Depiliamoci - di Paolo Cillo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 16/11/2011 alle ore 12:53:53
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Il PIL acronimo italiano di Prodotto Interno Lordo o GNP Gross National Product in inglese è un indicatore, universalmente accettato, come misuratore dello sviluppo economico. Il PIL fu introdotto a seguito della crisi del 1929 quando, col crollo della borsa di Wall Street, si giunse molto vicini al tracollo del capitalismo. In generale sì capì, e Roosvelt per primo, che il capitalismo andava costantemente monitorizzato. Per questo chiese al Dipartimento per il Commercio di elaborare un indicatore, un mezzo di misurazione standardizzato, che permettesse di tenere costantemente sotto controllo lo stato economico di un paese.
Il PIL è un indicatore unico che vorrebbe misurare la ricchezza di un paese e per farlo adotta un sistema molto semplice. Considera la velocità secondo cui avvengo le transazioni economiche. Più velocemente circola denaro più il PIL aumenta.
La nostra è diventata una società di consumatori. Quando è in atto una crisi economica ciò che viene costantemente ripetuto ai cittadini è di non preoccuparsi e continuare a spendere e quindi contribuire all’aumento del PIL. Continuare cioè a compiere il proprio dovere di consumatori.
Ciò che il PIL non riesce a leggere è la distruzione dei territori in conseguenza ad esempio dell’allargamento dei centri urbani. Anzi, le attività connesse alla speculazione edilizia sono lette dal PIL come componente positiva. Il PIL, in pratica, legge soltanto il flusso di denaro circolante. Quello che non legge, ad esempio, sono i danni arrecati all’ecosistema a causa della speculazione edilizia. La cementificazione di un terreno agricolo, la sua trasformazione da terreno agricolo in terreno edificabile è letta dal PIL come componente positiva in quanto si è generato un flusso di denaro. Quindi, per la contabilità nazionale, una erosione di territorio agricolo è considerata ricchezza in quanto si è messo del denaro in circolo. Ecco perché in piena crisi economica ci viene costantemente ripetuto di non preoccuparci e di continuare a spendere e a fare circolare denaro. Più denaro si muove più il PIL cresce.
Ma se il PIL cresce solo in seguito ad uno spostamento di denaro questo non significa che genera per forza ricchezza. è ancora da provare infatti che un trasferimento di denaro generi ricchezza. Inoltre le transazione economiche non sempre producono sviluppo.
Il terreno edificabile ha un valore di per sé anche se non viene edificato in quanto permette a chi ne è in possesso di ottenere finanziamenti. Quindi la rendita da all’investimento finanziario un guadagno enormemente più grande di qualsiasi altra attività produttiva. Questo, purtroppo, la grande industria italiana lo ha capito. Se le fabbriche italiane chiudono questo dipende anche in parte dalla volontà degli imprenditori di investire nella speculazione edilizia. Si sceglie cioè di uscire dal mondo della concorrenza per guadagnare senza correre alcun rischio.
Ci si accorge così che le città si susseguono l’una con l’altra senza soluzione di continuità. Stiamo assistendo ad una continua erosione di suolo agricolo in favore di quello edificabile.
Il PIL inoltre legge le nostre spese difensive quelle cioè che avvengono in seguito ai danni provocati dalla natura: terremoti, alluvioni. Si fa il conto dei danni e il PIL cresce.
Tutti noi, di anno in anno, speriamo che quel numero cresca e che, di conseguenza, c’è ne sia per tutti, ma così, in effetti, non è. Speriamo che a fronte di un aumento del PIL corrisponda un aumento dell’occupazione. Ma, a ben guardare, si ha la sensazione che sia che il PIL aumenti sia che diminuisca per l’occupazione non cambia mai nulla.
Lo sviluppo di un paese si misura in base all’aumento del PIL. La crescita però avvenendo in un contesto di concorrenza nazionale ed internazionale impone alle aziende di adottare delle tecnologie che consentano di ridurre il numero degli occupati a parità di produzione. Questo significa che un’azienda, per restare competitiva sui mercati mondiali, deve ridurre i costi di produzione comprimendo i salari degli occupati o, in alcuni casi, eliminarli del tutto. Per cui l’aumento, anche smisurato del PIL, non genera occupazione. Il lavoro è una variabile incostante. Le imprese devono realizzare i profitti incrementando il valere delle azioni. Per realizzare gli utili si devono abbattere i costi che, quasi sempre, coincidono con i salari.
