Le luci della cittą - di Fabio Forcelli
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/02/2009 alle ore 21:49:57
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Le luci della città.
Ultimo gradino, sorpassato con estrema facilità. Sullo scorritore di immagini situato "in front of view" leggo parole amorfiche, il videoproiettore riflette sfaville di volti e di sentimenti sulla pietra grezza della città che mi segue al passo, che mi stordisce.
Carni e lacrime si sfrantumano in una miriade di riflessi.
La confusione più totale prova ad assumere una forma e tutto avviene nella mia testa, uno spazio troppo piccolo per contenere il tutto.
Dalla parte opposta della piazza qualcuno comincia ad alzarsi indispettito per l’attesa, mani in mano, nubi incandescenti di fumo che iniziano a mischiarsi al flusso di luce del proiettore. Le teste delle persone formano un oceano piatto, con qualche boa galleggiante di tanto in tanto (i quarantenni risucchiati da un principio di calvizia), con qualche cumulo di alghe venuto da chissà quale paradiso sintetico (le quarantenni con la permanente).
Tutto questo si vede, si ode.
Ecco inizia il film.
Dall’alto della mole riesco quasi a toccare il volto della prima attrice di scena.
Una donna dai capelli neri e di una magrezza assordante.
E’il primo tratto che noto in una persona, la carne in corpo.
Il resto sono particolari che servono a sostenere la sete.
Ecco lo sapevo, il sudore inizia a formare rivoli salati che mi dicono: Salta!
E’ la prima volta che mi capita.
In genere non ero mai arrivato a quel punto.
Il film è iniziato, il silenzio riempie la scena. (Quale delle due?)
Sopra di me il cielo elettrico, ripulito dalla neve appena caduta.
Mari blu, aurore in festa dipingono la parte di mondo che si trova sopra di me.
L’attrice entra con un mantello rosso che le avvolge le gambe, i piedi incespicano, le mani annaspano, i suoi occhi gridano.
Nelle strade adiacenti si sente il rumore di qualche suonatore di lira.
La concentrazione è ovunque ma c’è anche tanta assenza.
Il desiderio è ovunque ma c’è anche tanta ingordigia.
Vai cauto mi ripeto, non precorrere il tempo.
Saranno anche lì seduti ma avranno qualcosa da dirsi tornati a casa.
Io invece no, la mia casa mi sta sopra. Sotto posso solo affacciarmi a uno specchio.
Il film prosegue. E improvvisamente sono risucchiato dal proiettore, divento una di quelle particelle polverose che navigano nell’aria, mi ritrovo parte integrante della scena, il soggetto in movimento su cui è concentrata l’onda dell’oceano.
Frzz...frzz.. la carne trasuda lo schermo, si corrode per il calore bollente della luce.
Improvvisamente inizio a perdere consistenza, le mie gambe si assottigliano nel suono inconcludente dei dialoghi.
I vestiti finiscono col diventare un foglio di carta che si integra odiosamente bene alla pellicola.
Il film continua a girare e io ruoto alla sua stessa velocità. Mantengo la posizione. Mi allineo alle sfumature delle sensazioni visive. Il calore continua a divorarmi, a rendermi più piccolo, più piccolo quasi fino a scomparire nel flusso. Fluido. Sono diventato fluido. Un qualcosa che c’è ma di cui si può fare a meno. Onnipresente però, in grado di insinuarsi in ogni dove e come.
Passa un solo istante.
Un solo istante sufficiente a dire stop!
Spalmato su quel pezzo enorme di carta riesco a vedere la fine e i titoli di coda. Le persone cominciano ad alzarsi.
Già tutto finito ? Nessuno che rispedisce al mittente il sudore e la carne corrosa ?
No, nessuno.
La carta di una pellicola in movimento ha il suo perchè.
Ma non c’è odore però nella carta.
Un immagine è solo un immagine.
La sua durata è legata a un istante nel quale spesso (mai..) il cinismo osceno e miserevole ti priva del tempo necessario a goderne.
Un’immagine è solo un’immagine.
Non ci si nutre di sola bellezza ?
