Assolo - di Maya
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 29/10/2006 alle ore 11:20:46
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SCENA: Un tavolo al centro di una stanza. Sopra il tavolo un telefono e un libro qualunque.
Un ragazzo sulla sedia a rotelle, fermo vicino al tavolo.
Fa un giro attorno al tavolo, ritorna al punto di partenza. Sbuffa. E’ annoiato, si guarda intorno, prende il libro, lo sfoglia. Fa un altro giro intorno al tavolo. Si ferma.
Squilla il telefono. Risponde subito.
RAGAZZO:
Pronto? Pronto? Pronto? Chi è? Chi diavolo è? Sento che c’è qualcuno! Parla, allora!
Non ho tempo da perdere, io! Ho un sacco di cose da fare, che neanche ti immagini!Se tu hai voglia di stare lì a respirare e ascoltare la mia voce sono cavoli tuoi, io ora attacco! Hai capito? Attacco!
(Pausa)
Sei proprio testardo, eh? Tu non hai idea di chi hai chiamato, vero? Hai composto un numero a caso e ora ti stai divertendo ad ascoltarmi, è così?
Allora ti dirò una cosa. Tu non hai chiamato uno qualunque. Tu hai chiamato un calciatore. Starai schiattando d’invidia, se sei un uomo. E se sei una donna stai tremando di emozione...(Ride)
Ebbene sì, sono proprio un calciatore. Ma non di quelli che fanno finta di giocare, che se ne stanno in panchina e urlano fino a farsi venire il mal di gola...No. Io sono un attaccante.
Uno di quelli che fa goal, capito? Sono il classico giocatore che quando è in area, davanti alla porta, sente le urla dei tifosi, lancia un’occhiata di sbieco alla tribuna e capisce che sono tutti lì per lui, la sua adrenalina è la stessa che scorre nel loro corpo e allora si riempie i polmoni di quel momento unico, carica al massimo, fissa un punto indefinito verso la porta... e tira.
Sono uno che segna. Uno che ha sempre il pallone sotto controllo. I miei compagni lo sanno, per questo il colpo della vittoria è sempre mio. Perché non ho mai sbagliato. Non mi sono mai fermato davanti a niente.
(Pausa)
Sei ancora lì, eh? Ti sento, che respiri. Proprio non vuoi dirmi niente? Ma perché hai chiamato? Non importa. Ho ancora qualche minuto, da dedicarti.
Dov’ero rimasto? Ah, sì. Ti stavo raccontando dei miei tiri in porta. Della mia sicurezza. Ma la gente ama le storie tristi, non i successi.
Una storia tragica ce l’ho, se la vuoi sentire. E’ capitata ad un mio grande amico. Il mio unico amico. Un mio compagno di squadra. Era il migliore, sai? Ma non perché aveva una buona mira, o perché sapeva stare in campo fino all’ultimo.
Lui era il più forte perché sapeva correre. Se riusciva a prendere la palla eri sicuro che sarebbe finita in porta. Le sue gambe... le sue gambe erano spettacolari. Agili, scattanti, veloci. Le sue gambe erano tutto ciò che aveva. Eppure non se ne rendeva conto. Non ci pensava mai. Era convinto che le sue gambe sarebbero rimaste così per sempre, sicuro che gli dovessero tanto, che non l’avrebbero mai tradito. Ce la vedi una gamba staccarsi dal tuo corpo e dichiarare uno sciopero perpetuo, per sfruttamento? Ecco, lui giustamente non ci pensava.
(Pausa. Guarda le sue gambe. Sospira)
Poi è successo.
Era una sera come le altre con le stelle che brillavano nel loro solito modo, con la luna che ti squadrava da lontano, come sa fare solo lei. Lui aveva accompagnato a casa la sua ragazza. Quel pomeriggio aveva giocato una partita e aveva segnato. Se solo avesse saputo che sarebbe stata l’ultima...
Dicevo, stava guidando verso casa sua, non aveva neppure bevuto. Era stanco, sì, ma lucido.
C’era una canzone di Robbie Williams, sulla sua autoradio. Quella è l’ultima cosa che si ricorda. E’ finito contro ad un’altra auto, guidata da due tipi strafatti. Ti rendi conto?
Non ha potuto fare niente per fermarla. Gli abbaglianti negli occhi, Robbie Williams in testa, il volante che sfrigola impazzito sotto le mani e poi... lo schianto.
