Una in più di me - di Paolo Cillo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 25/09/2009 alle ore 12:58:40
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Fino a qualche tempo fa non pensavo potesse accadermi nulla di simile. Pensavo di essere immune. Mi dicevo che, in fondo, non era poi così male stare da solo.
Una frase mi passava spesso per la mente. Una frase che, a furia di sentirla, é diventata quasi una massima: Per stare bene con gli altri bisogna prima stare bene con se stessi.
Gli altri erano per me dei semplici accompagnatori. Persone con cui trascorrere del tempo. Con cui distrarmi, conversare, intrattenermi. Agli occhi degli altri ero convinto di apparire insicuro ed indeciso.
Adoravo tenere il piede in due staffe. Lasciavo sempre una porta aperta. Una possibilità per evadere. Così era sempre stato e così volevo che continuava ad essere.
Ero alla guida della mia macchina. Cercavo una stazione radio che mi ispirasse. La musica è sempre stata importante per me. Ha sempre accompagnato la mia vita; come la colonna sonora di un film.
Fuori la temperatura era mite e la giornata piacevole. Sapevo di essere in ritardo, ma non me ne preoccupavo, almeno fino a quel momento.
Sentii il cellulare. Lessi il nome sul display.
“Pronto!”
“Dove sei?”
La sua voce mi paralizzò. Non seppi cosa rispondere. Mi mancarono, per un attimo, le parole.
“Sono in macchina…”
“Ma… stai arrivando?”
“Si… sono in strada.”
“Va bene! Allora ti aspetto.”
Che strano pensai. Mi aveva chiamato solo per sapere dov’ero. Ne rimasi colpito. Tanto tempo era passato dall’ultima volta che una donna si era interessata me a tal punto. Ero disabituato.
La strada correva dritta. Ancora non conoscevo esattamente dove mi avrebbe portato.
Parcheggiai con calma. Scesi dall’auto. Mi diressi con disinvoltura verso l’entrata.
Nei pressi del locale c’erano delle persone distribuite in piccoli gruppi. Mi fermai ad osservarli. Speravo di riconoscerne qualcuno.
D’un tratto mi apparve davanti. Mi venne incontro e mi salutò. Era disinvolta ed affascinante. Solo in seguito mi sarei reso conto di quante cose si possono dire con un sorriso, con una espressione del volto, col tono della voce.
“Sei arrivato finalmente.” Mi disse orgogliosa.
“Si… scusami. Sono in ritardo…”
“Non ti preoccupare e… che non sapevo se venivi. Perciò ti ho chiamato.”
Ci avviammo verso l’entrata. Il locale era pieno. Era domenica. La bella giornata spinse la gente ad uscire. Ci accomodammo intorno all’unico tavolo libero. Si unirono altre persone. Accennai alcuni tiepidi saluti. Mi posero alcune domande. Non avevo voglia di rispondere. Sembrava che volessero sapere tutto di me. Dicevo lo stretto necessario.
Più spesso ancora dicevo ciò che avevano voglia di sentirsi dire. Pensai che avessero più voglia di ricevere conferme che di scoprire davvero chi fossi in realtà.
Peccai di presunzione. Ero a disagio. Avevo paura di scoprirmi e di mettersi in gioco.
“Dove lavori?” Mi chiese una di loro.
“In una clinica privata.” Risposi.
“Allora sei un medico?”
Mi trovavo sempre in difficoltà a rispondere a domande sul mio lavoro. Non appena pronunciavo clinica l’associazione mentale con la professione medica scattava immediatamente.
“No… non faccio il medico.” Risposi.
“E che ci fai allora in una clinica?” Insistette.
“Esistono altri ruoli, altre funzioni che si espletano in una clinica; diverse da quella medica.” Precisai.
Non mi piaceva. Quel lavoro era per me una necessità. Un modo come un altro per sbarcare il
lunario.
In fondo non potevo certo lamentarmi. Mi permetteva, durante il tempo libero, di fare ciò che mi piaceva. Mi ripetevo spesso: “Il più delle volte si fa ciò che deve. Soltanto alcune volte ciò che ci piace.”
“E viaggi ne fai?” Continuò.
“Certo” risposi “quando ne ho la possibilità.”
