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I padroni del mondo - di Carlo Gisteni

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 06/12/2011 alle ore 09:53:16

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

I padroni del mondo

- Rita, hei, Rita, suonano alla porta, non senti, Rita?-
L’uomo è stravaccato sul divano. Mutande e canottiera, piedi nudi. Una sciarpa bicolore gli pende ai lati del collo. Un pò di calvizie tra i capelli stinti, pancetta.
- Vai tu, caro, io non posso. Sto preparando i salatini e ho le mani impegnate. E tutte unte. Apri tu, Tino, per cortesia.-
Tino caccia giù i piedi dal bracciolo, appoggia la birra sul tavolino, vicino al telecomando. Sbuffa, poi rutta, trova le infradito di schiuma e le infila. Nel corridoio si gratta discretamente tra le natiche.
- Stai andando, tesoro?- gli arriva dalla cucina - E’ Marcello sicuro, non può essere che lui.-
Tino apre e c’è Marcello con una confezione da sei, maxi.
- Queste mettile in fresco.- fa. E gli mette in mano le lattine. Roba buona, d’importazione.
- Scusa il ritardo.-
- Casino di traffico?- Tino gli mette una mano sulla spalla e lo introduce.
- Ciao, Marcello!- arriva dalla cucina.
- Ciao, bellezza ! Macché, un deserto, sono tutti davanti alla tele.-
- Il corteo, allora. I dimostranti?-
- Nemmeno. è che c’è lo sciopero e me l’ero dimenticato, così sono tornato a casa e ho preso la macchina. Odio spostarla. Poi col cavolo che ritrovo un parcheggio. Altro che suv, una Smart, guarda, la prossima.-
Marcello ha una t-shirt nera molto stretta sui bicipiti, un paio di calzoncini da tennis ed una sciarpa come quella di Tino. Cranio rasato, piuttosto in forma. Dimostra meno dei quarantadue di Tino.
- è già iniziata?-
- Sei in tempo, sei in tempo. Siamo solo alle menate iniziali. Gli inni e tutto quanto.-
- Odio quelle smancerie.-
- Ormai saranno finite.-
Intanto entrano nel soggiorno. Arriva Rita con uno strofinaccio tra le mani. Ce le sfrega come se volesse consumarsi la pelle. Mica poi male, Rita. Rosso Tiziano, piccoletta, ben fornita di culo e di tette. Una cosuccia burrosa nemmeno troppo sciupata.
- Ciao, Macho.- fa a Marcello. Ha un sorriso con un sacco di denti.
Tino le mette in mano le birre.
- Queste mettile in frigo, tesoro.-
Lei le prende, ruota sui tacchi come se si avvitasse. Per ultimo rimane il sorriso puntato su Marcello. Marcello le manda un bacio da guitto, poi la torsione elastica le riallinea il viso e lei punta in cucina.
- Vi porto subito i salatini, tesori.-
- Fiiiii...- fa Marcello- Allora è questo il mostro!-
- Occhi stretti e reclame del dentifricio, Tino è pompato di orgoglio.-
- Sony, home theatre. Il più Grosso. Un sacco di rate ma ne valeva la pena!-
- Fantastico!- Fa Marcello intanto che si siede sul divano.
- Stravaccati, fratello, che è bello comodo!- Poi anche Tino si lascia cadere sui cuscini. Scalcia le ciabatte ed allunga le gambe sul tavolino. Marcello lo copia.
- Azz, socio, c’hai pure l’aria condizionata.-
Tino, quaranta atmosfere. Un sorriso che gli ingoia le orecchie. Piglia il telecomando e restituisce l’audio. Casino di stadio. Paraparaparaparapara... Sullo schermo le squadre sono schierate, l’arbitro prende al volo la monetina. Para, parapara, parapara ! L’arbitro gesticola. Voi di qua, gli avversari di là.
Rita torna coi salatini e li mette fra le due coppie di piedi incrociati.
- Qua, socia!- l’invita Marcello E batte sul cuscino libero tra lui e Tino.
- Oh, no, non mi piace il pallone.- Appoggia pure quattro lattine goccianti.- Vado di là con l’enigmistica.
Sfasato d’un poco, il sorriso la segue.
- PARA, PARAPARA, PARAPARA-
L’arbitro poggia la palla sul disco.
- Ci siamo, fratello!-
- Ci siamo, socio!-
E vanno giù le prime sorsate di birra.
L’arbitro alza un braccio, fischietto alle labbra.
- Interrompiamo la trasmissione per trasmettere un comunicato del presidente del consiglio. Data l’eccezionalità e gravità del momento, anche la finale del campionato è sospesa. Gli spettatori allo stadio potranno seguire il comunicato sui maxischermi.- L’annunciatrice scompare e si rivede lo stadio. Masse ondeggianti. Un tremito di meraviglia.
Marcello e Tino a bocca aperta. Bavetta birrosa.
- Azzo, nooo...-
- E no, azzzooo...-
- Facciamo appello al senso civico perché siano evitati Tafferugli e proteste. Ripetiamo, il messaggio è di gravità eccezionale. Siete pregati di assistere. Le trasmissioni proseguono a reti unificate.-
Sui maxischermi appare il faccione tirato del primo ministro.
- PARA, PARAPARA, P!-
Poi il faccione invade il teleschermo.
- Azzo, no, e chi lo vuole ‘sto stronzo...-
- E no, dai, non scherziamo... Era la finale, gente ! Dai, non scherziamo, ridateci la finale, puttanaeva...-
- Elettrici, elettori, cittadini. Ho voluto parlarvi in questo preciso momento perché il messaggio arrivi a quanti più possibile di voi. Il momento lo richiede. Il momento è grave. Mi si consenta: E S I Z I A L E.-
Tino e marcello, l’uno specchio dell’altro, trangugiano si puliscono col dorso e sbattono giù le lattine, poi stanno lì a bocca aperta, la mandibola un tantino tremante, lo sguardo vitreo fisso sullo schermo al plasma.
- Stimati cittadini, amati elettori, quante volte mi avete sentito esprimere giudizi rassicuranti, quante volte, il mio viso sorridente e sicuro, vi ha trasmesso fiducia nel futuro, quanto il mio naturale ottimismo si é trasfuso nei vostri animi dai teleschermi e dalla carta stampata ?
Lo so, molti mi hanno criticato, la stampa d’opposizione faziosa e menzognera ha reiteratamente tentato, fortunatamente senza riuscirvi, di lordare il mio nome col fango del gossip, la magistratura comunista ha cercato, inutilmente bisogna ammettere, di rendere impresentabile il mio volto con accuse dalle quali puntualmente sono stato prosciolto. Tutto ciò ha cercato di alienarmi, cari compatrioti, la vostra fiducia. Mi si consenta: il vostro amore. Perché, mi si consenta, questo esecutivo si è fatto baluardo dell’amore nella lotta contro l’odio che le opposizioni seminano in ogni esternazione. La mia scesa in campo, signori, è dovuta al puro amore. Per la patria e per voi, cari cittadini. Per voi, stimati elettori. Per amore, signori, ho contrastato la politica delle parole con la politica del fare. Lo so, signori, lo so. L’attuale crisi economica ha costretto il mio esecutivo ad alcune scelte impopolari. E’ con profondo rincrescimento, con pesante cordoglio, che sono qui ad ammetterlo. Ed a scusarmene con tutti voi che mi avete tributato la vostra fiducia votandomi nel segreto raccoglimento delle cabine elettorali. Ma la situazione lo imponeva. Mi si consenta di affermare, anzi, che tali scelte mi sono state imposte. Perché, vedete, cari elettori, stimati cittadini, il potere che avete messo nelle mie mani col voto, non è totale, ed anch’io devo sottostare a poteri più forti, a contingenze che ho dovuto mio malgrado tenervi nascoste. Per il vostro bene, compatrioti, unicamente per il vostro bene, cittadini. Solo, nelle stanze che si ritengono teatro degli ozi e dei vizi dell’empireo ed invece sono gli uffici del duro lavoro, solo, dico ed oppresso, ho sopportato il peso di verità che non potevo rivelarvi, pena il panico incontrollato, il caos che avrebbe inghiottito la nostra civiltà così duramente edificata. Chi, signori, non appena saprete, potrà più rimproverarmi se nel privato delle mie ville ho tentato disperatamente di ritemprarmi, di obliare per qualche attimo il peso della responsabilità che così duramente gravava sulle mie pur forti spalle. La responsabilità, signori, di mentirvi. Per il vostro bene. Di soggiogarvi. Per il vostro bene. Di asservirvi. Per il vostro bene.-
Qui il presidente fa una pausa, beve un liquido incolore, si terge la fronte spaziosa con un fazzoletto di seta fina, con cura, per non sciupare l’impianto che la sovrasta senza minacciarla.

