Verità e menzogna - di Fla Sea
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/12/2006 alle ore 23:49:29
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Su “verità e menzogna in senso extramorale”
Che cos’è la verità?
L’uomo potrà mai afferrare le “qualità essenziali” del reale?
Nietzsche risponde rispettivamente che la verità - in senso extramorale - non né altro che un mezzo di conservazione e potenziamento dell’uomo e che proprio attraverso la simulazione, attuata dall’intelletto al fine dell’autoconservazione, è riscontrabile che “in nessun modo la loro sensibilità [degli uomini (n.d.r.)] conduce al vero”.
In su “verità e menzogna in senso extramorale”, Nietzsche riprende , nell’incipit, il relativismo conoscitivo di Protagora per cui “l’uomo è misura di tutte le cose” al fine di attestare che grazie all’intelletto, la simulazione e il linguaggio l’uomo crea una sorta di grande verità antropomorfica composta da tante credenze che concorrono alla formazione di un mondo “umano” dove l’uomo può sentirsi sicuro nel suo centro.
Ma in base a cosa e perché l’uomo necessità della verità, di una “connotazione vincolante e uniformemente valida delle cose”?
Per spiegare questo Nietzsche si rifà all’ipotesi hobbesiana per cui l’uomo per sopravvivere rinuncia allo stato brutale di bellum omnium contra omnes e stipula un “patto di pace” con il quale si impegna ad “esistere socialmente”.
Attraverso il linguaggio la società si autoconserva delinenando i confini tra verità e menzogna, considerando mentitore colui che stravolge le convenzioni sociali.
Viene da chiedersi se queste suddivisioni, classificazioni e convenzioni umane rispecchino o meno la verità del reale, se nel linguaggio, nelle parole sia immanente la “pura verità senza scopo”.
Nietzsche risponde che si tratta esclusivamente di trasposizioni arbitrarie in quanto la “ parola” non è nient’altro che “il riflesso sonoro di uno stimolo nervoso attraverso il quale non si può arrivare a dedurre l’esistenza di una causa al di fuori di noi: la causa in sé risulta del tutto inconcepibile”.
Riprende così, sia la tesi lockiana dell’inconoscibilità dell’essenza reale sia il convenzionalismo linguistico di Hobbes in quanto il trasporto di una percezione x in “riflesso sonoro” è del tutto arbitrario e non corrisponde alla realtà ma - come direbbe Humboldt - ad “orizzonti spirituali” che a seconda del sistema linguistico utilizzato fanno vedere all’uomo le cose in un modo piuttosto che in un altro.
L’uomo vive credendo di possedere la verità perché dimentica la sua attività metaforica e creativa, che consiste appunto nel linguaggio.
Nel momento in cui, poi, la parola “deve adattarsi ad innumerevoli casi più o meno simili” si trasforma in “concetto”, che praticamente non è altro che la metafora della metafora. Nella trasformazione di parola a concetto ritroviamo il procedimento astrattivo lockiano in quanto la formazione del concetto è data dalla unificazione di qualità generali a discapito delle differenze individuali.
La verità sociale è data, quindi, da un insieme di illusioni e metafore alle quali l’uomo ha accettato di credere in quanto “la società impone per esistere [....] di usare le metafore secondo le consuetudini” dunque per Nietzsche “noi abbiamo preso atto del dovere di mentire secondo una salda convinzione, di mentire cioè tutti insieme in uno stile vincolante per tutti”.
Questo concetto di “compromesso” con la verità dato dall’abitudine e dall’utilità di tale farsa è riscontrabile anche in Hume e il “dovere sociale” è portato all’estremo da Orwell che in “1984” descrive come l’uomo sia disposto ad abbandonare la propria libertà intellettuale, a mentire a se stesso pur di rispettare le “verità sociali”.
Questa prigione intellettuale data dalla simulazione e da ciò che deriva dal patto di pace rende, però, -secondo Nietzsche - a partire dalla simulazione stessa l’uomo libero dalla sua “servitù” conoscitiva. Da qui è riscontrabile la differenza tra l’uomo intuitivo e l’uomo razionale.
Il primo infatti usa a suo vantaggio il meccanismo della simulazione che da mero schermo oscurante della realtà diviene strumento di relazioni e combinazioni individuali, coadiuvato
dall’intuitività e dalla forza creatrice dell’intelletto umano, rendendo possibile ciò che era immaginabile solo in sogno (si “ode” l’eco cartesiano riguardo la sottile linea di confine tra sogno e veglia), il secondo invece rimane succube delle rigide convenzioni sociali che gli assicurano sì la sopravvivenza ma non gli permettono di procurarsi la felicità, ottenuta grazie all’intuizione e alla creatività dell’altro.
In ogni caso traspare che - come scrive Borges- “la Biblioteca è così enorme che ogni riduzione di origine umana risulta infinitesimale”.
