Destino - di Benedetto Silvestri
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Thriller > Destino
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 01/09/2006 alle ore 09:20:19
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Cap 1
La settimana appena conclusa era stato un vero inferno, seguendo il ritmo delle precedenti e di quelle prima ancora, come succedeva ormai da più di un mese.
E come tutti i lavoratori che si trascinano stancamente per tutta la settimana in attesa del weekend, anche Stan non vedeva l’ora che arrivasse il sabato.
E adesso che finalmente era arrivato, sentiva davvero il bisogno di concedersi qualche attimo di meritato relax dopo cena. Il suo ideale di relax era diverso però da quello degli altri esseri umani, che preferivano riposarsi e poltrire in casa, magari sdraiati in poltrona a leggere il giornale o a guardare la televisione.
Lui preferiva il rilassamento mentale a quello fisico, come se il fatto di disintossicare la mente dallo stress quotidiano, contribuisse a farlo sentire meglio anche fisicamente. Per questo motivo decise di non rimanere in casa e di uscire a fare quattro passi in centro per cercare di dissipare quella fitta nebbia che gli intorpidiva il cervello.
Il suo lavoro lo stava annientando e ogni tanto aveva bisogno di un break per riprendere il controllo della situazione.
La serata era fresca ma non troppo, e le nuvole grigie che si stagliavano contro il cielo notturno, stavano ad indicare che di lì a poco sarebbe sicuramente venuto a piovere. Ma in quel momento non aveva voglia di stare lì a preoccuparsi dell’eventuale pioggia e del tempo. Anche se per caso si fosse messo a nevicare, sarebbe uscito lo stesso.
E a giudicare dalle persone che c’erano in giro, non era il solo a pensarla in quel modo e a godersi il fresco di quella serata.
Molti negozi erano ancora aperti perché a seconda dei turni, alcuni facevano orario continuato fino alle 11 di sera.
Non era mai stato un amante dello shopping e anzi, a dire il vero, non gli piaceva affatto e lo faceva solo quando ne aveva davvero bisogno. Ma dovunque si girasse per strada, vedeva le vetrine dei negozi illuminate a giorno, che sembravano fatte apposta per invitare la gente ad entrare per fare acquisti.
Passando davanti ad un negozio di abiti da uomo, gli venne in mente che aveva bisogno di una camicia da indossare il sabato successivo al matrimonio del cugina. Era uno dei testimoni della sposa e aveva già comprato il vestito nuovo per l’occasione, ma gli mancava ancora la camicia da abbinare al completo.
Si avvicinò alla vetrina per dare un’occhiata più da vicino.
La luce dei faretti incassati nel soffitto basso erano talmente abbaglianti che si riflettevano sul vetro creando miriadi di scintille, che falsavano in parte i colori dei capi esposti. C’erano davvero tantissimi modelli, dei colori più disparati e passando con gli occhi dall’uno all’altro, alla fine trovò quello adatto per lui. Proprio il color panna che gli serviva. Si spostò per vederlo da vicino, ma proprio mentre si avvicinava, vide una specie di riflesso sul vetro che si sovrapponeva all’immagine della camicia, come se essa stessa diventasse lo sfondo di una specie di disegno che si andava delineando man mano che si avvicinava.
Era l’immagine offuscata di qualcosa che si rifletteva da una vetrina sul lato opposto della strada.
Si girò indietro per vedere meglio e solo allora poté notare il soggetto di quel riflesso, esposto in una vetrina dall’altra parte della strada. Proveniva da una bottega di quadri, o almeno così sembrava a prima vista, con una piccola vetrina buia che conteneva soltanto un singolo quadro.
Proprio quello che aveva visto riflesso sulla camicia.
Attraversò la strada dirigendosi verso il negozio, fermandosi proprio davanti alla vetrina con gli occhi fissi a scrutare attraverso il vetro. Si, era proprio un quadro e doveva essere molto antico almeno a giudicare dalla cornice intarsiata in legno massiccio, lavorata in maniera davvero eccellente, con dipinto solo il volto di una donna. Un volto e un’espressione che irradiavano grazia e raffinatezza da un lato, ma anche dolore e sofferenza dall’altro. Stan non era affatto un esperto per cui non avrebbe saputo distinguere un capolavoro da una crosta, ma quella tela gli stava suscitando delle sensazioni forti anche se non ne capiva il motivo. Avvertiva una strana sensazione disperata e sofferente negli occhi della donna e le stesse sensazioni si ripercuotevano inspiegabilmente dentro di lui, in maniera inquietante, con dei brividi che gli risalivano come cristalli di ghiaccio lungo la spina dorsale.
Decise allora di entrare.
Spinse la porta e la proprietaria del negozio lo salutò appena lo vide.
"Buona sera signore" disse la donna.
"Buona sera" rispose lui.
Non era una donna molto giovane e secondo lui doveva avere più o meno 55 anni, ma la sua voce sembrava quella di una ragazza. A prima vista notò che somigliava molto alla donna del quadro, ma poi, osservando meglio la tela, si rese conto che la somiglianza era dovuta quasi esclusivamente al fatto che le due donne avevano gli stessi capelli color mogano.
I suoi occhi passavano dalla donna alla tela e dalla tela alla donna per confrontarle, e così facendo non si rese conto che la persona dietro il bancone lo stava osservando sorridendo incuriosita.
Appena se ne accorse si fermò, sentendosi imbarazzato per aver fatto una figuraccia.
Aveva proprio fatto la figura dello stupido, pensò.
"Non mi dica che anche lei nota una certa somiglianza tra me e la donna del quadro?" disse la signora sorridendo con tono gentile.
"Beh, no, mi scusi davvero, forse mi prenderà per stupido, ma appena sono entrato nel negozio ho proprio avuto quella impressione. Ma ora che la guardo meglio vedo che avevo torto."
"Oh no, non si preoccupi. Non è il primo che me lo fa notare."
"Glielo dicono in molti allora?" disse Stan in tono confidenziale, per cercare di attenuare l’imbarazzo che stava provando.
"Si, ma per me non è un problema, non si preoccupi. E poi, dopo tutto, la donna nel quadro è molto bella e mi sentirei onorata se le somigliassi." aggiunse lei.
"Si, è davvero molto bella. E’ per caso in vendita il quadro?"
"Se lo vuole davvero posso darglielo per 30 dollari. Lo comprai ad un’asta molti anni fa, e se non mi ricordo male l’ultima proprietaria è stata una donna che purtroppo morì in circostanze molto tragiche."
"Si, mi piace davvero molto."
"E allora lo prenda, non se lo lasci sfuggire" disse la donna sempre con un tono gentile.