- Santiddio, - fa Marcello- ma è stomachevole!-
Tino preme il telecomando. Lo fa ancora ed ancora, stizzito, ma è inutile. Su tutti i canali stesso fazzoletto e stessa fronte.
- Fanculo!, fa Tino.
- Fanculo!- fa Marcello.
Grosse gollate di birra.
Sullo schermo il presidente si versa una dose copiosa da una bottiglia rettangolare.
- Hei!- fa Marcello, ma quello pare Gin.-
- Minerale non pare, con quella bottiglia!- Fa Tino.
Il presidente trangugia. Marcello e Tino tracannano.
- Birra, tesoro!- grida Tino.
- Sì, altra birra, socia.- fa Marcello.
- Ma adesso è giunto il momento di sgravarsi del pesante fardello della segretezza, poiché, signori, il treno della storia è ormai prossimo al capolinea.-
Il faccione del premier sparisce dall’inquadratura con un movimento dall’alto al basso, come se si stesse piegando sulla scrivania. Si sente un tirar su di naso, poi il faccione ritorna con movimento opposto. Il presidente si strofina col dorso d’una mano, strabuzza gli occhi ed arriccia il naso.
Marcello tira fuori una canna già fatta, l’accende e la passa a Tino. Tino tira una boccatona e la rende.
- Cazzo, ma quello s’è appena fatto, fa Tino.
- Di coca.- fa Marce.
- Passa ancora.- fa Tino.
Rita porta le birre, guarda la tele, guarda gli uomini...
- E la partita?- fa.
- Sospesa.- Rispondono in coro.
- Qualcosa di grosso?-
- Si, grosso.-
- Pure quello è bello grosso.-
- Cosa, lo spino?-
- Sì, passamelo.- Lo prende e si siede fra i due.

- Ebbene, cittadini, il tempo delle menzogne è finito ed io, vostro premier, posso finalmente deporre il fardello ai vostri piedi.-

- Ma che dice?- fa Rita
- Le solite fregnacce.- Tino fa.
- Quello è flippato!- dice Marcello.
- Però pare grave...-
- Grave lo è da un pezzo.- le risponde Tino
- Shhh!- impone Marce.

- In breve, signori. La crisi non è passata. La crisi non passerà. Ma non c’è più motivo di preoccuparsene.-
Sullo schermo, il presidente fa una pausa ad effetto. Si rizza sul busto, inspira dalle narici...
- Lo vedete, è flippato!-
- Eccome se lo è!-
- Eddai, ragazzi, fate silenzio!-

- In questo stesso momento altri capi di stato stanno rivolgendo ai loro popoli lo stesso crudele messaggio. Nulla dovrà più preoccuparvi perché solo pochi minuti ci separano dal capolinea.-

- Ma se c’è lo sciopero dei mezzi pubblici...- ridacchia Marcello.
- Eddai!- Ripete Rita.

