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Vi vendo le mie idee - di PSICOROC

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/06/2008 alle ore 18:43:29

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

PSICOROC















vi vendo le mie idee (in pratica la mia pelle)
ideostorie offresi al miglior acquirente
primo stock



















...Incamminamento...


Credetemi, ho provato e riprovato, ma non ne sono capace, non ci riesco, è più forte di me, mi arrendo.
Ho preso la mia decisione e non torno indietro, tutto è perduto e nulla si può fare oramai, non insistete, non servirebbe a nulla.
Che ci crediate o no, ho deciso di finirla di sognare ad occhi aperti, di fare castelli in aria o... come si dice?... ah si, “Voli Pindarici”, chi mai sia stato questo Pindaro non so dirlo proprio, forse un sognatore illuso come me, nient’altro.
Insomma rinuncio a diventare uno scrittore! Non ne sono in grado.
Ogni tentativo di scrivere mi stanca, mi provoca nausea, rabbia e soprattutto esce fuori la parte di me che adesso odio di più: “la signora criticona”, che mi dice continuamente, anche in questo momento: “lascia stare, non fa per te, non sai scrivere, sei ignorante e presuntoso”.
Beh, almeno lei l’ho accontentata, hai vinto signora mia, ora per favore lasciami in pace nella mia delusione di una vita.
...
Fin da bambino inventavo storie nella mia mente che trasformavo a mio piacimento, coinvolgendo i miei amici, in drammatizzazioni emotivamente toccanti e piacevoli da interpretare, almeno per me.
Che fine ha fatto questa verve?
C’è ancora, non si è mai esaurita, è viva in me e continua a creare immagini che si concretizzano in storie complete però appena abbozzate e scritte, ma pur sempre delle meravigliose idee.
Allora vi propongo, vista la mia rinuncia a scrivere, di acquistare le mie idee.
Si, avete capito bene, “Vendo le Mie Idee” e non se ne parli più.
...

Aspettate, però, non giudicatele prima di averle lette (e ascoltate con il cuore) tutte.
Poi deciderete se vale la pena di acquistarle, ma fino ad allora, silenzio assoluto e pazienza.
D’accordo?
Bene, iniziamo l’antico show, che le IdeoStorie si facciano avanti e si spieghino da sé.





Se permettete mi presento per prima, così mi tolgo il “pensiero” e dimentico il dolore di separarmi dal mio autore, che a causa di una sua intrinseca vigliaccheria, abbandona tutti noi e ci svende per pochi denari.
No, non vuole essere una critica, c’è già la “signora” a farlo, ma è solo uno sfogo di un figlio appena nato e già ripudiato, quand’ancora necessita delle cure amorevoli di un genitore pusillanime.

Scusate! Veniamo a noi.

Dovevo essere un manualetto di calcio, per la precisione “IL PICCOLO MANUALE DEL PERFETTO CALCIATORE”, con relativo sottotitolo “Per il padre desideroso che suo figlio diventi un grande calciatore”.
Come esemplifica chiaramente il sottotitolo questo libro doveva essere dedicato a tutti quei padri amanti del calcio e desiderosi, una volta, di diventare degli assi del calcio.
Desideri frustrati e investiti egoisticamente sui loro figli.
Si dice che si scrive di ciò che si conosce e quindi si è vissuto. Mai “detto” si addice così tanto come questo piccolo manuale alla mia storia e a quella delle altre.







RITIRO PRE-PRE-CAMPIONATO


Ore 11 di una domenica di luglio, in un città qualunque d’Italia.
Seduti al tavolino di un bar, 4 futuri padri discutono di calcio.

...
...
...
...

Il Padre Attaccante: Voglio che giochi in attacco; voglio che giochi come “il pibe de oro” e “il fenomeno” messi insieme; voglio che vinca tutto quello che c’è da vincere... e da solo.

Il Padre Portiere: Voglio che giochi in porta; voglio che giochi come... come... come solo lui può fare e nessun altro in tutto il mondo; e voglio che non prenda nemmeno un gol... in tutta la sua carriera.