"Affare fatto allora. Lo prendo."
Appena disse così, la donna scese dalla sedia e uscì dal bancone. Con passo leggero si avvicinò alla vetrina, prese il quadro e lo spolverò per incartarlo. Le sue mani si muovevano scivolando sulla cornice e sulla tela come veli che svolazzano eleganti in balia del vento. Lo legò quindi con lo spago e lo porse a Stan.
"Mi raccomando" aggiunse la donna "faccia piano mentre lo porta, E’ molto delicato, ma anche molto pesante."
"Si, lo sento" disse Stan prendendolo con entrambe le mani "Non credevo fosse così pesante. Deve essere la cornice in legno massiccio che lo appesantisce così tanto."
La donna non rispose ma gli rivolse un sorriso così solare che Stan rimase per qualche attimo a guardarla, sentendosi avvampare il viso come un bambino che ha appena ricevuto un complimento.
Prese quindi il denaro, glielo porse ed uscì dal negozio.
Cap 2
Impiegò un po’ di tempo per tornare a casa per via del quadro che non gli consentiva di camminare a passo svelto. Aprì la porta e solo allora si ricordò che non aveva più comprato la camicia che aveva visto. Ma la cosa non lo preoccupò più di tanto, visto che ci sarebbe potuto ritornare la settimana dopo con più calma. Ora il quadro era più importante.
Lo depose piano sul tavolo del salotto. Si tolse la giacca e andò nello stanzino per prendere martello e ganci per appenderlo al muro. Lo scartò, e una volta piantati i ganci al muro, lo appese ad una delle pareti spoglie del salotto.
Rimase davanti alla tela per qualche istante, ad osservare quel volto. Si sentiva stranamente a disagio me anche molto attratto da quell’immagine. E così come gli era successo nel negozio, cominciò di nuovo ad avvertire quelle sensazioni strane e inquietanti. Guardando fisso negli occhi di quella donna, aveva sempre la strana impressione di riuscire in qualche modo a provare i suoi sentimenti e i suoi stessi stati d’animo, di carpire quasi il segreto di quello che stava pensando nel momento in cui veniva ritratta. Gli era già capitato altre volte di restare rapito da un quadro e di rimanere quasi ipnotizzato a guardarlo. Ma questo era diverso. Questo sembrava comunicargli qualcosa facendogli provare sensazioni che non aveva mai provato prima.
E mentre la guardava, ebbe per un attimo l’impressione di aver già visto quell’immagine, quella donna, e sentì crescere dentro di sé la voglia di ritornare al negozio e di chiedere alla proprietaria chi fosse la persona dipinta sulla tela, quasi col desiderio inconscio di poterla incontrare per vederla in carne e ossa. Ma subito si rese conto che era una stupidaggine. Forse non era mai esistita e il suo viso era solo il frutto dell’immaginazione del pittore che l’aveva dipinta. Oppure, chissà, forse era morta chissà da quanto tempo.
Lasciò il quadro sulla parete e dalla stanchezza che si sentiva addosso, capì che era ormai ora di andare a dormire dopo una giornata come quella. Andò in cucina per bere un bicchiere di latte prima di coricarsi. Aprì il frigo, prese la bottiglia di latte e mentre beveva, i suoi occhi andarono di nuovo a quel viso splendido appeso alla parete, osservandolo attraverso la porta della cucina, sulla parete opposta del salotto.
Trovò molta difficoltà ad addormentarsi mentre fugaci pensieri si rincorrevano nella sua mente, girando vorticosamente intorno all’immagine di quel quadro.
Ma dopo un po’ di tempo la stanchezza prese il sopravvento, e si addormentò.
Si svegliò il mattino dopo e andò in cucina per preparare la colazione, mentre i fumi del sonno svanivano lentamente sciogliendosi come neve al sole. Poggiò la mano sulla maniglia del frigo e stava per aprirlo, quando i suoi occhi andarono istintivamente sul quadro nell’altra stanza.
Lo shock lo prese alla sprovvista lasciandolo a bocca aperta.
Lentamente strizzò gli occhi con lo sguardo fisso sulla tela, mentre la mano scivolava lenta dalla maniglia del frigo.
Si diresse verso il salotto e si fermò di fronte al quadro strofinandosi gli occhi incredulo.
L’immagine era cambiata.
Non c’era più il volto di donna della sera prima. Non più.
Al suo posto c’era l’immagine di un vicolo, sporco, con alcuni bidoni della spazzatura ammassati sul lato destro, e alcuni fogli di carta che svolazzavano riempiendo il resto della tela.
Sembrava una strada dissestata, in un posto abbandonato a se stesso da chissà quanto tempo.
Rimase immobile in piedi davanti al quadro, senza parole, sconvolto da quell’immagine.
Come era possibile? Chi aveva potuto cambiare l’immagine sulla tela? E dove era ora il ritratto precedente della donna? Allungò le mani per controllare la cornice, ed era intatta e la tela era fissata ben salda nella struttura. Fece scivolare le dita sulla superficie della tela, ma era asciutta e i colori erano secchi.
Cominciò allora a tremare mentre la sua mente vagava rincorrendo spiegazioni impossibili che non avevano alcun senso.
Si guardò la mano e subito si rese conto dell’assurdità di quello che stava pensando. Come poteva credere che qualcuno si era introdotto in casa sua per sostituire la tela o peggio ancora per dipingere un’altra immagine sopra la precedente. Ma soprattutto, come avrebbe potuto questo qualcuno entrare senza le chiavi e con le finestre chiuse? Era troppo assurdo, e con un gesto di stizza della mano cercò di cancellare quelle idee fantascientifiche dalla mente.
Ma rialzando poi lo sguardo verso il quadro si rese conto che per quanto assurda, la realtà era proprio quella.
Ma come era potuto succedere allora?
Osservando meglio l’immagine, notò nell’angolo in alto a sinistra, una specie di targa col nome del vicolo. Era molto scrostata e graffiata e il nome non era molto leggibile, ma con qualche sforzo riuscì a decifrarne il nome.
Spinto dalla curiosità, prese lo stradario della città per verificare se una stradina con quel nome esisteva davvero. Cominciò a sfogliare freneticamente le pagine e non rimase troppo stupito quando lesse il nome nell’elenco.
Se lo sentiva che l’avrebbe trovata, ma nello stesso modo cominciò a sentire anche la paura intensificarsi e farsi strada dentro di lui come un fluido gelido che gli scorreva nelle vene, dovuta soprattutto al fatto di non capire cosa stesse davvero accadendo.
Quel posto esisteva davvero, ed era in periferia nel lato opposto della città.
Sapeva che era impossibile. Ma era vero.
