Una mattinata italiana - di Luca Adami
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/07/2008 alle ore 21:35:51
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S ono un italiano, mi piace uscire di casa quando il sole sorride e recarmi al bar con un giornale sottobraccio. Se fuori splende il primo tiepido sole estivo, tutto cambia colore: perfino il vecchio sulla sedia a rotelle che vive col sussidio di stato. L’italiano è una persona viva, ricordate quando eravamo noi a dare colore al paese? Quando le persone dipingevano la società? Noi eravamo quelli dell’impero romano, i grandi conquistatori; ma anche gli inventori, gli artisti, i guappi, quelli che mangiavano bene, i fortunati contemplatori del sole e della terra coi suoi frutti. Ma, senza restare obbligatoriamente legati a ricordi ancestrali, noi ora siamo gli esportatori di uno stile di vita irripeti-bile. Con i suoi buoni lati ed i cattivi. Non si può negare il passato che ci ha condotti, né la mafia né il fascismo, ma allo stesso tempo non si possono condannare i figli per le colpe dei padri. Ogni na-zione ha avuto i propri padri.
Anch’io sono un italiano, come tutti: ancora non capisco chi abbia davvero bucato l’ozono, chi ci stia rubando i soldi dalle tasche, chi invochi la pietà di una fede sempre più discussa, chi sostenga l’idea di un paese fervido perché globalizzato... L’Italia è un paese straordinario perché è ricco di contraddizioni: siamo stati alla base del mondo, ora ne siamo i bassifondi. Ma sarebbe sbagliato fare degli inutili vittimismi, non tutto va male. O per meglio dire: c’è chi sta peggio, c’è chi muore di fame, di sete, di malattie che noi abbiamo curato da decenni...
Nel mondo abbiamo interi continenti sottosviluppati, ma si parla di ‘sottosviluppo’ intendendo il nostro stile di vita come ‘sviluppo’. Perché ogni parola ne sottintende una contraria... Per noi, ora, è ‘sviluppo’ avere una buona schiera di industrie che producono il benessere più o meno superfluo, come le automobili dai suv alle utilitarie. Ma è considerabile ‘sottosviluppo’ il fatto di non aver tro-vato una soluzione al problema delle polveri sottili?
In Africa non hanno il problema dell’inquinamento, ma loro hanno altri problemi che noi ‘sviluppa-ti’ ci offriamo di risolvere. Salvo poi non trovare una soluzione definitiva alla fame e alle malattie che li stanno decimando. Una soluzione? Soldi... Lo stipendio mensile di un impiegato ‘sviluppato’ basta per molti anni ad un autoctono ‘sottosviluppato’. Ma i grandi stati tecnologici hanno fin troppi problemi nel continuare a svilupparsi per decidere di donare un tozzo di pane, piuttosto che una bri-ciola. La realtà è che non gli converrebbe aiutare il continente nero, perché è meglio stroncare la concorrenza sul nascere. Dopo l’esperienza che stiamo avendo con la Cina, è decisamente più profi-cuo tornare ad occuparci, prima, degli asti interni del nostro bel paese...
O ggi in Italia qualcuno canta le vecchie canzoni di Sanremo, mentre sfoglia una pagina di giornale che dovrebbe essere bianca come una bandiera. Ultimamente si sente parlare spesso delle elezioni, sarà forse perché ci casca addosso un governo ogni cambiar di stagione... Ma una volta, ‘dopo che ci fu Lui’ come direbbe mio nonno se potesse parlare, a quel tempo c’era solo una indecisione, e la voce del popolo si distingueva come due soli colori... Almeno la bandiera era chiara, limitata dalle sigle di due soli grandi coalizioni: Democrazia Cristiana (col potere della parolina magica) e Partito Comunista Italiano (col potere del simbolo popolare). Poi c’era chi sapeva di altre coalizioni, come i piduisti, ma se ne guardavano bene dal parlarne troppo in giro. Questo è il motivo per cui ancora oggi Licio Gelli può permettersi di sentenziare su di noi, esiliato nella sua villa in campagna.
Ma oggi, dicevo, l’italiano medio che come me legge il giornale sorseggiando il miglior espresso del mondo non sa che pensare, né come votare, né a chi credere. Forse è venuta a mancare la fede nello stato, prima ancora che in dio...
