Quel profumo che tanto adoro - di Stefano Guidone
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/04/2008 alle ore 15:25:50
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Trovò difficoltoso respirare. Anche se apriva gli occhi non vedeva altro che buio.
Questo perché era sdraiato sul letto a pancia in giù e con la faccia sprofondata nel cuscino, svegliatosi da poco.
Rimase lì, fermo. L’unica cosa che si mosse fu il braccio, per una veloce perlustrazione. Lei non c’era. Si girò sul letto finendo sull’altra piazza del matrimoniale, sempre dando le spalle al soffitto.
“Paola?”
Non era sicuro di aver pronunciato parola, o se era rimasta solo un’intenzione, bloccata per via del sonno non ancora smaltito del tutto.
Riprovò, sollevando il capo: “Paola?”
Il nome riecheggiò per la stanza e il corridoio, ma nessuna risposta.
"Non c’è", pensò.
Riabbassò la testa e rimase sdraiato ancora un po’. Quella parte del letto era quella che gli piaceva di più; emanava il suo odore, di lei. Quell’odore non rimaneva impresso solo nel letto, ma anche per la casa: la tazza con cui beveva il latte, il suo accappatoio, sul divano, il guardaroba, le piante nel corridoio. Ogni cosa che toccava era come se diventasse una sua propaggine, le lasciava il profumo da trasmettere agli altri.
Era un odore particolare, una fragranza dolce, che non piaceva a tutti, però a lui tantissimo, e ancor di più a lei. Non riuscì a ricordare cos’era: lavanda? Gelsomino? Biancospino? Muschio? Vaniglia?
Decise di pensarci magari nel pomeriggio, non adesso, con la mente velata da briciole di sonno.
Fece un respiro profondo, immagazzinando quel profumo perché bastasse per tutta la giornata e si alzò dal letto.
Si lavò. Si vestì. Ascoltò le notizie al telegiornale. L’oroscopo del giorno, Sagittario lui e Gemelli lei. Era più favorevole quello per Paola.
Uscì di casa per andare al lavoro.
Era un impiegato in una azienda di import-export che trattava un po’ di tutto. Loro, gli impiegati, non sapevano cosa per via delle sigle attribuitegli: così voleva la direzione.
Un lavoro tranquillo, svolto insieme ad altri colleghi che ormai erano diventati anche suoi amici, perlomeno la maggior parte.
Sedendosi alla sua scrivania ebbe la sensazione di avere quel profumo ancora addosso.
Chiuse gli occhi e inspirò affondo. Paola.
Guardò intorno e vide la sua collega di fronte a lui, nell’altra scrivania, nascosta da un terminale, che lo guardava.
Le spiegò del profumo raccontando tutto nel miglior modo possibile, chiedendole una mano nel ricordarne il nome. Non gli fu d’aiuto. Gli disse di provare a chiedere a qualcun altro oppure in un’erboristeria. Sapeva che non era per niente male l’idea dell’erboristeria, ma era poco praticabile.
Solo Paola sapeva dov’era e non voleva disturbarla per una cosa del genere.
Riprendendo il lavoro sospeso per via della conversazione con la collega, si ricordò che quel giorno finiva di lavorare poco dopo l’una di pomeriggio.
Aveva in programma di andare a mangiare una pizza o un panino da qualche parte, andare al parco per leggiucchiare il libro che gli aveva regalato Paola, visitare il nuovo centro commerciale, comprando qualcosa per la profumata amata.
Finito di mangiare salì in macchina e partì.
Il parco era a meno di dieci minuti di strada. Era una bella giornata per andare al parco a leggere un libro. E se il libro era un regalo di Paola, era di certo un buon libro.
Fu felice di vedere che la panchina era libera. La loro panchina. Era diventata la loro quando ancora non si conoscevano.
Lui si era avvicinato a quella ragazza, come se fosse una sfida con se stesso.
Pensando ora al risultato si mise a ridere quasi sottovoce.
Quella ragazza era molto bella: capelli castano scuro, lisci, portati fin poco sotto le spalle; occhi chiari di un colore indefinito, frutto, forse, di un alchimista che giocò un tempo miscelando il cielo col mare e lo smeraldo al lapislazzulo; il labbro superiore sottile mentre quello inferiore, più carnoso, sembrava vi fosse scritto sopra “mordi qui”; il corpo fine, tutt’altro che esile però.
Si fece avanti mentre lei stava leggendo un libro: “La storia di un pazzo” di John Katzenbach.