Si vestì di corsa e uscì di casa correndo per recarsi in quella stradina. Prese l’auto e in pochi minuti raggiunse il posto.
Fermò la macchina e scese col cuore in gola per l’emozione e gli occhi sbarrati ad osservare il più piccolo particolare di quel posto.
Era esattamente come nel quadro.
I bidoni , le cartacce ovunque e tutto il resto. Si avvicinò lentamente, mentre lo scricchiolio dei suoi passi sul brecciolino risuonava rompendo il silenzio circostante e solo dopo qualche istante si rese conto che stava trattenendo il respiro, quasi come segno di rispetto per quel luogo, o forse solo per paura, mentre una leggera brezza lo carezzava delicatamente rinfrescando le piccole gocce di sudore sul viso.
Cominciò a scrutare tutto intorno con lo sguardo perso e con un crescente senso di oppressione che quell’ambiente gli suscitava, facendolo sentire a disagio e in preda all’angoscia.
Le stesse sensazioni che sentiva quando stava davanti al quadro.
I muri delle case erano sporchi di polvere e fuliggine, e mentre si muoveva a passi lenti, ebbe la strana sensazione di non essere solo e che qualcuno lo stesse osservando attraverso i vetri rotti delle finestre. Come percepisse la presenza di qualcun’altro. Non capiva bene chi fosse o cosa fosse, o dove fosse, ma sentiva di non essere solo. Alzò gli occhi per guardarsi intorno, ed ebbe ancora di più la sensazione che qualcuno si celasse dietro quei vetri anneriti dal tempo.
Ma la cosa strana era che, nonostante si sentisse spiato, sempre ammesso che ci fosse stato davvero qualcuno a spiarlo, sentiva di non essere in pericolo.
Era solo una sensazione di essere osservato di nascosto, ma senza sentirsi minacciato.
Con lo sguardo rivolto verso i muri alti ai lati del vicolo, vide la targa col nome della via. Ed era proprio la stessa del quadro, con gli stessi graffi e le stesse lettere mancanti.
E con lo stesso nome.
Un foglio di giornale gli passò tra i piedi scivolando sulle scarpe e Stan, sentendo quel fruscio, lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava svolazzando, finché il suo sguardo non si posò su un piccolo oggetto luccicante sul marciapiede.
Fece due passi e si chinò in avanti per raccoglierlo. Era una specie di ciondolo lungo, a forma di fiore, probabilmente d’oro. Se lo rigirò nelle mani rendendosi subito conto della sua pesantezza, e nonostante non fosse un esperto in materia, capì che se davvero era d’oro doveva valere veramente molto.
Diede un’ultima occhiata al vicolo e poi si voltò per tornare alla macchina. Voleva andare da Lyonel, il suo amico gioielliere per fargli stimare il valore di quell’oggetto.
Cap 3
Raggiunse la gioielleria ed entrò. Il suo amico lo vide e gli si avvicinò.
"Ciao Stan, qual buon vento ti porta qui?" gli disse sorridendo.
"Ciao Lyonel, ascolta, mi devi fare un favore. Mi sai dire quanto può valere questo oggetto qui?" disse lui mostrandogli il ciondolo.
"Beh, è davvero un oggetto notevole, di lavorazione finissima. Dove l’hai trovato?"
"Scusami ma ora ho fretta e non ho tempo per spiegarti. Ma ti racconterò tutto la prossima volta, con più calma. Dimmi solo quanto può valere e ti farò sapere appena posso."
"E’ lavorato davvero in maniera eccellente. Deve essere stato realizzato da un vero artista del settore, ed ha la tipica impronta dei gioielli fatti a mano. Guarda i petali del fiore, sembrano quasi dipinti, piuttosto che lavorati col cesello. E il materiale poi è oro antico, quello più prezioso in assoluto. Credo che più o meno possa valere tremila dollari."
"Tremila dollari? Caspita!! Così tanto?" esclamò Stan.
"Si, credo che il prezzo sia più o meno quello."
"Ok, ti ringrazio Lyonel, ma ora devo proprio scappare. Quando ho un attimo di tempo torno e ti racconto tutto, ok?" disse Stan uscendo di corsa dal negozio.
Risalì in macchina e si diresse verso casa. Arrivò in poco tempo, e si infilò di corsa per le scale. Entrò in casa di corsa e poggiò il ciondolo sul tavolo del salotto mettendosi seduto davanti al tavolo, con il quadro di fronte.
I suoi occhi si muovevano dal quadro all’oggetto sul tavolo e poi di nuovo al quadro, come stesse osservando un incontro di tennis. Non riusciva a fermare il suo sguardo quasi che così facendo potesse in qualche modo venire a capo di quel mistero. Poi, mentre aveva gli occhi sulla tela, qualcosa in quell’immagine catturò la sua attenzione. Strizzò un po’ gli occhi per mettere a fuoco meglio, e subito notò qualcosa di diverso rispetto a prima.
Qualcosa sembrava cambiato rispetto all’immagine che aveva visto appena sveglio.
Ripercorreva con gli occhi ogni millimetro della tela in cerca di quel qualcosa che gliela faceva apparire diversa.
Ma non riusciva a trovarlo.
C’era il vicolo, la targa con il nome della strada anche. I bidoni e i fogli di giornale anche. Tutto era uguale all’immagine precedente, ma qualcosa dentro gli diceva che qualcosa era cambiato.
C’era qualcosa di diverso.
E una specie di sesto senso, una vocina interiore, lo spingeva a osservare meglio.
Quasi senza respirare rimase ad guardare per lungo tempo la tela, chiedendosi cosa fosse, e cosa lo stesse tormentando.
E finalmente uscì fuori.
C’era un piccolo segno scuro in basso, sul marciapiede del vicolo, che sembrava fosse l’ombra di qualcosa. Si alzò dal tavolo avvicinandosi al quadro, e vide che era una specie di segno grigio a forma di fiore.
Proprio la stessa forma del ciondolo d’oro che aveva appena raccolto e che ora era lì sul tavolo.
Rimase sbalordito a fissare quel particolare.
Si girò per prendere il ciondolo d’oro dal tavolo e lo mise vicino alla tela, sovrapponendolo al profilo scuro.
Combaciavano perfettamente.
Era quella la cosa che mancava nel quadro. C’era nel disegno della mattina, quando si era svegliato, ma dopo che lo aveva raccolto nel vicolo, era come scomparso dal quadro stesso, lasciando solo una leggera ombra scura a indicare la sua presenza.
Era come se lui lo avesse fatto sparire dal quadro nel momento in cui lo aveva raccolto in strada, cancellandolo dalla scena.
