Tempi Andati - di Eleonora Lo Iacono
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 20/05/2009 alle ore 20:28:41
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Sarò dappertutto.
In tutte le lenzuola che da domani gualcirai, mi troverai. Il confronto della mancanza avrà le mie forme e profumerà la trama dei tessuti.
Cercherai la mia allegria, mentre ti sorridevo dai cuscini e t’invitavo al nostro gioco preferito e a volte ti sembrerà quasi strano, che quel viso nuovo che ti guarderà, uno diverso al giorno, lo so, non sarà il mio, quando con occhi sgranati ti guardavo farmi l’amore ed era la prima volta che ringraziavo la Fortuna e poi anche te.
Mi cercherai ovunque, tu che hai voluto perdere, cercherai la vittoria in posti dove non ci sarà.
Non è da nessuna parte se non qui, dentro alle mie tasche che riempivo delle mani che non stringevi.
E’ rimasta lì la tua vittoria e non si può più pescare.
Mi cercherai nelle risate che procuri alle ragazze, quando ti trasformi nel giullare della notte, con la voce resa roca dall’Heineken di troppo, ma non ci saranno le note della mia gola divertita e tu la sentirai la mancanza del mio suono: non ci sarò a compiacermi del finale dei tuoi racconti.
Quei racconti che non erano niente di speciale ma li amavo perché me li sapevi raccontare. E ti guardavo in attesa mentre ti dicevo “Raccontamela ancora” e tu mi raccontavi lei storie che avevo già sentito dalla tua bocca, come una bambina che vuole risentire la sua favola preferita, prima d’addormentarsi, sperando di sognare il principe di quella fiaba. E tu me lo facevi di notte, quest’altro gioco, prima di prendere il fumetto da sfogliare insieme, che tu reggevi e io leggevo, con la testa appoggiata sulla tua spalla.
Una riga da leggere e un po’ del tuo profumo da rubarti dal collo.
Ricordi? Certo, ancora sì.
Mi cercherai tra altre venti coppie di gambe che t’insegneranno la strada che non ti sazi mai di scoprire. E quando la prenderai, cercherai il morso caldo che ti aveva stretto nell’amore per il mio sesso.
Mentre ad occhi chiusi cercherai l’estasi in una pelle nuova, sempre diversa, una diversa al giorno, lo so, sommando odori, sottraendo confessioni: il risultato non sarò io.
E lo capirai come un abbraccio al vento, un vuoto, l’assenza di una risposta che t’aspettavi e invece ne hai trovata un’altra. Diversa. Non come te l’avrei detto io.
E continuerai a cercare la tua risposta, a provare che la tua ragione sta nelle serate brave, piene di quel nulla popolato da facce strane, volti conosciuti e amici nuovi. Tenterai di trovare la conferma nella sicurezza del tuo locale preferito, tra tavoli consueti e io sarò un’ombra su qualche sedia che avevo occupato tempo fa, grigia come il ricordo che vorrai ignorare, perché quell’ombra non ti sorriderà come sapevo fare, quand’ero colorata di presente e sorridevo di tutti i domani che volevamo.
Potrai sostituirmi, sommando occhi. Trecento altri baci dovrai assaggiare e in ognuno di questi resterà un pensiero, tra lingue che si esplorano per la prima volta.
Dov’è lei? Dov’è il nodo della sua bocca nella mia?
Ricorderai ancora per un po’ le tue notti silenziose, a far l’amore con la tua solitudine. Come certe sere che ancora ti prende la voglia di pensare ai miei fianchi circondati da tutte le tue fantasie.
Lì farò fatica a scomparire perché io non te l’ho chiesto e forse tu non lo volevi neanche. E’ stato il desiderio che brucia a farmi occupare il film di tutte le tue voglie.
Perché abbiamo sommato troppe confessioni nel salotto della tua intimità.
La scoperta di noi finalmente adulti, a volte troppo presto, a volte con orgoglio e ci si raccontava la vita, ci confessavamo gli eccessi di ragazzi, oppure si faceva l’amore con la voce che diventava bassa; un soffio di desiderio erano le parole e le mie mani cieche ti esploravano chiedendoti di sostituirle con le tue.
E poi l’abbiamo finita, questa storia bella.
L’amore come ci sfugge. A volte mi sembra come un dente che fa male e credi che prima o poi ti porterà alla pazzia se non te lo stacchi da dosso il prima possibile.
Ce lo estirpiamo dal petto senza sapere che è reato e poi pulsa di mancanza e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. Così ritorniamo a cercarne un altro da attaccarci al petto come spilla sanguinante.
Siamo dentro al cerchio dell’amore perché viviamo. Non possiamo evitarlo.