- Qui, termina il mio discorso, popolo mio, miei governati, mi si consenta, miei sudditi. Umilmente lascio ad altri sopra di me nella gerarchia mondiale, il compito di chiarire i particolari. Altri cui ossequiosamente ho retto il gioco. Per il bene vostro, della nazione, del mondo.-

- Hei, ma non ha detto una cippa...-
- Io voglio la finale, cazzo!-
- Shht ! Shht!-
L’inquadratura si allarga, allarga, allarga ancora. Il premier è seduto a squadra sul letto. Un lettone enorme, tutto rosso, a forma di stella a cinque punte. Giacca e cravatta e sotto in mutande, con calzini e giarrettiere ai polpacci.
- Azzz...- fa Tino.
- Azzz...-fa Rita.
- Minchia!- fa Marce
- Intanto, signore e signori, guardate alle mie spalle.- fa il presidente.
Allarga ancora. Ci sono un sacco di ragazze, tutte belle, tutte giovanissime, tutte nude. Si fiondano sul lettone tutte insieme. Una nuvola spumeggiante di carne rosata. Il presidente allarga le braccia e ride, ride. Un riso folle.
- E’ il tempo dell’amore!- Urla - Il tempo dell’amore!-
Tutt’intorno alla stanza si alzano drappi e tendaggi e fuori dei vetri c’è il nero dello spazio e nel nero ci sono robe tonde che sfavillano... alcune vibrano un poco, altre ad un livello più prossimo sfrecciano via. Sullo sfondo, color azzurro incubo, la terra.
- Santiddio!- fa Tino.
- Mamminasanta!- fa Rita.
- Mazza, quanta fica!- fa Marcello.
Sullo schermo il presidente non si vede più. S’è buttato indietro sul materasso e si sente solo la sua risata, sempre più ebbra, sempre più folle... E’ tutto un casino di culi e di tette, dei corpi nudi delle ragazze che gli si affannano intorno e fanno cose.
- Santiddio!-
- Santiddio!-
- Santiddio!-
Sullo schermo appare un nero chiaro di mezz’età, giovanile, in forma quanto può essere un burocrate. Alla sua destra una tipica wasp sui quaranta. Tipi seri, formali. Tutta la scena è seria e formale con tanto di scrivania di mogano e bandiere stellate sullo sfondo. Parlano inglese e a piè di schermo scorre la traduzione.
- Il sogno americano è finito.- dice la scritta.
- Sì, finito.- Sempre la scritta. Si capisce che traduce ora l’uno ora l’altra.
- Il mondo ci ha sempre giudicato la maggior potenza imperialista.-
- E colonizzatrice.-
- Si sbagliavano.-
- Eccome!-
- Come certamente avrete iniziato a capire, non siamo noi i colonizzatori.-
- Siamo i colonizzati.-
Il presidente dà un’occhiataccia alla vice. Lei tossichia piano col pugno di fronte alla bocca.
Nella stanza luce viva e luce smorzata attraversano i buchetti delle tapparelle abbassate. L’effetto sui mobili e sulle pareti attorno ai tre è come un Morse di luce.
- In realtà- riprende il presidente- non siamo stati noi a spremere il mondo...- guarda la vice. Uno sguardo intenso. Lei abbassa gli occhi.- abbiamo solo dato una mano. Per il bene di tutto il pianeta. Ci siamo stati costretti. E’ così. Per evitare accadimenti peggiori. Ma non sta a noi, ora, spiegare altro. Poteri superiori che ci sovrastano se ne arrogano il compito.- Si ode chiaramente l’esclamazione in inglese: We cannot ! - e la scritta traduce.