E come dargli torto? Sappiamo ben tutti che il nostro intelletto è perduto di fronte ai demagoghi del-la burocrazia; ed ogni sforzo di capire è vano, poiché nessuno (ma proprio nessuno) dei burattini che dovrebbero darci la giusta direttiva riesce ad essere originale. E’ triste dover prendere ad esem-pio il nostro passato: guardando indietro non c’è tempo per il futuro.
Ma una volta, ‘dopo che abbiamo ucciso Lui’ come direbbe mio nonno se potesse ricordare, in que-gli anni c’era la grande scelta divaricante: o si stava con la chiesa, o con gli operai. A livello ideolo-gico era un sistema facile, elementare, e per questo i seggi elettorali erano molto più frequentati di quanto lo siano oggi. Eppure io, voi, noi siamo italiani ed abbiamo il grande dono di complicare le cose semplici. Ho detto ‘complicare’? No, approfittare... Noi approfittiamo delle cose comuni, che si tratti di un piatto di pastasciutta o di un broglio, che riguardi vendere aria o seggi, che amiamo il nostro paese oppure no. Noi italiani abbiamo un dono e sappiamo bene come sfruttarlo... Lo sap-piamo bene noi, lo sanno bene i nostri rappresentanti, che col tempo ed i passaggi di bandiera si so-no ritrovati ad essere coalizzati in un stretto nodo scorsoio, specialmente dal lato mancino della Camera.
S tamattina ho comprato ancora un quotidiano, volevo cercare di capire chi votare da buon italiano. E’ innegabile che la politica non sia cosa da tutti, specialmente se non la si segue giornalmente e non si è portati a leggere fra le righe.
Mentre il sole tentava di scaldarmi, io sentivo un fremito di freddo dalle ossa. Timorosamente, ho frusciato la prima pagina trovandomi davanti ai titoli cubitali. Poi, sotto, le righe troppo in picco-lo... Ma stavolta voglio partecipare al processo democratico e mi tuffo nell’ardita lettura dei pro-grammi, dei comizi, dei voltagabbana; desidero smaniosamente sapere perché la mia croce elettora-le la voglia a tutti i costi questo o quel partito. Chi la vuole? Stavolta la grande battaglia è fra Walter e Silvio. Prima c’erano Francesco e Silvio, poi Romano e Silvio, ora Walter e Silvio. Certe volte mi domando come sia possibile tutto questo...
Walter dice che farà del bene, a modo suo;
Silvio dice che farà del bene, a modo suo;
Certamente, come sostenere il contrario? Tutti gli italiani si amano troppo per accettare qualche rea-lista della politica che gli dica: “Ragazzi, mica tutto può andare sempre bene! Oggi dovrete tirare un po’ la cinghia!”. Gli italiani hanno già tirato fin troppo la cinghia. Qualche volta se la sono cercata, ma la maggior parte delle volte non era colpa loro. La colpa era della cancrena che stava divorando lo stato dall’interno, la colpa risiede nel marciume di Montecitorio e della Capitale. Ma ancora c’è qualche nostalgico che vuole credere a Roma, figuratevi...
Oggi il problema è che i politici, prima di noi, hanno paura a prendere posizioni nette dal momento che dopo il 1968 ognuno ha preso per sé la possibilità di parola. Tutta questa giustizia mal organiz-zata ha fatto sì che si venisse a creare un accaparramento dei voti, sul modello americano. Negli Stati Uniti ogni campagna elettorale è un talk-show. Ogni candidato deve presentarsi agli elettori in modo diretto e chiaramente loro, che sono buoni affaristi, hanno capito subito come conquistarsi le simpatie della gente: appoggiando le minoranze, promettendo favori ed agevolazioni ad ogni parte. Barak Obama ha rischiato molto quando si è presentato in compagnia di un prelato in netta opposi-zione con i gay: rischiava di perdere il sostegno dei voti omosessuali. Ma il sistema americano fun-ziona perché gli americani sanno vendersi molto meglio di noi... Obama ha subito chiarito la sua posizione, acquietando le acque e perdendo ben pochi voti fra i gay. In compenso si è accaparrato molti voti fra gli adepti del prelato. Nulla è per nulla...