Perché le mani cercano e le parole ci saltano via dalla bocca e nonostante le promesse, invitiamo alla prima sera e poi avanti e poi succede come a noi due, che eravamo belli e si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e poi ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
Mi cercherai dentro gli occhi di tutti questi nuovi sguardi, di queste strette di mano che promettono una notte di spasso e domani chi s’è visto s’è visto.
Lì ci sarò di sicuro perché quelle sono la tua cura contro di me. Contro questo sentimento che t’ha sempre fatto paura. E io, dal canto mio, non te l’ho mai risparmiato, anzi. Più ne avevi paura più te ne davo e tu lo stesso.
Seppelliscimi di ricordi nuovi, così scomparir, vedrai
Il giorno in cui t’innamorerai ancora, tornerò solo per un attimo, nei tuoi ricordi. E penserai che ho sempre ragione io, che era per questo che ti facevo sempre arrabbiare e anche questa volta ti arrabbierai: era come avevo previsto. E sorriderai: l’amore ritorna, prima o poi, si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e se poi non va, ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
E tornerai a rivedere i nostri giorni e mi sorriderai: “Avevi ragione tu, sei sempre la solita” mi dirai, scegliendo il giorno più bello dov’eravamo insieme, per ricordarmi grigia.
Io no.
Io aspetterò che scompari.
Piano piano te ne andrai. Ho imparato quest’altro gioco, tempo fa.
Il tempo mette ordine e cancella.
Ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
Scrive questa lettera che non spedirà, seduta sulla poltrona lato finestrino di un Eurostar pieno di sconosciuti dei quali non s’interessa.
Qualcuno la guarda e si domanda che dolore stia causando queste lacrime, che le spinge le mani a scrivere senza sosta in un’agenda rossa.
E piange. Non ha mai smesso da quando ha guardato il foglio bianco e sapeva che lì ci avrebbe scritto i suoi ultimi pensieri.
Ha pianto per una fine, perché forse quella era stata l’ultima volta che vedeva la sua città e per somma, visto che se le teneva strette alle palpebre da giorni, quelle goccioline di tristezza.
Ha pianto per tutto quello che c’è stato e per quello che non ci poteva essere.
Ha pianto per motivi che non sa. Così: le veniva da piangere, in certi momenti, senza una vera ragione.
E poi perché si sentiva stupida. Ha sempre saputo che sarebbe finita proprio così. Con un niente. Con uno sguardo al presente che confermava che i giorni belli se n’erano andati. Che era stato tutto uno scherzo.
Si ricomincia, avrebbe pensato in quella fine. Anche stavolta non è andata.
Tutte le volte che l’aveva allontanato, tutte le volte che non voleva più sentirlo, lo aveva fatto per questo: non voleva vedere quella fine.
Non era mai scappata veramente da lui, ma da quella fine.
Invece, nonostante le precauzioni, la saggezza, e l’intuito: quella mattina c’era stata dentro, a quella fine.
Aveva solo allungato la strada, per trovarsi comunque in quella piazza senza uscite: fine della corsa.
E dentro a una fine si piange, no?
Vera o presunta.
Quando un film finisce male, si piange, no?
Almeno, lei è una di quelle persone che se un film finisce male, piange.
Allora si era appoggiata al finestrino del treno e aveva cominciato a scrivere e a piangere, mentre dal finestrino scorreva il bel panorama. Piangeva pure su quello: sulla bellezza che le scorreva intorno, inafferrabile.
Piangeva senza rumore, tranne il ronzio dei pensieri che alimentavano quel senso di sconfitta tipico di una fine come quella. Una fine tipica.
Scende dal treno e pensa che è buffo come passiamo la vita ad aspettare che succeda qualcosa: un giorno indimenticabile, una vacanza speciale, un mese d’amore. Non tenendo conto di quanta fatica ci vorrà dopo, per riuscire a farne a meno per il resto della vita.
E come a una certa età si comincia a diventare ottimi storditi, a utilizzare la memoria a nostro piacimento, per riuscire a toglierci dalla testa, per esempio, il sapore di una bocca che se te la ricordassi bene, smetteresti di baciare per sempre.
Perché sarebbe baciare una mancanza. Appoggiare labbra, su labbra che non sono quelle.
Non è che abbia qualcosa che non va, quella bocca nuova. Solo: non è quella.
I ricordi hanno sapori dimenticati, le è venuto da pensare.
Ha pianto per l’affronto alla bellezza.
Ha pianto perché stava dimenticando una bocca.
Ha pianto perché aveva trovato la perfezione in un abbraccio e se ne sarebbe dimenticata.
Ha pianto perché stava diventato grande, con la memoria piccola.
Ha pianto perché avrebbe dimenticato il perché.
Appoggia la lettera su una panchina. Binario 14.
Qualcuno forse la leggerà. E poi se ne dimenticherà.
Eleonora Lo Iacono ©
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