Capitan Uncino e Wendy - di Moon Beam
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Sentimentale > Capitan Uncino e Wendy
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/07/2007 alle ore 12:33:17
L'autore si assume la responsabilitā di quanto pubblicato.
CAPITOLO UNO
Un piccolo yacht sfiorava veloce e leggero la superficie dell’Oceano Pacifico, tutt’attorno nient’altro che acqua, un’infinita distesa di acqua.
Erano quasi le cinque del mattino di un fresco giorno di febbraio che si prospettava farsi più caldo verso la tarda mattinata, e il capitano della piccola, agile e costosa imbarcazione si godeva in silenzio il sorgere del sole.
Gli altri naviganti, che altro non erano che ricchi vacanzieri australiani, stavano ancora dormendo e non si sarebbero svegliati prima delle sette e mezza.
“Che pace” pensò il capitano, un uomo barbuto oltre la quarantina, il tipico “lupo di mare” che nonostante la non più giovanissima età faceva ancora colpo sulle ricche e belle signorine che accompagnava in mare, spesso diventando qualcosa di più di un semplice “autista di barche”, come lo chiamavano quegli ignoranti e pigri signorotti.
Infatti anche quella volta il suo fascino non era rimasto indifferente alla signora Green, moglie del signor Green e madre di due ragazzetti sui vent’anni, accompagnati dalle rispettive fidanzate, a loro volta rapite dal capitano.
Ma lui aveva scelto solo la signora Green: matura, esperta...in ogni porto in cui si erano fermati, quando il resto della famigliola scendeva a terra, aveva dato prova delle sue mille qualità amatorie.
Il capitano stava pensando che sarebbe stato bello se la signora si fosse svegliata un po’ prima degli altri per un salutare rendez-vous mattutino, quando si accorse che da poppa si stava avvicinando una grossa imbarcazione, apparsa quasi all’improvviso. Neppure il radar gliel’aveva segnalata.
“Da dove diavolo arriva?” si chiese un po’ infastidito il capitano. Doveva proprio avere la testa tra le nuvole, o meglio, tra le gambe della signora Green, se non si era accorto di quell’imbarcazione!
Si trattava di un grosso ma veloce panfilo, dalla linea rotondeggiante che gli permetteva di sfrecciare ancora più velocemente sulla superficie dell’acqua. Quelle forme rotondeggianti indicavano che si trattava di un modello nuovo, nuovissimo, di quelli che aveva visto alla mostra nautica di quell’anno.
Il proprietario doveva essere molto ricco per possederne già uno.
Strano che si avvicinasse così a loro, così pericolosamente.
Possibile che non li avessero visti?
Il capitano iniziò a preoccuparsi, per la prima volta nella sua carriera di navigatore gli balenò in testa una parola terribile, che mai si sarebbe sognato di pronunciare durante uno dei suoi viaggi.
Pirati.
Aumentò la velocità, ma questo non sembrò allungare le distanze tra le due imbarcazioni, anzi, il panfilo si avvicinò maggiormente.
D’un tratto venne avviata una conversazione radio:
«ZK562, come butta, amici?» gracchiò allegramente la radio.
«Hey, chi siete?Passo» rispose il capitano sentendosi un po’ meno agitato, ma rimanendo sempre sulla difensiva.
«Siamo amici» rispose la voce dell’uomo dall’altra parte della radio, abbassandosi però ad un tono cupo, quasi macabro che fece gelare il sangue nelle vene al capitano.
«Stiamo venendo a farvi un salutino, contento?»
«Ho chiamato la guardia costiera» avvertì con voce più o meno ferma il capitano.
«Spiacente, vedo il tuo naso allungarsi fin da qui, Pinocchio» lo schernì la voce. «Ti è impossibile inviare qualsiasi comunicazione, abbiamo staccato il filo del telefono!» rise ancora la voce. «Ci vediamo tra poco, tu preparati a darci il benvenuto...»
Il capitano iniziò a sudare freddo.
Non poteva essere vero.
Stavano per essere assaliti dai pirati.
Aumentò la velocità fino a sentire il motore vibrare.
Sapeva tuttavia che questo non sarebbe bastato, il panfilo pirata, con la sua straordinaria velocità, li avrebbe presto raggiunti.
Corse sotto coperta a svegliare i sei ricchi vacanzieri e li mise al corrente della situazione.
«Cosa facciamo?» chiese la signora Green guardando con ansia il capitano.
Diamine, dove era finito il coraggioso e baldo lupo di mare che si era portata a letto per tutta la vacanza?
«Nella migliore delle ipotesi, ci lasceranno legati e imbavagliati a bordo, dopo aver preso tutto, compresa la benzina.»
«Se questa è la migliore, qual è la peggiore?» chiese il signor Green stringendo a sé la moglie.
«Beh, se siamo sfortunati...ci ammazzeranno tutti.»
«Ommioddio!» esclamò sconvolta una delle ragazze scoppiando in lacrime.
«Non possiamo contrattare con loro?» insistette il signor Green. «Abbiamo del denaro e potremmo dar loro anche i gioielli di mia moglie.»
«No! I miei gioielli no!» protestò la donna.
«Tutto dipende da quanto avidi sono» spiegò il capitano ignorando le lamentele della signora Green. «Avete delle armi?»
Il signor Green scosse la testa: «Ci sono solo i coltelli da pesca.»
«Potrebbero tornarci utili anche quelli, nascondeteveli sotto i vestiti. Ci raggiungeranno tra breve, l’unica cosa che ci resta da fare è pregare.»
Un quarto d’ora.
Arrivarono dopo un solo quarto d’ora.
Il panfilo accostò al piccolo yacht e da esso spuntarono una mezza dozzina di uomini di ogni razza: c’era un vecchio nero, un filippino con i baffi e l’aria pericolosa nonostante la moderata altezza, un giovane mediorientale, due ispanici trentenni dal volto ruvido per il troppo tempo passato sotto il sole e un giovane dai lineamenti forse australiani, forse americani.
«Buongiorno, signori» salutò quest’ultimo sorridendo quasi malignamente.
Era stato lui a parlare, il giovane dai capelli neri e gli occhi di ghiaccio.
«Che avete da offrirci? Badate, comportatevi amichevolmente e nessuno si farà del male.»
“E’ un buon segnale” pensò il capitano, pentendosi subito dopo di quel suo bagliore di speranza.
Uno degli ispanici saltò sullo yacht e si avvicinò pericolosamente ad una delle ragazze, le accarezzò una guancia e poi la strinse violentemente a sé afferrandola per la vita, mentre questa lanciò un urlo spaventata, prevedendo le sue intenzioni.
«Vi prego, lasciatela stare» supplicò il signor Green rivolgendosi al ragazzo dagli occhi azzurri che sembrava essere il capo, ma suo figlio reagì diversamente e assalì l’ispanico, provocando la reazione degli altri pirati.
In un baleno furono tutti e sei sullo yacht: il secondo ispanico aggredì il ragazzo con un coltello e glielo conficcò nella schiena, gettandolo poi a terra.
Le donne iniziarono ad urlare e il signor Green afferrò il coltello che teneva nascosto sotto il costume, lanciandosi rabbioso contro uno degli ispanici.
Il mediorientale si scagliò in difesa del compagno e come in una reazione a catena il capitano saltò addosso a quest’ultimo brandendo anch’egli un coltello.
Un colpo di pistola tentò di riportare tutti al silenzio.
Il signor Green si accasciò al suolo tenendosi una mano all’addome, da cui sgorgava una gran quantità di sangue. Dopo pochi secondi non si mosse più.
La signora Green lanciò un urlo disumano mentre uno dei suoi figli veniva sgozzato e gettato in mare.
Mentre sul ponte dello yacht si scatenava il finimondo, sul panfilo, in una delle lussuose stanze sotto coperta, una ragazza era distesa di fianco su un morbido letto matrimoniale.
