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Libertà tra Hulman e Dostoevskij - di Fla Sea

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/12/2006 alle ore 23:25:43

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La libertà è davvero un diritto innato o è soltanto il capriccio di “un sassolino nel cosmo” come ricorda Fred Hulman?


Nella storia dell’uomo la libertà è sempre stata un “articolo” molto richiesto, c’è chi la vuole di pensiero, chi di religione, chi di mercato, chi civile, chi politica, chi dell’anima e dello spirito, chi assoluta e inalienabile...ma cos’è che cerca veramente l’uomo?
Dostoevskij, cinicamente, scrive ne “I fratelli Karamazov”: “Non c’è preoccupazione più continua e più tormentosa per l’uomo, quando è rimasto libero, che quella di trovare al più presto qualcuno davanti a cui inchinarsi”...e questo qualcuno non è detto che non sia egli stesso.
La ricerca spasmodica della libertà in quanto tale va ad aggiungersi a tutta quella serie d’ideali assoluti che l’uomo rincorre dagli albori della sua esistenza. Il raggiungimento “essenziale”- aristotelicamente inteso- della libertà non può che non essere messo in discussione e questo a prescindere dalle “appendici” della libertà ma analizzando questa ontologicamente, come direbbe Siddharta “escludendo le preoccupazione degli uomini-bambino”. Così facendo, saltano subito alla mente le parole di Seneca “mostrami chi non è schiavo”...chi saprebbe rispondere?
Non si stanno mettendo in discussione le- civilissime e universali- parole di Kofi Annan nel momento in cui sottolinea che “i diritti dell’uomo(tra i quali la libertà, ndr) sono diritti innati, inerenti alla persona. [...]sono universali per definizione”. Si sta cercando “semplicemente” di andare oltre l’uomo in quanto “componente civile” e libertà in quanto “condizione di uguaglianza sociale, civile e felicità”, dove anzi il perseguimento e raggiungimento della libertà in senso assoluto, come condizione profonda dell’animo- più che della mente- risulterebbe sconvolgente e per la maggior parte degli uomini un fardello di non poco elevate dimensioni. Basti pensare già quanti problemi ci dà il nostro vecchio compagno libero arbitrio, figuriamoci una libertà in quanto tale...che poi l’uomo sarebbe in grado di contenere in sé? Di concepire?
Può essere considerata Libertà con la elle maiuscola la libertà di pensiero e d’azione anche quando questa va ad intaccare la Libertà di qualcun altro(eh sì, perché bisogna ricordarsi che non solo la nostra individualità “COGITA”)? Possiamo accettare che il perseguimento di un valore come la libertà possa significare la sofferenza di terzi? Bisogna allora usare il “buon senso” come suggerisce Parlagreco, “sacrificare” qualcosa della nostra libertà per arrivare ad una libertà universale, ma è questa la Libertà? Può essere il concetto puro di libertà un qualcosa di “compromettibile”?
Quindi, tornando a Dostoevskij, per vivere nel nostro mondo, nella nostra società è necessario “qualcuno davanti a cui inchinarsi” e la massima libertà dell’uomo è sperare e cercare di far in modo che quel “qualcuno” sia l’individualità stessa. Il “salto fuori dal cerchio che ci hanno costruito intorno” tanto agognato da Brizzi è un’utopia se si vuole vivere, comunque, all’interno della “vita strutturata”.
Non si può prescindere dalla nostra soggettività trascendentale- come la definirebbe Kant- nella nostra percezione dei concetti, delle cose e già questo limita di molto l’assunzione profonda, interiore di un concetto quale la libertà.
“Come può uno scoglio arginare il mare”? come può l’uomo pretendere di cogliere in sé l’essenza di un’idea così assoluta, pura e sconvolgente?
Anche nel miglior RECEDE IN TE IPSUM senechiano l’uomo dovrà “accontentarsi” esclusivamente di una libertà “umana”, ossia vincolante la società, la politica, la religione, il vivere insieme altri uomini e le proprie idee e convinzioni...il concetto puro è inafferrabile.
Gaber aveva visto ontano e bene “accontentandosi” di “essere libero, libero come UN UOMO”.