L'uovo di Marlene - di Luca Adami
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/07/2008 alle ore 21:26:52
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Lidia stava camminando nelle strette stradine della ridente località di Villalora, dove trent’anni pri-ma la sua famiglia s’era trasferita in cerca di quella pace che le grandi città ed i centri urbani non possono offrire, spodestando rigogliose tradizioni locali e piccoli negozi in cambio di una valuta più favorevole, di un tocco di tecnologia aberrante e distogliendo l’attenzione del popolo con la falsa informazione piuttosto che con le sale dei cinema all’aperto. L’aria pungente d’inizio primavera permeava i muri delle cascine, il fieno imballato profumava di pulito e Lidia stava respirando a pie-ni polmoni quella nuova esperienza estatica.
“Buongiorno, signora Riotti!”
Incrociò lo sguardo con la salumiera del paese, una donna dal sorriso sempre in volto.
“Oh buongiorno Lidia! Dove va di bello?”
“Sto andando a prendere Marlene, pensavamo di raggiungere il centro del bosco per un picnic.”
“Bello, bello! E’ proprio la stagione giusta, eh?”
“Già! Speriamo che duri più dell’anno scorso!”
“Eh, speriamo!”
Si salutarono, poi la donna tornò al negozio dove vendeva i frutti carnei del suo allevamento. La musica di un violino intonò un brano di Paganini, era la piccola figlia dei Lontra che si esercitava.
‘Che stile, quella bambina! Un giorno farà grandi cose!’, pensò Lidia ascoltando il melodioso can-to dell’archetto che sfregava sulle corde.
Le strade lastricate delle vecchie pietre a quadri rendevano l’ambiente più simile ad un podere me-dioevale, addirittura con la collinetta a monte dove risiedeva il sindaco della ristretta comunità di Villalora. Forse quell’anno di mandato l’avrebbe sfruttato al meglio, forse avrebbe finalmente crea-to quel nuovo parcheggio nella piazza centrale di cui si discuteva da troppi anni. Era fin troppo te-mo che la gente si stancava di camminare interi metri per raggiungere casa, così era partita la richie-sta ufficiale, trovando subito l’opposizione dei puristi dell’ambiente, tra cui la stessa Lidia. La piaz-za di un paese di neanche cinquecento abitanti arricchita da un parcheggio? Che assurdità! Al mas-simo la resistenza si sarebbe piegata ad un parcheggio sotterraneo, invisibile all’occhio disattento ma quantomeno rispettoso delle statue ed i giardini della superficie. Il mondo si è creato sulla super-ficie, il sottosuolo è da sempre il luogo buio che rimarrà nel buio.
Lidia era quasi giunta alla casa di Marlene, si fermò solo un attimo ad odorare il profumo degli al-beri in fioritura, i migliori della regione: perfino dalle grandi città richiedevano le mele e le pere di Villalora, tanto erano buone. Neanche avevano idea, i poveri cittadini, di cosa si nascondesse dietro ad un buon raccolto; certa gente si limita a mangiare, senza assaporare il gusto.
Lidia li detestava, anche perché era infiorata dalla cultura per la campagna che i suoi genitori le a-vevano lasciato in eredità qualche anno addietro, prima di schiantarsi sul guard-rail di un tornante. Quella sera pioveva, e la vecchia Ritmo del ‘79 mal sopportava l’acqua; perse aderenza col terreno e fu la tragedia. Ma Lidia, fortunatamente, aveva superato quel trauma ed ora continuava a respirare per coltivare i propri sogni, solo leggermente confusi nella memoria dei suoi cari e nelle loro aspi-razioni. Essi avrebbero voluto vederla laureata, un medico magari, ma lei preferiva di gran lunga gli animali; così conciliò i due sogni e prese l’indirizzo di veterinaria, seguendo saltuariamente qualche lezione in città. Per la maggior parte del tempo preferiva preparare gli studi standosene in casa con il profumo dei fiori e vivisezionando qualche rana che trovava morta nello stagno adiacente l’abitazione.
Raggiunse la casa dell’amica con largo anticipo, sicuramente avrebbe trovato quella ritardataria an-cora a letto. Suonò il campanello.
“Marleneee! Sono Lidia!”
“Lidia!? Oddio ma che ore sono?”
“Sono quasi le dieci.”
Marlene controllò l’ora.
“Sei una stronza! Sono le nove e mezza!” bofonchiò.
Lidia rise sotto i baffi.
“Lo so. Dai, fammi salire!”
