di vedere con la coda dell’occhio, una piccola luce non lontana dietro di lei, riflessa sullo specchietto retrovisore. Come un raggio di luce che aveva attraversato rapidamente la superficie piatta e scura dello specchio.
Il respiro le si sgonfiò in gola con una calda esalazione d’aria. Istintivamente sollevò il piede dall’acceleratore e la macchina cominciò a rallentare mentre i suoi occhi erano sempre fissi nello specchietto, scrutando in lontananza dietro di lei. Rimase per qualche attimo ferma in quella posizione guardando indietro, senza rendersi conto del rischio che stava correndo. La macchina era ancora in movimento, lentamente ma si muoveva, avvicinandosi pericolosamente al ciglio della strada. Se ne accorse appena in tempo, sterzando violentemente per riportarla in carreggiata. Schiacciò violentemente i freni e la macchina cominciò a scodinzolare come un cagnolino sull’asfalto viscido. Sentì le gomme che strusciavano, inchiodate sul manto grigio, con un rumore stridulo come quello delle unghie che graffiano la lavagna. L’auto si fermò proprio in mezzo alla carreggiata, dopo aver lasciato delle lunghe strisce nere di gomma sull’asfalto, invisibili in quella notte buia. Laureen si trovò con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a lei, mentre i fari della macchina disperdevano il buio che invece avvolgeva tutto il resto dell’auto. Respirava con affanno, mentre il cuore impazzito le pompava il sangue così violentemente da farle rimbombare i timpani. Sembrava dovessero scoppiare. Quel ritmico ’tum, tum, tum’ che la scaldò di colpo, facendole passare i brividi che aveva avuto fino ad un attimo prima.
Appoggiò la testa sul poggiatesta del sedile, alzando lo sguardo verso lo specchietto. Ma non vide più nulla. Solo buio e tenebre dietro di lei. Niente altro. A quel punto pensò davvero di essersi immaginata tutto, oppure di aver visto solo le luci di qualche altro veicolo che stava procedendo sulla stessa strada, ma che poi aveva svoltato in qualche traversa.
Eppure non riusciva a distogliere lo sguardo dallo specchio. Fissava quel piccolo rettangolo nero, che rifletteva il tratto di strada alle sue spalle, scrutando con gli occhi il buio riflesso dietro di lei. Niente. Nessuna luce, nessun movimento. Solo la tenue luce rossa delle luci posteriori della sua auto che si rifletteva sull’asfalto bagnato. Ma niente altro.
Abbassò lo sguardo sulle luci del cruscotto battendo violentemente il pugno sul volante arrabbiandosi con se stessa per il rischio che aveva corso, solo per la sua stupida suggestione, e la sua paura di aver visto chissà cosa. Rialzò quindi lo sguardo per guardare di nuovo lo specchietto, e dopo essersi un po’ calmata, decise di riprendere il viaggio. Si guardò con disagio a destra e a sinistra, vedendo gli alberi ai lati della strada che sembravano osservarla come tanti spettatori, ridendole dietro, per lo spettacolo che aveva appena offerto loro. C’era mancato davvero poco. Sarebbe bastata una frazione di secondo di ritardo, e oltre a vederli, li avrebbe anche sentiti. E non sarebbe stata certo una bella sensazione.
Aveva ancora un bel po’ di strada da fare prima di arrivare a casa.
Diede un profondo respiro per cancellare lo spavento e riossigenare i polmoni, inserì la marcia e ripartì.
Cap 2
Le luci dei fari ripresero la loro rincorsa sull’asfalto illuminando le lunghe strisce bianche al centro della carreggiata, mentre, su entrambi i margini della strada, gli alberi passavano veloci accanto alla macchina, superandola e scomparendo rapidamente dietro di lei. Andava a non più di 80 chilometri l’ora, ma le sembrava di correre molto più veloce, e i segmenti bianchi tratteggiati al centro della strada le venivano incontro velocissimi, scomparendo rapidi sotto le ruote.
Si sentiva un po’ meglio ora, più rilassata, dopo lo spavento di poco prima. Con gli occhi incollati alla strada, si sforzava di non guardare nello specchietto retrovisore per evitare di vedere di nuovo luci inesistenti.
Ma la tranquillità durò solo pochi attimi.
Un colpo sordo sotto la macchina la fece trasalire. Subito l’auto cominciò a sbandare verso il bordo della carreggiata. Cercò disperatamente di sterzare per non uscire di strada, ma la manovra fu troppo brusca e la macchina si girò in testacoda, continuando a sbandare. Schiacciò violentemente i freni e la brusca decelerazione la spinse violentemente in avanti, bloccata dalle cinture di sicurezza che le impedirono di sbattere contro il volante e contro il parabrezza. Accadde tutto in pochi attimi e la macchina fortunatamente si fermò vicino ad un albero, con il muso in direzione opposta rispetto a quella di marcia.
Si ritrovò con i capelli davanti agli occhi, le mani che le tremavano, ancora aggrappate al volante strette talmente forte che le nocche le erano diventate bianche. Nella sua mente la macchina ancora girava e solo dopo qualche attimo si rese conto di essersi fermata davvero. Scosse la testa, come risvegliatasi da un brutto sogno, col cuore in gola e il respiro che sembrava quello di un cane che avesse corso per chilometri e chilometri senza mai fermarsi.
Era atterrita e non riusciva a muoversi.
Voleva urlare per la rabbia e per sfogare la tensione dovuta alla paura che sentiva crescere dentro e che la gonfiava come un pallone, fino al punto di farla scoppiare se non avesse trovato una valvola di sfogo.
Rimase per qualche minuto in quella posizione, respirando a fatica.
"Accidenti, accidenti, accidenti" disse a se stessa, slacciandosi bruscamente la cintura di sicurezza e afflosciandosi con la schiena e la testa sul sedile. Doveva riprendere il controllo della situazione. Non doveva farsi prendere dal panico, ma il cuore non sembrava sentire ragioni e continuava a pulsare come un tamburo, pompando il sangue che le avvampava il viso.
Cominciò a fare dei lunghi respiri per cercare di calmarsi e di riprendere il controllo, ma dopo un po’, il troppo ossigeno cominciò a stordirla ancora di più, e allora preferì smettere e lasciare che il corpo stesso riprendesse il suo normale equilibrio.