E adesso quell’oggetto era nelle sue mani. Ma cosa voleva dire tutto questo?
Era completamente al di là di ogni spiegazione razionale.
Un quadro che da solo cambiava soggetto. Lo stesso quadro che il giorno successivo gli proponeva un’immagine diversa e che lo spingeva a trovare un certo oggetto che poi inaspettatamente spariva dal quadro stesso. Che senso aveva tutto questo? E come era possibile che un quadro cambiasse soggetto da solo? E come era possibile che semplicemente raccogliendo un oggetto, si riesca a farlo sparire da quello stesso quadro? Sembrava solo la trama assurda di un film, ma invece, guardando fisso il fiore d’oro tra le sue mani, era la pura realtà.
Allucinante ma vera.
Passò il resto della giornata a pensare e solo dopo pranzo, nel primo pomeriggio, decise di ritornare al negozio dove aveva acquistato il quadro, per chiedere delle spiegazioni alla donna che glielo aveva venduto.
Tornò quindi nella strada del centro e raggiunse il negozio di vestiti dove aveva visto la camicia che voleva comprare. Si girò per incamminarsi verso il negozio di quadri, ma mentre stava attraversando la strada per raggiungere il marciapiede opposto, la sorpresa quasi lo paralizzò e il cuore lo colpì come pugno in pieno stomaco.
Il negozio non c’era più.
Al suo posto c’era una profumeria. Quella vista lo fece fermare di colpo in mezzo alla via, rischiando quasi di essere investito da un’auto di passaggio. La macchina dovette sterzare bruscamente per evitarlo e quando sentì lo stridio delle gomme sull’asfalto, si risvegliò come da un incantesimo, e con passi veloci arrivò al negozio di profumi. Entrò e subito una commessa gli venne incontro.
"Buon giorno, cosa posso fare per lei?" disse.
"Mi scusi, ma dov’è il negozio che era qui la notte scorsa?" disse Stan con un filo di voce, quasi balbettando mentre si guardava intorno confuso e sconvolto. Il negozio era enorme, non aveva nulla a che vedere con la piccola bottega della sera precedente. Era piccola e polverosa mentre questo invece era almeno dieci volte più grande e illuminato a giorno. Il respiro gli rimase intrappolato nei polmoni e dovette fare un grosso sforzo per mandare giù il groppo che aveva in gola.
"Altro negozio? Di quale altro negozio sta parlando?" rispose sorpresa la ragazza.
"Il negozio in cui sono entrato ieri sera. Ero qui la notte scorsa e c’era un negozio con un quadro in vetrina. E c’era anche una bella donna che me lo ha venduto. Era proprio qui" disse Stan guardandosi intorno incredulo "ma ora è tutto diverso. Che ne è stato di quel negozio?"
"Mi dispiace ma non so proprio di cosa sta parlando mi creda. Forse ha confuso le strade e il negozio che sta cercando si trova da un’altra parte. Noi siamo qui da circa dieci anni."
Stan la guardò con occhi sgranati spaventando la ragazza lo guardava preoccupata, iniziando ad avere dei dubbi sulla sua sanità mentale.
"Dieci anni? Mi sta prendendo in giro? Le sto dicendo che questo negozio ieri sera non c’era. Ce n’era un altro" disse Stan iniziando ad alzare il tono di voce tanto da far girare alcuni clienti che lo guardavano come fosse una bestia rara.
A quel punto il proprietario del negozio uscì dal bancone e si diresse verso di lui per cercare di calmarlo e per evitare che gli spaventasse i clienti.
"Per favore signore, ho ascoltato la sua conversazione con la mia assistente e lo poso assicurare che quello che le ha appena detto è la verità. Questo negozio è sempre stato qui. Sono sicuro che lei sta confondendo questa strada con qualche altra. Qui nessuno sta cercando di prenderla in giro, glielo assicuro. Ma ora per favore, cerchi di mantenere la calma altrimenti mi costringe a chiamare la sorveglianza" gli disse il proprietario con tono pacato cercando di calmarlo poggiandogli una mano sulla spalla.
Ma con un gesto di stizza Stan si scrollò la mano dalla spalla e corse via dal negozio. Appena fuori si girò e alzando lo sguardo lesse l’insegna al neon. E lesse proprio ’Profumeria’.
Eppure era sicuro che il negozio stesse proprio lì. Non poteva sbagliarsi.
Si sentiva cadere a pezzi, con la mente confusa che girava intorno a miriadi di idee e di sensazioni, che si rincorrevano come una sciame di api, senza però riuscire a trovare il filo conduttore che cercava.
Si incamminò lungo la strada sconsolato, con le mani in tasca, tenendo il ciondolo d’oro nella mano destra quasi cercando in quel contatto qualcosa che gli schiarisse le idee.
Era ormai quasi sera e dopo aver cenato in un fast food tornò a casa. Fece appena in tempo ad aprire la porta di casa, che la curiosità lo spinse subito ad andare a vedere il quadro.
Con un sospiro strozzato a metà vide che era di nuovo cambiato.
Si sentì mancare l’aria e rimase per qualche attimo davanti alla parete con gli occhi fissi alla tela, mentre sentiva la testa sgonfiarsi come un palloncino bucato.
Ora l’immagine era quella di un cavallo da corsa, nero, lanciato di corsa lungo il tracciato ovale di un ippodromo, con i muscoli tesi nello sforzo, lucidi per il sudore. E sopra di lui, un piccolo fantino seduto in sella, teso allo spasimo in sintonia col cavallo. Era l’unico cavallo raffigurato nell’ippodromo. Non ce ne erano altri in gara con lui, e dietro la sella spiccava un piccolo lembo di stoffa bianco, sul fianco del cavallo, che indicava il numero 15.
E la sua attenzione fu catturata proprio da quel numero. Il numero 15.
Cominciò a ripetere quel numero a mente, come se cercasse un qualche legame con tutto quello che gli era successo fin’ora. Come se quel numero facesse parte della combinazione di una cassaforte che cercava con tutti i mezzi di aprire.
Ma non gli suggeriva assolutamente nulla.
Rassegnato, si allontanò dal quadrò e si sdraiò sul divano con l’immagine di quel cavallo sempre dipinta davanti agli occhi. Ormai sembrava aver accantonato, almeno momentaneamente, il pensiero relativo al ciondolo d’oro e al negozio dove aveva acquistato il quadro che sembrava scomparso.
Ora doveva trovare il significato di quella nuova immagine.
Gli sembrava quasi come un puzzle che si doveva comporre un po’ alla volta. Ma doveva trovare il modo giusto per far combaciare tutte le tessere. Per ora aveva soltanto tantissime tessere sparpagliate, ma nessun criterio con cui poterle mettere insieme.