Marlene aprì il cancelletto dell’abitazione, Lidia guardò un istante il giardino prima di salire, aveva sempre invidiato quel melograno gigante che da una vita intera spadroneggiava sulle altre inermi pianticelle che cercavano di scoprire la luce ad ogni nuova stagione verde. Lidia invidiava la sua te-nace resistenza: fin da quando era bambina aveva giocato intorno quell’albero con Marlene e Tere-sa. La cara Teresa era una loro amica d’infanzia: avevano frequentato la stessa scuola al paese; poi la stessa compagnia e talvolta avevano scambiato anche gli stessi ragazzi! Questo prima di sposarsi con Raffaele, il panettiere, e prima che Lidia e Marlene scoprissero l’amore.
Lidia salì le scale, l’amica era sulla porta ancora in pigiama da notte.
“Mmmhh...” disse sfregandosi il volto “Ma perché sei venuta così presto?”
“Sai che non mi piace tardare agli appuntamenti!”
“Certo... Entra.”
Si salutarono con un bacio, Lidia rivedeva nell’appartamento i giochi che facevano un tempo: quan-te corse con la madre di lei che urlava di andare piano, di stare attente ai mobili, al tavolo, al servi-zio da the... e poi i salti nel giardino, le cavalcate all’aria aperta nell’attesa di un principe vero, i primi racconti strani.
La casa era rimasta uguale ad una volta, era solo cambiato qualche mobile: la madre di Marlene sta-va in un altro posto lì vicino, aveva lasciato quello splendore alla figlia e si era trasferita in un pic-colo appartamento da sola. Marlene perciò s’era vista arrivare le libertà senza combattere, per que-sto spesso era spaesata anche nel piccolo mondo che vive la società di paese, tra piccole glorie e grandi decisioni comunitarie.
Di lì a poco arrivò anche Teresa che, contrariamente a Lidia, lasciava trascorrere il quarto d’ora ac-cademico prima di ogni appuntamento.
“Sali. Ti stavamo aspettando.”
Le ragazze si accomodarono intorno al tavolo, i posti e le pose erano rimaste le stesse fin da quando da piccole giocavano alle signore e bevevano il the. Allora fingevano con la grazia della miglior attrice di parlare di cose serie, di uomini immaturi, di sogni.
“Quanto zucchero?”
“Due cucchiaini, grazie.”
“Com’è andata ieri con Raffaele?”, chiese Marlene.
Teresa la guardò delusa.
“Naaa, niente. Non si decide a fare la prima mossa.”
“Tesoro! E falla tu, no?”
“Io? Ma non ci penso nemmeno! E’ lui che si deve muovere, se mi vuole, porco Giuda!”
“Certe volte non ti capisco, lo sai?” sbuffò Lidia.
“E perché? E’ lui che ha incominciato ad invitarmi fuori e che mi ha portato fino in città in quell’orrenda discoteca house...”
“A te non piace, eh?”
“Mmhhh, non è che non mi piace! E’ che è prevedibile come il latte delle mucche...”
“E questo che vorrebbe dire?” sorrise Lidia.
“Che so sempre in anticipo quello che mi vuole dire o proporre da fare!”
“E le mucche cosa c’entravano?”
“Beh, come dire che quando ce l’hanno gonfie sai già che devi mungerle.”
Marlene portò il caffè in tavola, si guardarono.
“Che razza d’esempio!”
Scoppiarono a ridere.
“Ah ah ah! Ti immagini se la mucca potesse parlare?”
“Cioè?”
“Se dicesse al contadino Ehi! ma la smetti di palparmi le tette?”
“Ah ah ah! Che stupida, sei!”
“Comunque,” continuò Lidia, “se vuoi davvero rivitalizzare il tuo rapporto con Raffaele, secondo me, faresti bene a proporgli qualcosa pure te...”
“Non capisci, Lidia... A me piace che sia l’uomo a portarmi fuori, a farmi passare una bella sera-ta... ma tante volte Raffaele mi sembra un ragazzino! Tzè, in una discoteca mi ha portato!”
“Io non ci vedo niente di male nell’andare a ballare ogni tanto, distende i nervi e scioglie la tensio-ne...”, fece un commento Marlene mentre versava altro caffè nella tazza.
Terminarono la colazione, riempiendosi di brioche dolci appena sfornate. Ogni tanto qualche risata sollevava il morale di Teresa, che era in un periodo di crisi matrimoniale; quel momento in cui sembra che i due coniugi si conoscano fin troppo e bisogna spremere bene il succo dal frutto prima che diventi marcio del tutto.