Il titolo gli fece arricciare un po’ le labbra.
“Salve” esordì lui, sedendosi accanto alla ragazza.
“Buongiorno” rispose lei, cordialmente, riprendendo subito la lettura.
“Vedo che sta leggendo un libro” disse così, per attaccare bottone.
“La vista non le manca...”
“Giulio. Mi chiamo Giulio, piacere.” in attesa di sentire il nome dalle labbra di lei.
“Paola. Piacere mio.”
Sapeva che era la risposta canonica al “piacere” di un saluto, ma vide quelle labbra tendersi agli angoli. Un lieve sorriso, timido.
Una pausa.
Stavolta fu lei ad avviare la conversazione.
“Vedo che anche lei era venuto a leggere al parco, oggi.”
Si guardò come se non sapesse cosa aveva: essendo lunedì aveva comprato un giornale sportivo, ma quella settimana era allegato gratis, solo per questo lo prese – quando una cosa è gratis, si prende – un libro: “Stato di paura” di Michael Crichton.
“Oh beh” lui aveva intenzione di leggere solo il giornale. Il libro era come se fosse già stato riposto in quella sottospecie di ripostiglio, insieme agli altri quattro o cinque che avrebbe dovuto leggere poco dopo la maturità.
Mostrò il libro alla ragazza, come per essere accettati da lei, sia il libro che lui.
“Sì. È un buon libro. Molta azione. Davvero bravo Crichton. È lo stesso autore che ha scritto “Jurassick parck”, lo sapeva?”
“Mi dia del tu. Comunque... sì, lo so.” tentennando la risposta.
“Va bene. Giulio.”
“Così va meglio...Paola.” di nuovo quel timido sorriso. Lì capì che poteva nascere qualcosa.
Poco dopo, una leggera brezza rinfrescò l’aria muovendo le foglie degli alberi di fronte a loro, ma ciò che attirò la sua attenzione era un profumo: molto dolce, l’aveva già sentito da qualche parte. Quel profumo proveniva da lei. Il vento gli fece da messaggero. Chiuse gli occhi un istante: già l’amava.
Grazie al ricordo ebbe ancora quel profumo nell’aria intorno a lui.
Sapeva che fragranza era, il nome, ma non gli veniva in mente.
Forse perché quando una sensazione è talmente intensa, cose futili come le parole che tentano di approssimarla, sono inutili.
La mente e la persona sono due cose differenti: la mente sa molte più cose di quello che la persona pretende di sapere. Ciò che una persona vuole fare sfruttando la propria mente e non riesce, è perché la mente non vuole che ci riesca. I sogni e i ricordi sono dei validi esempi, se non prove di questo.
Prese il libro tra le mani: “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.
Lo girò. Visionò il retro. Notò il prezzo. Aprì le ultime pagine. Scorse il numero dell’ultima: 302.
Erano un po’ di pagine per uno come lui, non molto abituato a leggere.
Si profilò nella sua mente l’immagine di una montagna, e lui ai piedi di questa. La montagna continuava a crescere. Sulla cima c’era una bandiera bianca con dei numeri scritti in rosso in continuo cambiamento. Quando la montagna finì di crescere si fermarono anche i numeri: 302.
Guardando meglio la montagna si accorse che non era costituita da rocce e terra, ma carta: pagine.
Scrollò la testa per liberarla dal pensiero di non farcela.
Fece scorrere in fretta i fogli un paio di volte da cima a fondo, per farsi un’idea del carico di lettura.
Sfogliò le prime pagine.
Sotto il titolo nella terza pagina c’era un messaggio: “leggi l’introduzione! Se no non capirai nulla, TESTONE!”
Più sotto vide “Ti Amo”, con un piccolo disegno: lui e lei con un cuore che li attorniava. Era brava a disegnare.
D’altronde, se non sapessero disegnare i pittori, chi dovrebbe?
Si ritrovò sorpreso dall’appunto: oltre al romanzo doveva leggere anche l’introduzione, di ben venti pagine. Totale 322.
Da quando si erano messi insieme, più o meno un mese dopo l’incontro al parco, lei aveva pensato di diventare la sua guida letteraria, cibandolo il più possibile di libri e racconti di ogni genere. Questo era il secondo libro di narrativa.
Il primo era stato “L’alchimista” di Paulo Coelho. Era corto e abbastanza carino. Lo riteneva più un libro da donne dato che spesso, al supermercato, nel reparto scuola-libreria, le sentiva pronunciare il nome dell’autore.