Soffocato da questi pensieri, si addormentò.
Cap 4
Si svegliò il giorno dopo e la sola cosa che gli vene in mente di fare fu di recarsi all’ippodromo e chiedere informazioni circa quel cavallo col numero 15. E magari scommettere del denaro su di lui. Forse, pensò, il messaggio del quadro era proprio quello. Voleva in qualche modo suggerirgli di scommettere su quel cavallo. Così come gli aveva fatto trovare il ciondolo d’oro da tremila dollari, forse, con quella seconda immagine, voleva fargli vincere del denaro scommettendo su quel cavallo.
Arrivò all’ippodromo, parcheggiò l’auto e entrò nella sala delle scommesse. Cominciò a leggere i manifesti delle corse ma non vide nessun cavallo col numero 15 iscritto alle corse. Si avvicinò allora al botteghino delle scommesse per chiedere informazioni.
"Buon giorno, vorrei scommettere 20 dollari sul numero 15 vincente" disse.
"Attenda un attimo, devo controllare" disse l’uomo dietro al vetro iniziando a leggere le liste dei partenti nelle varie corse. Ma subito rialzò la testa, guardando Stan con sguardo perplesso.
"Come ha detto prego? Le dispiace ripetere per favore?" chiese l’uomo credendo di non aver capito bene.
"Voglio scommettere 20 dollari sul 15 vincente" ripeté Stan.
"Il numero 15?" replicò l’uomo abbastanza sorpreso "Ma non c’è nessun numero 15 nelle corse. Forse lei è nuovo di queste cose e sicuramente è la prima volta che scommette, ma deve sapere che il numero 15 è stato cancellato definitivamente dalle corse di cavalli. E’ stata una decisione presa dalla federazione in seguito ad un fatto successo qualche anno fa, quando un cavallo che stava facendo delle prove con quel numero cadde giù dalla scogliera."
Stan lo fissava, ascoltandolo a bocca aperta, non riuscendo decidere se credere o no a quello che l’uomo stava dicendo.
"E nell’incidente morì anche il fantino che lo stava montando in quel momento, che era proprio il figlio della proprietaria del cavallo. Sembra che l’incidente fu causato da un oggetto metallico che si infilò nello zoccolo dell’animale, mentre si stava allenando in un recinto vicino alla scogliera. Il cavallo subito si imbizzarrì per il dolore, scavalcando la staccionata come impazzito, e lanciandosi verso la scogliera. Cadde giù, trascinando con se il povero fantino che non fece in tempo a saltare giù dalla sella. Fecero un volo di circa 50 metri schiantandosi contro le rocce sottostanti. Il cavallo morì sul colpo, ma il corpo del fantino non fu mai più ritrovato. Si pensò che fosse stato trasportato via dalla corrente che in quel punto è molto forte. E infatti, nonostante le affannose ricerche della polizia che andarono avanti per lungo tempo, non fu mai più trovato. Fu una tragedia davvero terribile, che divenne ancora più tragica quando dopo pochi giorni, la madre del fantino che era una pittrice, morì di infarto per il dolore della perdita del suo unico figlio. La trovarono seduta, davanti ad una tela su cui stava dipingendo un ritratto del figlio, con il pennello ancora stretto tra le dita. Per questo motivo, il numero 15 fu cancellato dai registri delle corse, proprio per commemorare quel tragico evento."
Le parole dell’uomo gli risuonavano nelle orecchie ma la sua mente era già altrove tanto che l’uomo del botteghino cominciò a preoccuparsi per lui, notando il suo sguardo perso.
"Si sente bene signore?" gli chiese preoccupato.
Stan scosse la testa per un attimo come risvegliandosi da un sogno e si girò verso di lui.
"Si, ... si, ... grazie, sto bene" disse allontanandosi verso l’uscita.
All’esterno il tempo stava peggiorando e si stava annuvolando. Il cielo stava diventando completamente grigio ricoprendo anche i più piccoli spazi di cielo azzurro. Decise quindi di dirigersi verso casa prima che iniziasse a piovere.
Arrivato sotto casa, parcheggiò l’auto e scese. Fece appena in tempo a girare l’angolo del palazzo che le prime gocce fredde di pioggia iniziarono a cadere, inzuppandogli il cappotto e infiltrandosi tra i capelli, fino a bagnare la cute sottostante. Affrettò il passo verso il portone e tirando fuori la chiave rapidamente, aprì ed entrò.
Salì le scale di corsa come faceva di solito ed entrò in casa. Si tolse il cappotto bagnato e gettò sconsolatamente sul tavolo della cucina le cose che aveva in tasca, osservando di nuovo il ciondolo d’oro che risaltava per la sua lucentezza.
Si mise seduto con lo sguardo perso sulla superficie del tavolo della cucina.
Si sentiva come un naufrago su una zattera in mezzo al mare in tempesta. Più cercava di rimanere a galla e più gli eventi lo spingevano giù, sott’acqua.
Rigirandosi il ciondolo tra le mani, cercò di fare il punto della situazione per cercare di aprire qualche spiraglio che lo aiutasse a ricomporre, una alla volta, tutte le tessere del puzzle.
Un negozio che aveva visto la sera e che il giorno dopo sembrava sparito nel nulla. Il proprietario della profumeria che gli dice che il suo negozio sta lì da più di dieci anni. Il quadro che cambia soggetto e passa dal volto di donna, al vicolo dove aveva trovato il ciondolo. E adesso anche il fantino col suo numero 15 che sembra quasi suggerirgli il numero vincente di una corsa, e che invece lo porta a scoprire quella tragica storia.
C’era da diventare matti.
Ripensò mentalmente alle parole dell’uomo del botteghino. Il numero 15, il cavallo, il fantino, l’oggetto di metallo. La donna che muore mentre dipinge il ritratto del figlio morto nell’incidente. Tutti elementi disparati di un puzzle che doveva ricostruire. Tutte immagini che gli si riproponevano davanti, sovrapponendosi le une alle altre in maniera confusa, come una sequenza di fotografie che piano piano cominciano a svilupparsi nella camera oscura di un fotografo.
Ma in un istante, fu proprio una di queste a focalizzare la sua attenzione.
Il primo disegno del quadro.
Il volto della donna.
E subito la sua mente cominciò a ricostruirlo, mettendo a fuoco l’espressione di dolore e di sofferenza dipinte su quel viso. L’immagine cominciò a materializzarsi davanti ai suoi occhi, quasi a volergli far capire cose che altrimenti non sarebbe riuscito a scoprire da solo. Il volto della donna diventò sempre più nitido, dandogli quasi l’impressione di vederla dal vero, lì davanti a lui in carne ed ossa.