“Come la fai tragica! Sembra che tutto il mondo ti stia addosso!”
Come al solito, Marlene tentava di sdrammatizzare e Lidia cercava nuove spiegazioni logiche al ca-lo di desiderio del marito di Teresa.
“Forse gli gira male al lavoro... sai come sono gli uomini, tante volte basta anche solo una partita di calcio per sotterrargli il morale!” commentò.
Erano davvero una bella coppia di amiche e Teresa sapeva di poter sempre contare su di loro, anche quando veramente il fato sembrava correre nel verso sbagliato. Fin da bambine avevano sempre af-frontato le cose in tre, come una vera famiglia, e nel loro piccolo erano riuscite a creare un mondo in sintonia con l’ambiente. Ognuna coltivava i propri sogni, e cercavano il sostegno delle altre quando le spalle della gente di tutti i giorni non le sosteneva più.
“Davvero, dovresti cercare di capirlo... Riesce a sfogarsi in qualche modo?”
“In che senso?” chiese Teresa.
“Ci va al bar? Beve con gli amici, ogni tanto?”
“Tu l’hai mai bendato a letto?” commentò sarcasticamente Marlene.
“Oh dio!” arrossì lei, “Ma perché? Voi, ragazze, lo fate?”
Lidia e Marlene si guardarono e scoppiarono a ridere sornione, anche Teresa ora era distesa e fi-nalmente non sentiva più i fremiti della noia intorno a lei. Era sempre così quando stavano insieme: si stava convincendo che forse, tutto sommato, il matrimonio poteva riservarle nuove sorprese...
“Bene, è arrivato il momento...” sussurrò Marlene.
“Il momento di cosa?”
“Già, che succede?”
“Ho una gran notizia!” continuò lei, “Che vi lascerà a bocca aperta!”
Lidia e Teresa si incuriosirono e si fecero più vicine all’amica, drizzando le orecchie. Fu in quel momento che Marlene le assordò con un urlo:
“Sono incintaaaaa!” strepitò.
Le due ragazze sgranarono gli occhi, sbigottite quanto stordite dall’urlo. Ma Marlene non accenna-va a smettere di urlare e ridere a crepapelle.
“Cosa!? Cosa!?” chiesero in coro.
“Oh mio dio! Ma... Ma allora sarò mamma! Saremo mamme!” urlò a sua volta Lidia, resasi conto della notizia.
Marlene le saltò al collo e l’abbracciò, continuando a riderle dentro l’orecchio. Teresa pareva im-pazzita, correva per la casa in preda ad un’eccitazione disumana, saltellava dalla sala alla cucina continuando a ripetere: “Un bambino! Un bambino! Oh porco Giuda, un bambino!”
Anche Lidia cominciò a realizzare il valore della maternità: era un bambino, il bambino suo e di Marlene!
“Oh mio dio! Avremo un bambino, amore!”
Lei non riuscì a contenere le lacrime; erano lacrime di gioia, entrambe avevano sempre desiderato diventare madri, fin da quando erano piccole e giocavano con le stesse bambole. Ora quel bambo-lotto sarebbe stato di carne, come un Pinocchio moderno.
“Quando l’hai saputo? Quando?” chiese Teresa, ancora eccitata.
“La settimana scorsa sono andata dal ginecologo, è di un mese!”
“Un mese!? Un mese!?” strepitò, “Ma allora siamo già in ritardo con i preparativi! Dobbiamo far posto nelle camere, comprare la culla, i pannolini! Forse sarà meglio fare una lista o...”
“Teresa! Teresaaa!” urlò Marlene, “Mancano otto mesi!”
“Oddio! Solo otto mesi! Devo correre a casa! Ho dei cataloghi nuovi dell’Ikea, troveremo sicura-mente qualcosa! Vado e torno! Voi non muovetevi!”
Dicendo questo, indossò la giacca e corse giù dalle scale, continuando a ripetersi in testa l’idea che sarebbe diventata a tutti gli effetti una ‘zia’.
“Come ti senti?” chiese Marlene a Lidia.
“Bene. Benissimo!”
Le ragazze di abbracciarono, scambiandosi l’affetto di due madri.
“Ce la faremo, vero?”
“Certo, saremo due mamme stupende!”
“E come la chiameremo? O ‘lo’ chiameremo?”
Lidia ci pensò un momento.
“Se sarà maschio, Primo.”
“Mi piace. E Novella, se sarà femmina.”
“Novella... speriamo che non le cresca il naso a patata!” sorrise Lidia.