Piedi scalzi, un paio di jeans troppo larghi per lei, niente maglia, solo il reggiseno di un bikini rosso fuoco.
I capelli biondi erano legati malamente in una coda, spettinati sul lato in cui appoggiava la testa al cuscino.
Gli occhi erano chiusi, le palpebre nascondevano gli iridi blu cielo.
Alle orecchie le cuffie di un i-Pod che stava suonando “Bang bang” di Nancy Sinatra ad un volume eccessivamente alto.
“Bang bang, he shot me down,
Bang bang, I hit the ground,
Bang bang, that awful sound,
Bang bang...my baby shot me down.”
“Bang bang, lui mi abbatté,
bang bang, io caddi al suolo,
bang bang, quel terribile suono,
bang bang...il mio piccolo mi ha abbattuto.”
Disclaimer: il testo della canzone appartiene a Sonny Bono
CAPITOLO DUE
A tutto volume, sì...per non sentire quello che avveniva di sopra.
Non le piaceva quello che faceva Jack, lo odiava per questo...ma quella era la vita che si era scelta da due mesi a questa parte.
Gli aveva fatto promettere di non uccidere più nessuno, ma chi gliel’assicurava se lei era lì in camera a far finta di niente?
Jack le aveva proibito di uscire da lì quando attaccavano qualche barca...non che ne avessero assalite tantissime da quando era arrivata lei...gliel’aveva proibito, se fosse uscita si sarebbe arrabbiato veramente tanto...e magari l’avrebbe picchiata, come faceva sempre Greg...no, Jack non era così...era un pirata, un ladro, un assassino ma mai le avrebbe messo le mani addosso.
Non a lei.
Si fece coraggio e decise dia andare a controllare la situazione.
Magari c’era qualche donna a bordo, e Jack era troppo impegnato per tenere a bada ventiquattro ore su ventiquattro l’uccello pervertito di Xavier.
Si riconosceva al primo sguardo, che Xavier era un maniaco assetato di sesso.
Lei lo aveva sperimentato sulla propria pelle...quasi, per fortuna.
Spense l’i-Pod ed uscì dalla stanza.
Salì sul ponte e le si propose davanti uno spettacolo orrendo: Jack dava ordini ai suoi uomini gesticolando e agitando di qua e di là la mano con la quale teneva la pistola...era pazzo a scuoterla in quel modo, e se fosse partito un colpo?
Mohammed stava trascinando il corpo di un uomo la cui camicia una volta doveva essere bianca, ma ora era intrisa di sangue.
Anche il ponte dello yacht era un lago di sangue.
Vicino al timone c’era un altro cadavere, quello di un ragazzo che doveva avere almeno cinque anni meno di lei. Era stato pugnalato al petto.
Una donna sui cinquant’anni, bionda e molto affascinante, piangeva silenziosamente accanto al cadavere.
Vide Jack avvicinarsi ad un uomo con la barba che si faceva pressione sul fianco destro da cui perdeva molto sangue.
Jack si piegò accanto a lui e iniziò a parlargli con espressione dura, mentre l’uomo lo ascoltava in silenzio e ogni tanto annuiva.
Jack non si era accorto che Xavier era sceso in coperta trascinando con sé una ragazza.
Ma lei sì.
Saltò sul ponte del piccolo yacht e lo seguì, senza che nessuno si accorgesse della sua presenza.
Xavier aveva già scaraventato la ragazza su di un divanetto, le teneva chiusa la bocca con una mano e con l’altra stava sbottonandosi i pantaloni.
«Lasciala stare» ordinò lei con voce ferma.
L’ispanico si alzò di scatto e la ragazza colse l’opportunità per urlare, richiamando l’attenzione degli altri che erano sul ponte dello yacht.
Jack scese di sotto ed esclamò:
«Wendy, che cavolo ci fai qui? Ti avevo detto di restare in camera!»
«E avevi anche detto a Xavier di lasciare stare le donne, mi pare» ribatté Wendy.
«Xavier, lascia stare la ragazza» ingiunse Jack. «E tu, Wendy, ritorna alla barca.»
«Non le ucciderete?» chiese la ragazza.
«No, non le uccideremo» promise Jack.
Non li uccisero, infatti, ma come aveva previsto il capitano nella migliore delle ipotesi, li lasciarono lì a secco di benzina, con due cadaveri e uno disperso in mare.
Nel giro di qualche giorno li avrebbero trovati, non erano così distanti dalla costa.
La migliore delle ipotesi.
Wendy ritornò nella sua stanza, si stese a letto, rimise le cuffie alle orecchie e accese l’i-Pod.
Le lacrime iniziarono a scendere copiosamente mentre suonavano le prime note di “No” di Shakira:
“No, no intentes disculparte
No juegues a insistir
Las excusas ya existan antes de ti.
No, no me mires como antes
No hables en plural
La retorica es tu arma mas letal...”
“No, non cercare di scusarti
Non provare ad insistere
Le scuse c’erano già prima di te.
No, non guardarmi come prima
Non parlare al plurale
La retorica è la tua arma più letale...”
Stava per assopirsi quando sentì il materasso abbassarsi alle sue spalle.
Era Jack.
Si era fatto una doccia e profumava di sapone, di pulito, profumava come un neonato dopo il bagnetto, eppure Wendy poteva giurare di sentire ancora l’odore di polvere da sparo e sangue.
Era stato lui ad uccidere quell’uomo.
Xavier e Miguel avevano fatto fuori gli altri due e Mohammed era stato ferito dal capitano.
Jack le posò una mano sulla spalla, scotendola delicatamente.
Lei si voltò e fissandolo con gli occhi ancora arrossati dal pianto gli chiese:
«Com’è successo?»
Lui sospirò.
«Xavier ha toccato una delle ragazze e il fidanzato di lei gli è saltato addosso. Tutti hanno iniziato ad aggredirsi, Gai-jin, saltando sul ponte dello yacht mi ha urtato...ed è partito un colpo. Non ho mantenuto la mia promessa, mi dispiace...»
«Non è con me che ti devi scusare» rispose brusca la ragazza. Si era trattato di un incidente, nel caso di Jack, ma se solo lui non avesse tenuto sempre in mano quella maledetta pistola non sarebbe mai successo.
«Immagino che non mi permetterai di dormire con te stasera» realizzò Jack.
«E’ tua la camera, è tua la barca, è tutto tuo qui, fai quello che vuoi» rispose Wendy.
Jack le depose un bacio sulla guancia ed uscì, deciso a passare la notte in compagnia degli altri.
Si era appena lavato, ma si sentiva sporco, e non si sarebbe mai permesso di sporcare anche Wendy, la sua bambina dell’Isola che non c’è.
Disclaimer: il testo della canzone appartiene a Shakira.
CAPITOLO TRE
Flashback: due mesi e mezzo prima.
Wendy non aveva mai amato il mare.
Le faceva paura per i troppi film su squali, piraņa e mostri marini che aveva visto da piccola e ne era terrorizzata.
Quando andava in spiaggia raramente entrava in acqua e se lo faceva rimaneva ad al massimo una ventina di metri dalla riva.
Non le piaceva la sensazione di non sentire niente sotto ai piedi, temeva che da un momento all’altro arrivasse qualcosa ad afferrarle la caviglia e trascinarla giù, o a mangiarle le gambe.
A volte, quando sfiorava un’alga o pestava un granchietto, iniziava ad urlare come un’isterica.
Greg l’aveva sempre presa in giro per questo.
Al contrario di lei, suo marito adorava il mare: andava a pescare ogni domenica e tutte le estati le trascorrevano rigorosamente nella casa al mare, a Bondi Beach, vicino Sydney.
Greg aveva undici anni più di Wendy e trattava sua moglie come una bambina, a volte come una schiava, altre come una puttana e molto spesso come un punching ball.
Lei era inglese e lui per insultarla la chiamava “sporca Pommy”, l’appellativo dispregiativo usato dagli australiani nei confronti degli ex colonizzatori.
