Amore disumano - di Edoardo Vulcano
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/01/2008 alle ore 16:50:25
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Dal blu più alto, scendono lacrime, di nubi bianche, sono piume.
Leggere ondeggiano tenute dal vento, soffuse, arrivano a terra, d’incanto, un’ombra, che splende di luna, è un’ombra lucente, strana, suadente.
Ed ecco un tonfo, leggero e pacato, le suole posarsi, nel terreno e i piedi appoggiarsi senza temere.
Scarpette da battitore, usurate, scricchiolano i sassolini sotto le suole.
- Dove sono?
Intorno casette e luci annebbiate, lampioni piegati, dal freddo o dal sole, come rami secchi, come salici in fiore.
Una luce si anima, dentro una finestra, le persiane si chiudono, il vento le addomestica,
la luce si spegne, è la quiete che sale, un’ombra lucente, attorno guardare, a destra e a sinistra, sperduta sul mondo, in un tempo sconosciuto, in un vento giocondo.
I passi incerti verso quale destino, in una strada di case, lampioni e vento salino.
D’un tratto s’affretta, il passo si muove, all’orecchio di un cieco, come farfalle d’un cuore.
Volteggia quell’ombra tra i viottoli spenti, è tardi, qui giù perché alcuno la senti.
Perduto, senza sapere come, un attimo fa, nel cielo, ed ora, soffia, una corsa d’amore.
Corre, corre tra la terra ed il mare, la risacca tra i piedi, e granelli di sale, attaccati a quelle suole, troppo terrene, per quel battitore.
Affondano, finalmente, nella sabbia bagnata, l’onda si arrende ed elegante s’è ritirata, la sabbia ingorda, l’asciuga d’un soffio, l’onda che nasce, l’onda che muore, tra i solchi lasciati da scarpette da battitore.
Intorno è spiaggia a perdita d’occhio, il mare, enorme, immane, invadente, in quell’istante, s’arrende.
Ecco le luci, il destino che attende, corrette e infilate in riga, eccellente, son luci soffuse, di terra sul mare, di legni incrociati, di cemento e di ferro corroso dal sale.
Luci soffuse, di un pontile spettrale, sull’orlo una figura, ombrata, statuaria, sirena del mare.
L’ombra lucente, arriva, illumina i legni, riflette nel mare, il profilo d’un angelo, venuto dal cielo a cercare, caduto dal cielo, scappato dalla luna gelosa, ha trovato la sua musa, che da giorni lo invoca, la sirena prigioniera dei passi del male, gli scogli, il terrore per le barche in mare.
"D’incanto, è il muto desìo in cristalli di tempo, come vita immobile nell’ambra.
la luna, nascosta, tesse da un fuso i suoi raggi.
incontenibili riccioli di vento stridono i rami tormentati.
Sussurra un tremolio di foglie, su un brivido di piacere s’increspa il mare, i disperati amanti, di passione si vestono, poi danzano inebriati dal sapore del sale.
Superbe stelle intessono corone. ora sono limpidi prigionieri di un sereno sfiorarsi.
Quasi un tenue sentire di un prezioso guscio. Dispersi"
è dolce quel gesto che avvicina due esseri strani, amore e peccato esplodono, in un silenzio religioso, comandato dal mare, colosso che gronda nel bacio più passionale.
Nessuno ha mai visto quei due innamorati per sempre lontani e da sempre attaccati.
Nello staccarsi dalle labbra salate, l’angelo sospira, e poi giace, stremato, sull’orlo di un pontile, le lacrime impazzire, dagli occhi della sirena, nel mare, finire.
Si dice che da quell’istante, il mare è più dolce, per le lacrime d’amore, d’una sirena e del suo cuore.
Si tuffa nel mare, e nel nero sparisce, l’angelo giace, sul freddo pontile, soltanto all’alba lo si vedrà sparire.
Il sole di Dio lo riporterà all’ovile.
La luna, lo cercherà, piangendo, il sole lo coprirà d’un velo d’incanto.
Sul pontile null’altro rimane, che scarpette usurate da battitore e sabbia e il fiore viola del pensiero.
