Viaggio ai confini della realtà - di Napoleone Zavatto
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/03/2006 alle ore 22:42:27
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Capitolo 1 Il cambia forma.
Ci si prepara, la battaglia è vicina! Rivolta o Intifada? Al campo rom, noi siamo Arabi.
Il mercato rionale fra i colori del giallino della sabbia, prepara le armi, prepara i vestiti, ma noi non saremo mai pronti!
Ora c’è la calma, ma faremo di questo silenzio la nostra granata.
Aspettando il crepuscolo si va nelle tende a salutare le donne, noi le desideriamo, le vogliamo, ma loro non provano nemmeno disprezzo per noi che siamo semplice carne da macello.
Via in marcia, si fende l’aria come delle bisce nella notte. Il viaggio è breve, ma la morte lo è di più.
Ci appostiamo sotto le mura della fortezza nemica. Scorgo i compagni che, mentre si curano le ferite, pensano ai loro cari. Dalla zia all’amante, dal figlio alla bestia nel cortile sono loro gli
insopportabili squarci che li affliggono.
Proprio dietro un mio commilitone giace un corpo di un bambino che, ormai, la madre non vedrà mai crescere.
Che stupida guerra, morti e morti,stiamo dimenticando di amare e i nostri capi col loro grasso culo stanno al sicuro. Che provino solo per un momento a capire cosa si sente ad ammazzare un uomo con le sole mani che entrano nelle sue viscere e gli strappano via tutto. Noi siamo solo delle pedine nelle loro mani. La mia esistenza, il mio focolare non può dipendere da loro.
Mi definisco uomo ma ho assassinato e trucidato mio fratello. Com’è bella la luna, ma brilla sulla gente sporca di sangue.
Mi svegliano i cannoni, la città è nostra. Entriamo oltre quelle mura che sembravano così lontane e tanto grandi da non poter vedere la loro fine.
La fortezza si presentava come se nulla fosse accaduto, tutto era in festa.
Si avvicina una donna con un sorriso, più di paura che di quando si vede un amico, mi porge oli e fiori e mi ringrazia di averla liberata.
Più avanti un bambino gioca sul cadavere di un soldato senza gambe. Anche l’infanzia si prende scherno di questa nostra stupida follia.
Ora siamo noi a comandare il potere è nostro. Cosa ho fatto? Ho ucciso per avere solo qualche metro di terra in più?
Dei medici mi vedono sconvolto e decidono di darmi qualche droga per farmi calmare.
Vedo tutto strano, i palazzi di terra si intrecciano fra di loro e il cielo diventa dello stesso colore di una ferita infetta.
Il bambino della notte prima, corre verso di me ma in mano ha una rivoltella e più si avvicina e più sento le urla delle madri e i lamenti delle mogli.
Come sono diventato, non posso nemmeno piangere che le lacrime scavano come l’acido il mio volto.
Allora basta, non vivrò col tormento di tanti sottili aghi che mi entrano nello stomaco.
Cerco una taverna e quando ne trovo una faccio preparare la stanza da bagno.
Nudo, entro nella tinozza di acqua calda, ma con me porto un pugnale, di quelli grezzi fatti di legno di quercia e una lama di ferro leggermente arrugginita, e con un semplice colpo taglio le vene del polso.
L’acqua si tinge di rosso da far scomparire il riflesso del mio corpo e prende vita un nuovo essere, puro e cristallino. Tutto il mio corpo e il mio essere era tornato bambino.
Vedo il mio corpo giacente, con la testa rivolta verso l’alto e il sangue che fuoriusciva dalle vene.
Il mio urlo fa spaventare mia madre che mi stringe al suo petto e mi porta via da quel luogo maledetto.
Non voleva che io essere così puro, vedessi quel soldato che a causa dei suoi rimorsi si era tolto il bene più prezioso.
Mia madre mi porta tra le vie della città, vedevo solo simboli e uomini con le spade.
Non potevo nemmeno camminare ed ero costretto a subire lo spettacolo delle nostre follie.
Rientrati a casa, un vecchio piangeva su una fotografia e il suo trattenere le lacrime mi fecero da sottofondo al mio primo sonno da bambino, che per la prima volta da tempo mi calmava dentro.
L’ultima cosa che ho visto era una coperta dello stesso colore del cielo di luglio leggermente consumata ai lati.
