Ancora - di Francesco Pastore
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/12/2009 alle ore 14:24:20
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Non riesco a dormire.
E' uno sforzo immenso restare in un letto e non potersi muovere. Dover adattare il ritmo del proprio cuore a quello dei mille e mille pensieri di questa notte.
Non devo muovermi.
Finalmente stai dormendo. L’ho capito quando le lacrime che prima sentivo su di me hanno cessato la loro triste marcia sul tuo viso. L’ho capito quando hai smesso di dire qualcosa senza alcun senso, pregando per qualcuno che non poteva sentirti. L’ho capito quando quel respiro ha ripreso ad essere il tuo respiro. Semplicemente...il tuo respiro.
E' stata una giornata pesante.
Ho perso due pazienti oggi. Mi sorprendo ogni giorno del senso di impotenza che sono costretto a provare ogni giorno quando, nonostante tutto, la Morte ha la meglio sulla mia preparazione, tenacia, intuito, fortuna...
E non dovrei. Dovrei essere forte. Sempre.
Ho pianto.
Fuori piove.
Ho una gattina. Si chiama Layla. In questa casa è lei che comanda. Stasera stavamo ascoltavamo della buona musica, faccia a faccia, come due vecchi amici. La nostra serata. Al suono del campanello corre verso la porta. è un tipo strano: è abituata a stare con me. Chiunque venga in questa casa è un estraneo per lei: non è gentile, non fa le fusa. Guarda. Giudica. Sparisce.
Come una matrona giunge alla porta insieme a me. Cerco di guardare dallo spioncino, un pò infastidito, un pò così.
Sei tu.
Sei proprio tu.
I capelli sporchi, il cappottino zuppo d’acqua, le dita senza anelli.
I tuoi capelli color rame, il tuo cappottino preferito, le tue dita affusolate.
...il profumo di quei capelli, gli strani bottoni di quel cappottino, le carezze di quelle dita...
Sei tu.
Entri senza chiedere. Sono costretto a vederti piangere. Sono costretto a vederti soffrire.
Stordito, ti vedo salire le scale verso il bagno.
Sento l’acqua della doccia, il vapore, il profumo del mio sapone.
Tu, il mio camino, Layla.
La tua voce che canta strofe di canzoni a me sconosciute. Quella strana inclinazione della tua testa. Quel tuo modo di accarezzarla, docile come mai.
Il suono delle tue lacrime, il rumore di quei singhiozzi nascosti. Il fuoco che prosegue la sua corsa distruttrice, qualche nota strozzata.
Hai indossato un mio pigiama. Uno di quei pigiamoni assurdi, con i trenini blu su un cielo verde. Hai raccolto i capelli. Hai utilizzato forcine che neppure sapevo di avere nel mio bagno. Non avevi neppure la borsa quando sei arrivata.
Ti sento piangere. Vedo i tuoi occhi perdere vita, perdere colore.
Ho preso posto accanto a te. Non cerchi neppure di nasconderti.
Il giorno in cui te ne sei andata abbiamo litigato. Quando si sente un amore andare via si torna un pò bambini. Si fanno domande inutili, si cercano inutili risposte ad inutili domande. Si urla. Si prende la macchina e si scappa lontano, si inizia a mangiare quello che non ci piace, iniziamo ad ascoltare i telegiornali, fingiamo di interessarci alla politica.
Si urla. Ascoltiamo persone che sembrano sapere tutto di noi. E gli sorridiamo. Senza motivo.
Si urla. Si piange. Si urla.
Io ho urlato. Ho urlato. Ho urlato talmente tanto che iniziai a pensare che quello fosse il reale timbro della mia voce. Ho odiato la mia voce. Ho odiato la mia voce: non ti aveva convinto a restare qui. Ed eri andata via. Lontano.
Lontano. Distanti. Uno stesso cielo, due tramonti.
E ti ho cercata. Ogni giorno, ogni ora, ogni attimo. Senza muovermi da qui ti ho cercata. Dovunque.
Sei andata in cucina. Ho continuato sempre a comprare qualcosa per te. Vederti fare la spesa: poterla fare insieme.
Ti sento piangere. Piangere ancora.
Molto spesso si dice che una storia d’amore finisca davvero quando l’altra persona pronuncia di nuovo le due magiche paroline. Beh. è così. O meglio, non è sempre così.
C’è un momento in ogni rapporto in cui si sente lo strappo. Un gesto dimenticato, una consuetudine persa, un occasione sprecata. Si sente. Netto.
Te ne eri andata. Nei polmoni già un nuovo amore.
Ho pensato alla tua pelle. Ho pensato al suo profumo. Ho pensato ai brividi che quelle mani nuove ti avrebbero dato sfiorandoti. Ti ho sentito mentre lo chiamavi. Ti ho sentito chiamarlo amore. Mi sono chiesto se ti amasse. Se ti regalasse quella dolcezza di cui hai bisogno.
Ho pensato. Ti ho sentito. Mi sono chiesto. Senza poter smettere.
Ho pensato alla tua pelle. Ho pensato a quel nuovo profumo che cercavi disperatamente di tenerti addosso. Ho pensato a quei brividi che divenivano freddo. Ti ho sentito mentre urlavi il suo nome. Ti ho sentito mentre lo chiamavi. Ancora e ancora. Mi sono chiesto se fosse giusto. Se quella dolcezza adesso ti stesse divorando l’anima.
Ho pensato. Ti ho sentito. Mi sono chiesto. Funziona così.
Ti vedo urlare sotto la pioggia. Dimenticare le strade, i palazzi. Correre senza fiato e pian piano rallentare. Restare sotto la mia porta a lungo. Desiderare tutta l’acqua di questo cielo su di te.
Finalmente stai dormendo.
L’ho capito quando le lacrime che prima sentivo su di me hanno cessato la loro triste marcia sul tuo viso.
L’ho capito quando hai smesso di dire qualcosa senza alcun senso, pregando per qualcuno che non poteva sentirti.
L’ho capito quando quel respiro ha ripreso ad essere il tuo respiro.
Semplicemente...il tuo respiro.
Ultimo aggiornamento: 2010-01-02 18:06:46