- Le corporation.- fa Tino.
- Il capitalismo selvaggio, fa Rita.
- La finanza globalizzata.- fa Marce.
Il presidente si afferra la pelle sotto la gola e tira. La maschera viene via e sotto c’è un volto di donna bianca. Sobriamente truccato, capelli grigi cortissimi. Poi si denuda il petto con un solo energico gesto.
- Questa, poi...- fa Tino.
- Anvedi che zinne!- fa Marcello.
- Ouhhh!- fa Rita
- Questo è il mio modesto contributo alla verità.- fa il... no, la presidente.
- I tempi non erano maturi per una donna alla casa bianca.-
Sorride alla vice. Lei arroscisce e ricambia.
- Men che meno gay!- poi le si getta addosso e la bacia. Palmi di lingua.
- Avevo sempre desiderato farlo in diretta!-
Anche i tre sul divano, lingue a penzoloni fuori di bocca.
- And now?- fa la vice intanto che si riassetta.
- Now we get up baracca e burattini!- Sghignazza.
- Oh, yes, si sbaracca!- lei pure sghignazza.
Sghignazzando e baciandosi finiscono sotto la scrivania.
Rita afferra le dita a Marcello. Sì, quelle di Marcello. Lui stringe. Tino si spruzza il volto con la birra. Non riescono a parlare e se ne stanno lì con la bocca come dall’igienista dentale. I trattini di luce sfiammano incazzati su tutte le superfici. Dalla TV risolini e risucchi, dietro la scrivania emerge una gamba di donna, tutta nylon e senza scarpa. Niente più bandiere, solo una trasparenza colma di nero con robe lucenti che rollano e sfrecciano contro il nero fondo ed un quarto di pianeta.
Ora la scena è cambiata. C’è un manipolo di laidi vecchi decrepiti. Tutti sulle loro sedie a rotelle. Sembrerebbe il giardino di un ospizio se non che le piante ed i fiori emergono ben irregimentati dal lastricato di onice levigata ed esalano altezzosa bellezza e tutt’intorno risplendono ardite architetture d’oro e marmi preziosi. Un sipario di nebbiolina rosata cassa la prospettiva. Le carrozzelle sono irte di tubi, cavi, tastiere, monitor... Ipertecnologiche, sono. Quello in centro è il più decrepito di tutti. è interconnesso con la carrozzina, anche lui tutto tubi e sostegni. Sembra poco più che una testa di vecchio malevolo poggiata sulla catasta dei rifiuti elettronici della differenziata. A destra emerge una mano secca ed unghiuta che si muove su un touch screen come un ragno su una graticola. Le parole si diffondono aspre e meccaniche. Si capisce che non gli escono di bocca perché questa pare cucita attorno al terminale di una cannuccia di silicone e lui bada a sorbirsi il beverone bolloso e rosato che sale dal fondo di un’enorme coppa di cristallo alloggiata tra i macchinari, lì dove normalmente si vedrebbero le ginocchia.
- NOI!- dice la voce - Noi siamo il potere. NOI ! La suprema potenza tra gli umani ! Sì, da oltre duecento anni NOI realizziamo i peggiori incubi dell’umanità. NOI, siamo gli artefici ed i massimi beneficiari, tra tutti gli uomini, del sistema perverso che sfrutta i corpi ed annichilisce le anime. NOI i promotori di tutte le guerre che travagliano il globo, NOI gli untori dei morbi pandemici, NOI i registi delle azioni legali che hanno attribuito alle corporation lo status di persone fisiche ed alla vita marchi di fabbrica. NOI gli attuatori del capitalismo selvaggio, della globalizzazione, della depredazione dell’ambiente, dello svilimento della cultura, della privatizzazione dei beni primari. NOI siamo gli SPREMITORI!-
Si accascia come sfinito, vale a dire che abbassa la prugna avvizzita che gli fa da testa e gli occhi gli affondano nelle orbite come in due sfinteri rugosi.
- Ma per conto terzi.- aggiunge. - A proposito, un’altra spremuta, Jeeves!-
La telecamera segue un automa umanoide dorato ed ingioiellato che esce da una nicchia e s’avvia ad un bancone di porfido. Sopra c’è una grande teca di cristallo con dentro un numero incerto di bimbetti paffuti di vari colori di pelle.
- Oh, che carini ! Fa Rita.
- Oh, oh, ne prende uno e lo infila in quel grosso coso...- fa Marce.
- Oh, dio mio!- fa Tino.
- Non è possibile!- fa Marcello.
- Mi viene da vomitare.- fa Rita con la mano alla bocca ed un conato incipiente.
- Calma, tesoro, fa Tino- di certo è un trucco. Deve essere un trucco.-
- Dio santo, fa che lo sia!- prega Marcello.
L’automa prende l’enorme caraffa e rimpingua il calice. Il liquido sale schiumando nella cannula e la prugna secca pare rinvigorirsi all’istante. La mano fa un gesto plateale, poi preme un tasto. La nebbiolina svanisce come scivolando all’esterno di un’immensa coppa rovesciata. E dietro, fuori della cupola di cristallo, tutto un vibrare e sfrecciare.
- Guardate il cielo!- intima il vecchio - Sopra le vostre teste!-
Rita schizza dal divano e s’afferra alla cinghia dell’avvolgibile, Marce e Tino gliela tolgono di mano che quasi si strappa. Rita si stringe un’unghia tra i denti... In qualche modo la tapparella si alza...
- Un’invasione!-
- Gli alieni!-
- La Cina!-
- La CIA!-
Tutto un vibrare e sfrecciare. Dischi a centinaia, a migliaia... Il cielo ne è pieno. Quelli più in basso vibrano nell’attesa, quelli sopra sfrecciano via a ondate e svaniscono nella stratosfera. Giù in strada poche persone tutte col naso per aria, gesticolanti. Alle finestre gente che si spintona e si sporge. L’avvolgibile sfugge dalle mani di Tino e cade di schianto.
I tre sono di nuovo sul divano. Mascelle penzoloni. Rita è china in avanti, testa tra le mani e si dondola.
- E’ la fine del mondo!- Dichiara Marce.
- Temo proprio di sì- concorda Tino.
Rita scivola tra le gambe di Marcello e gli slaccia la patta.
- Ritaaa?- fa Tino.
- Avevo sempre desiderato farlo.- fa Rita

- Anche NOI abbiamo chi ci sovrasta!- tuona la voce elettronica della vecchia prugna avvizzita - NOI pure siamo a nostra volta spremuti e costretti ad inventare nuove e maggiori perfidie affinché il nostro pianeta venga scientificamente, spietatamente svuotato. Non più assoluto è il nostro potere!- pausa - Non più dagli anni sessanta. Noi che già reggevamo le leve del mondo siamo stati esautorati, il potere ci è stato strappato di mano e siamo stati asserviti ad una causa egualmente avida ed infame ma non più nostra. Vuoti simulacri di ciò che un tempo eravamo, ci è stato ordinato di ordire nuovi fili delle nostre trame segrete, ma per l’egoismo non più nostro bensì dei nuovi padroni della terra. Per i loro fini e non più per i nostri, abbiamo resistito alla morte oltre ogni legge di natura e ben oltre ogni umana decenza. Poiché il bene supremo che ormai da tempo agogniamo ci è stato negato. La MORTE, o sudditi, la morte. Che finalmente sta per arrivare, sublime coppa dalla quale suggere l’ultimo, supremo piacere. Poiché ormai il bidone è vuoto ed anche la più infima goccia sarà tra breve raschiata dal fondo.
Un brindisi, fratelli oligarchi, leviamo i calici alla fine del giogo ! Un brindisi al bene supremo che non per il fine dei nostri personali ed abietti egoismi, degna causa dalla quale siamo stati forzosamente distolti, ci è stato imposto procrastinare. Un brindisi alla morte, fratelli, ché spodestati del potere assoluto altro piacere non potevamo agognare!-
L’automa si presenta con una caraffa ancora più grossa, ci versa solennemente il contenuto di un’ampolla d’oro. Il liquido rosa diventa rosso cupo poi nero, lui fa il giro e colma le coppe di tutte le carrozzine. “L’eroica” esplode in sottofondo e solo adesso ci si accorge che sostituisce Vivaldi. Un gran succhiare, poi tutte insieme le teste rugose esplodono in un coro di peti. Brandelli di materia organica e liquidi fisiologici si riversano sui macchinari.

- Boop, blup, guishh, succ...- fa Rita.
- Fammi posto, - fa Tino - anch’io ho sempre desiderato farlo!
Fuori gli asteroidi più grossi scippano luce al sole e le prime meteore accendono strisce di fuoco nel cielo.

