Destinati a un paradiso precario - di Gioacchino De Padova
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 04/12/2007 alle ore 00:58:46
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Già da ragazzo, primo figlio di una famiglia numerosa, ricordo le parole di mio padre: -Loro sono più piccoli, hanno più bisogno di te- e con quelle sue parole vedevo il cibo prendere la direzione dei miei fratelli e sorelle più giovani, mentre a me, fin da allora precario, in ambito familiare, toccava quello che sarebbe stato avanzato da loro.
Ultimati gli studi dell’obbligo, iniziai presto a cercare un lavoro e, con quello, conquistai il mio ruolo di precario all’interno della società.
Nella mia attività lavorativa, ho conosciuto tutte le aziende della provincia e in molte di queste posso dire di avere lavorato come apprendista, per poi essere lasciato a casa, allo scadere del contratto.
Potevo però ritenermi fortunato, perchè, scaduti i termini del contratto presso un’azienda, subito ne trovavo un’altra disposta a sottopormi un identico contratto con cui avrei potuto lavorare ancora per sei mesi.
La fortuna non mi abbandonò mai, perchè per molti anni riuscii a trovare benevoli e generosi imprenditori, disposti a farmi imparare il mestiere, fino ad arrivare alla soglia dei quarant’anni prima di ottenere finalmente la mia agognata assunzione.
Intanto, seguendo i consigli di amici, avevo sottoscritto un fondo pensione privato, consapevole che la pensione fosse davvero un traguardo importante a cui difficilmente sarei potuto arrivare senza un’iniziativa personale.
Proprio questo è rimasto il mio più grande cruccio: non avere fatto in tempo a ritirare neanche la prima mensilità di una pensione per la quale avevo versato tanto denaro.
L’emozione di tornare a casa con il primo assegno della pensione avrebbe certamente lenito lo sconforto di abbandonare prematuramente questo mondo, proprio nel momento in cui stavo per godere del mio ruolo di pensionato, finalmente distante dal precariato respirato per tutta una vita.
Ma la notte del mio malore fui molto sfortunato: arrivai in ospedale a causa di un violento dolore epigastrico, pallido e senza forze, in una calda serata estiva.
La dottoressa in servizio mi visitò e prescrisse una cura che avrei dovuto iniziare appena giunto a casa, ma io non mi sentivo per niente bene e insistetti per essere ricoverato.
-Per i nuovi ricoveri, c’è ancora un solo posto letto in tutto l’ospedale e devo lasciarlo per un caso più urgente del suo- esclamò lei con tono perentorio e, soltanto a seguito delle mie pressanti insistenze, accolse la richiesta di tenermi in osservazione nell’astanteria del pronto soccorso.
-E’ tutta colpa della carenza di personale e del taglio dei posti letto!- esclamò l’infermiere, mentre mi stava accompagnando nell’astanteria, sentendosi in dovere di darmi una spiegazione, avendo notato l’espressione di perplessità dipinta sul mio volto.
Adesso potevo ben dire di essere precario anche come ammalato!
Durante la notte socializzai con un uomo che, insieme ad altri, affollava quella astanteria.
Aveva circa la mia età e ascoltava con interesse tutte le mie rimostranze per l’accaduto.
Per tutta la notte il simpatico compagno d’astanteria mi raccontò del suo precedente ricovero, quando, arrivato in pronto soccorso a causa di un violento dolore toracico, era stato ricoverato in dermatologia poichè in cardiologia non vi era più nemmeno un posto libero.
Ricordava l’episodio con un certo senso di sollievo e continuava a ripetere che in fondo gli era andata bene, perchè alla fine aveva comunque beneficiato del trasferimento in cardiologia, appena in tempo per essere sottoposto a un provvidenziale intervento di by pass aorto coronarico.
E in dermatologia gli avevano anche bruciato tutte le verruche!