Il mio corpo fanciullesco, nel mondo dei sogni, diventava una farfalla che con le sue belle ali tutto può.
Allora se tutto posso voglio ridiventare grande per pensare solo a lei.
A portarmi via è una donna con i capelli rossi e la carnagione chiara.
Mi porta nella sua terra, dove gli agrumi gli fanno da cornice.
Mi fa vedere la sua casa bianca, pura con un odore aspro ma piacevolissimo. Nel giardino ci riposiamo sotto un albero che ci fa da riparo dal sole, che inonda l’aria.
Si fa sera e usciamo. Ora è la luna che fa da padrona, e lei ad avere il comando.
Passeggiamo per le stradine tipiche e profumate.
Lei indossa un vestito bianco che fa esaltare i suoi colori, i suoi capelli sono diventati statue di rame e le sue lentiggini degli stupendi dipinti.
La mia voglia di sentirti, di toccarti deve aspettare, prima dobbiamo incontrare i tuoi amici che non ho mai sopportato, ma per te farei tutto e questo e solo una piccola cosa per il tuo immenso mondo.
Durante la cena delle gocce d’acqua ti cadono sul ventre facendomi vedere la tua pelle liscia ma che quando la sfiori diventa ruvida.
Finiamo e si fa tardi, tu non hai nessuna voglia di tornare a casa, ti togli quelle scarpe di un rosa antico che non fanno altro che innalzare la tua bellezza, e mi porti a fare una via di passione lungo la riva.
Le onde sono come te, belle e forti, e come te entrano di prepotenza sulla spiaggia. Ma esse tornano indietro se mai tu un giorno andrai via da me quel mare diventerà la mia tomba.
Ora si è fatto davvero tardi e il tuo vestito si è bagnato facendo vedere altre forme della tua natura.
Prima di rientrare mi sussurrasti delle parole all’orecchio, non volevi dire nulla, ma sapevi che quel gesto mi faceva impazzire.
Entrasti nella vasca quando già la schiuma mi era arrivata alle spalle.
Portasti con te una bottiglia di vino rosso e lo iniziammo a bere.
Quando le tue guance diventarono come il colore del vino ti appoggiasti a me e come due stereotipi dell’amore ci baciammo per ore.
Con molta dolcezza ti portai sul letto dove tu mi dicesti Ti Amo per la prima volta e ti prendesti il mio cuore.
Sotto quelle coperte bianche rimanemmo per ore abbracciati in modo tale da sentire le nostre vene che pulsavano il nostro amore.
Al risveglio sono freddo, rigido e senza respiro, ma non sono morto perché posso vedere. Vedo milioni di persone che incrociano il loro sguardo senza mai parlarsi. Vedo il mio riflesso in una pozzanghera, sono un palo della luce di Piccadilly Circuì. Prima soldato, poi bambino e amante ora una luce. Ora posso solo vedere: Vedo, vedo la voglia di divertirsi. Vedo, vedo la città cambiare, il cuore della notte anche di giorno.
Vedo storie di vita vissuta e storie passate, ma soprattutto vedo storie nuove.
Vedo amori, vedo addii, vedo la nuova vita. Ma questa nuova vita è strana: la città non è più specchio del popolo. Il popolo è cambiato, ora è giovane, trasgressivo ma i palazzi sono immobili nel tempo. Solo qua è là le vetrine cambiano ma la cornice non muta.
Dalla finestra di uno di questi, un uomo si chiede cosa fanno quei giovani li sotto. Lui non capisce pensa, pensa che sono pazzi, che stanno lì solo a bighellonare a perder tempo.
Lui è nella sua stanza a lavorare, a pensare di dare un futuro alla sua vita. Ma dalla piazza un giovane vede l’uomo e pensa che è folle a stare dietro la finestra. Oggi è una giornata di festa, nella piazza c’è la nuova vita e li si deve costruire la propia storia comune.
Vedo un autobus, li ci sono persone che vanno a lavorare, a troverei loro cari o sono solo delle pedine che si muovono a sun d’orologio per chi sale quale dove.
Vedono i giovani nella piazza, e pensano di scendere e far casino con loro, ma non possono, perché la loro vita li rende schiavi. Si, si diventare schiavi di una vita che nemmeno ci appartiene, che non è nostra, ma siamo costretti a subirla solo perché ci permette di poter aver ciò che vogliamo o forse solo perché è una soluzione troppo facile, come sta succedendo al mio io.