FINE
I padroni del mondo

- Rita, hei, Rita, suonano alla porta, non senti, Rita?-
L’uomo è stravaccato sul divano. Mutande e canottiera, piedi nudi. Una sciarpa bicolore gli pende ai lati del collo. Un pò di calvizie tra i capelli stinti, pancetta.
- Vai tu, caro, io non posso. Sto preparando i salatini e ho le mani impegnate. E tutte unte. Apri tu, Tino, per cortesia.-
Tino caccia giù i piedi dal bracciolo, appoggia la birra sul tavolino, vicino al telecomando. Sbuffa, poi rutta, trova le infradito di schiuma e le infila. Nel corridoio si gratta discretamente tra le natiche.
- Stai andando, tesoro?- gli arriva dalla cucina - E’ Marcello sicuro, non può essere che lui.-
Tino apre e c’è Marcello con una confezione da sei, maxi.
- Queste mettile in fresco.- fa. E gli mette in mano le lattine. Roba buona, d’importazione.
- Scusa il ritardo.-
- Casino di traffico?- Tino gli mette una mano sulla spalla e lo introduce.
- Ciao, Marcello!- arriva dalla cucina.
- Ciao, bellezza ! Macché, un deserto, sono tutti davanti alla tele.-
- Il corteo, allora. I dimostranti?-
- Nemmeno. è che c’è lo sciopero e me l’ero dimenticato, così sono tornato a casa e ho preso la macchina. Odio spostarla. Poi col cavolo che ritrovo un parcheggio. Altro che suv, una Smart, guarda, la prossima.-
Marcello ha una t-shirt nera molto stretta sui bicipiti, un paio di calzoncini da tennis ed una sciarpa come quella di Tino. Cranio rasato, piuttosto in forma. Dimostra meno dei quarantadue di Tino.
- è già iniziata?-
- Sei in tempo, sei in tempo. Siamo solo alle menate iniziali. Gli inni e tutto quanto.-
- Odio quelle smancerie.-
- Ormai saranno finite.-
Intanto entrano nel soggiorno. Arriva Rita con uno strofinaccio tra le mani. Ce le sfrega come se volesse consumarsi la pelle. Mica poi male, Rita. Rosso Tiziano, piccoletta, ben fornita di culo e di tette. Una cosuccia burrosa nemmeno troppo sciupata.
- Ciao, Macho.- fa a Marcello. Ha un sorriso con un sacco di denti.
Tino le mette in mano le birre.
- Queste mettile in frigo, tesoro.-
Lei le prende, ruota sui tacchi come se si avvitasse. Per ultimo rimane il sorriso puntato su Marcello. Marcello le manda un bacio da guitto, poi la torsione elastica le riallinea il viso e lei punta in cucina.
- Vi porto subito i salatini, tesori.-
- Fiiiii...- fa Marcello- Allora è questo il mostro!-
- Occhi stretti e reclame del dentifricio, Tino è pompato di orgoglio.-
- Sony, home theatre. Il più Grosso. Un sacco di rate ma ne valeva la pena!-
- Fantastico!- Fa Marcello intanto che si siede sul divano.
- Stravaccati, fratello, che è bello comodo!- Poi anche Tino si lascia cadere sui cuscini. Scalcia le ciabatte ed allunga le gambe sul tavolino. Marcello lo copia.
- Azz, socio, c’hai pure l’aria condizionata.-
Tino, quaranta atmosfere. Un sorriso che gli ingoia le orecchie. Piglia il telecomando e restituisce l’audio. Casino di stadio. Paraparaparaparapara... Sullo schermo le squadre sono schierate, l’arbitro prende al volo la monetina. Para, parapara, parapara ! L’arbitro gesticola. Voi di qua, gli avversari di là.
Rita torna coi salatini e li mette fra le due coppie di piedi incrociati.
- Qua, socia!- l’invita Marcello E batte sul cuscino libero tra lui e Tino.
- Oh, no, non mi piace il pallone.- Appoggia pure quattro lattine goccianti.- Vado di là con l’enigmistica.
Sfasato d’un poco, il sorriso la segue.
- PARA, PARAPARA, PARAPARA-
L’arbitro poggia la palla sul disco.
- Ci siamo, fratello!-
- Ci siamo, socio!-
E vanno giù le prime sorsate di birra.
L’arbitro alza un braccio, fischietto alle labbra.
- Interrompiamo la trasmissione per trasmettere un comunicato del presidente del consiglio. Data l’eccezionalità e gravità del momento, anche la finale del campionato è sospesa. Gli spettatori allo stadio potranno seguire il comunicato sui maxischermi.- L’annunciatrice scompare e si rivede lo stadio. Masse ondeggianti. Un tremito di meraviglia.
Marcello e Tino a bocca aperta. Bavetta birrosa.
- Azzo, nooo...-
- E no, azzzooo...-
- Facciamo appello al senso civico perché siano evitati Tafferugli e proteste. Ripetiamo, il messaggio è di gravità eccezionale. Siete pregati di assistere. Le trasmissioni proseguono a reti unificate.-
Sui maxischermi appare il faccione tirato del primo ministro.
- PARA, PARAPARA, P!-
Poi il faccione invade il teleschermo.
- Azzo, no, e chi lo vuole ‘sto stronzo...-
- E no, dai, non scherziamo... Era la finale, gente ! Dai, non scherziamo, ridateci la finale, puttanaeva...-
- Elettrici, elettori, cittadini. Ho voluto parlarvi in questo preciso momento perché il messaggio arrivi a quanti più possibile di voi. Il momento lo richiede. Il momento è grave. Mi si consenta: E S I Z I A L E.-
Tino e marcello, l’uno specchio dell’altro, trangugiano si puliscono col dorso e sbattono giù le lattine, poi stanno lì a bocca aperta, la mandibola un tantino tremante, lo sguardo vitreo fisso sullo schermo al plasma.
- Stimati cittadini, amati elettori, quante volte mi avete sentito esprimere giudizi rassicuranti, quante volte, il mio viso sorridente e sicuro, vi ha trasmesso fiducia nel futuro, quanto il mio naturale ottimismo si é trasfuso nei vostri animi dai teleschermi e dalla carta stampata ?
Lo so, molti mi hanno criticato, la stampa d’opposizione faziosa e menzognera ha reiteratamente tentato, fortunatamente senza riuscirvi, di lordare il mio nome col fango del gossip, la magistratura comunista ha cercato, inutilmente bisogna ammettere, di rendere impresentabile il mio volto con accuse dalle quali puntualmente sono stato prosciolto. Tutto ciò ha cercato di alienarmi, cari compatrioti, la vostra fiducia. Mi si consenta: il vostro amore. Perché, mi si consenta, questo esecutivo si è fatto baluardo dell’amore nella lotta contro l’odio che le opposizioni seminano in ogni esternazione. La mia scesa in campo, signori, è dovuta al puro amore. Per la patria e per voi, cari cittadini. Per voi, stimati elettori. Per amore, signori, ho contrastato la politica delle parole con la politica del fare. Lo so, signori, lo so. L’attuale crisi economica ha costretto il mio esecutivo ad alcune scelte impopolari. E’ con profondo rincrescimento, con pesante cordoglio, che sono qui ad ammetterlo. Ed a scusarmene con tutti voi che mi avete tributato la vostra fiducia votandomi nel segreto raccoglimento delle cabine elettorali. Ma la situazione lo imponeva. Mi si consenta di affermare, anzi, che tali scelte mi sono state imposte. Perché, vedete, cari elettori, stimati cittadini, il potere che avete messo nelle mie mani col voto, non è totale, ed anch’io devo sottostare a poteri più forti, a contingenze che ho dovuto mio malgrado tenervi nascoste. Per il vostro bene, compatrioti, unicamente per il vostro bene, cittadini. Solo, nelle stanze che si ritengono teatro degli ozi e dei vizi dell’empireo ed invece sono gli uffici del duro lavoro, solo, dico ed oppresso, ho sopportato il peso di verità che non potevo rivelarvi, pena il panico incontrollato, il caos che avrebbe inghiottito la nostra civiltà così duramente edificata. Chi, signori, non appena saprete, potrà più rimproverarmi se nel privato delle mie ville ho tentato disperatamente di ritemprarmi, di obliare per qualche attimo il peso della responsabilità che così duramente gravava sulle mie pur forti spalle. La responsabilità, signori, di mentirvi. Per il vostro bene. Di soggiogarvi. Per il vostro bene. Di asservirvi. Per il vostro bene.-
Qui il presidente fa una pausa, beve un liquido incolore, si terge la fronte spaziosa con un fazzoletto di seta fina, con cura, per non sciupare l’impianto che la sovrasta senza minacciarla.