Quasi volesse parlargli.
La sua mente rimase incollata a quell’immagine evenescente, ma in un attimo, la sua attenzione fu scossa brutalmente da un leggero scricchiolio proveniente dal salotto.
I suoi pensieri si frantumarono all’istante come un cristallo colpito nel suo punto critico.
Alzò lo sguardo dal tavolo e vide che l’immagine del quadro era di nuovo cambiata.
Spinse la sedia indietro e si alzò di scatto per avvicinarsi al muro.
Questa volta era l’immagine di una scogliera a picco su un mare in tempesta. Un paesaggio triste e inquietante che, se osservato attentamente, dava quasi l’impressione di muoversi e le onde sembravano scivolare sulla superficie del mare, per infrangersi sugli scogli.
Il suo sguardo si spostò sul lato delle rocce scivolando leggero sulla tela e si fermò su una piccola figura vicino ad una specie di grotta seminascosta dalle rocce frastagliate. Sembrava una sagoma umana. Avvicinò gli occhi alla tela per vederla meglio ed era proprio una figura umana, inginocchiata sugli scogli, posta di fianco rispetto a lui che la stava guardando, con capelli lunghi color mogano.
"Color mogano" pensò "proprio come il colore dei capelli della donna del primo ritratto."
E quella figura era inginocchiata davanti ad un’altra sagoma scura che però non riusciva ad identificare bene.
L’immagine non era molto chiara, sembrava quasi sfocata, ma mentre la guardava ebbe l’impressione che diventasse sempre più nitida, delineando meglio i contorni e consentendogli di vedere meglio anche l’altra sagoma che, indefinita fino ad un attimo prima, stava somigliando sempre di più al corpo di un’ altra persona, immobile, tra le braccia della prima.
Strizzò gli occhi per guardare meglio ma non riusciva a vedere bene i volti delle due figure.
Quella in ginocchio doveva essere una donna a giudicare dai capelli lunghi, e sembrava quasi piangesse.
Ma il volto dell’altra figura era invece nascosto, invisibile.
Poi, mentre i suoi occhi erano fissi sui capelli della donna, vide che lentamente questa cominciò a girarsi verso di lui. Vide la testa da dietro che lentamente si girava di profilo e il cuore gli saltò in gola con un colpo secco. Era una suggestione oppure la stava vedendo davvero girarsi verso di lui? Le mani gli cominciarono a tremare mentre sentiva la pelle d’oca spandersi su tutto il corpo in preda a brividi di angoscia.
Era vero. Si stava davvero girando verso di lui, quasi a voler controllare che lui fosse lì, davanti al quadro. O forse per mostrargli qualcosa. Forse per mostrargli quello che stava tenendo tra le braccia. Forse.
Era una cosa sconvolgente che gli stava facendo provare un dolore talmente struggente che gli straziava il cuore come mai gli era successo in precedenza in tutta la vita. Una sensazione di dolore e disperazione talmente devastante che sembrava avergli catturato l’anima e di averla buttata in un lago di lava incandescente. Chiuse gli occhi per un attimo e quando li riaprì, il quadro era sempre lo stesso, ma i movimenti che gli era sembrato di vedere fino ad un attimo prima, sembravano scomparsi.
Tutto era fermo, nel silenzio della casa.
Mentalmente cercò di pensare ad un posto simile a quello rappresentato nella tela che inconsciamente gli sembrava di aver già visto. E così fu infatti, e non ci mise molto a riconoscerlo. Aiutato soprattutto dal promontorio che si vedeva sullo sfondo dietro la scogliera. Era sicuro di averlo già visto altre volte e riconosciuto ora, e se aveva ragione, doveva esser a non più di una quarantina di chilometri fuori città.
Diede un’ultima occhiata al quadro per imprimersi in mente quell’immagine, e corse via per raggiungerlo.
Cap 5
Saltò in macchina e partì sgommando verso la periferia, lasciando lunghe strisce di gomma nera sull’asfalto.
Raggiunse la costa cercando di accelerare il più possibile. Sentiva le mani fremere sul volante e il piede premere sull’ acceleratore mentre il cuore impazzito gli rimbombava nelle orecchie.
Sentiva di essere alla fine di quell’avventura tormentata iniziata con l’acquisto di quel quadro.
Sentiva di essere vicino alla soluzione e voleva arrivare prima possibile.
La strada era bagnata per il temporale recente ma per fortuna l’acquazzone doveva aver colpito solo la città e man mano che si allontanava, l’asfalto si asciugava sempre di più consentendogli di spingere di più sull’acceleratore e di guadagnare tempo. La strada si snodava lungo le colline passando in alcuni tratti così vicino al bordo della scogliera a picco sul mare, che poteva benissimo vedere le onde lontane che si avvicinavano scomparendo poi alla sua vista, nascoste dal bordo del dirupo. Le tempie gli pulsavano e il sangue gli avvampava il viso, mentre il respiro era diventato così affannoso che sembrava che stesse correndo a piedi invece che in auto.
Cercò di mantenersi calmo per evitare di fare manovre azzardate e rischiare di compromettere tutto se non addirittura di rischiare di avere un incidente che in una strada come quella sarebbe potuto davvero essere fatale. La strada si snodava davanti a lui, nel grigiore delle nuvole che lo circondavano, che in lontananza sembravano quasi fare un tutt’uno con il colore dell’asfalto. Ad ogni curva, sentiva stridere le gomme che si aggrappavano all’asfalto per impedire all’auto di sbandare, mentre nei tratti rettilinei poteva affondare a tavoletta. Doveva fare in fretta, non aveva tempo da perdere.
Doveva raggiungere quel posto prima possibile.
Dopo circa un’ora arrivò sul posto. Si fermò con la punta dell’auto verso la scogliera, a pochi metri dal ciglio, e scese muovendosi verso il bordo della parete a picco. Guardandosi intorno subito riconobbe il posto che aveva visto nel quadro e girandosi verso destra riconobbe anche il promontorio che faceva da sfondo all’immagine della tela. Si avvicinò sempre di più al ciglio e si sporse per guardare giù. Il mare era in piena burrasca. Onde alte partivano dall’orizzonte per venire ad infrangersi sugli scogli sotto i suoi piedi, con enormi spruzzi d’acqua che a volte, spinti anche dal vento, arrivavano a sfiorargli il viso. Il vento gli sferzava addosso con i suoi freddi tentacoli quasi a volerlo catturare per spingerlo giù dalla scogliera.
Guardò in basso, e nonostante il vento lo costringesse a socchiudere gli occhi, riuscì intravedere anche la piccola grotta che aveva già visto sul quadro.