Guardò fuori dal finestrino alla sua sinistra e vide che la macchina si era fermata proprio vicino al ciglio della strada, contromano, a pochi centimetri dal grosso tronco di un albero. Se non si fosse fermata in tempo, sicuramente avrebbe urtato quel tronco e si sarebbe fatta davvero male.
Fece un profondo respiro e aprì la portiera. Spinse fuori il piede sinistro appoggiandolo sull’asfalto, spingendo per alzarsi, con un leggero scricchiolio della suola contro sassolini sulla strada. Scese dall’auto e si appoggiò alla carrozzeria per constatare che non avesse nulla di rotto.
Fortunatamente era tutta intera, e per fortuna nella frenata brusca non si era attivato l’air-bag, altrimenti avrebbe rischiato qualche livido per l’impatto contro il pallone di gomma. Si mosse quindi per controllare cosa fosse successo.
Girò intorno alla macchina per passare sul lato destro, e mentre passava davanti ai fari ancora accesi, notò che la carrozzeria era sbilanciata e pendeva tutta dal lato del passeggero. Girò oltre l’angolo del faro e abbassando lo sguardo vide la ruota a terra.
La ruota anteriore destra era scoppiata causando quello sbandamento che per poco non le era stato fatale.
"Ecco! Accidenti ! proprio quello che ci mancava" disse nervosamente, passandosi una mano tra i capelli e tirandoli indietro.
Diede un pugno sul cofano e si girò per risalire in auto. Doveva prendere la torcia che aveva nella cassetta degli attrezzi per constatare l’entità effettiva del danno. C’era si la ruota a terra, ma doveva controllare se ci fosse per caso qualche altro danno che le avrebbe impedito di proseguire il viaggio.
Illuminò con il fascio di luce della torcia la ruota inginocchiandosi per vedere sotto l’auto. Fortunatamente era solo quello il danno. La gomma era letteralmente esplosa e la frenata e l’attrito contro l’asfalto l’avevano ridotta a brandelli che penzolavano intorno al cerchione come appendici inerti, frammiste a filamenti di metallo.
Spense la torcia e ritornò a sedersi in macchina per chiamare il soccorso stradale. Allungò la mano per prendere il cellulare che aveva nella borsa ma si sentì un pugno al cuore quando vide che non c’era segnale in quella zona.
Non era raggiungibile in quell’area.
Presa da una crisi di nervi, lo lanciò contro il sedile posteriore facendolo rimbalzare a terra sul tappetino della macchina.
"Stupido telefono !! Mettitici anche tu ora a crearmi problemi. Ne ho già abbastanza, non me ne servono altri" urlò quasi in preda a una crisi isterica.
Allungò la mano per raccoglierlo da terra per controllare di nuovo, ma inutilmente. La barretta che indicava il segnale era a zero. Lo spense e lo riaccese sperando di ottenere un risultato più confortante.
Ma niente. Era muto.
Ora si trovava davvero in difficoltà. Da sola, su quella strada buia, con una gomma a terra e nessuna possibilità di chiamare aiuto. Non le era mai capitato di trovarsi in una situazione così brutta e ora che ci si trovava non sapeva davvero cosa fare. Non sapeva da dove cominciare per uscirne fuori.
L’aria della notte stava diventando sempre più fredda e umida, costringendo Laureen a coprirsi le spalle con la giacca che aveva sul sedile posteriore, mentre pensava ad una possibile via d’uscita. Doveva fare qualcosa. Non poteva aspettare lì tutta la notte, da sola, in aperta campagna. Doveva trovare una soluzione e la doveva trovare anche rapidamente, prima che lo sconforto prendesse il sopravvento.
Fece il punto della situazione e si rese conto che non era proprio un bel punto. Si trovava lì, da sola, con una ruota a terra, col cellulare inutilizzabile, senza alcun aiuto e non avendo alcuna esperienza su come sostituire una gomma a terra.
"Davvero una bella situazione. Davvero invidiabile" mormorò con rabbia, rendendosi conto subito che la soluzione poteva essere solo una.
Cambiare la gomma.
Doveva cambiare la gomma da sola o almeno di provare a farlo.
E anche se non sapeva da dove cominciare, avrebbe imparato per forza. E poi, tutto sommato c’era anche il libretto delle istruzioni della macchina che poteva darle una mano. Aprì il cruscotto e lo prese. Lo sfogliò fino ad arrivare alla pagina che le serviva e lo ripiegò in due appoggiandolo sul sedile accanto a quello di guida. Spinse le gambe fuori dalla macchina per andare a prendere i ferri nel portabagagli, ma proprio mentre stava per alzarsi dal sedile, il piede le scivolò sull’asfalto umido facendola cadere pesantemente a terra, e facendole urtare malamente il ginocchio contro lo spigolo della portiera aperta. Urlò per il dolore, ma la sua voce fu subito inghiottita dal silenzio della notte. Ebbe subito la sensazione che qualcosa di caldo le stesse scivolando giù, lungo il polpaccio. Si riappoggiò con la schiena alla macchina stringendo spasmodicamente le mani intorno al ginocchio e ritraendole poi, sporche di sangue. Allungò allora la mano all’interno dell’abitacolo per prendere la torcia e la accese illuminando un profondo taglio sotto al ginocchio, con delle lunghe strisce rosse che si allungavano scendendo lungo il polpaccio, fino a sgocciolare sulla strada. Prese subito un fazzoletto dalla tasca per tamponare la ferita, poggiando la torcia a terra, che subito fece brillare le piccole gocce di sangue appena cadute.
Strinse forte il fazzoletto attorno al ginocchio cercando di rialzarsi sull’altra gamba. Si sedette di nuovo in macchina per prendere delle bende dalla valigetta di pronto soccorso che portava sempre con se nel vano sotto cruscotto. Disinfettò la ferita, tagliò delle bende e le fissò con del cerotto, rimettendo poi tutto a posto nella valigetta.
Le sembrava un incubo. Tutto stava andando storto.
Cominciò a maledire il giorno in cui aveva deciso di partecipare a quel seminario. Se non ci fosse andata a quell’ora se ne poteva stare tranquillamente a casa, nel calore delle mura domestiche, a preparare la cena e a vedere qualche film in televisione dopo mangiato.
