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Il racconto d'amore - di Paolo Cillo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 13/04/2009 alle ore 10:23:41

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Non sapevo cosa volesse dire. Non conoscevo le sensazioni che avrei provato. Non immaginavo le emozioni che mi avrebbe trasmesso. Che cos’è l’amor cantava Vinicio Capossela in un suo brano famoso. No, io che cosa l’amore fosse, fino ad allora, proprio non ne avevo idea. Ne avevo sentito parlare. Avevo visto di sfuggita alcune scene romantiche, a volte sensuali in alcuni film o sceneggiati che trasmettevano in tv. Riuscivo talvolta a rubare qualche scena erotica alla vista di mio padre che, puntualmente, ogniqualvolta ne cominciava una, girava velocemente canale e smorzava qualsiasi enfasi o sussulto o curiosità, che mai mi potesse affiorare alla mente. Spesse volte però riuscivo ad ingannare il sonno. Riuscivo perfino a mettermi sotto le coperte, a spegne-re completamente le luci, continuando a restare sveglio per poi alzarmi con il primo silenzio del-la casa e guardare così, senza interruzione, qualche scena d’amore, a rubare, potrei dire, qualche attimo di sensualità, qualche momento di magica attrazione che si sprigiona a volte tra due per-sone.
La scuola non mi soddisfaceva, non riusciva a rispondere ai quesiti che mi si ponevano allora al-la mente. Come nascono i bambini? Cosa si prova a baciare una donna? Queste domande mi tormentavano, mi agitavano, mi incutevano anche timore. Un giorno mi si presentò casualmente una novità. Ci fu, cioè, la possibilità di evadere dai pomeriggi tutti uguali. Venne a farci visita in classe una collega della nostra insegnante. Sulle prime si misero a parlare tra di loro poi, d’un tratto, si rivolsero serie a noi e ci domandarono chi di noi stesse frequentando il catechismo e chi di noi avesse già fatto la prima confessione. Io, per la verità, sapevo già di cosa si trattava, ma avevo sempre fatto orecchie da mercante. Non ci avevo mai dato molta importanza. Pensavo che li ci avrebbero assegnato compiti da fare, libri da leggere e preghiere da imparare. Di questo non avevo certo voglia. Pensavo cioè che lì non ci fosse nulla di diverso, di divertente, di bello da fa-re o da vedere.
“Chi di voi frequenta il catechismo?” Chiese con un tono di voce sostenuto la collega della no-stra maestra.“Alzate la mano.” Aggiunse.
Si levarono alcune braccia e le due maestre cominciarono a contare. Avevo paura. In quel mo-mento temevo di restare io solo senza la mano alzata, ma notai, con soddisfazione, che così non era. Le maestre, presero atto della situazione di discreto equilibrio tra chi frequentava e chi no le parrocchie e ci invitarono a non perdere altro tempo e cominciare da subito ad andare al catechi-smo.
La Pizziferri, così si chiamava la mia maestra, non smentendosi mai nelle sue rigide distinzioni tra i primi della classe e gli ultimi disse:
“Elisa”, così si chiamava la più brava della classe, “a che parrocchia stai andando?”
“A San Giacomo rispose lei.”
“Ma quest’anno farai la confessione o la comunione?”
“La comunione” rispose prontamente lei. “La confessione l’ho già fatta lo scorso anno.”
“Ma brava” commentò la maestra “sono davvero soddisfatta di te.”
E non poteva essere altrimenti pensai io. Chissà se avrebbe mai fatto a me un complimento simi-le. A me che pensavo mi ritenesse incapace e inutile. A me che mi considerava l’esempio negati-vo, quello da non imitare, quello con la testa tra le nuvole.
“Hai fatto i compiti oggi?” cosi esordiva spesso, rivolgendosi a me la maestra. “Che scusa inven-terai adesso?”
Mai una frase gentile. Mai un complimento o una nota di merito.
All’uscita da scuola senti alcuni confabulare tra loro poi improvvisamente si girarono verso di me e mi guardarono. Cosa vogliono questi pensai.
“Allora tu che fai vieni?”
“Dove?” Risposi con diffidenza.
“Al catechismo, oggi pomeriggio, e dove se no”
“A che ora ci andate?”
“Verso le quattro.”
“Chi viene?” chiesi ancora io facendo un po’ il difficile.
“Tutti.”
“Ma... ci devo pensare.”
“Cosa è che devi pensare? Dai muoviti e vieni!”
“Va bene allora vengo anch’io.” Risposi convinto alla fine.