Da un lato si comprimono i salari per ridurre i costi di gestione di un’azienda dall’altro ci viene detto che per fare fronte alla crisi bisogna consumare. Ma come si fa a consumare se i salari diminuiscono ?
Si genera un spirale perversa in cui si invoglia il cittadino consumatore ad indebitarsi; a ricorrere cioè al credito pur di compiere il proprio dovere.
Un tempo lavoratori e padroni dipendevano gli uni dagli altri. Esisteva cioè una sorta di legame che li teneva uniti. Si potevano infatti verificare liti, scontri, discussioni ma alla fine si giungeva sempre ad un accordo affinché questo legame non venisse spezzato. Ora invece questo legame, questa mutua dipendenza, è stata rotta in favore degli imprenditori. L’economia di libero mercato cioè ha permesso agli imprenditori di spostare con facilità i capitali da un regione all’altra del globo senza alcuna difficoltà. Ciò che non si può fare con le persone. Gli imprenditori cioè non dipendono più dai lavoratori per generare i profitti.
In molti si stanno domandando se il PIL da solo basti a definire la crescita di un paese. Lo sviluppo non può sottostare esclusivamente all’aumento del PIL. Alcuni paesi, tra cui la Francia, hanno elaborato un piano che affianchi al PIL un nuovo indicatore che sottragga al PIL gli effetti della crescita; i danni cioè provocati da uno sviluppo incontrollato. Essendo l’ambiente ed il territorio beni deperibili e non facilmente rigenerabili a fronte del benessere derivato dall’edificabilità di un’area, nel calcolo del PIL, si dovrà tenere conto dell’erosione di terreno utilizzato per edificarla.
Alcuni importanti analisti politici americani quali Clifford Cobb e Johanatan Rowe hanno definito il PIL “una calcolatrice in grado di fare le addizioni ma non le sottrazioni.” Ne è conseguito che alcuni economisti hanno elaborato altri indici di misurazione della ricchezza capaci di tenere conto di parametri qualitativi legati più al benessere che alla maggiore disponibilità di denaro.
Alcuni esempi di questi nuovi indici di misurazione standardizzata sono:
 L’Indice del Benessere economico sostenibile (ISEW, in inglese) un PIL modificato in cui i costi per la sicurezza la salute e l’inquinamento sono sottratti dal totale. è anche conosciuto col nome di PIL verde.
 L’indicatore di Progresso Genuino (GPI)
 L’indice di Sviluppo Umano (HDI dell’ONU)
 L’indice del Benessere Economico (IEWB)
La stessa Unione Europea ha creato un gruppo di lavoro formato da economisti ed esperti col compito di individuare un indicatore di sviluppo sostenibile che vada oltre il calcolo economico e consideri variabili quali l’istruzione, la salute e l’ambiente.
Con questo obiettivo è stato creato l’EPI (Environmental Performance Index) Indice di Prestazione Ambientale. è un parametro che contiene e sintetizza tutti i provvedimenti che un paese adotta in riferimento all’ambiente. Esso è costituito da ben 25 categorie di riferimento tra cui le emissioni dei gas serra, l’estensione delle foreste, la qualità dell’acqua, dell’aria e delle risorse naturali.
Nessuno purtroppo è propenso a fare il primo passo poiché dall’aumento del PIL dipendono i crediti degli stati dell’unione nei confronti della Banca Centrale Europea.
La costituzione europea è incentrata sui mercati in un regime di libera concorrenza. è la prima volta che in una costituzione si mette al centro la cosa e non la persona. Si dice, in sintesi, che gli stati membri dell’unione sono tenuti insieme in un mercato globalizzato. All’interno di una unione che mette al centro della sua costituzione la libera concorrenza dei mercati è difficile pensare ad una uguaglianza di persone. Il concetto stesso di concorrenza contiene al suo interno quella della competizione da cui deriva la probabilità di una vittoria o quella di una sconfitta. Qualcuno o qualcosa pertanto bisognerà comunque sacrificare in nome del progresso, dello sviluppo e della crescita del PIL.
