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Moda e conformismo - di Clemente Cipresso

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/08/2011 alle ore 13:25:06

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Non ho certo bisogno di riproporre casi come quelli ormai storici di Armani, di Valentino, di Krizia, di Versace, ma persino un “sarto anomalo” come Capucci ha avuto, con una sua mostra, un rilievo eccezionale, mentre come è noto l’architetto – stilista Ferré ha riscosso plausi in una Parigi che faticosamente, attraverso lo sfoggio di “grandeur”, tenta di riconquistare la palma smarrita della moda. Non sono, però, soltanto pochi ormai celebri nomi a creare un’atmosfera peculiare rispetto al passato, perché questi nomi potrebbero anche risultare caduchi come quelli di tanti cantautori, tele presentatori, show- men già dimenticati e sfioriti. Il fatto che, mio avviso, differenzia l’ultimo decennio del secolo da quelli precedenti, è un altro: è il nostro succubato alle mode, ai manierismi del costume, alla dipendenza nefasta da un credo edonistico collettivo che si riflette sull’importanza dedicata al look: alla propria “apparenza” corporea e vestimentaria, piuttosto che alla sostanza della propria personalità e all’effettivo valore della propria intelligenza e cultura.
La smania di indossare a suo tempo le Timberland o le Clark, i Moncler o qualche altro indumento “cifrato”, che appaia all’orizzonte giovanile, non è analoga a quella d’un tempo, ma è qualcosa di coatto e di “compulsivo”. Si tratta, cioè, d’una vera e propria compulsion neurosis d’una nevrosi coatta che spinge irrimediabilmente l’adolescente (maschio o femmina) a schierarsi dalla parte della tribù che frequenta, di adattarsi e mimetizzarsi col clan, a forza di etichette, di scritte sulle T-shirt, di sfilacciature su jeans che testimoniano della sua appartenenza di diritto a un determinato schieramento giovanile, spesso ma non necessariamente teppistico.
Questo schieramento acritico e coercitivo, spiega purtroppo non solo l’adesione a una determinata moda vestimentaria, ma anche quella a una moda ben più assurda, quella del piercing, più brutale e balorda, a base di anellini nelle orecchie, ma persino nella lingua, nelle labbra, nei capezzoli, derivata da una moda che affonda le sue radici nel masochismo più grossolano e dove lo pseudotribalismo “africano” diventa convenzione antiestetica. E non mi sembra improbabile che allo stesso genere di “moda del costume” possa appartenere in buona parte anche la infausta “moda” delle droghe “pesanti”. Basterebbe, infatti, osservare come si sia giunti facilmente alla quasi scomparsa d’una “moda” del fumo, non solo per la paura del cancro, ma perché non era ormai più usanza decisamente “in”. E chi non si è reso conto che l’uso dei superalcolici – anche se ancora ben radicato in molti adulti e anziani – è meno seguito dai giovani, proprio perché è più “di moda” la Coca-Cola o la birra ?
Ecco, dunque, come la dipendenza quasi totale dalla moda, diventa ogni giorno più evidente: è solo in apparenza che, da parte dei più giovani non è curata l’‟apparenza” : al contrario, la cura prestata al proprio vestiario, per quanto casual possa sembrare, è molto superiore a quella d’un tempo: come è indubbiamente più accentuata la tendenza a piegarsi a determinate usanze che potranno essere il walkman, il personal computer o il video registratore.
Già da queste minime e scarne esemplificazioni dobbiamo ricavarne che la dipendenza della grande maggioranza della gioventù da quello che si usa, da quello che risulta “in”, è determinante al punto da mettere in sottordine gli antichi e ormai desueti concetti di “buono” e “cattivo”, di “bello” e di “brutto”.
Anche il brutto, del resto, può essere di moda. “kitsch docet!”.

Tratto da “Eau de Paris” di Clemente Cipresso G.I.R.Edizioni 2010