E invece era lì, su quella strada con la macchina fuori uso e ora anche con il ginocchio malconcio.
Cap 3
Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter uscir fuori da quella situazione. Scese di nuovo dalla macchina facendo stavolta molta più attenzione a dove metteva i piedi per non scivolare di nuovo, e si diresse zoppicando verso il portabagagli.
Aprì il cofano, ma una vocina singhiozzante dietro gli alberi la fulminò come una scarica elettrica. Il cuore le saltò in gola dandole un pugno in pieno petto, mozzandole il fiato. Si girò di scatto con un gemito soffocato, con gli occhi sbarrati per la paura, verso l’origine di quel suono gelido, che subito cessò. Rimase a fissare l’oscurità in mezzo agli alberi con le mani tremanti incollate sul cofano. Il cuore le martellava nel petto come un pugile che colpisce il sacchetto per l’allenamento. Tutto intorno era silenzio. Silenzio rotto a tratti solo da un leggero vento che spolverava le foglie degli alberi con un leggero brusio.
Ma quello che aveva appena sentito non era stato il rumore delle foglie.
Era diverso. Era sembrato davvero un lamento, un pianto soffocato. Con una voce che sembrava quella di un bambino.
Ma ora, tutto era ritornato nel silenzio.
Forse si era sbagliata, pensò, e cercò di convincersi che forse quello che aveva sentito era solo il lamento soffuso di qualche animale che vagava nella vegetazione oltre gli alberi e che magari si era fermato ad osservarla attratto dalle luci della macchina.
Eppure dentro di se era convinta che quello che aveva sentito era proprio un pianto, leggero come un alito di vento, ma era un pianto sofferente.
Non riusciva a distogliere lo sguardo dall’oscurità che aveva davanti agli occhi, con le mani che stringevano il cofano con l’istinto quasi di ripararsi li dentro.
Era paralizzata e immobile, quasi in attesa.
Ed ecco di nuovo quel suono. Un suono lieve, soffocato, che durò un attimo per poi spegnersi di nuovo.
Il cuore le diede un altro scossone, violentato dall’adrenalina che le scorreva nelle vene, mentre la paura che aveva provato fino ad un attimo fa stava ora diventando vero terrore. Il suo corpo tremava scosso dai nervi che sembravano attraversati da corrente ad alta tensione. Il tremore delle mani le si trasmise alle braccia e a tutto il corpo e sentiva che non riusciva a trattenerlo. Non riusciva a smettere di tremare. E il respiro diventava sempre più spasmodico, si sentiva soffocare, per via dei muscoli del torace contratti come corde tese. Tutto era scuro attorno a lei tranne le due luci dei fari che illuminavano la strada davanti all’auto. Il pianto riprese, aumentando di volume, e più diventava forte e più si percepiva il dolore e la sofferenza che ne erano all’origine.
Il panico la stava devastando.
Non riusciva più a ragionare perché la mente era completamente sommersa dalla sensazione di terrore che ormai l’aveva investita come un fiume in piena, tanto che non sentiva quasi più il dolore al ginocchio. Era una sensazione agghiacciante, sentire quel suono leggero ma stridulo, immersa nel buio di quella strada.
Da sola.
Ritrasse le mani dal cofano, facendo due passi in avanti verso il lato sinistro dell’auto, sempre con lo sguardo incollato al buio oltre gli alberi. Il pianto cessò di colpo, subito sostituito da una leggera risata, proveniente sempre dalla stessa voce che fino ad un attimo prima stava piangendo. La voce di un bambino, sempre lieve, ma sempre più stridula e graffiante.
Non riusciva a capire. Prima il pianto, poi una risata. Era forse uno scherzo di qualcuno che la stava prendendo in giro? O forse qualcuno che voleva spaventarla per gioco?
In ogni caso non era assolutamente un bello scherzo, se di scherzo si trattava.
Il cuore le batteva dolorosamente nel petto, come se la stesse prendendo a pugni da dentro, scuotendole il torace e facendole sussultare i polmoni che riuscivano a stento a raccogliere l’aria che entrava e usciva bruciando e graffiando come fosse sabbia.
Poi, di colpo, anche la risata cessò. E tutto fu di nuovo avvolto dal silenzio.
Ma non aveva il coraggio di muoversi. Si sentiva come una preda braccata da qualcosa, o da qualcuno. Qualcosa o qualcuno che non riusciva a vedere, ma che invece riusciva benissimo a vedere lei. Tutto sembrava fermo in attesa di qualcosa che doveva succedere.
Ma il panico le esplose dentro quando in un attimo, sentì un leggero fruscio subito seguito dal movimento di una piccola ombra al di là degli alberi, che sparì velocemente confondendosi con l’oscurità. Un urlo di terrore le schizzò fuori dalla bocca, lacerando il silenzio mentre cercava di ripararsi nell’auto.
L’aveva vista stavolta ne era sicura.
Aveva visto qualcosa muoversi nell’ombra. L’aveva vista per un attimo, illuminata dalla luce riflessa dei fari. Ma subito l’eco della sua voce si spense e tutto fu di nuovo fermo e immobile. E in silenzio.
Tremava tutta. Si rannicchiò all’interno dell’auto quasi a voler sfuggire da quell’ incubo. Quasi a voler diventare talmente piccola da essere invisibile a chiunque fosse lì fuori a spaventarla. E le ritornarono in mente le volte in cui , da piccola, si rannicchiava nel letto spaventata dai tuoni e dai fulmini durante un temporale, terrorizzata, sperando e aspettando solo che passasse.
Non sapeva cosa fare e soprattutto non riusciva a pensare a cosa dovesse fare, ormai in preda al panico più cieco. E non sapeva neanche con chi avesse a che fare. Aveva visto quell’ombra e da quel poco che aveva osservato in quell’attimo, non le era sembrato un animale. Sembrava il movimento di qualcuno che cercasse di nascondersi accovacciandosi dietro i cespugli. Ma chiunque fosse, ora lei sapeva che era lì e che la stava osservando. Sentiva il suo sguardo su di lei, che la scrutava in ogni movimento. Sentiva quegli occhi attaccati alla pelle come una pellicola adesiva.
Cercò di gridare.
