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I signori dell'agio - di Paolo Cillo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 01/03/2009 alle ore 16:35:28

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La prima forma di economia era piuttosto rudimentale e si basava più sul senso pratico che su quello teorico. Un tempo esistevano le merci prodotte, estratte e consumate grazie al lavoro dell’uomo. Ogni merce, cioè, sia essa una materia prima o una derivata veniva sempre prodotta grazie al lavoro dell’uomo. Col passare del tempo furono creati dei veri e propri mercati in cui i diversi produttori erano soliti portare i loro prodotti per poterli scambiare. I beni prodotti venivano così scambiati in quanto nessuno era in grado di produrre o estrarre da se tutti i beni di cui aveva bisogno. Per questa ragione questa fase è conosciuta col nome di economia di scambio o baratto. Presto però ci si rese conto però dei limiti del baratto come forma commerciale di scambio. Non tutte le merci, infatti, potevano essere scambiate tra di loro con facilità a causa della loro deperibilità ed indivisibilità. Si pensi, ad esempio, allo scambio di animali vivi. Si notò che, per consuetudine ed uso, alcune merci erano accettate più di altre. Ci si accorse che alcune merci, per via della loro preziosità, erano accettate più di altre. Queste merci erano il bronzo, l’argento e soprattutto l’oro.
Per facilitare gli scambi commerciali andando incontro a queste nuove esigenze fu inventata la moneta.
Da principio la moneta non si presentò altro che come un artifizio, uno stratagemma che permise di scambiare tra loro merci totalmente differenti. La moneta, infatti, racchiudeva in se il valore della merce. Per questo scopo si utilizzò, per via del suo valore intrinseco, la materia più preziosa allora conosciuta: l’oro.
Già nell’antichità si comprese il valore intrinseco di cui godevano le monete coniate in metallo prezioso. Fin dai tempi dei romani l’oro, l’argento e il bronzo erano utilizzati sia per produrre oggetti preziosi che monete preziose. Le monete, di conseguenza, erano utilizzate sia come mezzo di scambio per le merci che come metalli preziosi. Esse potevano essere anche fuse insieme al fine di ottenere gioielli o altri oggetti preziosi. In pratica il valore reale delle monete coincideva con il loro valore nominale.
Solo in seguito il valore reale fu sostituito da un valore nominale. Il denaro, cioè, non era più fatto d’oro bensì di altri materiali meno preziosi come il rame e il ferro. Questi metalli non erano preziosi in se, ma racchiudevano solo un valore di tipo nominale.
Fu Settimo Severo che, per primo, dimezzò la quantità di metallo prezioso contenuto nelle monete, lasciando invariato il loro valore nominale. In sostanza, si cominciò a separare il valore reale di una moneta dal suo valore nominale. Questo processo non si è mai arrestato fino al punto di azzerare quasi completamente il valore reale della moneta lasciando intatto il suo valore nominale.
Col tempo, già in epoca medioevale, ma soprattutto col Rinascimento e con il mercantilismo divenne difficoltoso, per qualsiasi mercante, muoversi portandosi dietro ingenti quantità di denaro. Fu così che in luoghi strategici come i porti o nei grossi centri urbani sorsero le prime banche che, dal principio, erano conosciute essenzialmente col nome della funzione che svolgevano ossia banchi di cambio. In sostanza, si depositava presso di loro la quantità di metalli preziosi di cui si disponeva e si riceveva in cambio una lettera di cambio che attestava l’avvenuto deposito.
I banchi di cambio venivano incontro alle esigenze dei mercanti che, al fine di realizzare gli scambi commerciali, erano costretti a trasportare ingenti quantità di oro e altri metalli preziosi col rischio di venire derubati. Utilizzando i servizi dei banchi di cambio essi potevano depositarvi tutta la quantità di oro che si voleva e ricevere in cambio una nota che attestava l’avvenuto deposito. Questo servizio riscosse un enorme successo tra i mercanti i quali non vollero più rinunciarvi.