Si tornarono a sedere, continuando a guardarsi negli occhi e sognando già l’imminente vita di cop-pia, che entrambe sapevano si sarebbe consumata fra alti e bassi. Ma ora tutto aveva un motivo in più di continuare, ed uno in più per continuare a sperare: Primo o Novella ce l’avrebbe fatta perché loro sarebbero sempre state due madri al suo fianco. Adoravano il bimbo che ancora doveva nasce-re, perché così fanno le madri.
Uno stormo di rondini passò nel cielo primaverile, nella caratteristica forma di freccia. Il vento le teneva alte e signorili, sovrastanti ad un mondo di piccoli uomini e donne che intrecciano le trame sottili dell’esistenza. Ogni storia ha un inizio ed una fine, ma il percorso può portare ogni genere d’insidia: per questo le rondini scambiano di tanto in tanto il conducente del gruppo, perché sanno che dividere lo sforzo può portarle tutte in salvo verso mete più calde. Così, gli uomini, dovrebbero imparare dagli uccelli.
Durante gli otto mesi di gravidanza, Marlene si dedicò attentamente agli esercizi pre-parto e, grazie all’instancabile Lidia al suo fianco, si ritrovava sempre a sorridere all’idea di diventare madre. An-che la sua, di madre, era entusiasta dell’idea di diventare nonna. Seppur non ancora nella sua tarda stagione, già pregustava le strizzate di gote ed i regali al piccolo per Natale. Lei era una donna di quelle all’antica, che capiscono che le nonne sono fatte per viziare i nipoti. L’unico suo rammarico era non avere più un marito al fianco per condividere ancora quei singulti da prima infanzia; il non-no avrebbe regalato la sua memoria al piccolo neonato, di modo che non scordasse mai i valori da cui proviene. Ma avrebbe pensato lei anche a questo, le donne della sua famiglia, come Marlene, e-rano cariche di spirito. Non erano state fatte per essere immobili, erano sempre in fugace attesa di un movimento nel mondo per poterlo vivere. Marlene era un elogio all’attività, come madre sarebbe stata fin troppo premurosa ma, fortunatamente, Lidia era una donna tutta d’un pezzo; avrebbe frena-to lei le sue troppe smanie e i suoi studi all’università sarebbero potuti continuare.
“Potrei badare al bambino mentre studio...” ipotizzò Lidia.
“Certo che lo farai. Mia madre ci passerà un po’ di soldi per i primi mesi, me l’ha già detto.”
Le due donne stavano organizzandosi per la vita di coppia; finora si erano occupate di sistemare la casa di Marlene con una stanza per il bambino. Lidia aveva già lasciato il monolocale in affitto e si era trasferita dall’amica. Con l’augurio di qualche lontano parente di tanto in tanto arrivavano anche dei soldi comodi e così erano riuscite ad arredare la piccola stanza come una reggia: il piccolo trono a dondolo era in mezzo alla stanza, lo tenevano lì solo per vedere che effetto avrebbe fatto l’ambiente riempito; per i primi tempi il bambino avrebbe dormito sicuramente con loro. La tappez-zeria era dipinta a stelle, quelle che di notte rilasciano una luce tiepida e calda.
“Poi mi troverò un lavoro da veterinaria qui. In paese non c’è ancora uno studio e chiunque deve chiamare il veterinario dalla città.”
Lidia aveva lasciato i lavori saltuari che faceva per mantenersi gli studi e riuscì ad ottenere un posto part-time nello studio di cui parlava. L’amica storse la bocca in una smorfia.
“Ci resteremo molto qui in paese?”
“Beh, se lo studio veterinario funziona bene dovremmo abbastanza soldi per trasferirci... ma tu vuoi lasciare Villalora?”
“A me piacerebbe vedermi un po’ in giro, anche con il bambino. Per fargli vedere il mondo.”
A Lidia piaceva la vita di campagna: lei adorava il profumo delle stagioni quando gli alberi inizia-vano a cambiare colori, le piaceva mangiare i frutti del tempo così come le venivano offerti. Marle-ne era più libertaria, voleva creare nuovi alberi da frutto; andava matta per tutte le cose che non a-veva ancora fatto, avrebbe lasciato a suo figlio un’impronta da esploratore.
“Dobbiamo farlo viaggiare...” continuò il discorso Lidia.
“Già. Ma dopo qualche mese lavorerò anch’io. Potremo cominciare con un piccolo spostamento, anche per non avere sempre mia madre nei pressi di casa!”