- Santiddio, - fa Marcello- ma è stomachevole!-
Tino preme il telecomando. Lo fa ancora ed ancora, stizzito, ma è inutile. Su tutti i canali stesso fazzoletto e stessa fronte.
- Fanculo!, fa Tino.
- Fanculo!- fa Marcello.
Grosse gollate di birra.
Sullo schermo il presidente si versa una dose copiosa da una bottiglia rettangolare.
- Hei!- fa Marcello, ma quello pare Gin.-
- Minerale non pare, con quella bottiglia!- Fa Tino.
Il presidente trangugia. Marcello e Tino tracannano.
- Birra, tesoro!- grida Tino.
- Sì, altra birra, socia.- fa Marcello.
- Ma adesso è giunto il momento di sgravarsi del pesante fardello della segretezza, poiché, signori, il treno della storia è ormai prossimo al capolinea.-
Il faccione del premier sparisce dall’inquadratura con un movimento dall’alto al basso, come se si stesse piegando sulla scrivania. Si sente un tirar su di naso, poi il faccione ritorna con movimento opposto. Il presidente si strofina col dorso d’una mano, strabuzza gli occhi ed arriccia il naso.
Marcello tira fuori una canna già fatta, l’accende e la passa a Tino. Tino tira una boccatona e la rende.
- Cazzo, ma quello s’è appena fatto, fa Tino.
- Di coca.- fa Marce.
- Passa ancora.- fa Tino.
Rita porta le birre, guarda la tele, guarda gli uomini...
- E la partita?- fa.
- Sospesa.- Rispondono in coro.
- Qualcosa di grosso?-
- Si, grosso.-
- Pure quello è bello grosso.-
- Cosa, lo spino?-
- Sì, passamelo.- Lo prende e si siede fra i due.

- Ebbene, cittadini, il tempo delle menzogne è finito ed io, vostro premier, posso finalmente deporre il fardello ai vostri piedi.-

- Ma che dice?- fa Rita
- Le solite fregnacce.- Tino fa.
- Quello è flippato!- dice Marcello.
- Però pare grave...-
- Grave lo è da un pezzo.- le risponde Tino
- Shhh!- impone Marce.

- In breve, signori. La crisi non è passata. La crisi non passerà. Ma non c’è più motivo di preoccuparsene.-
Sullo schermo, il presidente fa una pausa ad effetto. Si rizza sul busto, inspira dalle narici...
- Lo vedete, è flippato!-
- Eccome se lo è!-
- Eddai, ragazzi, fate silenzio!-

- In questo stesso momento altri capi di stato stanno rivolgendo ai loro popoli lo stesso crudele messaggio. Nulla dovrà più preoccuparvi perché solo pochi minuti ci separano dal capolinea.-

- Ma se c’è lo sciopero dei mezzi pubblici...- ridacchia Marcello.
- Eddai!- Ripete Rita.