Cominciò il libro, l’introduzione, e poco dopo una signora, verso la mezza età pensò, si sedette sulla panchina.
Scorse il titolo del libro che ella prese dalla borsa: “La strega di Portobello” di Paulo Coelho.
Dopo un sorriso, si concentrò nella lettura.
Guardò l’orologio. Non pensava fosse passato così tanto tempo. Quel libro l’aveva catturato, rapito tra le sue pagine. Si accorse che accanto a lui non c’era nessuno. La signora se ne era andata via, chissà dove.
Quel libro aveva qualcosa di strano. Non era come gli altri e non era di certo come si era aspettato, cioè una storia noiosa dove il personaggio principale va a destra e a manca, facendo riflessioni all’inizio e alla fine di ogni capitolo. Stupito dal suo interesse per quel libro decise di finire la pagina che stava leggendo per poi andare al centro commerciale.
Stranamente, davvero, trovò al primo colpo un parcheggio poco dopo l’entrata, appena liberato.
Vide il numero del parcheggio: H7 verde.
Il centro commerciale era distribuito su tre piani. Ad ogni piano c’erano due o tre negozi che predominavano sugli altri sia per il nome che per l’estensione, nonché per i clienti.
Non aveva ben chiaro cosa comprarle: forse un libro, ma sapeva che era un rischio. Già una volta gliene regalò uno, e a lei piacque tanto come sorpresa.
Sapeva dipingere, ma non recitare. Quella volta bastò per fargli capire che anche se le avesse voluto regalare un libro che non figurava tra le file della libreria in soggiorno, non era detto che lei non l’avesse già letto, poiché ne aveva letti molti altri, di qualche biblioteca o prestati dai suoi amici.
Fece comunque un giro alla libreria al primo piano. Gli piaceva vedere gli scaffali colmi di copertine rilucenti alla luce sterile dei neon.
Pensò a dei vestiti... ma non aveva occhio per le taglie, né per le femminili, né per le maschili.
Si diresse verso un negozio di film in fondo al lungo corridoio che partiva dalla libreria.
Comprò un paio di Dvd , ultimi usciti.
Tornò indietro dove aveva adocchiato un negozio di accessori.
Comprò una sciarpa lunga di lana color marrone, simile alla tonalità dei capelli di Paola.
Ponendo il paragone di colori, gli venne in mente che lei usava uno shampoo apposta a...alla...
Chiese aiuto alla ragazza appena ventenne dietro il registratore di cassa: lavanda? Orchidea? Vaniglia? Ci sono molti shampoo a base di vaniglia. Aloe vera?
Nessuno di questi.
Più o meno soddisfatto dai suoi acquisti salì in macchina.
Era ancora presto per andare a casa.
Pensò che per farle davvero una sorpresa, doveva andare in un alimentari a venti minuti dal centro commerciale, a qualche chilometro dalla casa dove convivevano. Optò per l’alimentari e partì.
Non c’era traffico e quindi arrivò prima del previsto, quasi un quarto d’ora di viaggio. Il parcheggio in quella zona scarseggiava e dovette lasciare la macchina più avanti.
Arrivato alle porte automatizzate con fotocellula, entrò.
“Buonasera”, si rivolse all’unico cassiere, che attendeva una signora con il nipotino indeciso su che caramelle prendere, il tutto a un metro dal nastro trasportatore.
Non c’era molta gente in negozio. Pensò fosse per l’orario.
Dovette girare un paio di volte intorno agli scaffali per trovarli. Eccoli lì. Un piccolo assortimento di dolcetti al cocco che la mandavano ai pazzi.
Ne prese due confezioni. Sapeva che era da un po’ di tempo che non li mangiava. Sorpresa più gradita non poteva esistere.
Salutò il commesso al bancone degli affettati e si diresse verso la cassa.
Pagò e uscì, salutando il cassiere.
La macchina era a un centinaio di metri, dietro l’angolo. Una breve passeggiata.
Dopo essere uscito dal negozio e aver percorso i primi metri, a quasi metà strada, capì di essere seguito.
Pensò di essersi sbagliato, ma quando affrettò il passo, aumentò il ritmo anche degli altri, dietro.
Si sforzò per non voltarsi. Continuò a guardar dritto, fingendosi noncurante, per quanto possibile.
Appena dopo l’angolo vide un uomo, che lo guardò dritto negli occhi.
