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HUMUS - di Giorgia Ruggeri

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 11/01/2009 alle ore 18:27:48

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Il problema, non certo di minore importanza di questa mia senilità, è la solitudine.

La condanna all’osservazione di sé, silenziosa e vitrea.

Guardando la mia imminente fossa trovo l’isolamento di oggi e di sempre, le ragioni poco chiare che offuscano la mia anima irriverente.

Vittorio, 72 anni oggi, seduto su un divano biposto a righe rosse e bianche, davanti al camino ed i piedi che sprofondano nel tappeto di Fez.

1971, ricordo marocchino.

Da quando ero al liceo ho sempre avvertito un incontenibile bisogno di scrivere e, dopo aver perso, a distanza di molti anni, l’abilità visiva, seppur non completamente, ho gettato la sfera inchinandomi al tempo.

Dopo l’arresa ho intensificato i pensieri di ogni giorno, di ogni momento che mi rimaneva. E rimane.

Dovrei vivere più a lungo.

Dovrei non aver vissuto affatto per non percepire sulla carne le frustate dei minuti.

Il bagaglio è pronto, nelle tasche ho i diamanti dei viaggi mentali e visionari che mi davano enormi soddisfazioni.

Io credo che fu proprio la mia solitudine a suggerirmi l’idea di abusare delle dita per creare il mio pensiero.

O forse è stato il mio pensiero ad insinuarsi negli arti automatizzando il pollice e l’indice sinistri.

A 72 anni non so ancora spiegare perché si diventi vecchi senza banalizzare il fattore temporale e il decadimento oggettivo che non mi incoraggia a prendere nuove vie.

Mi piace stare così, non mi giustifico ma, nello stesso tempo, non sono in grado si balzare allo squillo del telefono.

Adoro questo guscio di tessuto rigato, adoro il calore delle fiamme che illuminano il viso di Marta, mia moglie.

In quella istantanea mi abbracciava come una tela foderata di passione.

Dov’è Marta?

Dove sei Amore?

Se n’è andata molti anni fa.

La mia solitudine. La colpa.

Riavvolgetela e ridatemi il mio tempo.

Non era un normale abbraccio, non uno di quelli che si possono dimenticare; oggi mi ricorda la sua incandescente vicinanza che ho congelato con la morte.

La mia solitudine.

Guardando Marta percepivo che il suo dolore era insopportabile.

Le ho scritto poche lettere d’amore.

Ho scritto grandi libri d’amore.

Ho smascherato in ritardo il mio desiderio, amministrandolo silenziosamente nei quartieri poveri della mia mente.

Ridatemi il mio tempo, i deliranti anni dell’immaginazione e della scrittura, delle grazie del movimento, la moderazione ed il garbo.

Sono incapace di schiacciare una patata bollita, oggi.

Sarei capace di amare con eloquenza, lontano dalla corrosione confortevole di un uomo visionario.

Ero al centro di me stesso, inconsapevolmente.

Sono al centro del salotto, consapevolmente.

Sono prossimo alla morte, consapevolmente.

Sono diventato incapace di scrivere, definitivamente.

Puoi rimanere qui, mia Marta. Puoi continuare a vivere in questo spazio, sdraiati sul tappeto di Fez, sentiti libera nel nostro spazio. Nostro.

Raccogli le tue forze e torna.

Il mio vigore è stato rimpiazzato dalla nostalgia.

La solitudine è sempre solitudine,non cedo ancora alle tentazioni di avvicinare qualcuno e mi emoziona continuamente la possibilità di ricavare infiniti pensieri dalla mia condanna.

Non dolertene, Marta. Ti amo davvero, Ti ho amata davvero.

Potrai mai perdonarmi?

Il mio comportamento in questi 72 anni sembra una caricatura, un ritratto di ciò che sono stato e non avrei voluto essere.

Ridicolizza la mia dignità, ingrandisce i miei difetti.

È impensabile che io abbia una forza così grande di pensiero, a quest’ora e dopo tanto tempo.

Ce l’ho, invece.

Non sono mai stato pervaso dalla freddezza che si deposita sulle abitudini, semmai dalle reazioni di un magnifico silenzio.

Eccellevo nella solitudine, ora sono velenosamente attaccato dagli inganni del mio tempo.

Potrai mai perdonarmi?

Tu, l’unica, la sola donna che ho amato con quel pensiero che sembrava invadere tutto il resto all’infuori di te.

Mi devo impegnare moltissimo per far sì che la mia mente non guardi il passato così avidamente.

La mia mente, i pensieri che ho ascoltato per una vita, rendendomi sordo in tutto il resto, oggi mi tendono un sabotaggio.

E i piedi sprofondano nei paesaggi di Fez e nel ricordo dell’urgenza sessuale che sapevi dissipare con abbondanza regalandomi agiatezza sentimentale.

Tu.

Non io con il mio silenzio.

Ogni opera che scrivevo era così somigliante all’amore che nutrivo per te e non sapevo palesare.

Ecco il perché del mio successo: la perfezione di un amante che è solo invenzione intellettiva.

Ciò che ne derivava era l’illusione.

Non si può amare senza un minimo di concretezza.

Il tatto è basilare.

Non si può amare ad occhi chiusi. Lo sguardo annienta i rischi, colma le inesistenze, si discosta dalla deriva.

Intuizione tardiva, ad un passo dalla morte con un bagaglio pieno di “ora”.

Il sempre è la più feroce ipocrisia.

E non lo so perché sono scrittore. Lo so come lo sanno i gatti ed i leoni delle foreste.

Avrei potuto fare a meno di tante cose: una bella casa, il camino, il giardino con le erbe aromatiche e la quotidiana apparizione del tramonto.

Non avrei saputo rinunciare alla scrittura, alla libreria e a te, Marta.

Scusami se siete sullo stesso piano, l’amore equivale alla retta infinita che raggiunge le nuvole ed unisce i punti delle più svariate passioni.

La mia vecchiaia è un insulto, mi distruggerà.

Non è da questo che ti dimostro la mia sensibilità, non colmarmi di imprecazioni, posso dimenticarmi tutti gli elogi alle mie opere.

Tu, oggi, devi tacere e provare ad ascoltare l’amore che non ti ho mai raccontato.

I piedi sono immersi nell’humus dei ricordi e le radici dei pensieri si aggrovigliano alle caviglie: non posso muovermi. Nuovi pensieri pronti ad immobilizzarmi, ancora una volta.

È più forte di me, Marta.

La vecchiaia inasprisce questi difetti, rispecchia iperbolicamente i miei inenarrabili errori.

Non so più scrivere Marta. Devo morire.

Ciò che mi tedia è il tempo, la meteorologia sentimentale dei venti forti e delle violente tempeste mentali che disperdono sabbia sui miei giorni.

Le coste occidentali del mio corpo sono immobili.

Perdonami se ti ho nascosto il desiderio di amarti come avrei voluto e non ho fatto, attraverso i miei libri.

Non ho mentito, ho semplicemente taciuto l’amore risultando incompleto, talvolta sbalorditivo.

Non so più scrivere Marta. Devo morire.