Poi però mi sorsero i primo dubbi, le prime domande senza risposta. Mi chiesi se avevo fatto be-ne ad accettare quell’ invito, fatto probabilmente con troppa disinvoltura e accettato, forse troppo frettolosamente. Ma comunque oramai la frittata era fatta. Ora bisognava andarci per forza.
Non avevo bene chiaro in mente cosa mi aspettasse. Chi ci sarebbe davvero stato e cosa avrem-mo fatto. Una cosa era però certa; se non mi fosse piaciuto non ci sarei tornato mai più.
In anticipo sull’orario stabilito Vito e gli altri passarono da casa a citofonarmi.
Drin! Squillò il citofono.
“C’è Paolo?” Domandò uno dei due.
“Chi sei?” Rispose mia madre.
“Mamma è per me!”
“Dove pensi di andare adesso?”
“Al catechismo!”
“I compiti li hai già fatti?”
“Non ancora, ma ti prometto che quando torno li faccio”
“Guarda che lo stai promettendo, altrimenti lo dico a tuo padre.”
“D’accordo mamma d’accordo.”
Scesi velocemente le scale. Feci anche un piccolo salto, tipo staccionata, per superare d’un colpo gli ultimi tre scalini tenendomi con una mano sulla ringhiera. Lo facevo spesso quel salto. Era un salto liberatorio. Serviva per scaricare la tensione, per manifestare la mia prestanza atletica.
Vito era già li ad aspettare, spazientito.
“C’è ne metti di tempo per scendere!”
“Non più del solito.”
“Sempre troppo”
Andammo, così, di filata alla parrocchia, chiacchierando, per strada, del più e del meno, senza troppa convinzione. Ogni tanto Vito, che voleva fare sempre il capo, mi faceva qualche scherzet-to per mettermi in ridicolo di fronte agli altri, ma non sempre ci riusciva. Alle volte provava a mettermi lo sgambetto facendomi incespicare, ma difficilmente cadevo. Era un attaccabrighe, una ragazzino difficile da sopportare, uno che creava sempre problemi, uno che certe maestre e-tichettavano come vivace ma che in realtà era soltanto violento e manesco.
Antonio invece, dal canto suo, era sempre alle prese con una sua innaturale propensione ad as-somigliare il più possibile a Vito, ad imitarne gli atteggiamenti, a farsi bello nei suoi confronti. Sempre pronto a ricevere un suo sguardo di approvazione per qualsiasi cosa detta o fatta.
In realtà di duro, Antonio, aveva soltanto la testa; quella che, quando la sbatteva, non si rompeva mai. Era un testardo, uno che si incaponiva e si ostinava a voler assomigliare a tutti i costi a Vito forse perché Vito rappresentava, ai suoi occhi, tutto ciò che lui avrebbe sempre voluto essere.
Io, d’altro canto, non potevo certo dire di avere già una personalità definita. Cercavo anch’io un modello a cui ispirarmi, ma in giro non ne trovavo. Pareva a volte che la mia città ne fosse sprovvista. Ero sicuramente innamorato della vita, felice di viverla, inarrestabile nel desiderarla e nel volerla. Non avevo paura di ciò che il futuro mi avrebbe riservato.
Giunti nei pressi della chiesa incontrammo altri ragazzi, altri che come noi erano li per la prima volta, altri che invece c’erano già stati. Alcuni sembravano già esperti, già a conoscenza di tutto. Li vedevo intenti nel raccontare cosa si facesse durante le ore di catechismo, chi fossero gli inse-gnanti e di cosa si parlasse. La domanda più frequente che gli si poneva riguardava l’assegnazione di compiti a casa. La preoccupazione più grande per uno scolaro era proprio quel-la.
Si erano formati alcuni gruppi, di coloro che provenivano dalle stesse scuole. Io li osservavo tutti e pensavo che d’ora in poi avremmo fatto parte della stessa classe. Ero altresì preoccupato dell’ambiente che si sarebbe venuto a creare e della mia difficile adattabilità.
Il parroco, appena entrato, dopo aver salutato e aver fatto il segno della croce iniziò subito con le distinzioni.
“Buono giorno a tutti” disse rivolgendosi alla classe.
“Iniziamo col fare tutti silenzio e ricordiamoci sempre dove siamo! Questa è la casa del Signo-re!” aggiunse con tono di rimprovero.