Mentre quell’uomo raccontava la sua esperienza, improvvisamente sentii un dolore molto acuto e mi addormentai, senza più potere ascoltare il resto della storia.
Avendo perso coscienza molto velocemente, non mi accorsi dei vari tentativi operati al mio capezzale nè del via vai di medici e infermieri, in continuo movimento attorno al mio letto.
Ricordo solo che, al mattino seguente, risuonò nelle mie orecchie la voce di un signore molto distinto, con un berretto sulla testa, che camminava per il pronto soccorso chiedendo di me.
Immediatamente pensai che, per quel suo tono tanto cortese, potesse essere l’agente di qualche compagnia assicuratrice.
Considerai che forse ero stato l’inconsapevole beneficiario di una polizza sanitaria privata che mi avrebbe consentito un ricovero presso una clinica convenzionata con la compagnia assicuratrice.
Ma, proprio mentre mi immaginavo steso sul letto di una camera lussuosa, circondato da giovani, sorridenti e prosperose infermiere in minigonna, vidi quell’uomo dirigersi verso di me, spingendo una cassa di legno dal significato inequivocabile.
Stupito dal distacco con cui potevo osservare la scena, riuscii a sentire nitidamente le parole del distinto signore, che, colloquiando con altri suoi collaboratori, elargiva disposizioni su come sistemare la mia salma...
Adesso sto seguendo un uomo con una folta barba bianca che sternutisce in continuazione.
E’ tutto vestito di bianco e sembra avere molta familiarità con questo luogo celestiale.
Però sono preoccupato per lui, perchè tossice e sternutisce senza un momento di sosta.
-Stia attento, se non si cura rischia una bella broncopolmonite- gli dico con tono cortese.
-Non me ne parli- risponde lui, mentre tira fuori dalla tasca un enorme mazzo di chiavi -Adesso il principale mi ha cambiato il contratto. Con quello nuovo non ho più diritto neanche a un giorno di malattia!
Non posso che dispiacermi per lui, ma gli chiedo dove mi sta portando.
-Come dove, dal principale, non lo aveva ancora capito?- mi risponde, stupito per quella mia domanda.
Come colto da un dubbio improvviso, tira fuori dalla tasca un foglio ripiegato su se stesso e, quando lo apre, inizia a pronunciare ad alta voce il mio nome, cercandolo sul foglio di carta.
-Ecco qui. Sì, non mi ero sbagliato, lei è stato assegnato proprio qui. Perciò... benvenuto in paradiso- esclama con tono cordiale.
Tiro un lungo sospiro di sollievo, pensando che finalmente sia terminata la mia vita di stenti.
Ma, forse leggendo troppa soddisfazione dipinta sul mio viso, il distinto signore si affretta ad aggiungere:
-Però sa che si tratta di una sistemazione temporanea, vero?
-Come temporanea- dico io balbettando.
-Questa è la sistemazione durante la mia gestione, ma tra pochi mesi qui ci sarà un altro dirigente e i posti tra paradiso, inferno e purgatorio verranno assegnati secondo nuovi criteri. Sa, sono gli inconvenienti della lottizzazione.
Sorpreso da quelle parole, gli rivolgo una domanda, sperando di essere presto tranquilizzato: -Mi scusi, ma lei non si chiama Pietro?
-Sì- risponde lui deciso.
-E non è lei a gestire questo posto?
Il suo viso si rabbuia, mentre risponde: -Sì, ma solo per qualche mese.
-Come per qualche mese!- esclamo disorientato.
Abbassa lo sguardo e sembra mortificato per le sue stesse parole, mentre, con tono sommesso, mi risponde: -Tra pochi mesi scadrà il mio contratto a tempo determinato!-
In quel momento vengo colto da uno sconforto che non avevo mai provato nemmeno in tutta la mia vita.
Avvolgo il mio viso tra le mani e inizio a piangere disperato.
Convinto di essere vittima di un incubo senza fine.