Le ragazze sorrisero, poi suonò il campanello. Era Teresa, con un paio di nuovi cataloghi di offerte speciali per le coppie. Controllava ogni annuncio: viaggi di nozze, mobili scontati, addirittura auto-mobili...
“Come stanno le mie mamme preferiteee?” chiese, abbracciandole forte; poi accarezzò il pancione di Marlene.
“E tu come staiii?”
“Teresa, se ti sente si rincoglionisce ancor prima di nascere! Lasciagli almeno arrivare sano al lice-o...” se la rise Lidia.
“Che sciocca, sei!” scherzò lei, “Piuttosto, guardate questi nuovi annunci. C’è della roba buona...”
Lidia e Marlene sfogliarono svogliatamente qualche catalogo.
“Quello! Quel barbecue starebbe proprio bene in giardino!” commentò Teresa, indicando l’offerta.
Le due donne si guardarono.
“Sai, stavamo parlando di trasferirci...”
“Di trasferirvi? E dove?”
“Forse in città, tra qualche mese.”
“In città? Ma lo fate per il bambino? Per le scuole?”
“Sì, anche per quello...” rispose Marlene.
Lidia cominciò a pensare più seriamente al futuro del bambino: suo figlio sarebbe andato a scuola, nelle scuole migliori che si sarebbero potute permettere. Se lo studio veterinario in paese fosse an-dato bene con gli affari, avrebbe potuto anche lasciarlo in gestione a qualcuno di fiducia. E lei a-vrebbe continuato a lavorare nello studio in città: conosceva il padrone, gli avrebbe ridato il posto di lavoro senza fare troppi problemi.
“Però prima devo finire gli studi, ho già fatto un po’ di pratica. Non dovrei metterci ancora molto.” commentò.
“E anch’io comincerò a lavorare...”
“Potremo aver bisogno di una baby sitter.”
“Non dire sciocchezze! Ci sono qui io!” squittì Teresa.
“Davvero?”
“Certo stupida! Lo farei volentieri! Magari un bambino per casa farà venire la voglia anche a Raffa-ele di mettere su famiglia!”
Le ragazze risero all’idea di Raffaele come padre, mancava ancora qualche anno prima che decides-se di mettere la testa a posto. Ma sia lui che Teresa erano ancora giovani, c’era molto tempo per i figli.
“Stavo pensando anche di aprire un’attività, qui in paese.” disse poi Lidia.
“Davvero? Di cosa?”
“Uno studio veterinario.”
“Per fare concorrenza alla città! Geniale!” ammiccò l’amica.
“Poi ho pensato di continuare a gestirla a distanza, con un commesso.”
Marlene sorrise perché Lidia sapeva trovare subito la soluzione a qualunque problema, acconten-tando tutti.
“Però, mi prometti che in estate torneremo qualche mese a Villalora?” le chiese Lidia.
“Certo che torneremo.” le assicurò, “Così il bambino rivedrà anche sua nonna. E passerà i mesi cal-di nella natura.”
“Sarete delle mamme stupende!” piagnucolò Teresa.
“Oh dai! Non fare così! Anche noi ci rivedremo ogni estate...”
Le tre amiche si abbracciarono calorosamente, regalandosi a vicenda l’affetto che le avrebbe sorret-te nel distacco, di lì a qualche mese, dalla loro vita normale. La città era un mostro che si poteva addomesticare; per Marlene, era un nuovo modo per esprimersi. Il bambino, poi, sarebbe cresciuto in un posto ricco di vita, senza dimenticare mai di chi siamo tutti figli.
La grande madre verde ricopriva le distese delle colline in lontananza; visto dalla città Villalora sembrava così piccolo, là in fondo. Ma l’ospedale più vicino era proprio in periferia, ed il bambino si era già fatto preannunciare.
Marlene era distesa nel letto bianco candido, con una mano stretta a Lidia. Lei era sorridente come sempre, cercava di mascherare l’ansia per tranquillizzare l’amica. Un vaso enorme di fiori troneg-giava affianco al comodino, prontamente sistemato nella stanza da Teresa per ravvivare l’ambiente clinico degli ospedali. Oltre alle riviste e all’enigmistica, Marlene dedicava le giornate a pensare al figlio che le scalciava in pancia. Avevano deciso di non conoscere il sesso, fino all’ultimo momen-to: quello dell’abbraccio, quando gliel’avrebbero accomodato al fianco e l’avrebbe sentito piangere. Avrebbe smesso grazie a lei, l’aiuto primordiale di una madre lenisce il primo grande cambiamento.