Tralasciai i particolari. Omisi di dire che in verità si trattava, più che altro, di brevi spostamenti che facevo di solito in estate quando andavo alla ricerca di nuove spiagge. Cercavo mari diversi e colori e suoni differenti. Mi piaceva osservare i movimenti del mare; il fluttuare delle onde. Me ne restavo a volte seduto sulla riva. Respiravo l’aria a pieni polmoni e guardavo lontano, fin dove lo sguardo poteva arrivare, e mi sentivo libero.
Sapevo di persone entusiaste per le Maldive o i Caraibi. Luoghi da sogno che ho visto solo in cartolina. Immagini meravigliose che, alcune volte, ho messo come sfondo desktop al computer.
Mi dicevo che tanto posti così esistevano anche qui. Ritenevo che, senza andare tanto lontano, si potesse ugualmente godere di simili paesaggi e paradisi terresti.
Mi voltai e per un attimo incrociai il suo sguardo. Mi sentii leggero. Pensai che sarebbe stato bello, una volta tanto, cambiare.
È proprio vero. Più non ci pensi è più le cose accadono. Ancora oggi non so dire esattamente come possa essere successo.
Avevo appuntamento con una mia amica per un aperitivo. Generalmente rifiutavo i suoi inviti, ma quella volta accettai.
Presi il cellulare dalla tasca. Lessi il nome sul display. Lo poggiai all’orecchio.
“Pronto!”
“Ti disturbo?”
“No… dimmi!”
“Mi domandavo se fossi libero per un aperitivo prima di cena.”
“Con piacere! Puoi raggiungermi anche adesso… se ti và.”
“Ve bene… allora chiudo lo studio e arrivo.”
Rimasi fermo, impalato per qualche secondo. Mi sorprese la telefonata. Non me l’aspettavo.
Arrivò presto. Mi alzai per salutarla. Lei gentilmente ricambiò.
“Prego… siediti!” Le dissi.
“Grazie.”
Provai a presentarle, ma fu inutile. Si conoscevano già.
Sapevo che si erano già incontrate in precedenza.
“A cosa ti fa pensare quel quadro?” Esordì d’un tratto.
Si trattava di un famoso quadro di Matisse. Quello in cui diverse figure umane, uomini e donne, formano un girotondo.
“Potrebbe rappresentare la gioia di vivere, la felicità, l’allegria.”
“Non ti sembra piuttosto una danza orgiastica o un rito propiziatorio?”
L’arte é dissacratoria. Svela ciò che é nascosto. Manifesta il recondito. È ardita e pungente.
Mi venne in mente la spiegazione di un critico d’arte. Parlava della differenza tra l’Espressionismo e l’Impressionismo. Il primo, diceva, è la rivisitazione della realtà attraverso gli occhi. Il secondo è la riconversione della realtà attraverso l’anima. Da una parte si schierano i sensi, dall’altra invece le emozioni.
Pensai a quelle parole, al loro significato. Mi fermai a rifletterne il senso. Capii che l’esteriorità, l’immagine, si contrapponevano alle emozioni e ai sentimenti. Ambedue le correnti di pensiero rivelavano qualcosa. Le prima però tendeva ad arrestarsi nei pressi dell’esteriorità. Vicino alla rappresentazione figurativa dell’immagine. In sostanza a ciò che era rappresentato o raffigurato. La seconda invece scavava nel profondo. Andava alla ricerca del significato nascosto. Desiderava venire a conoscenza dell’impulso emotivo che ne aveva provocato la realizzazione.
“Gianduia, fondente o al latte… scegli!”
Così mi accolse in casa sua. Scese le scale che conducevano all’ampio salone. In mano reggeva una grossa scatola di cioccolatini.
Probabilmente non lo sapeva. Non poteva saperlo. Il cioccolato mi piaceva da impazzire. Mi piacevano quei negozi specializzati nella preparazione di ogni tipo di cioccolato. Non semplici pasticcerie dunque, ma cioccolaterie. Luoghi speciali, per amanti del cioccolato.
Ricordo un film Chocolat che, tra mistero e realtà, tradizione e novità, desiderio e volontà mostrava il carattere trasgressivo ed anticonformista del cioccolato.
La persistenza, l’intensità del gusto era fuso col fascino dell’ignoto.
La vita riservata, il senso del pudore veniva scalfito ad ogni occasione dall’istinto, dal desiderio e dal fascino del peccato. Il piacere, derivato dai sensi, offuscava la capacità di giudizio.
Si veniva trasportati in un vortice di emozioni che contraddicevano la morale pubblica, il comportamento retto, il comune senso del pudore.