La parete era verticale, a picco sul mare e Stan non aveva la minima idea di come scalarla per scendere giù senza il rischio di cadere.
Ma sapeva che doveva farlo e ritornò quindi verso la macchina per prendere la corda che aveva messo nel portabagagli. Salì a bordo e spostò lentamente l’auto in avanti, arrivando con il muso proprio sul ciglio del dirupo. La bloccò col freno a mano e mise sotto le ruote delle pietre pesanti per evitare che si spostasse mentre lui si calava giù. Legò uno dei due capi della corda al telaio spingendo poi il resto della corda già dalla rupe, lasciandola penzolare nel vuoto.
Si sporse giù per vedere fino a che punto arrivava la corda e vide che per fortuna arrivava quasi alla base della parete a circa due metri dagli scogli. Non era mai stato uno scalatore esperto, ma aveva visto molti documentari e sperava che seguendo le istruzioni e facendo i movimenti che aveva visto fare in televisione, sarebbe riuscito ad arrivare in fondo senza danni.
Ma in ogni modo, pericoloso o no, doveva scendere giù.
Il vento faceva oscillare la corda lungo la parete sbattendola a tratti contro la roccia e il solo pensiero di sentirsi sbattuto contro la parete in quel modo gli metteva i brividi. Si sedette accanto alla corda e l’afferrò con entrambe le mani spingendo i piedi verso il dirupo. Si girò a pancia sotto fermandosi a metà, con le gambe nel vuoto e il corpo ancora oltre il bordo. Diede un forte strattone alla corda per saggiarne la fermezza e piano piano cominciò a calarsi giù.
Si staccò dal bordo e rimase appeso alla corda iniziando la discesa. Le mani scorrevano lungo la fune, mentre il vento e gli schizzi d’acqua lo inzuppavano rendendo la discesa ancora più difficoltosa. Le raffiche di vento lo spostavano a destra e a sinistra, facendolo strusciare lungo il costone con le rocce che gli graffiavano la giacca a vento e i pantaloni. Per fortuna la parete non era molto alta e non avrebbe impiegato molto tempo ad arrivare giù. Gli spruzzi d’acqua inzuppavano la corda, rendendola a tratti viscida e scivolosa, e in più di un’occasione sentì scivolare le mani lungo la fune, cadendo giù a peso morto per brevi tratti, prima di riuscire a riprendere la presa sulla corda. E ogni volta il cuore sembrava scoppiargli nel petto per la paura di sfracellarsi sulle rocce sottostanti.
Era quasi arrivato a metà della discesa quando una folata di vento lo fece ondeggiare spingendolo prima verso destra e poi, dopo averlo allontanato circa un metro alla parete, sbattendolo pesantemente contro la roccia. Urtò col torace e con l’addome contro la scogliera e il dolore del contraccolpo gli fece allentare la presa. Le mani scivolarono per un lungo tratto lungo la fune senza riuscire a riprendere contatto e ad aggrapparsi. Sentiva la corda scorrere velocemente tra i palmi delle mani bruciandogli la pelle per l’attrito ma sapeva che se non fosse riuscito a stringere più forte si sarebbe davvero sfracellato sulle rocce.
Il dolore al torace era terribile, riusciva a stento a respirare e la mancanza di ossigeno gli annebbiava i riflessi.
Mentre scivolava quasi in caduta libera, un piede urtò contro una roccia sporgente e proprio nel momento in cui sentì il ginocchio piegarsi spinto da quell’ostacolo imprevisto, irrigidì i muscoli della gamba, dandosi una spinta verso l’alto. Il leggero contraccolpo gli diede la possibilità di agguantare di nuovo saldamente la corda e di fermarsi per riprendere fiato. Rimase a penzolare per qualche momento, per far passare il terrore di quegli attimi e per riposarsi dallo sforzo fatto fino a quel punto. Con la punta del piede contro la rocca sporgente che gli aveva salvato la vita e le mani ben salde sulle corda, rimase appoggiato alla parete.
Chiuse gli occhi respirando profondamente come per cercare di immagazzinare più aria e più ossigeno possibile. Poi, li riaprì e guardò giù. Aveva percorso più della metà della discesa anche se quell’ultimo tratto era stato davvero critico.
Riprese quindi a scendere, cercando di esporre meno superficie possibile del suo corpo al vento, per evitare di essere sballottato come era successo un attimo prima. Con lo sguardo verso il basso, vedeva ora le onde sotto i suoi piedi infrangersi contro gli scogli, con le creste bianche e schiumose che esplodevano in mille spruzzi sotto di lui.
Era ormai arrivato alla fine, ma l’acqua e le alghe che ricoprivano le rocce, le rendevano molto scivolose per cui non sarebbe potuto saltare giù da quell’ultimo mezzo metro che lo separava dal suolo, con il rischio di cadere e di rompersi l’osso del collo. Rimase quindi aggrappato alla corda, allungando i piedi in giù sempre più giù, fino a sentire il contatto della suola con la superficie ferma della roccia. Poggiò allora tutti e due i piedi, ancora con le mani aggrappate alla corda, e con le spalle alla parete.
Girando lo sguardo intorno, vide l’ingresso della grotta poco distante da lui, circa due metri alla sua destra. Sapeva che doveva entrare lì, ma era anche spaventato dal fatto che se avesse mollato la presa sulla corda, un soffio di vento avrebbe potuto scaraventarlo sugli scogli con conseguenze davvero spiacevoli. Rimase così fermo per qualche istante a pensare come doveva fare. Si sedette sulle rocce e cominciò a spostarsi stando seduto, scivolando da seduto sulle rocce bagnate, spingendo con le mani e trascinando il corpo con le gambe. In questo modo non avrebbe corso il rischio di cadere e al massimo avrebbe rischiato di scivolare in acqua senza urtare le rocce.
Raggiunse l’ingresso della grotta ed entrò per mettersi a riparo dal vento e dagli spruzzi d’acqua. Si alzò in piedi, con i vestiti inzuppati che gocciolavano in due larghe pozze ai suoi piedi.
Il suono delle onde che si infrangevano contro le pareti esterne della grotta, risuonavano amplificati dallo spazio interno, come se gigantesche mani stessero graffiando e schiaffeggiando le rocce all’esterno. C’era un odore particolarmente forte e penetrante. Un odore di muffa e di alghe miscelato insieme a qualcos’altro che lì per lì non riuscì ad identificare.
Si girò verso l’interno, proprio nel momento in cui nella profondità oscura della grotta, notò una sagoma indistinta abbastanza grande, seminascosta tra le rocce.