“Scusi, ha da accendere?” fece l’uomo, mostrandogli una sigaretta.
Indeciso sul da farsi disse “Sì” in tono sbrigativo, come se potesse accelerare i tempi con la parola.
Dall’espressione dipinta sul volto dell’uomo pensò di dare l’idea di un tipo molto strano.
Non riuscì subito ad accendere l’accendino per via del rumore di passi in continuo aumento.
"Si sta avvicinando", pensò.
L’uomo, dal desiderio di accendere la sigaretta, chiese di porgergli l’accendino, dicendo che ci avrebbe pensato da solo, citando come scusa, per non essere scortese, il vento.
I passi erano al culmine dell’intensità, vide un’ombra passargli accanto mentre l’uomo si accese la sigaretta.
Era solo una sensazione, una paura non giustificata. Una cosa scaturita dalla mente, ossessionata da quel rumore di passi.
Si scrollò allora la tensione di dosso scuotendo le spalle come percorse da brividi e sorridendo per quanto era stato stupido nel credere a tutto ciò.
L’uomo sorrise anche lui e gli restituì l’accendino.
“Posso dirti una cosa?” chiese l’uomo, sempre col sorriso in volto.
“Cosa?” domandò lui per pura curiosità.
L’uomo fece un lungo tiro di sigaretta, la scagliò lontano e sbuffò il fumo inspirato verso l’alto.
Giulio rimase a guardare la nube svanire, dissolta nell’aria di un crepuscolo inoltrato.
Non vide che l’uomo estrasse dal giubbotto una pistola.
“Paola è sempre stata mia” l’uomo ruppe il silenzio, tramutando il riso sul volto dell’altro in una maschera di stupore e terrore.
L’indice fece forza sul grilletto e vinse.
Il tamburo ruotò leggermente.
La pallottola appena innescata cominciò a ruotare su se stessa e attraversò l’intera canna rigata.
Uscì, e dopo un breve tragitto all’aria aperta entrò, nel petto di lui, non nel cuore, ma poco distante.
Cadde in ginocchio. Vide l’altro allontanarsi, in fuga.
Aprendo la giacca si esaminò il torace: la camicia era bianca intorno a una tempra cremisi che tingeva il tessuto, un foro come origine.
Sentì i muscoli delle gambe cedere, la tensione venir meno.
Si accasciò a terra, la linfa a disperdersi sul marciapiede.
Non pensò al dolore, anche se lancinante.
Tornò al dialogo avuto con l’uomo, senza senso a suo avviso: non aveva rubato lei a nessun altro che lui sapesse.
Pensò alla signora col nipotino indeciso sul “gommose o dure”, alla commessa dove comprò la sciarpa per lei, al negozio di Dvd, dove intravide e comprò un film che cercava da tempo e che avrebbe guardato quella sera, seduto accanto a lei, abbracciati.
Ripensò alla signora del parco, con il libro di Coelho, ai colleghi salutati quel mattino, a lei, che non vide per tutto il giorno.
Ricordò che la mattina era rimasto sdraiato sul letto in quella stessa posizione di ora, sul bitume.
Il sangue risalì la laringe inondando naso e bocca, e unendosi alle lacrime agli occhi.
Li chiuse.
La vide oltre il nero delle palpebre, emergere dall’ombra. Lo sguardo sorridente, sembrava stesse correndo.
Correva, sì, ma non verso di lui. Andava allontanandosi e a volte si girava, facendo segno col braccio di seguirla.
Una luce riempì il buio dove erano intrappolati i due, accecante; diminuì poi d’intensità, rivelando quindi una distesa d’erba con alberi a perdita d’occhio.
I rami e le foglie danzavano davanti a lui. Sentì la carezza dell’aria in debole movimento.
La vide in lontananza, ma grazie al vento era come se l’avesse accanto.
Ora lo percepiva.
Quell’odore.
Riaprì gli occhi un istante. Vide delle persone accanto a lui, inginocchiate e in piedi.
Alzò il capo come fece quella mattina: “Paola?”
Ma non emerse che un gorgoglio, dalla bocca.
Chiuse di nuovo gli occhi.
Il vento.
Il vento è messaggero.
Come se l’odore percepito fosse realmente disperso nell’ambiente che lo circondava, gremito di persone, che non riusciva a guardare e tanto meno a sentire, e non solo nella sua mente, respirò affondo.
Cannella.
FINE
