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Il signor G - di Ornella Casini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/09/2011 alle ore 23:08:05

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Il signor G
Era giunto il momento di agire. Dopo la giornata appena trascorsa una delle più brutte, se non la più brutta, il signor G, era deciso. Finalmente aveva deciso. Si sedette davanti al computer con indosso la sua giacca da camera a quadrettoni. Alle sue spalle le luci dell’hotel Corso, accese nella notte, si mescolavano alla pioggia che dalla mattina non era mai cessata. Ma questo adesso non era importante. All’improvviso la calma si impadronì di lui, e questo succedeva sempre quando dopo aver programmato ogni cosa nei suoi più piccoli particolari, riusciva a raggiungere lo scopo che si era prefissato. Meticoloso, preciso e ordinato com’era, sia nella vita che nel suo lavoro, sapeva che una programmazione studiata a fondo, faceva sì che si potesse raggiungere qualsiasi obiettivo. Si fermò per un attimo dallo scrivere e alzando gli occhi sopra lo schermo del computer, considerò che quella era la notte giusta per risolvere il problema che da anni lo assillava, facendogli passare giornate come quella appena trascorse. Ecco che la sensazione di beatitudine si stava dileguando, per far posto alla rabbia, che lo pervase al ricordo di quello che aveva appena passato e di come si era sentito. Tale sentimento era in fondo normale, anzi lo avrebbe addirittura aiutato a trovare il modo per farla pagare a quell’odioso individuo che gli stava rendendo la vita impossibile. Non passava giorno, che fin dal primo mattino, non gli si rivolgesse sempre e senza alcun motivo in tono beffardo, apostrofandolo con aggettivi insolenti ed offensivi, ai quali lui non riusciva mai ne a controbattere ne a rispondere. Questo era dovuto alla stanchezza accumulata dopo anni di angherie e alle notti insonni passate a studiare i modi per riuscire a chiudergli la bocca. Mentre la pioggia continuava copiosa a scendere, sentiva che c’era qualcosa di diverso in quella notte, che sarebbe riuscito a chiudere questa storia e finalmente non avrebbe più avuto nelle orecchie quella voce che gli ripeteva tutto il giorno che era una nullità, che non sapeva svolgere il suo lavoro e che era addirittura un peso per la società. Rinfrancato da questa determinazione, ricominciò a scrivere al computer, ricontrollò il promemoria e vi apportò delle modifiche, perchè nulla doveva essere lasciato al caso, nessuna imprudenza doveva essere fatta. Conoscendolo sapeva che mai si sarebbe fatto prendere alla sprovvista, senza dimenticarsi del fatto, non marginale, che si conoscevano da anni, da una vita constatò. Lui però in questo momento aveva in mano una carta vincente e l’avrebbe giocata. L’altro infatti non sapeva che questa notte avrebbe trovato la maniera di uscire dal tunnel in cui si trovava e in che modo lo avrebbe fatto ? Uccidendolo. Il progetto era lì nero su bianco, così limpido nella sua semplicità che considerò che mai sarebbe stato scoperto, mai sarebbero risaliti a lui. Si appoggiò più comodamente sulla sedia, chiuse gli occhi e ripassò mentalmente il piano, tanto da vederlo scorrere come un film nella sua mente. Quel mattino, gli avrebbe proposto di prendere un caffè. Il gesto poteva passare come un tentativo di appianare i dissapori che da anni li vedevano coinvolti, poi durante la conversazione avrebbe fatto squillare il suo cellulare, giusto il tempo di distrarlo per versare del veleno nella sua tazzina. Il tempo poi avrebbe fatto il resto. Soddisfatto abbozzò un sorriso, ormai non aveva più dubbi, il piano era perfetto, semplice e lineare ma allo stesso modo così efficace da risolvere in poche ore il problema di una vita. Stava ormai albeggiando, le luci dell’hotel Corso erano ormai spente, la notte era trascorsa. Si alzò dalla sedia stiracchiandosi, non si sentiva per niente stanco, si tolse la giacca a quadrettoni mettendola con cura alla spalliera della sedia e fischiettando si diresse in bagno. Accese la luce, si guardò allo specchio notando che la barba era lunga e doveva essere tagliata, si tolse gli occhiali e aperta l’acqua si sciacquò la faccia. Mentre si stava tamponando il viso aprì gli occhi e quello che vide riflesso nello specchio lo lasciò pietrificato e senza fiato. Lui era lì e lo guardava con un sorriso ironico pronto come ogni giorno col suo odioso ritornello:”Sei sempre il solito idiota, non conti niente e come tutti i giorni della tua vita ti prepari per andare a rubare lo stipendio” terminò con la sua solita risata. Improvvisamente la stanchezza prima non provata, lo assalì e come sempre non riuscì a controbattere a quelle parole.”Tanto perchè tu non ci faccia un pensierino...io odio il caffè” continuò ridendo in modo sguaiato quella sordida presenza, tanto che per non sentirla provò con forza a tapparsi le orecchie, ma questa continuava a riecheggiare nel suo cervello. Distrutto come ogni giorno, lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e rimettendosi gli occhiali uscì dal bagno. Non ce l’avrebbe mai fatta contro di lui, sarebbe stato sempre lui il vincitore, perche lui era il più forte fra i due. Lentamente si vestì e sulla porta di casa notò che il computer era ancora acceso, come un faro ad indicare un porto sicuro, ma era solo un illusione e giunto alla scrivania lo spense. Lo schermo si chiuse archiviando il suo progetto con il numero 10950.