Era ricco e le dava tutto, anche se lei non lo voleva, quel tutto, le sarebbe bastato essere trattata con rispetto, non essere picchiata per ogni cavolata che combinava.
Avevano una domestica che puliva la casa ma se Greg trovava qualcosa fuori posto dava la colpa a Wendy e la prendeva a cinghiate.
Non era sempre stato così.
Wendy credeva che quel suo comportamento fosse dovuto al brutto periodo che la sua azienda aveva passato due anni dopo il loro matrimonio, ma poi l’economia si era risollevata, ma non le brutte maniere di Greg nei confronti di Wendy.
La prima volta che lei si era lamentata che il mare non le piaceva, lui le aveva mollato uno schiaffo talmente forte che non era riuscita a mangiare cibo solido per tre giorni.
Poi un’estate Greg aveva noleggiato un piccolo catamarano, bellissimo, elegante, sinuoso, un vero capolavoro di imbarcazione.
Ma a Wendy faceva paura l’oceano, e presto scoprì anche di soffrire il mal di mare.
Pessima cosa.
Aveva tentato di evitare quella vacanza.
Uno schiaffo, una spinta, un calcio.
Gli aveva spiegato che si sentiva male.
Un pugno sullo stomaco, un altro manrovescio.
Rimasero in alto mare per cinque giorni.
Wendy li trascorse quasi tutti chiusa in bagno a vomitare.
Poi Greg si stufò e la trascinò per i capelli sul ponte.
«Stupida Pommy, vuoi proprio rovinarmi la vacanza?» aveva gridato buttandola per terra mentre lei rimandava indietro i conati di vomito. «Adesso starai qui per tutto il giorno e non scenderai giù finché non te lo dirò io!»
Wendy non voleva farlo, davvero.
Glielo stava per dire, ma lui continuava a strattonarla e scuoterla, come se il suo stomaco non avesse avuto bisogno di altri sussulti.
Voleva voltare il capo, ma lui la tratteneva per i capelli.
Gli aveva vomitato addosso.
Lui aveva completamente perso la testa.
L’aveva scaraventata contro ogni angolo, l’avrebbe anche buttata in mare se solo dopo avesse potuto recuperarla per continuare a picchiarla.
Le aveva fatto un occhio nero, spaccato il labbro inferiore e slogato un polso, prima di buttarla sotto coperta facendola cadere per i ripidi scalini.
Wendy si era trascinata verso la cuccetta ed era rimasta lì distesa in posizione fetale per un paio d’ore, senza muoversi né piangere, stanca della sua vita, pregando perché tutto finisse al più presto.
All’improvviso aveva sentito un forte sbandamento del catamarano ed era stata assalita da nuovi conati; da fuori sentì suo marito inveire.
“Adesso parla anche da solo. E’ impazzito” aveva pensato Wendy.
Ma c’era qualcun altro veramente.
Non osò alzarsi, socchiuse gli occhi ignorando le voci, non capendo cosa si stessero dicendo.
Aveva distinto le voci di due uomini, ma poi non ci aveva più fatto caso finché non aveva sentito Greg imprecare e subito dopo un grosso tonfo.
Poi qualcuno aveva sceso le scalette e si era accorto di lei.
Wendy si era voltata lentamente, con fatica, e aveva scrutato con l’occhio sano la figura in piedi davanti a lei: era un ragazzo che non poteva avere più di qualche anno più di lei, era molto abbronzato, aveva capelli neri e imperscrutabili occhi azzurri, il viso imperlato di sudore per il gran caldo.
La fissava analizzando ogni suo livido ma dopo un secondo le aveva rivolto un sorriso allegro, di quelli che da tanto tempo non riceveva da Greg:
«Hey, bellezza, come ti chiami?»
«Wendy» aveva mormorato lei, cercando di sollevarsi.
Lui si era chinato su di lei e l’aveva aiutata.
«Chi sei?» gli aveva chiesto.
«Sono Capitan Uncino» aveva sorriso lui, sollevandola tra le braccia e portandola di sopra.
Era stata abbagliata dalla luce del sole ma aveva visto subito suo marito inginocchiato sul ponte con una pistola puntata alla nuca da un filippino alto quanto un soldo di cacio.
«Non fategli del male, è mio marito» aveva supplicato in un gemito Wendy mentre Greg le lanciava uno sguardo stupito.
«Hey, dove stai portando mia moglie?»
«Lontano da te» aveva risposto il ragazzo, balzando con incredibile agilità sul ponte del panfilo accostato al catamarano.
A Wendy era bastato scorgere di nuovo il profilo dell’acqua per sentirsi nuovamente male e sbiancare come un lenzuolo.
«Stai bene?» le aveva chiesto il ragazzo, “Capitan Uncino”.
«Non uccidere mio marito» aveva risposto invece Wendy.
«Non lo uccideremo, ma tu stai bene?» aveva insistito il ragazzo trasportandola nuovamente sotto coperta.
«Mi fa male il polso...e soffro il mal di mare.»
Il ragazzo era scoppiato in una sonora risata.
«Il mare non fa male! Devi solo prenderlo per il verso giusto.»
L’aveva fatta distendere su di un morbido e grande letto matrimoniale, lo stesso letto che sarebbe poi diventato spettatore delle loro serate di passione.
Nella stanza era sbucato un vecchio di colore:
«Jack, che cosa ne facciamo del...hey, hai preso lo stesso vizio di Xavier?» gli aveva domandato lanciando un’occhiata preoccupata alla ragazza semi svenuta.
«Eh...? No, scherzi? Per quanto riguarda il tizio...lasciamolo vivo.»
«E lei?»
«Ha bisogno di essere curata, la portiamo con noi» aveva sentenziato Jack.
«Ma sei matto? Mohammed non te lo permetterà mai! E anche se lo facesse, Xavier proverebbe in ogni momento a farsela!»
«E’ più al sicuro qui che non con suo marito, vedi come l’ha conciata? Mi occuperò io di lei, provvederò che Xavier le stia lontano e la faremo scendere al primo porto.»
«Mohammed non vuole donne a bordo, sai quant’è fastidioso quando ci si mette con le sue superstizioni.»
«Paul, la barca è mia, quindi decido io chi farci stare, se Mohammed ha qualcosa in contrario può anche scendere e proseguire “a piedi”.»
«Va bene, ma al primo porto la facciamo scendere» aveva accordato il vecchio.
CAPITOLO QUATTRO
Flashback: in mezzo ai pirati.
Wendy era stata svegliata dai rumori di una violenta discussione.
Si era ritrovata immersa tra candide lenzuola, con il polso fasciato e addosso solo il costume da bagno.
Aveva un vago ricordo di quando Jack l’aveva spogliata, era stato così gentile e delicato, riusciva ancora a sentire le sue dita sfiorare il suo corpo e...ops, non si era mica lasciata sfuggire qualche gemito?!
Al piano sottostante la sua stanza si stava svolgendo una lite e riusciva a riconoscere distintamente le voci di sei uomini, tra le quali quella di Jack.
«Che c’è di male se la teniamo per un po’?»
«Jack, non è mica un cane, e noi non siamo poliziotti o guardie del corpo o baby sitter, ma pirati, non possiamo tenerci a bordo una donna, non se non ci serve come passatempo!»
«Niente donne a bordo! Portano sciagura!» strillava un ragazzo dal forte accento arabo.
«Io dico di tenerla, sono tre mesi che non lecco una bella f...»
«TU NON LA SFIORERAI NEMMENO, MI SONO SPIEGATO XAVIER?»
«Jack, cerca di calmarti e ascoltami, una donna a bordo di una nave pirata non può starci bene. Non è abituata alla nostra vita e noi non abbiamo né tempo né voglia di starle dietro. Non sarebbe giusto neanche per lei, starebbe male qui con noi.»
«Sto solo dicendo di tenerla finché non starà meglio e poi di lasciarla, che ne so, a Sydney, a Hong Kong, alle Fiji...»