- Qui, termina il mio discorso, popolo mio, miei governati, mi si consenta, miei sudditi. Umilmente lascio ad altri sopra di me nella gerarchia mondiale, il compito di chiarire i particolari. Altri cui ossequiosamente ho retto il gioco. Per il bene vostro, della nazione, del mondo.-

- Hei, ma non ha detto una cippa...-
- Io voglio la finale, cazzo!-
- Shht ! Shht!-
L’inquadratura si allarga, allarga, allarga ancora. Il premier è seduto a squadra sul letto. Un lettone enorme, tutto rosso, a forma di stella a cinque punte. Giacca e cravatta e sotto in mutande, con calzini e giarrettiere ai polpacci.
- Azzz...- fa Tino.
- Azzz...-fa Rita.
- Minchia!- fa Marce
- Intanto, signore e signori, guardate alle mie spalle.- fa il presidente.
Allarga ancora. Ci sono un sacco di ragazze, tutte belle, tutte giovanissime, tutte nude. Si fiondano sul lettone tutte insieme. Una nuvola spumeggiante di carne rosata. Il presidente allarga le braccia e ride, ride. Un riso folle.
- E’ il tempo dell’amore!- Urla - Il tempo dell’amore!-
Tutt’intorno alla stanza si alzano drappi e tendaggi e fuori dei vetri c’è il nero dello spazio e nel nero ci sono robe tonde che sfavillano... alcune vibrano un poco, altre ad un livello più prossimo sfrecciano via. Sullo sfondo, color azzurro incubo, la terra.
- Santiddio!- fa Tino.
- Mamminasanta!- fa Rita.
- Mazza, quanta fica!- fa Marcello.
Sullo schermo il presidente non si vede più. S’è buttato indietro sul materasso e si sente solo la sua risata, sempre più ebbra, sempre più folle... E’ tutto un casino di culi e di tette, dei corpi nudi delle ragazze che gli si affannano intorno e fanno cose.
- Santiddio!-
- Santiddio!-
- Santiddio!-
Sullo schermo appare un nero chiaro di mezz’età, giovanile, in forma quanto può essere un burocrate. Alla sua destra una tipica wasp sui quaranta. Tipi seri, formali. Tutta la scena è seria e formale con tanto di scrivania di mogano e bandiere stellate sullo sfondo. Parlano inglese e a piè di schermo scorre la traduzione.
- Il sogno americano è finito.- dice la scritta.
- Sì, finito.- Sempre la scritta. Si capisce che traduce ora l’uno ora l’altra.
- Il mondo ci ha sempre giudicato la maggior potenza imperialista.-
- E colonizzatrice.-
- Si sbagliavano.-
- Eccome!-
- Come certamente avrete iniziato a capire, non siamo noi i colonizzatori.-
- Siamo i colonizzati.-
Il presidente dà un’occhiataccia alla vice. Lei tossichia piano col pugno di fronte alla bocca.
Nella stanza luce viva e luce smorzata attraversano i buchetti delle tapparelle abbassate. L’effetto sui mobili e sulle pareti attorno ai tre è come un Morse di luce.
- In realtà- riprende il presidente- non siamo stati noi a spremere il mondo...- guarda la vice. Uno sguardo intenso. Lei abbassa gli occhi.- abbiamo solo dato una mano. Per il bene di tutto il pianeta. Ci siamo stati costretti. E’ così. Per evitare accadimenti peggiori. Ma non sta a noi, ora, spiegare altro. Poteri superiori che ci sovrastano se ne arrogano il compito.- Si ode chiaramente l’esclamazione in inglese: We cannot ! - e la scritta traduce.