Ne presi uno al volo, senza neppure guardarlo. Guardai invece lei, i suoi occhi, il suo sorriso.
Rimasi fermo per un istante. Sembrava che mi leggesse nel pensiero.
Mi appariva tutto grande, immenso, senza confini. Su tutto spiccava un pianoforte a coda sul quale erano sistemate alcune fotografie. Me le mostrò compiaciuta. Le descrisse una ad una. si vedeva che ne andava fiera. Era soddisfatta ed orgogliosa di ciò che aveva realizzato. Ansiosa di intraprendere nuovi progetti. Mi apparve subito intraprendente ed intrepida.
Ogni momento appariva ai suoi occhi unico ed irripetibile. Un’occasione da ricordare.
Cosa sono i sogni in fondo se non combinazioni casuali del cervello. Unioni e separazioni di vita vissuta e vita non vissuta. Un gioco irriverente che avviene a nostra insaputa e ci proietta in una nuova dimensione dove, distingue tra realtà e fantasia, diventa difficile.
Chi vive di ricordi è in realtà un vero sognatore. Chi sogna spesso è solo un uomo che ha molto da ricordare.
Mi domandai se fosse giusto dare tanta importanza al passato. Mi domandai se il mio fosse un passato tutto da dimenticare.
La mia, in fondo, era soltanto una questione di orgoglio. Lei aveva un passato da ricordare, io uno da dimenticare.
“Vieni… sediamoci.” Mi disse.
Mi precedette nel tragitto che ci separava dal salotto. Faceva con disinvoltura gli onori di casa.
Mi accomodai. Mi fermai ad osservarla. Aspettò che mi sedessi. Lei mi segui subito dopo.
“Prendine un altro.” Disse. “Ho visto che il primo ti è piaciuto.”
“Il cioccolato è il mio dolce preferito. Ne sono sempre stato goloso… fin da bambino.”
Mi stavo tranquillizzando. L’imbarazzo dell’inizio cominciava a venire meno. Iniziavo a distendermi, a rilassare i muscoli.
Distaccai la schiena dalla poltrona dove ero sprofondato. Guardai la scatola di cioccolatini aperta, lì sul tavolo, di fronte a me. Li guardai ancora. Lucidi, opachi, lisci o rigati.
Ne presi uno a forma di conchiglia perché ricordava il mare. Tante volte d’estate mi ritrovavo in riva al mare a raccogliere conchiglie dalla sabbia. Piccole e grandi, sottili e spesse; di colori diversi. Tutte con una loro caratteristica.
Cominciavo sempre col prenderne una. Me la rigiravo lentamente tra le dita. Poi, indeciso su cosa farne, la passavo all’altra mano. Ne trovavo sempre di più grandi. Lasciavo così cadere dalle mani quelle più piccole. Tante volte ho pensato di iniziare a collezionarle. A fine giornata finivano puntualmente tutte di in mare, lanciate una per una tra le onde.
Lo assaporai con calma, senza fretta. Aspettai che si sciogliesse in bocca lentamente. Cercai di prolungarne il gusto.
“Veramente buono.” Esclamai. “Il cioccolato ha questa caratteristica; una volta assaggiato non se ne può più fare a meno.”
Da bambino era un’odissea. Riuscire a venirne in possesso. Poterlo avere tra le mani era un’impresa titanica.
È proprio vero alcune cose o le fai quando è il momento giusto e non le fai più. Il cioccolato ha un sapore diverso da bambino, un sapere destinato a venire meno da grande.
Rappresenta un momento di piacere estremo consumato in fretta, di nascosto, col timore di venire sorpresi.
Controllai l’ora sul mio orologio da polso. Mi alzai di scatto.
“Si è fatto tardi!” Precisai “Sarà meglio che vada…”
Si alzò anche lei insieme a me.
“Sei stato bene?” Mi chiese.
“È stato davvero piacevole stare qui con te… a proposito grazie per avermi invitato.”
“L’ho fatto con piacere…”
Ci dirigemmo verso la porta d’ingresso. La aprì piano. La varcai lentamente. Poi mi voltai. La guardai. Mi avvicinai alle guance e la baciai. Prima a destra poi a sinistra. La baciai ancora una volta.
A presto allora.
Si… a presto.
Camminai con calma lungo il viale, verso il cancello. Strofinai le labbra. L’una con l’altra. Sentivo ancora in bocca il sapore dolce del cioccolato.