A quel punto Wendy era scesa nella stanza dove i sei uomini stavano discutendo.
Il suo arrivo fece calare tutti in un silenzio imbarazzato.
«Io sto bene, potete anche riportarmi sulla barca di mio marito.»
I sei membri dell’equipaggio avevano osservato il suo viso pieno di lividi e lesioni, e avevano abbassato lo sguardo, dopodichè Paul aveva annunciato:
«Ragazza, puoi restare con noi quanto ti pare.»
Paul era un pirata buono.
Il più buono di tutti.
Jack era gentile e tenero con lei, ma Paul era buono con tutti.
Aveva sessant’anni ed era in semi pensione, vale a dire che non sempre si aggregava agli altri quando assaltavano una barca; lui era il cuoco ed era eccezionale.
I sei pirati mangiavano come re grazie a lui.
Mohammed sembrava aver paura di Wendy, oppure semplicemente la odiava.
Era musulmano osservante e non la guardava mai negli occhi. Se proprio doveva parlarle fissava un punto imprecisato sopra la sua spalla; era una cosa che Wendy detestava e che allo stesso tempo la metteva in imbarazzo, quasi si vergognava a stare in costume da bagno in sua presenza, tuttavia si copriva solo quando c’era Xavier nei paraggi.
In realtà lui era anche simpatico, se Wendy fosse stata un uomo avrebbe sicuramente fatto amicizia con lui, ma Xavier era un maniaco pervertito e maschilista e la considerava alla stregua di una bambola...o di un buco.
Miguél invece era un po’ più rispettoso nei suoi confronti, ma era anche molto permaloso e menava forte.
In un mese Jack si era ritrovato quattro volte o con il naso rotto o con un occhio nero, e tutto a causa della sua linguaccia che sparava battute pesanti.
Gai-jin non parlava mai ed era stranissimo; era un ometto di quarant’anni con sottili baffetti e occhi spietati che passava la maggior parte del tempo sulla punta di prua ad affilare i suoi preziosi coltelli. Non sembrava molto normale...
Wendy non scese più a terra.
Ben presto Jack la reclamò come sua e a lei non dispiacque affatto.
Si era innamorata di un pirata, incredibile!
Le sembrava di vivere in una favola, e per la precisione la favola di Peter Pan, dato che lui si era presentato come Capitan Uncino...e Wendy si era innamorata del pirata cattivo.
Non sapeva come avrebbe fatto a vivere su quel panfilo, non sapeva come avrebbe reagito la prima volta che i pirati avessero assalito una barca in sua presenza...non fu molto piacevole.
Xavier violentò una donna e Jack pestò a sangue un uomo che, per difendersi, aveva cercato di aggredirlo alle spalle.
Non le era piaciuto quello che aveva visto e per tre notti non si lasciò avvicinare da Jack.
Lui non capiva.
Proprio non immaginava perché si fosse sconvolta a quella maniera.
Quella era la sua vita da quando aveva sedici anni, non ci trovava nulla di strano.
Poi Wendy glielo fece comprendere.
Ma lui non ci poteva fare niente, e nemmeno lei.
Infine scesero a patti: lei ci avrebbe fatto l’abitudine, ma lui e i suoi compagni avrebbero cercato di evitare la violenza.
Quella ragazza condizionò radicalmente la vita di quei pirati: niente più film porno guardati in gruppo, doccia ogni giorno, per Jack in particolare il rasoio dovette diventare il suo migliore amico, niente abbordaggi di vacanziere vicino alla costa, niente più pisciate dal ponte di poppa e naturalmente ogni tanto bisognava dare una ripulita perché era un peccato trasformare in un porcile un panfilo bello e lussuoso come quello.
CAPITOLO CINQUE
La sera dopo l’ultimo assalto.
Wendy non aveva cenato.
Era rimasta stesa a letto a pensare...pensare che quella vita non era fatta per lei, che se proprio voleva stare con Jack lo doveva accettare in tutti i suoi lati, non poteva arrivare così all’improvviso e costringerlo a lasciare ciò che aveva fatto per metà della sua vita.
Era un pirata.
Un fuorilegge.
O lo accettava, o se ne doveva andare.
Gli rendeva la vita difficile.
Doveva abituarcisi, se realmente lo amava ce l’avrebbe fatta.
Sì, quello poteva essere un modo per capire quanto profondi erano i suoi sentimenti verso di lui, e anche quelli di lui verso di lei.
La legge non l’aveva mai aiutata quando stava con Greg, che importava se ora lei la infrangeva?
Le persone che rapinavano erano tutte piene di soldi, non ci perdevano un gran che, qualche migliaio di dollari e qualche gioiello non era niente per gente che possedeva uno yacht.
Lei avrebbe potuto approfittarne per controllare Xavier ed evitare altri incidenti come quello di quella mattina.
Si alzò, sentendosi un po’ indolenzita perché aveva passato quasi tutta la giornata a letto, scese al piano di sotto, in cucina, dove i sei pirati stavano giocando a poker.
Sorrise loro e chiese di poter giocare.
«Beh, allora che ne dite di un bel strip poker?» propose Xavier, subito fulminato da uno sguardo di Jack:
«Neanche per sogno.»
«A me sta bene» rispose invece la ragazza.
«Ma sei matta?»
«Credi che non sappia giocare? Vi lascerò tutti nudi come vermi!»
Una sedia in più, una cassa di lattine di birra e il gioco iniziò.
Un’ora più tardi Paul e Jack erano rimasti in pantaloni, Miguèl con le mutande e i calzetti, Mohammed non aveva giocato perché era contro la sua religione il gioco d’azzardo, quindi era rimasto ad assistere divertito, provando quasi ammirazione per Wendy che aveva lasciato Gai-jin a guardarla in cagnesco con addosso solo la camicia e le mutande, e Xavier...a lui rimanevano solo i boxer, e mancava un’ultima mano.
Wendy invece si era dovuta togliere solo la felpa e un paio di braccialetti.
«Non vale! Allora anch’io mi riempivo le braccia di bracciali!» protestò Xavier.
«Ti rode di essere stato sconfitto da una donna, eh?» lo provocò la ragazza.
«Non ti dichiarare ancora vinta, mi restano ancora le mutande!»
Cinque minuti dopo:
«Hai perso, via le mutande.»
«Jack non puoi permettere alla tua donna-»
«Non cercare scuse, hai perso. Via le mutande. Non ti preoccupare, non risveglierai i miei istinti animali, non credo ne saresti capace!»
A malincuore l’ispanico si sfilò i boxer.
Stare nudo davanti a una donna non lo aveva mai imbarazzato.
Ora sì.
«Bene...» iniziò a dire Wendy. «Dato che ho vinto, mi merito una ricompensa, no?»
Subito i sei uomini si allarmarono.
Cosa poteva volere?
Una sosta in qualche porto per fare shopping?
Che andassero tutti dal barbiere e che si facessero la barba come era stato imposto già a Jack?
«Al prossimo assalto, partecipo anch’io.»
Ahn?
«Non se ne parla» decretò immediatamente Jack, ma Wendy si era già impuntata.
«Ascoltami, parente di Jack Sparrow, se devo vivere con voi su questa barca tanto vale che mi renda utile anch’io!»
«Come mi hai chiamato?» chiese Jack inarcando un sopracciglio, ora concentrato sull’appellativo usato da Wendy.
«Non cambiare discorso!» lo rimproverò lei. «Non ci vuole molto a fare quello che fate voi, basta solo sventolare una pistola e chiedere i soldi!»
«Wendy, ascolta, un pirata deve fare paura per fare bene il suo lavoro.»
«Tu non fai paura! Casomai fai innamorare le ragazzine! Guardati, potevi entrare nel cast de “La maledizione della prima luna”!»
«E’ troppo pericoloso.»
«Ti stai arrampicando sugli specchi!»
«Non è vero! Molti navigatori viaggiano con delle armi...»
