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Dispensatrice di serenità - di Vincenzo Lo Cicero

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/11/2006 alle ore 00:08:12

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Com’è che mi ritrovo in questa situazione, proprio non so spiegarmelo. Non me ne capacito. Una missione di pace la mia che, invece, certi magistrati della Regia Corte Capitanale di Palermo, ispirati dalle idee del cosiddetto Illuminismo, dalla malafede dico io, giudicarono non di pace ma di morte. Secondo loro io compii quegli atti non per riportare la serenità in quelle famiglie che l’avevano perduta, ma solo per il mio meschino interesse.
Vero è, che per i servizi offerti mi facevo pagare, ma giusto quel che mi bastava per campare onestamente, chè i pochi spiccioli, racimolati mendicando sugli scaloni della chiesa della SS. Trinità, in piazza Magione, a volte mi bastavano appena per comprare il pane. E si può vivere mangiando pane e acqua, tutti i santi giorni?
Per il mio aceto miracoloso mi facevo dare qualche tarì. Ogni tanto, qualcuno, per soprammercato, mi dava un premio di un’onza.
Mi chiamo Giovanna Bonanno e l’idea di quel commercio me la diede un’amica mia. Seduta accanto a me, negli scaloni della Magione, mi disse: «Giovanna, hai saputo quello che successe a Nicolina, la figlia dei Frangipane?».
«Quelli che abitano nella discesa dei Maccarronai, vicino al quadumaro?».
«Si loro. Per poco alla picciridda non se la sono portata al camposanto».
«Bedda Matri, e perchè?».
«A quanto pare, la picciridda ingoiò, per sbaglio, l’aceto per ammazzare i pidocchi».
«Oh Gesu!».
«Grazie o Signuruzzu, ne assaggiò solo una piccola quantità. Se l’è cavata, ma ha passato due giorni d’inferno. Vomitava in continuazione, mischina».
«Ma che aceto era?».
«Comunissimo aceto per ammazzare i pidocchi. Lo vende u zù Saverio, l’aromatario».
«Saverio La Monica, quello che ha la putia vicino da me?».
«Sissignora, proprio lui».
Mi alzai e me ne andai di corsa, senza neanche salutare la mia amica e collega.
In via Gioiamia, al Papireto, proprio a due passi da casa mia, c’era la bottega dell’aromataio La Monica. Comprai, per due grani, un po’ di quell’aceto. La mia dirimpettaia, Maria Lo Monaco, lastimiava (si lamentava, cioè) spesso contro la sorte: le era toccato il castigo di dover badare a un suocero, vecchio e malandato, che portava via, in cure e medicine, buona parte dei guadagni del povero marito. Si augurava, e non soltanto in cuor suo, che il Signuruzzu lo cogliesse presto, quel povero vecchio. «Ma non per me!» diceva portandosi la mano al petto «per lui, mischinazzo. Non lo vedete come soffre?».
Decisi di riportare un po’ di serenità in quella casa. Dissi alla signora Lo Monaco che disponevo di un aceto miracoloso, in grado di porre fine alle sofferenze di quel povero vecchio.
«Ma non c’è pericolo che ci arrestano a tutti quanti?» mi domandò lei.
«Ma quando mai! Puo stare tranquilla: non è veleno gliel’ho detto. Si tratta di una pozione che serve ad alleviare le sofferenze dei malati. La ricetta l’ho avuta da un sant’uomo. Un religioso, membro della Compagnia dei Bianchi, pensi!».
«Ah beh, allora che aspettiamo?».
Inzuppai un po’ d’aceto nel pane e lo porsi al malato. Don Lillo mangiava di gusto. «L’appetito non gli manca» disse la signora Lo Monaco «sapesse quanto mangia!». "E quanto costa" pensò, senza dirlo, ma glielo si leggeva in faccia.
Don Lillo morì due ore dopo. Non aveva mutato colore nè mostrava segni di spasmi. Per i medici si trattò di morte naturale. Quel primo servizio mi fruttò sei tarì.