Col passare del tempo i banchieri si accorsero che, con sempre minore frequenza, i possessori di oro richiedevano indietro il loro depositi. I banchieri cominciarono così a pensare al modo migliore per rendere fruttuose le proprie casse. Pensarono che parte dell’oro da essi custodito potesse essere prestato a chi non ne aveva con l’aggiunta di un piccolo interesse. In questo modo i semplici banchi di deposito si trasformarono in banchi di deposito e prestito.
In antichità chi possedeva oro o argento raramente bronzo si poteva recare presso la zecca di stato e utilizzare parte di quel metallo prezioso per coniare monete. Le banche invece trasformarono presto le loro note di banco in banconote a fronte dei numerosi e cospicui depositi in oro e argento effettuati presso di loro. Le banche attribuivano così al depositante/possessore il potere di scambiare le banconote presso un altro banchiere, collegato col primo da legami d’affari. Si tenga presente che, fino a questo momento, esiste una corrispondenza tra la quantità di oro o di argento posseduta da una banca e le banconote da essa emesse. Furono sempre le banche che, per far fronte alle continue richieste di prestiti, iniziarono ad immettere sul mercato un numero di banconote maggiore rispetto alla quantità di oro da esse effettivamente posseduto. Furono gli Stati Uniti che, per primi, durante la conferenza di Bretton Woods abbandonarono la corrispondenza delle banconote in circolazione con le riserve auree.
Le banche cominciarono così ad immettere sul mercato banconote senza alcun valore intrinseco. L’unico valore da esse posseduto era semplicemente di tipo nominale, quello cioè che la comunità gli attribuisce. L’abbandono di qualsiasi legame con l’oro e con l’argento permise di dare vita ad una moneta detta a corso legale in contrapposizione al concetto di moneta merce. Sulle vecchie lire infatti vi erano riportate alcune scritte quali moneta a corso legale e soprattutto pagabili a vista al portatore. Quest’ultima dicitura significava che in qualsiasi momento chiunque poteva chiedere alla banca la riconversione del denaro in oro.
L’ingente afflusso di denaro contante privo di valore ha prodotto una inflazione incontrollabile che ha svalutato di conseguenza il denaro stesso. Secondo una legge elementare dell’economia appunto quando più un bene è presente sul mercato tanto più diminuisce il suo valore.
Nel 2005 gli Stati Uniti decidono, dopo aver abbandonato il legame con l’oro, che tale rapporto, d’ora in avanti, sarà tenuto nascosto. Tutte queste agevolazioni permisero alle banche di stampare moneta con assenza totale di valore. La stampa di una qualsiasi banconota ha un costo irrisorio per la banca e un valore enorme per chi la riceve. Il ricavo che ne consegue viene definito signoraggio. Il signoraggio è il profitto che percepisce l’istituto che ha la facoltà di emettere moneta.
Lo Stato, dal canto suo, si comporta come un qualsiasi privato cittadino che è costretto, per assolvere a tutte le spese di ordinaria amministrazione, a ricorrere al debito, a chiedere cioè alla banca soldi in prestito. Il credito viene concesso solo dopo opportune verifiche di solvibilità, da parte del creditore.
Credito, debito, interesse non sono concetti separati e distinti, ma fanno parte di un sistema. Il debito che lo Stato contrae con la Banca Centrale resterà di fatto inestinto e, nel complesso, potrà solo aumentare. Le banca sarà pertanto per sempre creditrice nei confronti dello Stato. Per far fede agli impegni presi lo Stato dovrà prelevare dai cittadini, tramite le tasse, l’intero ammontare del debito e degli interessi. Resosi conto di non poter ridare indietro il prestito lo Stato emetterà un debito e, insieme ad esso, i titoli di stato (BOT, CCT ecc.) dalla cui vendita pagherà alla banca centrale l’ammontare degli interessi lasciando inevaso il debito.