Nella penisola italiana sarebbe impensabile un sistema del genere, poiché noi non abbiamo un si-stema bipartitico sul modello ‘democratici/repubblicani’ ma un’accozzaglia di partiti più o meno ri-levanti che ad ogni nuova campagna acquisti cercano di allearsi con la squadra migliore. Gli indi-pendenti non resistono. Non abbiamo politici, ma calciatori.
Gli italiani sono gente fantasiosa, non resisterebbero a lungo con solo due partiti moderati al Gover-no. Ed intanto ci lamentiamo dello scambio di ruoli: comici come filosofi, commercianti come stati-sti, deputati come ombre. Sono molti anni, ormai, che ad ogni decisione legislativa il Governo tre-ma. Talvolta è bastato un pugno di voti per far crollare l’intero castello. Noi italiani stiamo co-struendo sull’aria o sulla terra marcia. C’è una soluzione anche a questo, anzi: ci sono molte solu-zioni. E sono tutte papabili, ma non vengono mai realizzate proprio perché anche fra la popolazione non c’è una maggioranza netta che sostenga una ed una sola idea. Non siamo più italiani coesi. Og-gi, ‘dopo il 1968’ come direbbe mio padre, non possiamo più esserlo. Cosa potremmo fare oggi?
Si potrebbe rimboccarsi le maniche e fare la rivoluzione, radere al suolo il marcio dalla radice e ri-costruire lentamente da capo. Ma le obiezioni vengono dai pacifisti e da chi si è reso conto che rico-struire, spesso, è più difficile che abbattere. A Cuba ci hanno provato, ma il risultato è spesso opi-nabile. Oppure potremmo fare una rivoluzione come ‘Gandhi’, anche se sarà difficile trovare volon-tari...
Un altro sistema ci sarebbe: si potrebbe ringiovanire la politica, rendere la rappresentanza di stato un affare per giovani al passo con la velocità del mondo moderno. Ma l’ovvia obiezione principale riguarda la mancanza d’esperienza dei candidati e la vecchiaia che regna la popolazione prima an-cora che la classe politica. A questo proposito si potrebbe aprire una lunga parentesi, ma a questo punto il problema diverrebbe sociologico: perché gli italiani non fanno figli? perché gli stipendi non bastano a mantenere una famiglia? perché senza debellare il marcio non si potrà resistere?
E’ finito il caffè ed ora, dopo aver sfogliato il quotidiano fino alla pagina degli spettacoli, sono già sufficientemente nervoso.
Io sono un ingenuo. E forse questa è una colpa.
Questo ho pensato durante tutto il resto della giornata. E ripensavo ai vecchi ricordi. Forse l’utopia di una grande Italia che mi fissai qualche anno fa nella testa è troppo lontana, bisognerebbe attra-versare la classe politica in modo trasversale, prendendo solo qualche idea di ognuno. Tutti lo vo-gliono, il benessere. Ognuno a modo suo.
Però Beppe Grillo diceva nel 1993 che il petrolio costava ventimila lire al barile, cioè venticinque dollari. Ora, anche eccedendo, come mai adesso con l’euro ha superato i cento dollari al barile?
Non mi domando molte cose, stavolta; cerco solamente di capire chi ho votato oggi e per cosa... Oggi è quasi il 15 aprile 2008 e nelle televisioni si racconta l’epopea di Berlusconi che ha vinto le elezioni.
Questo articolo ha visto la luce qualche tempo fa, quando pensavo di scrivere un pezzo solamente sulla mentalità degli italiani; ma ora non mi resta che chiudere il conto. Silvio Berlusconi ha vinto ancora, gli italiani lo hanno voluto. Che se lo tengano, forse tra un anno emigro.
Come i miei predecessori nei film di Francis F. Coppola, forse avrò successo. Come mafioso. Spero di fare le giuste scelte, invece, perché sarà come ricominciare da zero. Un altro stato è un’altra vita, credo di non essere nato per essere italiano. Ma è una visione personale, ora, non sono più obiettivo.
Se avrò successo all’estero cercherò di sistemare le cose anche per chi mi ha creato, perché certe volte è meglio prendere una posizione sbagliata piuttosto che non averne una. In fondo, la mamma Italia mi resterà nel cuore.
questo articolo contiene una richiesta d’aiuto
Luca Adami, quasi il 15 aprile 2008