Fu bello vederla per la prima volta. Era in compagnia di alcune amiche. Era bellissima. Alta, ca-pelli castani lunghi e lisci, occhi verdi. Camminava e si muoveva come una ragazza più grande. Aveva un portamento, un comportamento distinto. Non credo si rendesse davvero conto del fa-scino che emanava. Probabilmente, pensai, avrà riprodotto atteggiamenti di ragazze più grandi, viste in chissà quale circostanza, o forse era semplicemente predisposta a diventare già grande. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, ero come incollato a lei. Ero totalmente rapito. Non sapevo come comportarmi. Non avevo idea di cosa avrei fatto se l’avessi incontrata. Tremavo.
“Hai visto?” Dissi rivolgendomi ad Antonio che mi stava, in quel momento a fianco.
“Che cosa?” Rispose in modo disinteressato.
“Non che cosa, ma chi!” Puntualizzai io. “La ragazza coi capelli lunghi seduta li davanti.” Indi-cai con la mano la direzione.
“Metti giù quel braccio.” Disse nervoso lui, tirandomi la maglia.
“Non lo so. Perché lo vuoi sapere?”
“Perché è bella.” Dissi.
“Allora ti piace!” Disse lui girandosi verso Vito che in quel momento stava contando alcune fi-gurine vinte o rubate a qualcuno pochi istanti prima.
“Lo sai che a Paolo gli piace una ragazza?” Proruppe orgoglioso della novità..
“E chi sarebbe?”
“Quella li.” Rispose soddisfatto Antonio e la indicò pure lui con la mano. Facendo proprio quel gesto che aveva proibito a me pochi istanti prima.
“Leva quel braccio” gli rimproverò allora Vito. “Ci vedo benissimo. Non ho bisogno dei tuoi se-gnali.”
“Ah Carmela! La conosco già. Ma lo adocchiata prima io.”
Ascoltando quelle parole rimasi quasi senza fiato. Possibile che quell’energumeno, quell’essere falso e ipocrita, quel ragazzino volgare già la conosceva. Non ci volevo credere. Avrei fatto di tutto perché non fosse vero. Mai scommettere con Vito però. Ha sempre qualche asso nella ma-nica. Se dice che la conosce sarà certamente così.
“Non preoccuparti.” Disse rivolgendosi ad Antonio, “con me non ha speranze.”
Sentii caldo a quel punto. Diventai rosso in viso. Un po’ per la mia timidezza, ma anche per la rabbia. Quella che provavo per uno Vito, per la sua presunzione, per la sua arroganza, per la sua sfacciataggine. Sentiva di poterla spuntare anche in fatto di ragazze. Provava del gusto a mettere in difficoltà le persone, a rompergli le uova nel paniere. Questa volta, però, sarebbe andata diver-samente. Come poteva una ragazza così stare con uno come Vito. Uno sfruttatore, un ipocrita, un falso, un arrivista. Dovevo assolutamente avvicinarla, fermarla, conoscerla.
Il parroco, intanto, stava spiegando il significato dei dieci comandamenti, l’importanza che ave-vano per la vita di ogni buon cristiano.
Non so cosa. I nostri mormorii, la sua amica seduta a fianco o le rigide osservazioni del parroco, ma od un tratto si voltò. Io ero li, pronto a cogliere il suo sguardo e il suo sorriso. Rimase qual-che istante a fissarmi. Mi guardò con quegli occhi grandi e vivaci e sereni e dolci, da farmi quasi dimenticare il vero motivo per cui ero andato là. Sapevo però adesso, quale sarebbe stato il moti-vo che mi avrebbe spinto a tornarci.
Per essere stato il primo giorno non potevo certo lamentarmi, anzi potevo tranquillamente considerarmi soddisfatto. La sorpresa rese più dolce il mio rientro a casa. Ero contento di come fosse andata. Ora, però, bisognava attendere, bisognava sperare che la volta successiva l’avrei rincontrata. Non pensavo ad altro ormai. Nutrivo una strana sensazione di smarrimento, di perdi-ta, di confusione. Non potevo certo dire di essermi innamorato anche perché non sapevo cosa significasse quella parola. Non sapevo cosa si provasse ad essere attratto da una donna in maniera tanto intensa. Non sapevo ancora del groppo che ti viene in gola quando la vedi, quando la senti vicina, quando le parli e le sorridi, quando senti lo stomaco stringerti e i muscoli tendersi. Pensi che tutti possano accorgersene e così provi a mascherarlo, a nasconderlo. Ma è tutto inutile e in fondo non te ne frega neppure niente. Vuoi solo che lei lo sappia. Vuoi che sia lei ad accorgersene. Lei insieme a te.