"C’è qualcuno lì?", ma la voce le si spense in gola, trasformandosi in un leggero sussurro che si dissolse nell’aria, seguito da un altro rapido movimento che la fece quasi strozzare con un singhiozzo.
Provò di nuovo ad urlare.
"Chi c’è laggiù?" e questa volta la voce uscì chiara e forte dalla sua bocca, come un proiettile sparato da una pistola.
Ma la risposta fu ... silenzio.
Solo silenzio, così opprimente che lo sentiva spingere sui timpani riempiendo tutto lo spazio circostante. Si aspettava qualche tipo di risposta. Qualsiasi cosa. E l’attesa era snervante. Si sentiva indifesa alla mercé di chiunque stesse nascosto lì dietro.
Il fatto di non riuscire a vedere chi si nascondeva lì nell’ombra, la rendeva una facile preda, visto che non poteva vedere cosa stesse facendo e cosa stesse tramando in quel momento. Mentre l’altro, poteva benissimo vedere lei e poteva scegliere il momento migliore per farle qualsiasi cosa, saltando fuori dal buio.v
Poi, di colpo, il pianto ricominciò, insieme a quella risata tagliente.
Capì allora che le voci dovevano essere per forza due e non una sola. E ci dovevano essere due persone la dietro. Ma questa constatazione fu tutt’altro che piacevole e anzi, la fece precipitare ancora di più nel panico perché affrontare una singola persona, non sapendo chi fosse, era già di per sé difficile. Ma ora, scoprendo che le persone erano due, non avrebbe avuto certamente scampo.
Le due vocine continuarono a risuonare nell’aria quasi come due sussurri, che lentamente aumentavano di volume fino quasi a diventare assordanti.
Laureen si coprì le orecchie con le mani per cercare di non ascoltarle, ma il loro suono era così sottile e tagliente che neanche le mani riuscivano ad isolarla dall’esterno, e quei suoni le rimbombavano nel cervello come tanti campanelli percossi da altrettanti martelletti.
"Basta !!" urlò disperata con tutta la voce che aveva in gola, scuotendo la testa con rabbia.
Subito le voci cessarono.
L’urlo di Laureen fu seguito da attimi di silenzio che sembravano senza fine. Si sentiva a pezzi. La testa le girava e girava come se una tromba d’aria le stesse scuotendo il cervello. Non riusciva a respirare e la mancanza di ossigeno la faceva sentire ancora peggio.
Allungò le gambe fuori dalla macchina ma appena le poggiò sull’asfalto subito un pensiero agghiacciante gliele fece ritrarre. Il terrore che qualcuno o qualcosa potesse afferrarle le caviglie spuntando da sotto la macchina, le trafisse il cuore come una lama incandescente, facendola sobbalzare indietro, con una terribile fitta al ginocchio ferito.
Rimase per qualche attimo in quella posizione, con le ginocchia al petto, mentre il suo respiro stava diventando un susseguirsi di gemiti di paura.
Cercò di farsi coraggio e allungò le gambe di nuovo fuori dalla macchina. Tremava tutta per il terrore con il corpo scosso da spasmi incontrollati. Sentiva il panico che le esplodeva dentro con scosse sempre più forti e violente, mentre si sforzava di appoggiare le gambe fuori sulla strada. L’istinto la costringeva a ritrarle, mentre la forza di volontà le spingeva fuori. Con un’ultima spinta toccò l’asfalto. Appena sentì il contatto con la strada, fece un salto fuori dall’abitacolo, allontanandosi dalla macchina di alcuni passi. Si girò di scatto per vedere sotto l’auto. Ma non c’era nulla, solo l’alone riflesso della luce dei fari che creava un cuscinetto luminoso sotto la carrozzeria, sotto la quale non c’era assolutamente nulla.
Nessuna ombra nascosta.
Socchiuse per un istante gli occhi, respirando profondamente e piano piano, si riavvicinò appoggiandosi con la schiena all’auto, chinandosi in avanti, poggiando la palme delle mani sulle ginocchia. Al contatto delle mani, sentì una fitta al ginocchio destro sopra la ferita e quel dolore sembro ridestarla per un istante facendole ricordare tutto quello che era successo, distogliendola per qualche attimo da quello che le stava accadendo in quel momento.
Cap 4
Rimase in quella posizione per qualche attimo, cercando di connettere, prima di essere brutalmente riportata alla realtà.
"Ti danno così fastidio questi suoni?" disse una vocina sottile dietro gli alberi.
Si alzò di scatto con una fitta alla schiena e lo sguardo sgranato verso il buio davanti a lei. Il respiro le si mozzò in gola asciugandole la saliva facendola tossire più volte.
Rimase pietrificata, con le braccia distese lungo i fianchi.
Paralizzata da quella voce. Era la voce di un bambino.
Ma che ci faceva un bambino lì, a quell’ora? Così tardi? Da solo?
Rimase a guardare in silenzio il punto da dove aveva sentito provenire la voce. Ma non sapeva cosa rispondere, anche per via della lingua impastata in bocca che non le faceva articolare una parola.
"Come mai questi suoni ti danno così fastidio? Ti rendono nervosa forse?" aggiunse la vocina.
Per un attimo ebbe la sensazione di vivere quella scena dal di fuori, come spettatrice, ma poi, un movimento rapido come quello che aveva visto qualche minuto prima, la riportò di nuovo alla realtà come scuotendola da un incantesimo. Una piccola ombra si stava movendo oltre gli alberi. Una piccola sagoma stava uscendo fuori dalla zona d’ombra.
I fari della macchina illuminavano la strada davanti al cofano e solo una fioca luce riflessa, raggiungeva il bordo vicino agli alberi.
Mentre la piccola sagoma lentamente si avvicinava.
E più si avvicinava al ciglio della strada, più Laureen sentiva il sangue pulsarle nelle tempie, aumentando il panico in maniera agghiacciante.
Doveva essere per forza un bambino visto che la sagoma era molto piccola. Ma come mai era lì da solo di notte? L’ombra si fermò proprio al bordo della strada in modo che Laureen potesse vedere bene la sua forma, ma non il suo viso che era ancora nascosto.
"C...C...Chi sei?" disse Laureen con un filo di voce, balbettando le parole "E cosa ci fai qui?"