(Pausa. Ora il tono è arrabbiato)
Non poteva succedere ad un altro? Perché proprio a lui? Perché ad uno così?
E’ stato solo dopo l’incidente, che si è reso conto di quanto contassero le sue gambe. Ora le ha perse. Per sempre. Non ti mette i brividi? L’ unica cosa che poteva fare, che voleva fare, era giocare a calcio. Tutti i suoi sogni si sono spenti e mi spieghi perché? Perché? Perché?
(Pausa)
Io non l’ho più visto, il mio amico. Non ho avuto il coraggio di andare a trovarlo, ma d’altronde nessuno, di noi. Però immagino come passa le sue giornate. Se ne sta solo, nel suo piccolo appartamento e ha tolto tutti i poster, le coppe, i trofei, le foto, tutto ciò che può ricordargli il calcio. Non vuole vedere nessuno, neppure sua madre, perché nei suoi occhi scorge la fierezza di una gloria morta. Sepolta. Non accende mai la tele, perché é impossibile guardare un programma senza sentir parlare di calcio. La sua ragazza l’ha lasciato, o meglio: è stato lui a lasciare lei. Non sopportava di essere compatito. E così è rimasto solo. Solo, con i suoi ricordi.
(Pausa)
Non è il ricordo in sé a farti male. Uno rivede una scena e gli sembra di essere a Cinema, la vede con occhi esterni, diversi. Una cosa che non ti appartiene più.
E’ il profumo del ricordo, a distruggerti.
Il sottile, tagliente alito caldo che ti avvolge, quando rivivi un episodio della tua vita e ti rendi conto che è successo proprio a te e allora, chissà da dove proviene, senti come, nell’aria, un aroma di passato, un qualcosa che ti inibisce i sensi. Te ne stai lì, con la bocca socchiusa, e respiri. E nel tuo respiro c’è ancora quel momento, quel battito di cuore, quel profumo. Dura un istante, un nanosecondo in cui le tue narici ansimano alla ricerca del sapore perso. Ma non lo ritrovano più. Perché è passato.
E’ qui che entra in gioco l’immagine, solo da questo istante.
E’ dall’olfatto che parte il ricordo, credimi.
Il mio amico le rivive tutte, le sue partite. Gli basta un niente, per riportarle alla mente. L’altro giorno, per esempio, ha aperto la finestra e siccome abita sopra una pasticceria ha sicuramente sentito l’odore di brioche calde. Non ha potuto controllare il suo naso. Ecco che allora la mente gli è volata via... E lui non voleva, perché poi il cuore gli si rivolta contro e fa male, capisci?
Ma la mente è ribelle. Obbedisce solo al ricordo.
Ha rivisto tutto in un lampo. Dall’odore di brioche è passato a quello degli hot dog, che vendono allo stadio. Lui li adora, ma un calciatore non ne mangia quasi mai. Bene, da quel momento la sua mente l’ha costretto ad assistere a quella partita, quella gloriosa partita, dove fece due goal di fila.
Le sue gambe, sai, erano imbattibili. Le stesse gambe che ora sono come di cemento armato, una volta erano straordinarie. E lui se n’è accorto solo adesso.
Io e te siamo fortunati. Possiamo camminare, correre, saltare, tirare calci ad un pallone. Lui non può più. E vorrebbe essere sempre stato su una sedia a rotelle, piuttosto che cedere al profumo del ricordo. (Pausa)
Ma tu che ne sai, eh? Probabilmente hai sbagliato numero e ora te ne stai lì, con gli occhi sbarrati e ti domandi “Per cosa vive, questo ex calciatore così sfigato?”
Me lo chiedo anch’io. Tante volte. E spesso mi rispondo che non si può vivere per la luce del sole, che entra al mattino dalla finestra. Non si può vivere per una partita di calcio.
Forse, però, si può tentare di vivere, per una telefonata. Per qualcuno che, come te, stia in silenzio ad ascoltarti. Uno può vivere così, solo aspettando che richiami. Aspettando il momento di parlarti di nuovo. Perché non è mai troppo tardi per ricominciare a sorridere.
Non è mai troppo tardi per ricominciare a sognare.
Non è mai troppo tardi, per ricominciare.
Riattacca.