La signora Angela La Fata aveva un problema d’amore. Costretta a sposare, in gioventù, un uomo che non amava, almeno così mi raccontò lei, si era adesso innamorata di tal Giuseppe Billotta, quadumaro. Venne a casa mia (che proprio casa non si può chiamare, diciamo piuttosto un catojo, una sola stanza, al piano terra. Senza finestre, la porta d’ingresso come unica bocca d’aria e di luce) e mi chiese una porzione dell’aceto miracoloso.
La quantità usata per don Lillo non fù sufficiente questa volta. Il povero marito della signora La Fata penò tre giorni interi, fra vomiti e tormenti alle budella. Alla fine però riuscimmo nell’impresa. Lo trasportarono in ospedale ma morì prima di arrivarci. I medici non riuscirono a spiegarsi la causa del decesso. Intanto zù Saverio, l’aromatario, non si spiegava quel mio continuo va e vieni per acquistare tutto quell’aceto.
Per il fornaio Ferdinando Lo Piccolo, bastarono due dosi. L’affare me lo aveva procurato Margherita Serio, una donna con la quale ero da poco entrata in confidenza. La moglie del fornaio, tale Emanuela Molinari voleva sbarazzarsi del consorte. Il motivo m’è ancora oggi estraneo. Alla fine Margherita venne da me e disse: «Se n’è andato in paradiso».
«U Signuruzzu gli possa rinfrescare l’anima» risposi.
«Quel cornuto di tuo marito si sta mangiando tutta la roba» disse alla figlia donna Michela Belviso, dando così, implicitamante ma senza rendersene conto, della puttana alla figlia.
«Mamma, dobbiamo fare qualche cosa. Pensa che mi ha proposto di fare la...» rispose Rosalia Consales.
Questa conversazione mi venne riferita da Rosa Billotta, la cameriera. E così, don Agostino Caracciolo si ebbe la sua dose di aceto, e io ci guadagnai i soliti sei tarì più un premio di un’onza e mezza e due candelieri di rame rotti che mi fruttarono altri quattro tarì.
Rosa, dopo la buona percentuale che aveva intascato per l’affare Caracciolo, mi procurò un altro cliente. Toccò a una donna stavolta, Rosa Coschiera. Il marito, Peppi D’Ancona, di mestiere fornaio, promise dieci onze per il lavoro. Ma si rivelò un cattivo soggetto. Alla fine, riuscii a fargliene sborsare solo tre di onze e una dovetti darla a Rosa.
Gli affari prosperavano. La voce si era sparsa in quel reticolo di vicoli, stradine e piazze che è il quartiere della Zisa. In ogni casa, in ogni bottega, si discorreva del mio aceto miracoloso. Così, non dovetti adoperarmi molto per trovare nuovi clienti. Ogni volta, gente di buon cuore veniva a riferirmi, dietro compenso di una modesta percentuale sugli utili, di famiglie bisognose della mia opera. Per lo più, si trattava di giovani spose desiderose di togliere di mezzo i vecchi mariti e sposare gli amanti. Maria Pitarra mi procurò molti buoni clienti. Ma fù grazie a lei che ebbero origine le mie disgrazie.
«Emanuele svegliati, presto!» disse Rosa Mangano «c’è mio marito, te ne devi andare».
Emanuele Cascino, che nella villa della signora Mangano lavorava come giardiniere, esplose dal letto: «Dannazione! Ma non doveva tornare domani?».
«Vestiti dai, che non c’è tempo adesso».
«No! Non me ne vado. L’aspetto qui e l’ammazzo...».
«Emanuele non dire minchiate! Come campiamo poi? Ammesso che non ti arrestino, non lo sai che, se muore di morte violenta, tutta la roba va ai frati?».
Francesco Costanzo, infatti, aveva disposto che alla sua morte, se i medici ne avessero accertato la causa non naturale, tutti i suoi beni sarebbero andati al convento dei frati della Martorana. Si sentì bussare alla porta. Emanuele raccolse in fretta i suoi vestiti e saltò dalla finestra, nudo.