Rimase per un attimo fermo, mentre le immagini che aveva visto nel quadro cominciarono a riapparirgli come a fare da sfondo a quell’oggetto. Si spostò lentamente in quella direzione mentre l’odore si faceva sempre più acre e pungente penetrandogli nelle narici come una lama affilata. Si coprì il naso e la bocca con un fazzoletto, disgustato da quell’odore, quando il suo piede urtò qualcosa che sporgeva dalla roccia. Si inginocchiò per raccoglierlo ma non riusciva ad estrarlo per il peso della roccia che lo schiacciava. Provò a tirare più forte ma niente. Solo dopo diversi tentativi, afferrò l’oggetto con entrambe le mani e con un ultimo strattone riuscì a liberarlo. Il contraccolpo gli fece compiere alcuni passi indietro verso l’ingresso della grotta, e appena raggiunta l’apertura illuminata, riuscì a vedere meglio cosa fosse. Nonostante al tatto avesse già riconosciuto di cosa si trattasse.
Quando la luce esterna illuminò l’oggetto, un lampo più intenso gli illuminò la mente e tutto di colpo gli fu chiaro.
Era uno stivale di pelle nera.
Lo stivale di un fantino.
E quell’immagine gli chiarì anche cosa potesse essere la sagoma scura che aveva intravisto in fondo alla grotta che era l’origine di quell’odore di marcio che sentiva.
Odore di carne in putrefazione.
In una frazione di secondo, tutti i tasselli del puzzle si accoppiarono insieme e per quanto assurda, la realtà gli si cominciò a delineare davanti agli occhi come un film proiettato nella sua mente.
Capì in un attimo che la donna rappresentata nella prima immagine del quadro era la madre del fantino, che lo aveva in qualche modo richiamato dalla vetrina del negozio quella sera. La stessa madre aveva usato quel quadro per dargli le indicazioni per trovare il corpo del figlio morto dopo la caduta dalla scogliera, dopo che il cavallo si era imbizzarrito per un oggetto di metallo che gli si era conficcato in uno zoccolo.
E in un attimo capì anche cosa fosse in realtà l’oggetto di metallo che aveva causato la tragedia.
Era il ciondolo d’oro che gli era stato mostrato dalla tela e che lui aveva trovato in quel vicolo.
Ora tutto era chiaro.
E le immagini successive che aveva visto sulla tela, erano altrettanti messaggi dettati dalla stessa donna.
E in tutto questo, ebbe anche la certezza, che quel quadro, fosse all’inizio la tela su cui la madre stava dipingendo il volto del figlio un attimo prima che il dolore la stroncasse.
E da quel momento in poi la tela stessa era diventata una specie di tramite tra la vita e la morte di queste due persone. E la madre, come ultimo gesto di amore verso il figlio, l’aveva usata per dare a lui le indicazioni precise per ritrovare il corpo del figlio, per potergli dare una degna sepoltura, strappandolo alle intemperie del vento e del mare.
Come ultima immagine, la sua mente gli proiettò la piccola donna inginocchiata, rappresentata nell’ultima tela. E solo in quel momento, riconobbe il volto di quella donna in lacrime come il volto della donna della prima tela. In lacrime davanti al corpo esanime del proprio figlio mentre lo stringe in un ultimo abbraccio disperato.
Non l’aveva riconosciuta subito, ma ora si.
Ora che era tutto chiaro, anche quell’immagine prese la sua giusta collocazione.
Era una storia assurda, sconvolgente. Ma era la verità.
Solo una domanda era ancora rimasta senza risposta. E la domanda era...perché proprio lui?
Perché la donna aveva scelto lui? Ma Stan sapeva bene che a questa domanda, nessuno avrebbe potuto dare una risposta. E si passò la mano sulla fronte per asciugare le ultime gocce d’acqua che scivolavano dai capelli e per scacciare via quella domanda senza senso.
Rimise lentamente lo stivale nel punto in cui lo aveva trovato e uscì dalla grotta sconvolto.
Il vento si era calmato e il mare era molto meno minaccioso di prima.
Cap 6
Si avvicinò alla corda per iniziare la risalita. Raggiunse rapidamente la vetta e salito in macchina, prese il cellulare per chiamare la polizia e avvertire del ritrovamento del cadavere del ragazzo.
Non sapeva ancora cosa avrebbe detto loro se gli avessero chiesto come faceva a sapere che il corpo stesse proprio lì. Ma non si preoccupava troppo di questo. Avrebbe detto loro la verità e se non gli avessero creduto allora sarebbe stato un problema loro, non suo.
Tornò a casa dopo un viaggio di ritorno in macchina che era sembrato interminabile. Con gli occhi incollati sulla strada ma la mente devastata da quell’esperienza, che non riusciva a seguire quello che gli occhi gli suggerivano. La strada gli sembrava come uno schermo grigio su cui la sua mente proiettava di nuovo la sequenza delle immagini che lo avevano perseguitato in quegli ultimi giorni.
Mentre apriva la porta, provò di nuovo una sensazione strana, non proprio di curiosità, ma quasi di rassegnazione che lo spinse ad andare in salotto per rivedere quel quadro.
Cosa sarebbe accaduto ora che la storia sembrava finita?
Entrò nella stanza e si avvicinò al quadro. La scena era sempre quella dell’ultima volta che l’aveva vista, con la donna inginocchiata che teneva tra le braccia il corpo del figlio. Ma poi, come gli era sembrato la prima volta, il volto della donna si girò di nuovo verso di lui.
Il volto era nitido ora, ma l’espressione era diversa da quella di prima. Il dolore sembrava aver abbandonato quegli occhi, lasciando il posto al sorriso. Un sorriso profondo, solare, pieno di amore e di gratitudine, che gli diede una sensazione così profonda che si accorse solo dopo qualche attimo di avere gli occhi pieni di lacrime.
Lo sguardo della donna era davvero quello della prima donna che aveva visto su quella tela.
Gli occhi erano lucidi ma stavolta non di dolore, ma di gioia, ora che poteva riabbracciare suo figlio.
Stan rimase con gli occhi lucidi incollati in quelli della donna, mentre miriadi di sensazioni stavano esplodendo dentro di lui. Sensazioni di gioia e di serenità mai provate prima, che in un certo senso sembravano trasmigrare in lui attraverso quello sguardo.
Poi lentamente, come due immagini che si sovrappongono una sull’altra, e una diventa più nitida mentre l’altra piano piano svanisce, il volto della donna cominciò a svanire, lasciando il posto al sole splendente di un’alba calda e luminosa.
Un’alba con un sole acceso, caldo, che splendeva all’orizzonte come una palla di fuoco.
Riflettendo i suoi raggi dorati su un mare tranquillo.