La volta seguente volli andarci da solo. Senza la compagnia di due come Antonio e Vito. Due di cui non potevo certo fidarmi. Sapevo che non mi avrebbero certamente aiutato anzi forse mi a-vrebbero ostacolato o addirittura deriso e sbeffeggiato. Fui fortunato. Al mio arrivo notai che in uno dei soliti gruppetti che di solito si formavano all’ingresso della chiesa c’era lei, seduta in mezzo alle altre, su di una panchina. Sembrava popolare tra le sue amiche, poiché tutte la ascol-tavano mentre parlava. Mi avvicinai timidamente. Le salutai tutte. Non riscossi però molto suc-cesso. Poche risposero al mio saluto, ma non ne rimasi comunque deluso. Fui anzi contento per-ché una di coloro che salutò fu lei. Lei che alzò lo sguardo, che mi guardò intensamente, che sa-lutandomi mi sorrise. Non volli più allontanarmi. Resti lì, impalato, vicino a lei. Non riuscii a di-re nulla. La osservai soltanto. Ne seguii con gli occhi tutti i lineamenti del viso e del corpo. Ri-masi per un po’ a scrutare i sui movimenti, quelli che faceva con gli occhi, coi capelli, con le labbra. Era davvero bellissima, più di chiunque altra.
Arrivò il momento di entrare. Le rivolsi per la prima volta la parola. Mi usci di bocca la frase più comune, quella che avevo sentito di decine di film, quella forse meno indicata per iniziare una conversazione, ma mi usci così, spontanea.
“E’ tanto che vieni?”
“No” rispose lei.
“Neppure io” dissi “ma oggi volevo proprio venire.”
“Perché?” Domandò interessata.
“Per vedere di incontrare una persona.”
“Hai visto se c’è?”
“Si c’è, ma non ci ho ancora parlato.”
“E’ tanto complicato?”
“Che cosa?”
“Parlare con una persona.”
“Penso di no.”
“Allora prova a parlarci con questa persona. Magari anche lei ha voglia di parlare con te.”
Che intelligenza. Che perspicacia. Che intuito. Non sapevo se avesse capito, ma mi aveva sicu-ramente aiutato. Aveva rotto il ghiaccio, superato le barriere. Aveva reso il nostro primo incontro naturale e spontaneo. Come se ci fossimo già conosciuti. Fu davvero bello, sorprendente, ina-spettato.
Mentre entravamo provai a starle dietro. Sperai che vicino a lei ci fosse un posto libero dove se-dermi, ma le sue amiche avevano tenuto il posto per lei e non per me. Sperai troppo. Non la co-noscevo neppure e già volevo sedermi accanto. Speravo di continuare la conversazione di prima, iniziata così bene e interrotta così bruscamente.
Distratto da tutto questo e dai ragazzi che entrando prima di me mi lasciarono sul fondo, molto distante da lei. Fu a quel punto che accadde quello che non vorresti che accadesse mai. Sentii la maestra che a voce alta disse:
“Voi che siete arrivati adesso. Che state li dietro, in piedi, venite qua avanti a tutti che ci sono dei banchi ancora vuoti.”
Miseria ladra pensai; questa non ci voleva. Da li non riuscirò proprio a vederla. Dovrò per forza voltarmi per guardarla col rischio di essere beccato. Questa non ci voleva proprio. Fui costretto, mio malgrado, a seguire la lezione dalla prima fila. Non è che mi ricordi molto della lezione, ma ne colsi, però, il senso. Ricordo che si parlava proprio dell’amore. Non dell’amore tra un uomo e una donna certo, ma dell’amore in genere. Quello che si definisce il motore dell’universo. Quello per cui si vive e, a volte, quello per cui si può anche morire. L’amore che ci può far stare bene. Ci fa sentire vivi, pieni di desiderio, disponibili verso il prossimo. Che ci fa amare gli altri prima di noi stessi. Che ci fa amare l’umanità intera. Questo è il messaggio del Cristo Salvatore. Ascol-tando queste parole capivo quanto era grande il suo di amore paragonato al mio. Io che ne amavo e ne desideravo soltanto una e che, per ora, era anche distante da me. Volevo andarle accanto. Dirle che l’amavo, che era lei quella che aspettavo, quella che desideravo. L’avrei presa per ma-no e condotta fuori. L’avrei abbracciata e baciata.
“Hei tu come ti chiami?”
“Hei mi ascolti?”
“Guarda che sto parlando con te?”
“Chi io?” Risposi sorpreso.
“Si tu e chi altri se no?”
“Paolo mi chiamo!”
“Mi vedi? Io sono qua. Perché continui a voltarti? C’è qualcosa di più interessante li dietro?”
“No! Cioè si! direi di si!”