"Qua bisogna metterci rimedio. Non si può andare avanti così" pensò donna Mangano. E il rimedio glielo suggerì la cameriera, la buona Maria Pitarra.
Quando Maria venne da me, le consegnai l’ampollina senza neanche chiederle chi fosse il destinatario. Solo in seguito venni a sapere che si trattava del figlio di una mia cara amica, Maria Costanzo, la vinaia. Tentai di avvertirla, con la speranza, lo ammetto, di una lauta ricompensa, ma non feci in tempo. Una sua amica, tale Giovanna Lombardo, le aveva riferito della strana morte del figlio, con dolori di pancia e bruciori alla gola. Le due, insospettite da quelle strane coincidenze, indagarono e vennero a sapere dell’ampollina che avevo consegnato alla Pitarra. Mi tesero un tranello: Giovanna Lombardo venne da me e mi chiese un po’ dell’aceto miracoloso, per i suoi bisogni, disse. Alla consegna, si presentò con quattro sbirri. Fui arrestata. Ai primi di ottobre del millesettecentottantotto, prese il via l’inchiesta giudiziaria della Regia Corte Capitaniale di Palermo. Il ventisette luglio, il Tribunale della Gran Corte, confermò la sentenza dei giudici di primo grado. Fui consegnata alle amorevoli cure della Compagnia dei Bianchi, un sodalizio di nobili ed ecclesiastici, che aveva il compito di preparare e assistere i condannati a morte.
Eccomi qui, oggi, trenta luglio millesettecentottantotto, attrazione principale di quella festa che sempre, a Palermo, è una pubblica esecuzione. Il mio aspetto non è dei migliori: mi hanno tagliato i capelli, mi hanno bendato gli occhi. Il collo grinzoso, la bocca mi si storce spasmodicamente, il mio corpo è agitato da scosse nervose. Uno dei due boia, mi precede e mi aiuta a salire la scala a pioli, aiutato dal secondo boia che mi spinge da dietro. Il patibolo, allestito non a piazza Marina, dove tanti roghi ha acceso il Sant’Uffizio, ma ai Quattro Cantoni (piazza Vigliena), è una forca altissima sospesa a una fune, in modo che, dai quattro angoli della piazza, si possa meglio vedere, e più distintamente gustare, l’esecuzione.
Pare proprio un festa, uno spettacolo da non perdersi: donne, bambini, uomini che sghignazzano mangiando calia e semenza. Tal quale la festa di Santa Rosalia, che, proprio in questa piazza, la notte del quattordici luglio, vede radunata la stessa gente a festeggiare il passaggio del carro della Santuzza.
è giunta l’ora. Il boia di sopra mi cala sul collo il nodo scorsoio, quello di sotto si abbraccia alle mie gambe e... Un attimo. La folla ammutolisce ma solo per un istante, appunto. Il mio corpo, esanime, penzola dal laccio, gira intorno a se stesso, mostrando a tutti il mio volto, livido e orribile.
Vincenzo Lo Cicero
Nota dell’autore:
è una storia vera. Tranne il primo omicidio, che ho inventato. In realtà, Giovanna Bonanno, per provare la bontà dell’aceto, si servì di un cane. Poichè amo alla follia gli animali, non me la sono sentita di riportare quell’episodio e mi sono inventato l’omicidio di don Lillo. I dialoghi e gli episodi particolari, anche quelli me li sono inventati.
Per chi volesse saperne di più, sul caso della vecchia dell’aceto, propongo il libro di Giovanna Fiume, intitolato:
"La vecchia dell’aceto. Un processo per veneficio nella Palermo di fine Settecento"
L’editore è Gelka, Palermo, 1990.
Luigi Natoli, su questa storia, scrisse un romanzo, intitolato appunto "La vecchia dell’aceto" (Flaccovio Editore).