“Vuoi che ti porti un altro cuscino?” chiese Lidia premurosamente.
Entrò in quel momento un medico, che cominciò a guardare la cartella clinica e annuire.
“Manca poco, ragazze... Come si sente Marlene?”
“Un po’ agitata...”
“E’ normale un po’ di agitazione. Per qualunque cosa può chiamare le infermiere; non si preoccupi, la nostra attrezzatura è la migliore dello stato e le ostetriche hanno frequentato le migliori scuole.”
“Lei ci rassicura, dottore...” disse Lidia.
“Ora continuo il mio giro di visite; se avete qualche dubbio o pensiero che vi agita, non esitate a chiamarmi.”
“La ringrazio, spero di non rivederla presto allora...” sorrise Marlene.
Il medico ricambiò al sorriso e marciò fuori dalla stanza con lo sguardo fiero.
“Ti rendi conto, Lidia? Nostro figlio sta per nascere...”
“Non potrei essere più felice, amore!”
Passarono la giornata a fantasticare sul futuro del bambino, creandogli le carriere ed i sogni. Avreb-be scelto lui del suo futuro ma, in ogni caso, la parte del fantasticare è un lusso caratteristico delle giovani coppie.
Passò solo qualche giorno prima che Marlene invocasse l’aiuto delle infermiere, perché le si erano rotte le acque. Subito le furono fatte l’ecografia e gli esami del caso. Nell’arco di un paio d’ore era già a gambe all’aria, pronta a spingere. Lidia era con lei.
“Non ti preoccupare, amore! Ricorda le lezioni! Soffia! Soffia!”
E Marlene cominciò a soffiare, senza nascondere la prevedibile animosità che il parto le stava rega-lando. Come non essere agitate, d’altronde? I medici le avevano già detto che l’uovo era in posizio-ne, la parte più grossa sarebbe stata spararlo fuori.
“Soffia! Soffia!” continuava a ripetere Lidia.
“Sto soffiando, cazzo!” urlò lei, a denti stretti.
Intervenne l’ostetrica: “Ora spinga!”
Marlene iniziò a spingere fuori quella nuova creatura, la sentiva scendere dentro di lei, sentiva che scorreva nel suo corpo e che presto avrebbe visto la luce.
“Vedo il guscio! Spinga! Un ultimo sforzo!” incitò il dottore.
Lei prese fiato e mugugnò un urlo strozzato per l’ultima fatica.
“E’ uscito! E’uscito!” urlò Lidia.
La compagna sentì quella cosa uscire del tutto dal suo ventre, dopo la parte grossa del guscio il re-sto scivolò fuori da solo, come per magia.
Subito l’ostetrica intervenne con un martelletto in mano e diede un piccolo colpo alla sommità più aspra dell’uovo; dall’interno un piccolo battito cominciava a fremere. Fu il bambino a farsi strada verso la luce, facendo spuntare la manina. Le infermiere gli furono intorno per lavarlo e sgusciarlo del tutto. Gli diedero una piccola pacca sul sedere e lui iniziò il primo dei pianti. Cominciava a re-spirare un’aria diversa, nuova, ed a conoscere il mondo esterno. L’ostetrica lo lavò poi lo passò al medico; questi lo sollevò e gli diede una controllata.
“E’ un maschio!”
Marlene era stravolta: il volto, prima rosso per lo sforzo, ora stava acquietandosi. Riuscì a malapena a sorridere. In compenso Lidia era tutta un’eccitazione, non stava più nella pelle e la abbracciò, trat-tenendo a stento le lacrime.
“E’ nato! E’ nato Primo!” le sussurrò nell’orecchio.
Il bambino fu avvolto nelle fasce bianche, poi lo misero al fianco della madre partorente. Lui la guardava, sgranando gli occhi verso quella persona che sapeva essere sua madre. Era tutto grinzoso ed in testa aveva qualche capello.
“Ciao Primo...” mormorò Marlene, “Sei stato un osso duro, lo sai?”
Poi sorrise e l’avvicinò al volto, per sentire quel soffice fiato di figlio addosso.
“Lidia, è bellissimo!” disse alla compagna.
Lei si avvicinò, sedendosi al suo fianco.
“Guarda,” indicò Marlene, “lei è l’altra tua mamma...”
A Lidia parve di vedere la testa del piccolo bambino in fasce girarsi verso di lei e non riuscì più a trattenere le lacrime di gioia. Intorno a lei, l’equipe di medici intera sorrise e si strinsero le mani per congratularsi l’un l’altro.