- Le corporation.- fa Tino.
- Il capitalismo selvaggio, fa Rita.
- La finanza globalizzata.- fa Marce.
Il presidente si afferra la pelle sotto la gola e tira. La maschera viene via e sotto c’è un volto di donna bianca. Sobriamente truccato, capelli grigi cortissimi. Poi si denuda il petto con un solo energico gesto.
- Questa, poi...- fa Tino.
- Anvedi che zinne!- fa Marcello.
- Ouhhh!- fa Rita
- Questo è il mio modesto contributo alla verità.- fa il... no, la presidente.
- I tempi non erano maturi per una donna alla casa bianca.-
Sorride alla vice. Lei arroscisce e ricambia.
- Men che meno gay!- poi le si getta addosso e la bacia. Palmi di lingua.
- Avevo sempre desiderato farlo in diretta!-
Anche i tre sul divano, lingue a penzoloni fuori di bocca.
- And now?- fa la vice intanto che si riassetta.
- Now we get up baracca e burattini!- Sghignazza.
- Oh, yes, si sbaracca!- lei pure sghignazza.
Sghignazzando e baciandosi finiscono sotto la scrivania.
Rita afferra le dita a Marcello. Sì, quelle di Marcello. Lui stringe. Tino si spruzza il volto con la birra. Non riescono a parlare e se ne stanno lì con la bocca come dall’igienista dentale. I trattini di luce sfiammano incazzati su tutte le superfici. Dalla TV risolini e risucchi, dietro la scrivania emerge una gamba di donna, tutta nylon e senza scarpa. Niente più bandiere, solo una trasparenza colma di nero con robe lucenti che rollano e sfrecciano contro il nero fondo ed un quarto di pianeta.
Ora la scena è cambiata. C’è un manipolo di laidi vecchi decrepiti. Tutti sulle loro sedie a rotelle. Sembrerebbe il giardino di un ospizio se non che le piante ed i fiori emergono ben irregimentati dal lastricato di onice levigata ed esalano altezzosa bellezza e tutt’intorno risplendono ardite architetture d’oro e marmi preziosi. Un sipario di nebbiolina rosata cassa la prospettiva. Le carrozzelle sono irte di tubi, cavi, tastiere, monitor... Ipertecnologiche, sono. Quello in centro è il più decrepito di tutti. è interconnesso con la carrozzina, anche lui tutto tubi e sostegni. Sembra poco più che una testa di vecchio malevolo poggiata sulla catasta dei rifiuti elettronici della differenziata. A destra emerge una mano secca ed unghiuta che si muove su un touch screen come un ragno su una graticola. Le parole si diffondono aspre e meccaniche. Si capisce che non gli escono di bocca perché questa pare cucita attorno al terminale di una cannuccia di silicone e lui bada a sorbirsi il beverone bolloso e rosato che sale dal fondo di un’enorme coppa di cristallo alloggiata tra i macchinari, lì dove normalmente si vedrebbero le ginocchia.
- NOI!- dice la voce - Noi siamo il potere. NOI ! La suprema potenza tra gli umani ! Sì, da oltre duecento anni NOI realizziamo i peggiori incubi dell’umanità. NOI, siamo gli artefici ed i massimi beneficiari, tra tutti gli uomini, del sistema perverso che sfrutta i corpi ed annichilisce le anime. NOI i promotori di tutte le guerre che travagliano il globo, NOI gli untori dei morbi pandemici, NOI i registi delle azioni legali che hanno attribuito alle corporation lo status di persone fisiche ed alla vita marchi di fabbrica. NOI gli attuatori del capitalismo selvaggio, della globalizzazione, della depredazione dell’ambiente, dello svilimento della cultura, della privatizzazione dei beni primari. NOI siamo gli SPREMITORI!-
Si accascia come sfinito, vale a dire che abbassa la prugna avvizzita che gli fa da testa e gli occhi gli affondano nelle orbite come in due sfinteri rugosi.
- Ma per conto terzi.- aggiunge. - A proposito, un’altra spremuta, Jeeves!-
La telecamera segue un automa umanoide dorato ed ingioiellato che esce da una nicchia e s’avvia ad un bancone di porfido. Sopra c’è una grande teca di cristallo con dentro un numero incerto di bimbetti paffuti di vari colori di pelle.
- Oh, che carini ! Fa Rita.
- Oh, oh, ne prende uno e lo infila in quel grosso coso...- fa Marce.
- Oh, dio mio!- fa Tino.
- Non è possibile!- fa Marcello.
- Mi viene da vomitare.- fa Rita con la mano alla bocca ed un conato incipiente.
- Calma, tesoro, fa Tino- di certo è un trucco. Deve essere un trucco.-
- Dio santo, fa che lo sia!- prega Marcello.
L’automa prende l’enorme caraffa e rimpingua il calice. Il liquido sale schiumando nella cannula e la prugna secca pare rinvigorirsi all’istante. La mano fa un gesto plateale, poi preme un tasto. La nebbiolina svanisce come scivolando all’esterno di un’immensa coppa rovesciata. E dietro, fuori della cupola di cristallo, tutto un vibrare e sfrecciare.
- Guardate il cielo!- intima il vecchio - Sopra le vostre teste!-
Rita schizza dal divano e s’afferra alla cinghia dell’avvolgibile, Marce e Tino gliela tolgono di mano che quasi si strappa. Rita si stringe un’unghia tra i denti... In qualche modo la tapparella si alza...
- Un’invasione!-
- Gli alieni!-
- La Cina!-
- La CIA!-
Tutto un vibrare e sfrecciare. Dischi a centinaia, a migliaia... Il cielo ne è pieno. Quelli più in basso vibrano nell’attesa, quelli sopra sfrecciano via a ondate e svaniscono nella stratosfera. Giù in strada poche persone tutte col naso per aria, gesticolanti. Alle finestre gente che si spintona e si sporge. L’avvolgibile sfugge dalle mani di Tino e cade di schianto.
I tre sono di nuovo sul divano. Mascelle penzoloni. Rita è china in avanti, testa tra le mani e si dondola.
- E’ la fine del mondo!- Dichiara Marce.
- Temo proprio di sì- concorda Tino.
Rita scivola tra le gambe di Marcello e gli slaccia la patta.
- Ritaaa?- fa Tino.
- Avevo sempre desiderato farlo.- fa Rita

- Anche NOI abbiamo chi ci sovrasta!- tuona la voce elettronica della vecchia prugna avvizzita - NOI pure siamo a nostra volta spremuti e costretti ad inventare nuove e maggiori perfidie affinché il nostro pianeta venga scientificamente, spietatamente svuotato. Non più assoluto è il nostro potere!- pausa - Non più dagli anni sessanta. Noi che già reggevamo le leve del mondo siamo stati esautorati, il potere ci è stato strappato di mano e siamo stati asserviti ad una causa egualmente avida ed infame ma non più nostra. Vuoti simulacri di ciò che un tempo eravamo, ci è stato ordinato di ordire nuovi fili delle nostre trame segrete, ma per l’egoismo non più nostro bensì dei nuovi padroni della terra. Per i loro fini e non più per i nostri, abbiamo resistito alla morte oltre ogni legge di natura e ben oltre ogni umana decenza. Poiché il bene supremo che ormai da tempo agogniamo ci è stato negato. La MORTE, o sudditi, la morte. Che finalmente sta per arrivare, sublime coppa dalla quale suggere l’ultimo, supremo piacere. Poiché ormai il bidone è vuoto ed anche la più infima goccia sarà tra breve raschiata dal fondo.
Un brindisi, fratelli oligarchi, leviamo i calici alla fine del giogo ! Un brindisi al bene supremo che non per il fine dei nostri personali ed abietti egoismi, degna causa dalla quale siamo stati forzosamente distolti, ci è stato imposto procrastinare. Un brindisi alla morte, fratelli, ché spodestati del potere assoluto altro piacere non potevamo agognare!-
L’automa si presenta con una caraffa ancora più grossa, ci versa solennemente il contenuto di un’ampolla d’oro. Il liquido rosa diventa rosso cupo poi nero, lui fa il giro e colma le coppe di tutte le carrozzine. “L’eroica” esplode in sottofondo e solo adesso ci si accorge che sostituisce Vivaldi. Un gran succhiare, poi tutte insieme le teste rugose esplodono in un coro di peti. Brandelli di materia organica e liquidi fisiologici si riversano sui macchinari.

- Boop, blup, guishh, succ...- fa Rita.
- Fammi posto, - fa Tino - anch’io ho sempre desiderato farlo!
Fuori gli asteroidi più grossi scippano luce al sole e le prime meteore accendono strisce di fuoco nel cielo.

FINE