«E secondo te le sanno usare? Gli yacht che assalite appartengono a imprenditori la cui unica arma che sanno usare è la mazza da golf! Avanti, fatemi provare!»
«No, no e no.»
«Ti preeeegooo!»
«No.»
«E invece sì.»
«E invece no!»
«Sì!»
«Ti rinchiuderò nella nostra cabina!»
«Ti faccio dimenticare cos’è il sesso!»
«Non...non...»
«Aha! Ho vinto!»
C’era stata calma assoluta per tre giorni.
Paul pescava, Gai-jin affilava le sue lame, Xavier leggeva “Playboy”, Mohammed pregava sul ponte di poppa, Miguèl cazzeggiava e Jack...Jack sperava che Wendy si levasse di testa quella folle idea.
Fortunatamente per un po’ la ragazza non aveva più accennato alla cosa, aveva ripreso le sue attività come al solito e sembrava aver dimenticato tutto.
Aiutava Paul in cucina, teneva pulito il ponte e poi ciondolava in giro o prendeva il sole.
Un giorno le parve di aver avvistato qualcosa a Ovest, così corse ad afferrare il binocolo per guardare meglio, ma il suo entusiasmo sfumò quando costatò che si trattava di un semplice peschereccio.
I pescatori erano loro amici, ogni tanto si facevano piccoli favori l’un l’altro.
«Mmm...aragosta» mormorò Wendy deliziata. «E’ una vita che non la mangio.»
«Allora avviciniamoci» propose Jack spuntando alle sue spalle.
In una ventina di minuti gli furono accanto; si trattava di un peschereccio giapponese di piccole dimensioni, ma con il ponte stracolmo di pesci e crostacei; l’odore di pesce fresco si sentiva a distanza di miglia e i gabbiani ci giravano attorno eccitati e attirati da quello che poteva essere un delizioso spuntino.
«Konnichi wa!» salutò educatamente Jack inchinandosi leggermente alla maniera giapponese.
«Buongiorno!» risposero i pescatori all’unisono.
«La mia signora ha voglia di aragosta, ce ne dareste un paio?»
«Certo capitano!» esclamò un giapponese con il sorriso a scacchiera, afferrando quattro grossi crostacei e aggiungendo:
«Non dirigetevi più a Ovest, c’è la guardia costiera da quelle parti!»
«Grazie per l’informazione.»
«Jack, sono stati così gentili, non potremmo dar loro qualcosa?» propose Wendy.
«Mi sembra giusto. Hey tu!» esclamò rivolgendosi al giapponese. «Sei sposato?»
«Hai, perché?»
«Ti do qualcosa da portare a tua moglie.»
Jack sparì per qualche minuto sottocoperta e ricomparve con una borsa...piena di gioielli!
Il giapponese rimase a bocca aperta e si inchinò diverse volte per ringraziare:
«Arigato! Arigato!» continuava a ripetere, facendo segno agli altri di donare ai pirati altre grosse aragoste.
«Spartiscili con gli altri, wakarimasu ka? Hai capito?»
«Wakarimasen, wakarimasen, Capitano-sama”! Arigato!»
«Sei stato molto generoso» disse dolcemente Wendy appoggiandosi alla spalla di Jack.
«Tutti i pirati sono generosi con i pescatori.»
«Tu lo sei di più» miagolò lei.
«So dove vuoi arrivare, e non è la camera da letto.»
«Uffa, proprio non vuoi che ti dia una mano? Sarei una pirata molto sexy...»
«Non lo dubito, ma se malauguratamente la guardia costiera ci dovesse beccare, finiresti al fresco pure tu e non voglio che succeda» spiegò Jack.
«Mi avevi detto che le probabilità di essere beccati sono minime in mezzo all’Oceano.»
«E’ così...ma ora che abbiamo una donna a bordo la sfortuna è dalla nostra parte!»
«Scemo!» lo sgridò Wendy dandogli una scherzosa pacca sulla spalla. «Almeno fammi provare, potrei esservi utile ed evitare altri guai, davvero.»
«Senti...ci penserò, va bene?»
«Grazie! Vado a dire a Miguel di fermare la nave, ho voglia di fare qualche tuffo.»
CAPITOLO SEI
Flashback: imparare ad amare il mare.
Wendy era sul panfilo dei pirati da sei giorni.
Non era uscita molto dalla stanza che Jack le aveva galantemente ceduto, era ancora un po’ dolorante e non appena metteva piede sul ponte le venivano terribili attacchi di nausea, perciò preferiva non arrischiarsi troppo.
La prima volta che si erano incontrati, il suo non proprio innocente salvatore era scoppiato a ridere quando gli aveva rivelato che soffriva il mal di mare.
«Non si può soffrire il mal di mare!...basta prenderlo nel modo giusto! Vieni con me» le aveva poi ripetuto dopo alcuni giorni prendendola per mano e portandola di sopra, sul ponte.
Wendy aveva un’aria smarrita e allo stesso tempo un po’ spaventata: temeva di vomitare da un momento all’altro.
Mohammed e Gai-jin, incuriositi, avevano fermato le loro attività (quella di preghiera e di affilamento dei pugnali) e si erano messi a guardare la scena, con un sorriso leggermente divertito in volto.
«Miguél! Ferma i motori!» aveva gridato Jack per farsi sentire dall’ispanico, che aveva subito obbedito.
«Vieni, facciamo un bagno» aveva poi esortato Wendy, togliendosi la canottiera e rimanendo in costume rivelando un fisico abbronzato, asciutto e muscoloso.
Wendy aveva indietreggiato, timorosa:
«No, l’acqua è troppo profonda...»
«Non sai nuotare?»
«Sì, ma non mi piace farlo nell’acqua profonda...di solito non mi allontano mai troppo dalla riva e qui...siamo in mezzo all’Oceano...»
Jack le aveva sorriso dolcemente, preso la mano tra le proprie e detto:
«Fidati di me. Il mare è stupendo, è la cosa più bella del mondo! E poi, ci sono io con te.»
Quando Jack parlava del mare gli luccicavano gli occhi, come un bambino davanti all’albero di Natale.
Wendy si era fidata di lui, e da allora lo avrebbe sempre fatto, perché Jack le tolse ogni sua fobia del mare aperto.
Erano entrati in acqua e si erano allontanati leggermente dal panfilo, ma Jack era sempre rimasto vicinissimo a Wendy.
«Visto? Non devi avere paura del mare. E’ nostro amico, anche se ogni tanto fa un po’ il dispettoso!»
Aveva ragione.
Era piacevole stare in acqua, ora Wendy iniziava a sentirsi più rilassata.
Jack le teneva la mano e le sorrideva.
Wendy non aveva più paura che qualcosa da sott’acqua la trascinasse giù.
Il mare era bello.
***fine flashback***
«Dai scemo! Non mi spruzzare l’acqua!» strillò ridendo Wendy nuotando un po’ più lontano da Jack.
«Ma come? E’ proprio questo il bello!» ribatté lui cercando di raggiungerla con un paio di ampie bracciate. Andò sott’acqua, sparendo alla vista della ragazza, per poi ricomparire sotto di lei. L’afferrò per le gambe e la tirò giù con sé, e sempre sott’acqua la baciò appassionatamente.
Quando risalirono in superficie nuotarono ancora per un po’ mentre il sole iniziava a calare; lo osservarono abbracciati tuffarsi in mare e poi decisero di ritornare alla barca.
Wendy passò vicino a Mohammed e di proposito lo bagnò strizzandosi i capelli sopra di lui.
Lui imprecò in arabo ma quando lei si girò per andare via sorrise leggermente.
Non lo dava a vedere ma in realtà andava matto per quella ragazza, era simpatica, allegra e solare e finalmente aveva portato un po’ di ordine tra quella massa di pirati scalmanati e incivili.