All’arrivo a casa, Primo fu accolto come un re: inutile dire che Teresa non la smetteva mai di por-targli doni ogni nuovo sorgere di sole, ma anche la madre di Marlene ed i parenti più impensati vennero a vedere il nuovo frutto divino. Pareva un dio, tanto era osannato; come il miglior quadro nella più importante mostra d’arte contemporanea al Guggenheim. Primo si vide passare fra le mani di zie, cugini, lontani misconosciuti che si presentavano come ‘zii d’America’; poi fu il turno degli amici e della gente del paese. A Villalora, come in tutti i piccoli paesi, la voce corre molto in fretta e in men che non si dica si creò una processione di curiosi amici che volevano portare il loro omag-gio. Dal salumiera al panettiere, tutti si presentavano con degli enormi cesti e pacchi imballati di carta colorata. Il piccolo Primo probabilmente non capiva il motivo di tanto frastuono, ma qualche anno dopo avrebbe compreso che tutto serviva a lenirgli la pillola.
Quella sera, le due madri gli parlarono ben sapendo che non poteva comprenderle, ma per darsi a vicenda il coraggio di farlo crescere. Lo appoggiarono nella culla; poi, abbracciate, lo guardarono.
“E’ tanto piccolo...” osservò Lidia.
“Sarai un bel maschietto, Primo, e noi saremo sempre al tuo fianco...”
Le due madri si guardarono, poi si fecero serie. Primo le guardava dal basso del lettino.
“Chissà cosa incontrerai là fuori, bimbo mio...” disse Marlene, “Ma tu non devi mai preoccuparti di niente. Ci penseremo noi a crescerti.”
“Saremo sempre con te, anche quando comincerai a non sopportarci più...” sorrisero.
“E se vorrai andare a qualche festa durante la settimana, non ti diremo di no.”
“Purché sia una volta ogni tanto...”
Marlene e Lidia si baciarono, unendo le labbra con un senso nuovo nelle loro vite. Poi si acquieta-rono nel letto, cominciando a sognare il figlio già grande e felice nel mondo. Pensarono alle ragazze od i ragazzi che avrebbe portato in casa, a quando avrebbe chiesto il motorino, alle prime scottature.
“Chissà cosa sognerà, stanotte...”
Lidia prese la mano di Marlene, la guardò sorridendo senza rispondere.
Primo cresceva al meglio: dopo i primi mesi nella casa a Villalora, seguendo i programmi, le due compagne si trasferirono in città e lui cominciò fin da subito a dimostrare una gran curiosità per tut-to ciò che lo circondava. Fu azzeccata la scelta di passare l’estate nel vecchio paese, periodo nel quale si stabilivano a casa della nonna che era sempre ben felice di riceverli.
Teresa andava a trovarli spesso, scendendo anche fino alla città e trovando così anche un motivo per portare fuori Raffaele, con cui le cose stavano prendendo la giusta piega. Tutto sommato, era solo una crisi passeggera; ce ne sarebbero state molte altre ma, come si sa, nessun legame è mai perfetto. Il che non lo rende per nulla impossibile.
Il bambino imparò dalla campagna l’origine della sua vita, cominciò finalmente a comprendere il ciclo della natura e pianse quando vide i polli in gabbia. Fu una scena toccante, che illuminò gli oc-chi delle due madri, orgogliose della sua sensibilità così precoce. Spesso i figli moderni non sanno cosa li ha generati, ancor prima della madre, ed era proprio questo che Lidia e Marlene volevano in-segnargli. Non il semplice rispetto della natura, ma la sua venerazione.
Primo imparò a parlare molto presto, intorno al quarto mese di vita e cominciò a scrivere già dal primo anno. Le scuole pubbliche permettevano alle due compagne di dedicarsi ai propri lavori, che fornivano una certa tranquillità economica, anche se c’è da dire che la nuova casa fu un enorme cambiamento per loro, abituate com’erano alla vita agreste: specialmente, per Lidia, fu un duro col-po l’impatto con le strade lastricate ed i clacson strombazzanti. Ma ci si abituò, per il bene della famiglia.
Quando Primo ebbe sei anni e loro lo accompagnarono al primo vero giorno di scuola, lui non pian-se: si comportò da vero uomo ed imbracciò la cartella, correndo verso l’ingresso e desideroso come non mai di scoprire cosa v’era all’interno del grande edificio in mattoni.
“E non dimenticare niente quando esciiii!” gli urlò dietro Marlene.