"Ti sei spaventata forse? Dottoressa Mc Grath?" disse la vocina con un tono misto di dolcezza e di rabbia. Quasi a voler sottolineare il fatto che conosceva il suo nome.
"Come sai il mio nome? Chi sei?" disse, riprendendo un po’ il suo solito tono di voce, sentendo stranamente la paura sciogliersi dentro di lei, quasi che il parlare con quel bambino stesse in qualche modo rilassando la tensione aveva provato fino a qualche attimo prima.
In fondo era solo un bambino. Cosa poteva esserci di così pericoloso in lui?
Ma quella sensazione fu subito raggelata dalla vocina che divenne molto più tagliente e gelida.
"Conosco bene il tuo nome e tutti i bambini come me lo conoscono. E anche tu conosci sicuramente il mio."
E appena finì la frase, si mosse in avanti, uscendo completamente dall’ombra, mostrando la sua fisionomia alla luce soffusa dei fari. Stava lì, in piedi vicino alla portiera di guida sul lato sinistro dell’auto.
Era una bambina, non un bambino come le era sembrato, e doveva avere circa 5 anni, con capelli ricci biondi lunghi fino alla spalla, e con un visetto grazioso e grandi occhini azzurri, che fissavano Laureen con uno sguardo profondo e tagliente.
Laureen la guardò attentamente ma non riuscì a ricordare chi fosse.
"Tu dici che ti conosco, ma io non ti ho mai vista. Non mi ricordo di te" disse la dottoressa.
E appena finì di pronunciare queste parole, vide dietro quella figura minuta, molte altre piccole sagome uscir fuori dall’oscurità e avvicinarsi, sempre rimanendo nel buio un po’ distanti dalla bambina, seminascosti tra gli alberi. Alcuni di loro avevano circa la stessa altezza della bimba davanti a lei. Mentre altri erano più piccoli e altri addirittura più grandi. Due di loro in particolare sembravano molto grandi. Davano quasi l’impressione di essere degli adulti piuttosto che bambini. E altri ancora invece, sembravano addirittura di pochi mesi. Ma come potevano bambini così piccoli stare lì in piedi e camminare insieme agli altri? Non potevano, e invece erano lì, proprio accanto a tutti gli altri.
La visione di quel gruppo la fece raggelare ancora di più e la paura riprese a farsi strada nella sua mente, ricominciando a martellarle le tempie.
"Ma chi siete voi? E cosa ci fate qui a soli? Non dovreste essere a casa a quest’ora? I vostri genitori potrebbero esser in pensiero" riprese Laureen, quasi balbettando le parole.
La bambina fece finta di ignorare le domande e la sua voce divenne ancora più stridula e tagliente, anche se il tono era calmo.
Sembrava volerla ferire con le parole, ma senza urlare.
"Come puoi vedere ci sono tra noi persone di tutte le età, e per aiutarti a ricordare, ti voglio far conoscere il più grande di noi."
E dicendo così fece un gesto rapido con la mano verso gli altri dietro di lei.
Uno di loro si mosse uscendo dall’oscurità. Era uno dei due più alti.
La figura si mosse e raggiunse la bambina accanto alla macchina. Era una figura molto più alta rispetto agli altri, ma non alta quanto Laureen anche se non c’era troppa differenza tra loro. Era una ragazza e sembrava avere circa 15 anni. Aveva capelli scuri e occhi neri, e soprattutto uno sguardo molto profondo che si fissò negli occhi di Laureen come la lama di un coltello. Laureen avvertì subito molto dolore in quello sguardo, quasi la ragazza volesse in qualche modo rendere partecipe la dottoressa della sofferenza che stava provando. E Laureen riusciva quasi a comprendere quello stato d’animo anche se non riusciva ancora a capire il significato di tutto ciò.
"Vedo che ancora non capisci vero? La tua mente è ancora offuscata dalla tua arroganza. Offuscata dalla sete di denaro. E non riesci a vedere oltre il tuo naso. Vero?"
La bambina sibilò quella frase guardandola fissa negli occhi, quasi con l’intento di voler scolpire quelle parole a fuoco nella mente di Laureen. Le uscirono dalla bocca con tale rabbia, quasi a voler scorticare la persona a cui erano dirette.
"Ti darò allora un altro piccolo aiuto allora" aggiunse la bimba "Ora ti mostrerò invece il più giovane di tutti noi. Si è unito a noi proprio pochi mesi fa."
Sia la bambina più piccola che la ragazza più grande si voltarono verso il gruppo alle loro spalle e questa volta toccò all’altra figura alta uscire allo scoperto. Si mosse con passi lunghi e si fermò accanto alle due ragazze, più vicino a Laureen che a loro. Questa volta vide che era un ragazzo circa della stessa età dell’altra ragazza, con capelli biondi e occhi scuri.
"Non capisco" disse Laureen "Lui dovrebbe avere circa la stessa età di lei. Come puoi dire che è i più giovane di voi?" aggiunse tremando.
"Io non l’ho detto infatti. Sei tu che lo stai dicendo. Ma io non i riferisco a lui, ma a....lui" disse la bambina indicando un piccolo fagottino che il ragazzo teneva tra le braccia. Lo diede alla bambina che lo prese con entrambe le mani, con dei movimenti talmente delicati che la impressionarono.
Poi si girò, rivolgendolo verso Laureen.
Cap 5
La dottoressa era pietrificata, spaventata alla vista di quel fagotto. Cercò lentamente di allungare le braccia per prenderlo, ma la paura le fece ritrarre le mani. Subito gli sguardi feroci dei tre ragazzi davanti a lei la trapassarono come coltelli, costringendola ad allungare di nuovo le mani e prendere quell’oggetto che le stavano porgendo. Facendo forza contro la propria volontà, e socchiudendo gli occhi per la paura, si costrinse a prenderlo. Era molto leggero ed era caldo, avvolto da una specie di lembo di stoffa.
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quell’oggetto mentre le mani che lo reggevano le tremavano come foglie.
Improvvisamente, lo senti muovere.
Ebbe un rapido sussulto che quasi glielo fece cadere di mano. Ma gli sguardi dei bambini davanti a lei la fulminarono e riuscì a riprenderlo la volo abbassando le mani. In preda al disgusto, allungò subito le braccia per restituirlo agli altri, ma questi non si mossero, e guardandola con gli occhi pieni di rabbia, la costrinsero a tenerlo in mano.