Non sapevo cosa rispondere, ma sapevo quale era la causa di tanta sfiga. Stare in prima fila. Sa-pevo che d’ora innanzi mi avrebbe tenuto gli occhi addosso. Non potevo permettermi ulteriori sbagli.
All’uscita speravo di riavvicinarla. Mi venne un tale tremolio e non per il freddo che si comin-ciava a sentire, ma per la figuraccia che avevo fatto. Le cose però, a volte, paiono peggiori di quello che sono in realtà. La figuraccia, ad ogni modo, l’avevo fatta, intendiamoci, ma avevo an-che fatto colpo su di lei. Aveva cioè capito che i miei sguardi, la mia disattenzione nei confronti della maestra era dovuto a lei. Era lei perciò la causa di ciò che mi stava capitando. In fondo, al-lora, non era poi andata troppo male. Non ci pensavo troppo comunque. Non era la brutta o la bella figura che mi preoccupava. Pensavo, invece, ai mie amici, che mi avrebbero preso ancora una volta in giro e a lei e a ciò che le avrei detto per giustificarmi.
Vito, sempre Vito, ancora una volta Vito. Quando all’uscita vidi Carmela mi accorsi, con stupo-re, che c’era anche lui. Non che fossero da soli, ma lui le stava accanto e la sfiorava, le parlava, le sussurrava anche qualcosa all’orecchio. Tutto ciò mi innervosiva. L’avrei voluto schiacciare come un insetto, farlo scomparire. Così mi avvicinai.
“Di cosa parlate?” Chiesi in maniera sfrontata.
“Di te e di chi se no!” Rispose Vito di getto.
“Si vede che non avete altro di cui parlare allora!”
“Che figura che hai fatto. Ti sei fatto beccare come un idiota.”
“Io sarò un idiota ma tu sei uno cretino!”
Con lui era sempre così. Non potevi mai abbassare la guardia. Era sempre pronto a metterti in ri-dicolo, a riempirti di insulti per farti stare male. Non gli detti troppo peso e mi allontanai. Guar-dai soltanto lei, uno sguardo innocente. Così, solo per salutarla e dirle arrivederci. Cercavo una risposta nei suoi occhi. Una semplice frase di compiacimento, di complicità.
Desideravo che lei mi venisse dietro, che mi raggiungesse, che mi dicesse che aveva capito, che aveva compreso il gesto, che aveva recepito il messaggio. Mi voltai più volte, ma lei non c’era. Non era dove volevo che fosse.
Il giorno della comunione fu uno dei più tristi. L’allegria dei doni ricevuti, della festa imminente non mi contagiava. Non volevo stare al centro dell’attenzione, non volevo fotografie da rivedere o auguri da ricevere. Avevo timore di rivederla, sapevo che l’avrei rivista.
Mia madre mi vestì di tutto punto. Non proprio in giacca e cravatta come gli altri ma comunque in tono per l’occasione. Avevo un abbigliamento più giovane. Meno cerimonioso per intenderci. Era tutto in tinta beige, parti più chiare come la camicia e il pantalone e porti più scure come le scarpe e la cravatta. Quella fu la prima volta in cui indossai la cravatta. Passò molto altro tempo prima di doverne indossare un’altra.
La giornata era bellissima. C’era un sole caldo che faceva stare tutti bene, tutti tranne me. La contraddizione era sotto gli occhi di tutti. Giornata quasi estiva, giornata di festa e di allegria, ma tutto ciò pareva che non mi riguardasse. Ero io il festeggiato. Io il protagonista della giornata campale eppure, pareva che non lo volessi essere. Tutto questo contribuiva ad innervosirmi, a rendermi scontroso. I tentativi per togliermi di dosso quella amarezza furono, per la verità, nu-merosi ma con scarsi risultati.
“Che hai che non va Paolo?” Chiese premurosa mia madre!
“Niente è tutto a posto.” Risposi io, cercando di sviare qualsiasi sospetto.
“Allora perché stai con quel muso lungo?”
“Dai mamma lasciami stare!”
Lei non sapeva. Lei non poteva sapere che una sola persona avrebbe potuto farmi sorridere, far-mi passare d’un colpo tutta la tristezza; Carmela.
L’avrei voluto dire il perché. Chissà avrei forse trovato un conforto, un consiglio. Continuavo a ripetermi che tanto non avrebbero capito. I grandi non capiscono mai i mali dei piccoli. Ero sem-plicemente deluso e sconfortato. Sentivo amarezza e disagio dentro di me. Impotenza, perché sa-pevo che tutto sarebbe finito. Non ci sarebbero più state occasioni di incontro. Sapevo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno in cui l’avrei vista.