Era solo preoccupato per quello che aveva detto alcuni giorni prima, ovvero che intendeva prendere parte agli assalti insieme a loro; a Mohammed non sembrava proprio il caso, potevano succedere imprevisti pericolosi, lui stesso era stato ferito varie volte, per non parlare di Jack, il cui corpo era segnato da diverse cicatrici, alcune create da pallottole.
Non poteva sapere che la ragazza era molto più determinata di quanto sembrasse.
Ci si avvicinava alla fine di settembre ma c’era ancora qualche yacht che vagava in mare aperto.
I ricchi potevano prendersi le vacanze in ogni momento dell’anno.
Erano le dieci del mattino quando Eva avvistò la barca a vela; un sorriso maligno si disegnò sul suo volto.
Quel giorno sarebbe stata “la sua prima volta”.
Entrò nella cabina comandi dove Jack, Xavier e Mohammed stavano decidendo se rapinare o no la barca a vela in questione e non appena videro la ragazza e il suo sorrisino vispo stampato in faccia dissero all’unisono e con voce ferma:
«Non se ne parla.»
Di tutta risposta lei tirò fuori la lingua.
Jack si scambiò uno sguardo preoccupato con gli altri due compagni:
«Non possiamo smettere di assaltare barche perché lei vuole venire con noi.»
«Potremmo farle provare.»
«Solo una volta.»
«Poi si vedrà.»
«Evviva!» esclamò Wendy in segno di giubilo.
Quando il panfilo si avvicinò alla barca a vela, quasi la fece rovesciare, tanto forte si accostò a quest’ultima.
C’era un ragazzo molto giovane al timone, evidentemente all’inizio pensò si trattasse di uno scherzo da parte di ragazzi della sua età.
Poi vide spuntare Wendy e sorrise:
«Ciao!»
«Ciao» rispose lei. «In quanti siete?»
«Quattro.»
«Mm...si può fare.»
«Fare cosa?» chiese lui maliziosamente.
«Portarvi via tutto quello che avete di valore.»
Jack e Miguel saltarono sul ponte della barchetta, Jack con la solita pistola in mano:
«Dì ai tuoi amici di venire su» disse con tono intimidatorio.
Gli altri tre ragazzi però erano già spuntati da sotto coperta, allarmati dal grosso tonfo subito dalla barca.
Tra di loro c’era una ragazza che, vedendo la pistola in mano a Jack, cacciò un urlo.
«Su, su, fate i bravi, dateci quello che avete e noi ce ne andiamo in fretta» li esortò Jack.
Arrivò anche Wendy che scortò la ragazza sotto coperta, per prendere il denaro e gli oggetti di valore: un PC portatile, cellulari, orologi, orecchini e qualche braccialetto d’oro.
Mentre afferrava velocemente tutto quello che le capitava sotto mano, la ragazza lanciava occhiate preoccupate in direzione di Wendy.
«Siete pirati?»
«A-ha» annuì lei guardandosi intorno ma senza distrarsi troppo dalla ragazza, per evitare che facesse mosse azzardate.
«Non ci ucciderete, vero?»
«No, impedirò in ogni modo che qualcuno dei miei amici vi faccia del male, a patto che vi comportiate bene. Hey, per caso hai qualche vestito carino?»
Dieci minuti dopo il panfilo si allontanò rapidamente e virò in direzione dell’Australia.
Wendy era eccitatissima.
«E’ stato facile!! Sono stata bravissima!»
«Ah...erano solo scolaretti...» sbottò Xavier.
Wendy lo afferrò per un orecchio:
«Sono-stata-brava!» ringhiò.
«S-sì! Bravissima!»
«Bene. Da oggi sono anch’io una pirata! Potrei indossare un grande cappello e tenere sulla spalla un pappagallo parlante e tutti mi chiameranno “La padrona dei sette mari” oppure “Wendy, la corsara trendy”!!»
«Non ti sembra di esagerare?» chiese Jack, l’espressione perplessa e un sopracciglio alzato.
Wendy ritornò sulla Terra.
«Sì. Scusa. Ma sono così...così...felice!»
«Beh, ti informo che anche i pirati vanno in letargo con l’arrivo dell’inverno. Attraccheremo presto e per qualche mese ce ne staremo calmi.»
«Ah sì? Dove?»
«Nella mia isola che non c’è!» esclamò Jack sorridendo. Wendy lo baciò.
«Credi di riuscire a cavartela con un bacio?» le bisbigliò sensualmente all’orecchio il pirata dopo averla afferrata tra le sue braccia.
«Mmm...spero di no...» miagolò lei lasciandosi andare alle sue carezze. «Andiamo in camera...»
Lui la prese in braccio e la portò in cabina passando davanti a Xavier, che con una punta di invidia, sbottò:
«Guardate che il periodo dell’accoppiamento è finito!»
I due ragazzi non gli diedero il minimo ascolto, entrarono nella loro cabina, si gettarono sul grande letto ridendo e proseguirono il loro gioco amoroso fino a notte fonda.
Erano felici insieme.
Wendy venne svegliata la mattina seguente da Xavier che imprecava a raffica sul ponte.
Erano le sei di mattina.
Jack stava ancora dormendo.
Si accoccolò ancora di più contro il suo petto ma dopo un po’ anche lui aprì gli occhi.
Sbadigliò sonoramente e le diede un bacio sulla fronte.
«Stanotte hai riso nel sonno» le disse.
«Ah sì? Mi capitava spesso da piccola. E parlavo anche, o mi alzavo...una volta ho anche cantato nel sonno!»
«Se ricominci a farlo dovrò chiudere la porta a chiave! Ridi in un modo strano...tremi come un vibratore!»
«Ma dai!» scoppiò a ridere Wendy.
«Ecco, vedi, anche adesso! Vibri!»
Di conseguenza la ragazza rise più forte e finì col rotolare via da Jack...atterrando per terra.
Il ragazzo si sporse dal bordo del letto per chiederle se si era fatta male, ma non ce ne fu bisogno dato che lei continuava a ridere.
Lo guardò e dopo un secondo ritornò perfettamente seria.
«Ok. Basta.»
Stavolta fu lui a ridere.
Wendy si rialzò e si mise a cavalcioni sopra di lui.
«Pronta per un altro round?»
«Certo, Capitan Uncino!» rispose lei posandogli un bacio sulle labbra e proseguendo lungo la mascella leggermente ispida, il collo e poi il petto.
«Sai...» mormorò Jack socchiudendo gli occhi e sospirando leggermente, assaporando le sensazioni che lei gli trasmetteva. «Ho avuto molte sirene, ma tu...tu sei Wendy!»
Lei si bloccò e ridacchiò.
«Ho capito la metafora» disse sorridendo dolcemente. «Però è sbagliata!»
«Cosa?!»
«Sì, insomma, Peter Pan era adorato dalle sirene, ma l’unica che amava veramente era Wendy. Però tu non sei Peter Pan, sei Capitan Uncino. E capitan Uncino era amato da...Spugna!»
«Ok, allora tu sei Spugna» l’accontentò Jack alzandosi e portando Wendy sotto di sé.
Si impossessò delle sue labbra e le accarezzò lentamente con la lingua, facendosi strada all’interno della sua bocca.
Wendy iniziò ad accarezzargli la nuca, i capelli e le spalle mentre lui le sfiorava le cosce e i fianchi; gemette quando sentì che le stava abbassando le mutandine.
Allargò le gambe per fare spazio a Jack, in attesa del momento in cui i loro corpi si sarebbero fusi in un’unica anima.
Perché quando facevano l’amore non lo facevano solo con il loro corpo, ma anche con il loro spirito e la loro mente, ognuno donava tutto se stesso all’altro.
Quando erano insieme non esisteva nient’altro, solo loro due, il dolce oscillamento della barca che accompagnava i loro movimenti e l’urlo dei gabbiani che copriva i loro gemiti d’amore.
CAPITOLO SETTE
Wendy, Jack e Paul stavano facendo colazione quando li raggiunse anche Miguel.
«Jack, è ora di attraccare da qualche parte per fare rifornimenti, lo sai.»
