Famagosta - di Gianluca Parravicini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/05/2006 alle ore 11:35:08
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Lo trovo scoraggiante! Chi non corre pensa, chi sta fermo è solo perché aspetta altre facce, chi sta fermo e non aspetta altre facce, sono io. Sono quelle facce che la mattina uomini e donne si portano addosso alla fermata della metropolitana Famagosta. Nelle stazioni e aeroporti, l’unica fatica è portarsi appresso i bagagli, in metropolitana l’unica fatica è portarsi appiccicata la propria faccia. Io non esisto, esiste la mia divisa, la mia scopa, la mia paletta, il mio sacco nero, sono uno spazio vuoto tra cose sporche, sono uno sporco vuoto. Raccolgo da terra pagine di giornali, biglietti usati, mozziconi, avanzi di brioche consumate in pochi morsi e poi gettate, guanti caduti nella fretta, foglie secche abbandonate alle bizze del vento, post it accartocciati, pezzettini minuscoli di biglietti da visita magari strappati in un moto di rabbia, manca solo la polvere, in metropolitana non si vede, è come se non esistesse, eppure la polvere è sempre in viaggio, forse è anche la polvere che ci fa sembrare quello che siamo. Oramai sono quasi due anni che faccio le pulizie alla fermata Famagosta, dalle 7 alle 10 di mattina, altre 3 ore lavoro nel pomeriggio in una autorimessa dell’ATM, pulisco i bagni e gli uffici e qui c’è anche la polvere che debbo far sparire dalle scrivanie. Ho 32 anni, i colleghi mi chiamano Nico, per esteso mi chiamo Domenico Nadella, sono nato a Potenza, da otto anni abito a Milano, dentro di me abita anche una laurea in filosofia che a volte vorrei sfrattare, condivido un appartamento nella zona di città studi con tre studenti del Politecnico, una casa tutta per me non me la posso permettere, dovrei forse trovarmi una donna, ma non supero il metro e settanta e nemmeno i 700 euro di stipendio, 400 euro d’affitto, il resto per mangiare e vivere a Milano, quindi gli unici contatti ravvicinati che ho con le donne avvengono nel mezzanino della metropolitana Famagosta mentre svuoto i cestini. Una volta una ragazza che avevo invitato ad uscire mi ha detto: Scusa, ma non posso, sai lavoro fino a tardi, ho delle prospettiche ambizioni, del resto era vestita, dentro e fuori, troppo bene per non averne. Io le ambizioni non le indosso più, credo non le facciano della mia taglia e forse è meglio così, con il mio pessimismo sono in buoni rapporti. Ho lavorato per un breve periodo anche alla fermata di Romolo, le facce dei viandanti sono sempre le stesse ovunque, da qualche faccia cola qualche ombra di sorriso, ma poi si ricompone, nel mentre sui muri i cartelloni pubblicitari sorvegliano come silenti guardiani l’insieme, è la metropolitana che sposta la città dentro noi stessi, solo l’inganno ci fa credere che siamo noi a spostarci, le stazioni non rappresentano più il viaggio, sono un origami di bisogni che la pubblicità vuole infliggere, un tempo esistevano i viaggiatori ora siamo tutti clienti, anche le carte d’identità stanno cambiando, diventeranno magnetiche, forse per attrarci in qualche altra trappola. Intanto svuoto l’ennesimo cestino, alle 7,30 di questa ennesima mattina, nel mentre si sente arrivare il treno delle 7,31 in direzione centro, proveniente dalla fermata Abbiategrasso, anche ieri sera ho riempito il mio piccolo blocchetto giallo di aforismi, questo è il mio piccolo segreto, sui vagoni della metropolitana linea verde, senza biglietto, viaggiano i miei aforismi, che lascio cadere nella baraonda di facce appesantite che transitano dentro il vagone, l’aforisma delle 7,31: Il tempo è un timbro onnipotente questo perché la burocrazia non è solo terrena... Mi curo sempre che una volta a terra il testo sia rivolto verso l’alto, perché forse qualcuno si lascerà anche tentare dalla lettura, anzi sono sicuro di avere dei lettori, magari ci sarà chi pensa che si tratta di una trovata pubblicitaria, perché no, se dovessi fare l’autopsia ad ogni mio aforisma credo che ci troverei anche a piccole dosi, un po’ di marketing. Il treno delle 7,35: Il tempo è una tarma bulimica che la chirurgia estetica vorrebbe rendere vegetariana. Treno delle 7,39: Gli odori nascono dalla ribellione delle cose. Treno delle 7,44: Gli occhi sono esecutori materiali di noi stessi. Treno delle 7,50: Scrivere è impugnare la mente, pugnalare il cuore e asciugare tutt’intorno. Non riesco a scrivere più di quattro o cinque aforismi per sera, mi piace immaginare questi foglietti gialli che ospitano le mie idee in viaggio nella metropolitana, mi piace l’idea che oltre ad essere calpestati, calpestano qualche sguardo meno distratto, che trattengono per qualche attimo l’attenzione di sconosciuti, sono pensieri che vanno a pesca per il piacere di essere pescati e poi credo finalmente di essere riuscito a rendere più concreto e organico l’assioma di voler far viaggiare le idee. Anche per la giornata di oggi ho esaurito gli aforismi da lasciare sui treni, quando questo succede sento subito il peso antropomorfo della giornata, sono da poco passate le 8 e ho già riempito 4 sacchi neri, quella di oggi deve essere una mattinata particolarmente sporca, come quasi tutti i Lunedì. La spazzatura è sempre nel riflesso di tutte le cose che faccio ed in molte delle cose che penso, lascia sempre una traccia di sé. Raccolgo da terra quel passato da cui gli altri vogliono liberarsi, nei mesi invernali ci sono i fazzoletti di carta tronfi di muco, c’è chi li butta dopo il primo soffio, altri che li sfruttano all’inverosimile, facendoli poi scivolare a terra come figli indesiderati, cercando di sfuggire gli sguardi altrui, poi arrivo io che li infilo nel sacco nero, anche se ho come l’impressione che c’è molto di quel passato altrui nelle cose che scrivo. Il sacco nero è reso gravido dall’altrui passato, così come il foglietto giallo sul quale io scrivo i miei aforismi, entrambi viaggiano, uno verso l’inceneritore e l’altro verso qualche retina oculare più attenta, pronta a raccogliere da terra con lo sguardo ciò che io faccio con scopa e paletta, del resto il viaggio conduce sempre verso un’esperienza. Come sempre alle 9.30 mi consento un caffé con le mie petulanti colleghe Filomena e Maria, tra le mani ostentano la sigaretta, malgrado i divieti, per loro è come se non esistessi, a volte trascurano anche di salutarmi, ma io di loro so tutto, parlano di lavoro, dei mariti, delle spese, di quello che hanno cucinato la sera prima, abbiamo solo l’abitudine di pagare a turno il caffé, ecco oggi tocca a me offrire, nel mio consueto silenzio deposito i 2 euro e quaranta e mi allontano per avvicinarmi al lavoro nell’indifferenza delle loro interminabili chiacchiere. In metropolitana la luce del giorno si allontana nella memoria, c’è un tempo che non ha luce, la realtà è racchiusa tra le parentesi della memoria, i vagoni radunano tutto ciò che sa di umano, poi vanno per la loro direzione, per un loro futuro, ed io sto qua, dentro questa tuta da lavoro, dentro questo lavoro che mi tiene lontano da un futuro, anzi forse che dal futuro mi difende.