"Aprilo" disse la bambina con tono autoritario.
"Aprilo" aggiunsero gli altri due ragazzi accanto a lei.
Laureen guardò la bambina abbassando poi lo sguardo sull’oggetto tra le mani. Sollevò lentamente il lembo della stoffa che lo ricopriva e non poté trattenere un urlo quando ne vide il contenuto.
Era un feto.
Un feto di circa 5 o 6 mesi. Piccolo, ricoperto di sangue e con il corpo orribilmente scorticato. Il cordone ombelicale era attorcigliato tra le gambe, mentre la superficie del corpo era ricoperta di tagli, e di graffi. E respirava, a fatica ma respirava. Vedeva quel corpicino gonfiarsi e sgonfiarsi come un palloncino, con il capo reclinato da un lato, come dormisse.
Lo stomaco le si rivoltò mentre conati di vomito le risalivano lungo l’esofago, riuscendo a stento a trattenerli.
Ma la vista di quel corpicino l’aveva risvegliata.
Si sentì come trapassata da un fulmine e rialzando lo sguardo verso i ragazzi davanti a lei, capì.
"Mi sembra di capire dai tuoi occhi che finalmente hai le idee più chiare ora" disse la bambina "e adesso quindi, il mio nome non dovrebbe più esserti così sconosciuto. Io sono Marianne, la figlia di Hellen Stewart, o forse farei meglio a dire, sono quella che avrebbe dovuto essere sua figlia, visto che tu mi hai uccisa togliendomi dal grembo di mia madre dopo solo 8 settimane di gravidanza. Se tu non lo avessi fatto, ora io avrei 5 anni e sarei proprio come mi stai vedendo ora."
Con un gesto rapido ma delicato, la bambina strappò il fagotto dalle mani di Laureen, porgendolo con grazia al ragazzo che lo aveva portato.
Laureen era sconvolta mentre le parole della bambina ancora le rimbombavano nelle orecchie.
Non riusciva a credere quello che aveva appena sentito.
I suoi occhi vagavano sulle tre figure davanti a lei, spostandosi dall’una all’altra come ipnotizzata. Come in balia di un’ incantesimo che aveva annullato la sua volontà.
Poi, come risvegliatasi da quella sensazione, rispose.
"Ma cosa mi stai dicendo?" disse con voce spezzata dall’incredulità "Non è possibile !"
Ma gli sguardi penetranti dei ragazzi la travolsero come un’onda di fuoco e in un’ attimo capì che era la verità.
"E comunque " aggiunse Laureen "che sia vero o no, è stata tua madre a decidere di farlo, non io."
"Ma certo, naturalmente. Ma ti ricordi perché lo ha fatto? Ti ricordi che lei ha preso la sua decisione dopo aver letto il risultato delle tue analisi. Lei ha deciso di abortire dopo che tu lei hai mostrato il risultato delle analisi. Ma quel risultato era sbagliato. Diceva che io sarei nata deforme. Ma era sbagliato. E tu lo sapevi. Se tu non avessi fatto quell’errore e non avessi dato quel terribile responso a mia madre, ora io sarei una bambina di 5 anni felice, che vive felice con la sua famiglia, con la sua mamma e il suo papà. Ma tu hai sbagliato le analisi e tu hai costretto mia madre ad abortire. Mi hai condannata a morte per un tuo errore. E tu lo sapevi bene che era un errore, ma eri troppo presuntuosa per ammetterlo e allora hai preferito uccidere me piuttosto che dire la verità. Perché sapevi bene che un tale errore avrebbe potuto compromettere la tua carriera e il futuro della tua attività. E non potevi accettarlo vero? E allora hai deciso che era meglio uccidere un innocente piuttosto che rischiare di non poter più esercitare. E’ stata colpa tua, solo colpa tua. E quello che hai appena tenuto in braccio è solo una delle tue ultime vittime. Lo hai ucciso 6 mesi fa. Così neanche lui potrà mai avere una famiglia. Non potrà mai avere dei genitori. Nessuno di noi potrà mai sentire il calore dell’abbraccio di un genitore. Nessuno di noi sentirà mai cosa è l’amore di un genitore per un figlio. Nessuno di noi avrà mai amici con cui giocare o una scuola dove andare a studiare."
La voce straziata della bambina riecheggiava tutto intorno, rompendo il silenzio che riempì di nuovo lo spazio circostante appena finì di parlare.
"No, no, no vi state sbagliando. Mi state accusando di colpe che non ho. Di colpe che non ho mai avuto. Non sono stata io che ho deciso della vostra vita. Le vostre madri hanno preso quella decisione. Loro hanno deciso per la vostra vita. Loro hanno deciso di interrompere la gravidanza. Non sono stata io a costringerle. Non ho mai costretto nessuna a fare una cosa che lei non volesse. Come potete accusarmi di averlo fatto?"
"E’ colpa tua perché tu ci hai tolte dal grembo delle nostre madri. Se ti fossi rifiutata di farlo, ora noi saremmo dei bambini vivi e felici come tutti gli altri."
"Ma se io mi fossi rifiutata, altri avrebbero potuto farlo al posto mio, no?"
"Si, certo, ma altri dottori non sarebbero certo stati così presuntuosi come te. Altri dottori avrebbero probabilmente cercato di dissuadere le nostre madri dal fare un gesto del genere. E forse alcune di loro avrebbero cambiato l’idea. Non tutte, ma alcune sicuramente si. E sicuramente, altri medici al posto tuo, avrebbero ammesso il loro errore, e se avessero capito che il responso di alcune analisi era sbagliato, le avrebbero ripetute, per non rischiare di uccidere un innocente. Ma tu non lo hai fatto. Tu no. Tu credevi di essere perfetta. Credevi di non poter commettere errori. E così, ora, tanti bambini hanno perso tutto ciò che avevano, per colpa della tua stupida presunzione. Altri dottori avrebbero avuto molta più coscienza."
Sentiva che stava crollando a pezzi. I suoi nervi si stavano disgregando facendola impazzire. Sentiva le forze venirle meno, mentre il suo sguardo era fisso su quel piccolo feto tra le braccia del ragazzo, che lei stessa aveva condannato a morte.
Poi, la bambina riprese a parlare con un tono più graffiante di prima.