«Sì, lo so. Pensavo di fermarmi a Sydney, voglio passare da mi madre.»
Jack non aveva mai parlato a Wendy della sua famiglia.
«Posso venire anch’io?» gli chiese.
«Certo.»
«E magari potrei anche andare dai miei e dir loro che sto bene...» azzardò la ragazza.
«Non penso che sia una buona idea» disse Miguel. «Se qualcuno scopre che sei ancora viva avremo presto la guardia costiera, la polizia e la marina alle calcagna.»
«Vedremo cosa si può fare» la rassicurò Jack notando il volto di Wendy rabbuiarsi. «In fondo è giusto che i tuoi genitori ti sappiano viva. Mia madre è perennemente in ansia per me!»
«Sa cosa fai?»
«No, pensa che io sia un pescatore.»
«Sampei!»
«Ma forse mia sorella sospetta qualcosa.»
«Hai una sorella? Che bello, io sono figlia unica...quanti anni ha?»
«Trentuno. Si chiama Barbara.»
Porto di Sydney.
«Oddio! Sono due anni che non poggio piede su del cemento!» esclamò Jack scendendo sul molo. Appariva un po’ sconvolto.
«Lui non scende mai a terra» spiegò Paul sistemando gli ormeggi.
«Davvero?!» chiese Wendy sbalordita.
«Non mi piace la terraferma, ad eccezione della nostra isola “privata”.»
«Non mi hai ancora detto dove si trova questo rifugio invernale.»
«Se lo facessi, poi dovrei ucciderti!» scherzò il pirata guardandosi intorno.
Erano solo le cinque e mezza del mattino e al porto c’erano solo pescatori in partenza per una lunga giornata di lavoro in mare.
«Sì, sì, come no...Allora, come ci arriviamo a casa di tua madre?»
«Non ne ho la più pallida idea» confessò Jack stiracchiandosi.
Wendy si portò una mano alla fronte.
«Almeno ti ricordi dove abita??»
«Ma certo! Solo...non so che mezzo prendere!»
«La barca è fuori discussione. Andiamo, da adesso in poi sarò io a guidarti in città, dato che tu sei come un pesce fuor d’acqua.»
«Ah, è vero, tu stavi a Summer Hill...abitavamo quasi vicini, ma qualche anno fa ho comprato a mia madre una casa vicino a Bondi Beach.»
Mentre parlava di sua madre il volto di Jack si era addolcito e Wendy se ne accorse.
«Devi volerle molto bene...»
«Lei e Barbara sono tutto quello che ho; quando mio padre ci ha abbandonati portandosi via tutti i soldi che avevamo mia madre ha sgobbato come una schiava per mandarci a scuola con vestiti puliti, il cestino del pranzo pieno a sufficienza e per farci avere tutto quello che avevano gli altri ragazzi. E Barbara ha contribuito alla mia educazione...è lei che mi ha trasformato in un gentleman!...Devo tutto quanto a loro, anche se alla fine sono diventato un poco di buono.»
Wendy lo guardò dolcemente e lo prese per mano:
«E’ un po’ presto per piombare in casa di tua madre...perché intanto non andiamo a fare colazione in qualche posto?»
Presero l’autobus fino a Paddington, dove fecero colazione alla Creperie Stivell, un localino molto caratteristico in Five Ways, passeggiarono un po’ per il quartiere che piano piano iniziava a risvegliarsi, dopodichè presero un taxi per arrivare a Bondi Beach.
La madre di Jack, Emily, abitava in una graziosa casetta gialla, un prefabbricato (come del resto quasi tutte le abitazioni della zona) circondato da un giardino ben curato e adornato da fiori di tutti i tipi.
Erano le otto quando, arrivarono davanti all’abitazione, ma Jack era sicuro che sua madre fosse già in piedi, nonostante non lavorasse più da alcuni anni.
Sentendo una macchina fermarsi lì davanti, qualcuno sbirciò da una finestra, scostando leggermente la tenda.
Subito dopo la porta d’ingresso si spalancò e ne uscì una donna sulla trentina, che si portò le mani alla bocca, e poi corse incontro a Jack saltandogli in braccio e abbracciandolo.
«Jack! Non posso credere che tu sia qui!! Da quanto tempo non ti fai vedere!! Oddio non immagini quanto sia felice!»
«Hey, calma Barb, mi stai strozzando!» esclamò il ragazzo cercando di allentare un po’ la presa attorno al suo collo. «Che cosa ci fai qui? Dove hai lasciato tuo marito?»
«Oh, dopo ti spiego, ora fatti abbracciare!»
«Ma lo stai già facendo! Ora smettila di stritolarmi, lascia che ti presenti Wendy!»
Solo allora Barbara sembrò rendersi conto della presenza di Wendy.
Si staccò da Jack e si presentò:
«Ciao, sono la sorella di Jack. Piacere di conoscerti. Sei una sua collega?» le chiese porgendole la mano e sorridendole in modo ambiguamente gentile.
Wendy non sapeva a cosa si riferisse esattamente, in ogni modo rispose:
«Oh, no! Sono...diciamo che sono...»
«La mia ragazza» concluse per lei Jack. «Andiamo dentro, ti presento mia madre.»
«Sarà contentissima di vederti!» esclamò Barbara riportando tutta la sua attenzione sul fratello. Lo abbracciò e lo condusse in casa, lasciando indietro Wendy.
«Mamma! Vieni a vedere chi c’è!! Jack è tornato!» strillò nell’atrio della casa.
«Oh santo cielo, Jack! Il mio Jack!» esclamò dalle scale una signora sulla sessantina, fondandosi giù più velocemente che poté e correndo ad abbracciare il figlio.
Era piccolina, aveva i capelli di un biondo palesemente artificiale raccolti in uno chignon e aveva un volto gioviale e affabile, i suoi occhi azzurri, identici a quelli del figlio, trasmettevano serenità e dolcezza.
Afferrò Jack per il collo e lo trascinò alla sua altezza per poterlo baciare in viso, poi lo abbracciò forte per alcuni minuti accarezzandogli la testa.
«Ma che fine hai fatto? Lo sanno i tuoi datori di lavoro che hai una madre che vorrebbe ricevere delle notizie dal figlio, ogni tanto? Perché ti tengono così lontano da casa?»
«Perché è così che posso viziare mia madre...e mia sorella!» rispose Jack dando un altro bacio sulla guancia della signora. «Mamma, ti presento Wendy, la mia ragazza.»
Emily le sorrise e l’abbracciò.
«Finalmente hai trovato qualcuna che ti tenga un po’ lontano da quel lavoraccio che fai! Dimmi, cara, spero che quando uscite insieme lui non puzzi di pesce! Gli ho insegnato le buone maniere ma non so come sia diventato vivendo con quei pescatori da quattro soldi!»
«Non si preoccupi, signora, Jack non sa mai di pesce, nemmeno appena finito il lavoro!» assicurò Wendy lanciando un’occhiata di intesa a Jack che avrebbe volentieri sbattuto la faccia contro il muro.
«Vieni, cara, e anche tu, Jack, vi preparo qualcosa da mangiare» disse Emily conducendoli in cucina.
«Veramente abbiamo già mangiato prima di venire qui» rispose Wendy.
«Però io ho ancora fame!» esclamò Jack per la gioia della madre.
Barbara si sedette tra loro due e iniziò a parlare con Jack mentre questi ingurgitava tutto quello che la madre gli metteva nel piatto.
«Barb, allora mi spieghi come mai sei qui?» chiese il ragazzo tra un boccone e l’altro.
«Vedi...io e Samuel abbiamo divorziato.»
Jack quasi non si strozzò con il boccone che aveva in bocca.
«Quando? E perché?»
«Saranno orami quattro mesi. Non andavamo più d’accordo, tutto qui. Evidentemente tutto il matrimonio è stato un errore.»
«Mi dispiace...»
«Non fa niente. In fondo è meglio che sia andata così. Ma raccontami di te! Sei sempre in mare, come hai incontrato Mandy?»