“Lascia stare, già non ti sente più...” sorrise Lidia.
Quel pomeriggio lui tornò entusiasta e cominciò a raccontare ogni dettaglio della giornata, i bambi-ni che aveva conosciuto e cominciarono le prime curiosità.
“Mamma, perché Alì ha la pelle marrone?”
“Perché è nero.” gli spiegarono, “Vuol dire che è originario dell’Africa. Gli hai chiesto da dove vie-ne?”
“Mi ha detto solo che là si suda...”
Loro scoppiarono a ridere, poi gli spiegarono che il bambino intendeva dirgli, probabilmente, che proveniva dal Sudan.
Come buone madri cercarono di spiegargli le diversità fra le razze, gli dissero che non c’è nulla di male a dire la parola ‘razze’ che è ben diversa da ‘razzismo’. Lui pareva capire ma con una certa fa-tica.
“E’ un fatto di natura.” gli spiegò Marlene.
“Come per gli asiatici avere i capelli neri e gli occhi a mandorla...” continuò Lidia.
“Non ti pare che abbia già abbastanza casino in testa?”
Certe volte è difficile spiegare ai figli perché ogni vivente è diverso dall’altro; la maggior parte del-le volte è perché la risposta non la si conosce nemmeno e si tenta di inventare la spiegazione più plausibile: è la natura, è dio, è un caso... Primo, però, accettava quelle piccole nozioni che gli veni-vano impartite; provava un forte sentimento verso quelle madri che non gli facevano mancare mai nulla, nonostante qualche piccolo rifiuto ogni tanto. Come tutti, in futuro avrebbe capito che doveva solo ringraziarle. Non è certo facile, il mestiere della madre.
Un giorno qualunque, Primo ritornò da scuola imbronciato. Marlene, che era andata a prenderlo all’uscita, lo notò subito. Salutarono entrambi gli amici del piccolo, poi montarono sull’automobile.
“Che cosa succede, amore?” gli chiese lei.
“Niente.”
Marlene mise in moto e si avviò verso casa.
“Sei sicuro che non me lo vuoi dire?” insistette.
“E’ un bambino.”
“Ti è capitato qualcosa con un bambino?”
“Sì.” rispose lui, secco.
Marlene spense la radio, poi accostò. Gli parlò con voce gentile.
“Dimmi cos’è successo, lo sai che alle mamme puoi dire tutto...”
Primo la guardò negli occhi.
“Un bambino mi ha preso in giro.”
Marlene, intuendo la situazione delicata, decise di indagare.
“E perché? Riguarda forse le tue mamme?”
Il bambino annuì. Lidia decise di spiegargli come stavano le cose.
“Vedi, Primo, certe volte i bambini non sanno quello che dicono. Non c’è niente di male ad avere due mamme: c’è chi ha una mamma ed un papà, ti ricordi quando parlavamo dei papà?”
Lui non si mosse, si limitava a guardarla fisso.
“Beh,” continuò Marlene, “c’è chi ha una mamma ed un papà... tu hai due mamme... non c’è nien-te che non vada...”
Il bambino la guardava stranito, corrugò le sopracciglia.
“Cosa c’è, adesso?” chiese lei.
“No, mamma. Quel bambino mi prendeva in giro perché dice che hai il sedere grosso. Ma tu non hai il sedere grosso! La sua ce l’ha!” rispose Primo, con l’innocenza d’un infante.
Marlene si ritrovò interdetta, non sapeva cosa dirgli. Non la colse in segno nemmeno il commento sul suo sedere; pensò, invece, che quella sera avrebbe avuto qualcosa di cui ridere con Lidia: la sua gaffe. I bambini se ne fregano di chi sei figlio, loro sono figli del tempo. Si limitò a sorridere a Pri-mo, rimise in moto l’automobile e partì. Forse con gli anni qualcosa era successo, nel mondo.
- Potrei rileggere questo racconto e pensare di averlo scritto per mettere in chiaro cosa ne penso sull’adozione nelle coppie omosessuali. E’ diverso, ma possibile.
L’uovo è un simbolo di una vita che continua, in ogni caso, fra alti e bassi. Perché ho scelto un uo-vo? L’uovo mi dà l’idea di qualcosa che si sputa fuori e cresce. Come un frutto, spunta un fiore e matura. Come i bambini, da un momento all’altro crescono.
Anche loro escono dal guscio e si trovano davanti un posto che è diverso, ma possibile. -
(nda)
Luca Adami, giovedì 20 marzo 2008