"Anche tu sei rimasta incinta, lo hai dimenticato forse? E in quell’occasione hai deciso anche tu di abortire, senza neanche sapere se il tuo bambino sarebbe stato sano oppure no. Senza sapere se sarebbe stato un bambino felice oppure no. Soltanto non lo volevi perché credevi che sarebbe stato un ostacolo per la tua professione. E ora, neanche lui saprà mai cosa è un sorriso e cosa è un giocattolo. Oppure cosa vuol dire svegliarsi la mattina e sentire il calore del sole che filtra dai vetri della finestra. Come ti senti ora? Come ti senti ora quando pensi a lui o a lei? Se ti capita di pensarci, ovviamente. Se non sei troppo impegnata nel tuo lavoro per fermarti un attimo a pensare."
"Cosa vuoi dire con questo?" rispose Laureen quasi urlando per la rabbia di sentire quelle parole riguardo alla sua vita privata.
Ma poi, un pensiero doloroso prese il posto della rabbia, e si calmò. Riflettè sulle parole che la bambina aveva appena detto e con un filo di voce sussurrò.
"Il mio bambino è qui con voi?" mentre gli occhi le si stavano riempiendo di lacrime.
"No !!" urlò la bimba con voce stridula "non è con noi perché lui si vergogna !! Si vergogna e non vuole vedere in faccia quella che avrebbe dovuto essere la sua mamma e che invece ha preferito ucciderlo."
"Hai detto ’lui’? Allora vuoi dire che sarebbe stato un maschietto?" bisbigliò Laureen.
"Avrebbe potuto essere un maschietto o una femminuccia. Che importanza ha ora? Ora non è né un bambino né una bambina. Ma ti posso solo dire che ora lui sta bene qui con noi. Ed è contento di non vedere la faccia della madre che lo ha ucciso."
"Come fai a dire che è felice !?" le urlò in faccia Laureen di nuovo in preda al furore e al dolore devastante di quelle parole.
"E’ una domanda molto stupida dottoressa, perché non ti rendi neanche conto delle cose che noi conosciamo" replicò la bambina.
In una frazione di secondo, il dolore le trapassò il cuore come una freccia, ma subito svanì lasciando il posto all’odio e alla rabbia.
"Sei una bugiarda e tu lo sai!" le urlò di nuovo i faccia "Tu non sai neanche di cosa stai parlando!"
"Davvero la pensi così? Se davvero dici così, allora vuol dire che sei davvero una stupida."
Cap 6
Ascoltando quelle parole, e sentendo la bambina darle della stupida sentì crescerle dentro una tale rabbia che avrebbe voluto afferrare tutti quei bambini e scaraventarli di nuovo in mezzo agli alberi nel buio da dove erano usciti. Ma invece aveva paura, una paura irrazionale che continuava a farla tremare come una foglia.
"Pensi davvero che tutto quello che ti ho appena detto sia solo una mia invenzione? Ve bene allora. Tu sei libera di pensare quello che meglio credi, ma ora mi devi ascoltare molto attentamente. Dottoressa." e sottolineò l’ultima parola con graffiante ironia "Fai molta attenzione a quello che sto per dirti. Dottoressa. Apri bene le orecchie perché sono sicura che non ti piacerà affatto quello che sto per dirti. Dottoressa. E non te la puoi prendere con nessuno, tranne che con te stessa. Solo con te stessa. Mi hai capito bene...Dottoressa?"
La bimba fece una breve pausa per penetrare col suo sguardo tagliente, gli occhi della donna davanti a lei.
"Noi conosciamo tutto e sappiamo cose che neanche ti immagini. E spero per te, che tu creda alle parole che sto per dirti". Disse, facendo un’altra pausa.
Laureen la stava ascoltando spaventata da quello che avrebbe dovuto sentire guardando la bambina fissa negli occhi.
"Io so che tra 4 anni tu resterai incinta di nuovo. Non succederà perché tu avrai deciso di avere un bambino, ma sarà anche questa volta un evento casuale. Vedi ancora una volta quanto sei stupida? Ci cadrai di nuovo. Tu lavori tutto il giorno per far abortire le altre donne ma non fai mai abbastanza attenzione per evitare di rimanere incinta tu stessa. Che donna stupida che sei! O mi sbaglio?" aggiunse la bimba ironicamente, sferzando la donna con quegli insulti.
"Se devi dirmi solo degli insulti allora sprechi il tuo fiato. Ne ho ricevuti abbastanza nella mia vita, e non mi fanno più nessun effetto ormai" replicò la donna con rabbia.
La bambina non diede importanza alle sue parole e fece finta di non aver sentito. Quindi proseguì.
"Tuttavia questa volta sarà diverso e tu non avrai il coraggio di fare quello che hai fatto con la tua prima gravidanza. E questa volta tuo figlio nascerà. E sarà un maschietto. Tu sarai stranamente contenta della sua venuta. Ma la gioia della sua nascita sarà offuscata dopo soli 2 anni, quando una strana forma di leucemia lo farà ammalare, cominciando a divorarlo un po’ alla volta. Tu soffrirai le pene dell’inferno per lui e farai tutto il possibile per salvarlo. Lascerai anche il lavoro per lui. Ma tutto sarà inutile. Gli anni passeranno e tu lo vedrai indebolirsi sempre di più. Lo vedrai spegnersi come una candela, perché le cure riusciranno solo a ridurre il dolore, ma non a farlo guarire. E alla fine lui morirà dopo il suo diciannovesimo compleanno. E vuoi sapere perché morirà?"
Sottolineò quelle ultime parole con graffiante ferocia, guardandola fissa negli occhi...
"Ci sarebbe stato un modo per salvarlo. Un medico avrebbe potuto salvarlo. Dopo aver preso la specializzazione in quel settore e aver lavorato come ricercatore, sarebbe riuscito a trovare la cura per quella forma di leucemia. Per ridurne gli effetti fino a farla scomparire e a guarire tuo figlio. Ma quel dottore non fece mai nulla di tutto questo. E lo sai perché?..."
Una pausa di silenzio calò su di loro, fredda come il ghiaccio, mentre Laureen non riusciva a distogliere gli occhi da quelli della bimba.