«Wendy» la corresse il fratello.
«Ci siamo incontrati per la prima volta in un ristorante vicino al porto di Singapore» spiegò Wendy. Lei e Jack si erano inventati una storia da raccontare mentre andavano lì. «Lavoro per un’azienda che ha molte sedi in Asia e in Europa, e quel giorno ero a pranzo con delle colleghe dopo un’importante riunione. Fuori dal locale alcuni marinai hanno iniziato ad importunarci, ed è intervenuto Jack, ma sono stata io a invitarlo fuori per ringraziarlo del suo aiuto.»
«Oh, Jack» sospirò Emily. «E’ sempre stato un così caro ragazzo» disse rivolgendosi a Wendy. «E ora, sei in ferie?»
«Sì, mi hanno dato qualche mese di riposo, ma ripartirò domani. Io e Wendy abbiamo noleggiato una barca per fare un viaggetto.»
«Riparti così presto? Speravo ti fermassi qui, non ti vedo mai. Sarebbe bello averti a casa per un paio di mesi...» propose la madre. «Anche Wendy può restare qui, se vuole.»
«Ma mamma, non abbiamo una camera degli ospiti» le fece notare Barbara.
In quel momento Wendy comprese che non era ben accetta dalla sorella di Jack, ma evitò di far trasparire i suoi sentimenti e la sua effettiva reazione a quella frase.
Al contrario, Emily scoppiò in una fragorosa risata:
«Andiamo, Barbara, non scherzare! E’ logico che loro due dormiranno nella stessa stanza! Allora, rimanete?»
Jack e Wendy si scambiarono uno sguardo d’intesa e accettarono.
«E’ meglio che vada a prendere le nostre cose al porto» disse il ragazzo facendo capire che sarebbe andato a parlare con i suoi “colleghi di lavoro”. «Wendy, tu puoi rimanere qui se ti va.»
«Va bene, basta che non ti perdi!» scherzò la ragazza.
«Non ti preoccupare, chiamo un taxi!»
Jack le diede un bacio sulla guancia e uscì.
Barbara rimase a fissare la porta con gli occhi spalancati, come se fosse rimasta stupita che Jack non avesse baciato anche lei, ma dopo un attimo si riprese e tornò a sorridere a Wendy:
«Wendy ti mostro la vostra stanza.»
«Prima vi aiuto a sparecchiare.»
«Non ti preoccupare! Avanti, andiamo.»
Salirono le scale e Barbara aprì la porta di una stanza piccola ma accogliente, con un letto matrimoniale a una piazza e mezzo e coperto da una trapunta a fiorellini lilla.
Decisamente diverso dalla cabina incasinata dove dormivano lei e Jack, ma a Wendy piaceva tremendamente...sapeva di tranquillità e di pace, sapeva di famiglia.
«Dimmi, Wendy, sei australiana?» le chiese Barbara, appoggiandosi allo stipite della porta.
«No, sono inglese, ma mi sono trasferita a Sydney con la mia famiglia quando avevo sedici anni.»
«Dev’essere difficile stare con un ragazzo come Jack...dovete vedervi molto raramente, intendo.»
«Oh, beh...» Wendy arrossì violentemente. Non era una brava bugiarda. «Sì, non ci vediamo molto spesso, ma appena Jack ha un attimo di tempo viene da me.»
Forse quella frase poteva risultare un po’ ambigua alle orecchie della sorella del proprio fidanzato, ma a Wendy non importava.
Lei amava Jack, e se Barbara non lo accettava, erano solo affari suoi.
Barbara la scrutò attentamente.
«Capisco...» mormorò con un mezzo sorriso. «Beh, ti lascio riposare. Se vuoi farti una doccia, il bagno è in fondo a destra.»
CAPITOLO OTTO
Jack fu di ritorno circa due ore e mezzo dopo.
Emily e Wendy erano nella veranda di casa a chiacchierare e godersi gli ultimi raggi di sole estivo.
«Sei riuscito ad annullare il noleggio? Chiese Wendy riferendosi agli altri cinque pirati.
«Sì...hanno fatto un po’ di storie ma alla fine li ho convinti» rispose Jack sedendosi con loro. «Pensavo di portarvi a cena fuori, stasera.»
«Jack, tu mi vizi troppo!» esclamò Emily.
«Mi piace viziarti, mamma, te lo meriti.»
«Sarà il caso che vada a comprare qualcosa da vestire, allora» disse Wendy. «Ho con me solo costumi da bagno e abiti da spiaggia.»
«Andremo in centro oggi pomeriggio» concordò jack. «Possiamo chiedere a Barbara se ci presta la sua auto. Ora vado a farmi una doccia.»
Detto questo, si alzò e rientrò in casa.
«Wendy» disse Emily. «Ti andrebbe di vedere le foto di Jack da piccolo?»
Il volto della ragazza si illuminò:
«Certo! Sono proprio curiosa!»
«Questo è il suo primo bagnetto...e qui ad Halloween, a cinque anni, vestito da pirata!»
Wendy guardava estasiata le foto di Jack, la sua vita che si susseguiva un’immagine dietro l’altra.
«Oddio, che dolce! Scommetto che si vestiva sempre da pirata!»
«Ogni anno» affermò la donna. »Qui è il primo giorno di scuola.»
«Che carino! Con queste guanciotte e senza un dentino!»
«Lo sapevo» sbottò Jack entrando in salotto. «Quando ho sentito i tuoi sospiri estasiati, ho capito subito che ti stava mostrando le mie foto!»
«Eri così carino!»
«Ero?» ripeté Jack contrariato.
«Lo sei ancora» si corresse Wendy. «Ma sullo yacht sei sempre così trasandato...»
Ops. Si era lasciata sfuggire qualcosa di troppo...
«Yacht?» domandò Emily guardando il figlio con aria interrogativa.
Lui scoppiò a ridere e salvò la situazione:
«Mamma, devi sapere che Wendy non sa distinguere una zattera da una nave da crociera, per questo ha chiamato “yacht” il peschereccio dove lavoro!»
Emily sorrise divertita. L’aveva bevuta e non si era chiesta come facesse Wendy ad aver visto come Jack viveva sul “peschereccio”-
«Oh, e qui dov’era?» chiese Wendy cambiando velocemente argomento e indicando una foto raffigurante un Jack adolescente e vestito elegantemente.
«Era la sera del ballo della scuola, aveva sedici anni. E’ stato il giorno in cui...»
«...me ne sono andato di casa» concluse per lei Jack.
Nessuno fiatò per alcuni istanti, ma poi arrivò Barbara.
«Cosa fate voi due oggi?» chiese.
«Andiamo in centro a fare compere.»
«Oh, bene, vengo anch’io!»
***
Stavano girando per il Queen Victoria Building da due ore e Wendy aveva fatto spese folli.
Non si comprava abiti da un sacco di tempo e soprattutto ne aveva bisogno dal momento che quando aveva lasciato suo marito aveva portato con sé solo i costumi da bagno e qualche indumento sportivo.
Barbara era leggermente annoiata e si sentiva esclusa perché suo fratello si dedicava completamente alla sua ragazza.
Wendy non le piaceva, le sembrava un’oca e dubitava che fosse seriamente interessava a Jack.
«Perché le stai pagando tutto tu?» gli chiese un po’ scocciata mentre Wendy si provava l’ennesima gonna in qualche camerino. «Avrà anche lei un lavoro e dei soldi propri, no?»
«Le sto solo facendo un regalo per il suo compleanno...in anticipo» si giustificò il fratello.
In realtà Wendy non aveva un soldo con sé, tranne quelli che avevano rubato i pirati a suo marito.
«Perché non ti prendi qualcosa anche tu? Ti voglio fare un regalo!»
«Jack, mi sembra che tu faccia un po’ troppi regali per essere un semplice pescatore» gli fece notare Barbara. «O sei in bancarotta, o ti pr