"Non lo fece perché ... quel dottore non è mai nato." riprese la bimba "Perché quel dottore è stato ucciso da te. Perché tu gli hai impedito di nascere e di crescere per diventare medico. Perché quel dottore, anzi quella dottoressa, sarei stata io!!! Ma tu mi hai uccisa molti anni prima e così non potrò mai scoprire la cura contro la leucemia per salvare tuo figlio e per salvare molte altre persone. E così tuo figlio morirà e molte altre persone moriranno. E l’unica responsabile di tutto ciò sarai tu. Sarà soltanto colpa tua."
La bambina si fermò.
E il silenzio si adagiò di nuovo come un velo sopra di loro, avvolgendo la rabbia e il dolore che erano nell’aria.
Laureen rimase ferma, immobile, sconvolta da quello che aveva appena sentito. Con gli occhi fissi alla bambina davanti a lei, cominciò a sentirsi improvvisamente addosso tutti gli sguardi pieni di odio e di rabbia, dei bambini ancora nascosti dietro gli alberi. Le rimbombavano ancora nelle orecchie quelle parole orribili, quella storia allucinante. Le stava dicendo che era responsabile della futura morte di suo figlio. Era un incubo atroce. Si sentiva scoppiare. Come se qualcuno le stesse stringendo il cuore e i polmoni in una morsa, tanto che riusciva a stento a respirare tra singhiozzi e lamenti.
"Vedo il tuo sguardo perso dottoressa. E vedo la paura farsi strada dentro di te ora. Ma ora è troppo tardi per aver paura. Il destino di tuo figlio è già stato segnato e sei stata tu a segnarlo con le tue stupide azioni e le tue stupide decisioni. Certo, potresti anche pensare che tutto quello che io ti ho appena detto sia falso. Che sia solo una mia invenzione per spaventarti. Ma sei tu ora che devi decidere se crederci o no. E lo dovrai decidere al momento opportuno. Ora tu conosci il destino di tuo figlio. Potresti allora decidere di abortire di nuovo, perché sai già che la sua vita non sarebbe affatto felice. Ma poi, se invece quello che ti ho detto fosse tutto falso? Rischieresti di uccidere di nuovo tuo figlio come hai fatto la prima volta, impedendogli di vivere una vita felice. Dipenderà da te allora e sarai tu a dover decidere se credere o non credere alla mie parole. Sarai tu a dover decidere se abortire di nuovo oppure no. Tu dovrai decidere. Soltanto tu."
Mentre la bambina parlava, Laureen non riusciva a distogliere lo sguardo da lei e non si accorse quindi che tutti gli altri bambini stavano cominciando ad avvicinarsi alla strada, disponendosi tutti intorno ai tre bambini davanti a lei. Scorse il movimento con la coda dell’occhio spostando lo sguardo proprio in tempo per vedere che ormai erano usciti tutti allo scoperto e la stavano circondando, spingendola con le spalle verso la macchina.
Si fermarono tutti insieme nello stesso istante, come obbedendo ad un comando preciso.
Laureen si sentì soffocare mentre i bambini ripresero ad avvicinarsi a lei. Sempre più vicino. Cominciò ad arretrare ma dopo neanche un passo sentì dietro di lei la carrozzeria dell’auto che la bloccava. Poggiò la mani sulle lamiere guardandosi intorno, in preda al panico. Muoveva spasmodicamente le mani lungo la carrozzeria dell’auto in cerca di qualcosa con cui difendersi. Qualcosa che la aiutasse ad uscire da quella situazione.
Ma non c’era nulla. Solo lei e i bambini.
Poi, in un attimo, il terrore, la tensione e la fatica ebbero il sopravvento e tutto intorno a lei cominciò a girare vorticosamente. La strada, il cielo, gli alberi, tutto girava come una enorme macabra giostra. La strada sembrava avvolgerla come un enorme serpente che le si attorcigliava addosso con le sue spire, mentre i rami degli alberi si abbassavano su di lei cercando di afferrarla. L’aria diventava piano piano irrespirabile e le bruciava nei polmoni ogni volta che cercava un po’ di ossigeno. Poi, tutto divenne buio pesto, e svenne sgonfiandosi come un palloncino, cadendo a terra ai piedi dei bambini.
Il giorno dopo, una telefonata mise in allerta la centrale di polizia. Era il marito della dottoressa preoccupato perché la moglie non era ancora ritornata a casa dalla sera prima, e subito una pattuglia si diresse verso la casa della coppia per fare degli accertamenti.
I due agenti stavano percorrendo in auto l’ultimo tratto di strada che li separava dall’abitazione dei coniugi quando videro un’auto ferma in senso opposto a quello di marcia, sul lato opposto della strada, col portabagagli aperto.
Rallentarono e si avvicinarono accostando proprio di fianco alla macchina.
Appena scesi, subito notarono il corpo della donna seduta al posto di guida, con il capo reclinato sul finestrino aperto. Ma appena si avvicinarono sufficientemente per vederne il resto corpo, rimasero inorriditi nel vederne le braccia.
Entrambe le braccia erano fasciate sui polsi, ma oltre i polsi, non c’erano più le mani. E le bende rigate di rosso, avvolgevano solo i due corti moncherini ancora sanguinanti.
Uno dei due agenti subito mise due dita sul collo della donna per verificare se fosse ancora viva, e con sollievo sentì la carotide pulsare sotto i polpastrelli, segno che il cuore ancora batteva in quel corpo mutilato. L’altro invece era nel frattempo ritornato verso l’auto per segnalare il ritrovamento e chiamare un’ambulanza.
Ma dovette interrompere bruscamente il messaggio via radio, quando sentì l’urlo del suo collega dall’altra parte della strada. v
Si girò di scatto e lo vide dietro la macchina, a fissare inorridito dentro il portabagagli.
Mise giù il microfono e corse dall’altro. Appena lo raggiunse, seguì con gli occhi il suo sguardo e non poté trattenere una smorfia di orrore.
Nel portabagagli c’erano due mani sanguinanti, abbandonate su una benda bianca. E quello che rendeva la scena ancora più agghiacciante era che le due mani non erano state tagliate chirurgicamente, ma sembrava come se qualcuno le avesse strappate letteralmente dai polsi. Con una forza inaudita.
Qualcuno che voleva che la dottoressa non le usasse mai più.