Il Padre Venale: Io voglio che guadagni tanti soldi; voglio che guadagni tantissimi soldi; voglio che ne guadagni a palate... e se vi portate la pala vi assumo tutti, voi e i vostri figli, in casa mia, per mettere i miei soldi nella cassaforte. Vi piace?

...
...
...

Il Padre Dubbioso: ...
...
...
E se nasce femmina?


...
...
...
RITIRO PRE-CAMPIONATO
Il primo approccio (quando il figlio non è ancora nato)

Bene. Iniziamo da quando il figlio non è ancora nato ma è già stato concepito, e attualmente si trova, diciamo così, in ritiro precampionato...
Facciamo che è in preparazione, il campione c’è già, però bisogna che sviluppi le sue potenzialità con un buon allenamento.

Prima Parte dell’Allenamento (la conoscenza del campione e dell’ambiente).
Come ogni grande allenatore di calcio (del proprio bambino) che si rispetti, devi subito chiederti: “Mio figlio... è veramente, ma veramente mio?”
Se così non è, lascia stare, è fatica sprecata, farà sempre l’opposto di quello che tu gli dici, con le buone o con le cattive. Dimentica di avere un figlio, non ce l’hai!
Se poi, ti vuoi illudere!

La seconda cosa che ti devi domandare è: “Si trova in mani buone? Anzi, in un buon grembo?”
Se così non è, allora vuol dire una cosa sola: "hai sposato una donna che non immaginavi mai sarebbe stata la madre del tuo campione".
Bravo il fesso. In questo caso la situazione è quasi irrimediabile, perduta, finita, chiudi il libro e buttalo, anzi no, regalalo a qualcuno più furbo di te.
Arrenditi, hai perso la partita della vita.
Perché?
Perché tuo figlio alla nascita ti odierà, e lo capirai subito dal fatto che, mentre lo cambi, lui, guardandoti e ridendo, ti farà la pipì addosso; inoltre non tiferà mai per la tua squadra, ma per quella della “madre” o più facilmente dello “zio” (da parte di madre).
Devi stare attento, le insidie sono parecchie!
Se invece entrambe le domande hanno risposte affermative, sei a cavallo, il più è fatto.
Seconda parte dell’allenamento
(preparazione psicologica del campione e della madre).

L’allenamento in grembo è il primo grande passo verso la gloria, spesso sottovalutato (dai fessi), in realtà nasconde illimitate possibilità.
Sentite cosa dice, a questo proposito, l’eminente studioso di vita prenatale, il DOTTOR PROFESSOR FETO TALDEITALI:
“Numerosi scienziati hanno da sempre ipotizzato che le esperienze durante la gestazione contribuiscono a formare i gusti e il comportamento dei neonati.
Psicologi e Ostetrici di un’università in Cina, hanno scoperto che i feti sono in grado di apprendere nell’utero e che possono ricordare e riconoscere la voce della madre anche prima di nascere. Infatti, i feti, riconoscono la voce della madre dall’interno dell’utero e sono in grado anche di distinguerla da altre voci femminili.
In una ricerca hanno studiato 60 feti al termine della gravidanza.
A trenta di essi è stata fatta sentire un’audiocassetta con la voce della loro madre che leggeva una poesia, agli altri trenta la voce di una sconosciuta.
I feti rispondevano con un’accelerazione della frequenza del battito cardiaco alla voce della propria madre, e con una decelerazione alla voce sconosciuta. Perciò i neonati preferiscono ascoltare la voce della propria madre anziché quella di una donna sconosciuta e che modificano il proprio comportamento per suscitare questa voce. Quindi questa preferenza e il riconoscimento cominciano da prima della nascita. Le capacità precoci osservate in alcuni neonati sarebbero, quindi, dovute a una migliore interazione del feto con l’ambiente circostante.”

Detto questo passiamo alla pratica.
Il bambino si trova in un posto magnifico che per tutta la vita, specie noi maschi, rimpiangiamo e cerchiamo di farci ritorno; quindi proprio lì deve iniziare il primo allenamento.

Come?

Semplicissimo!

Quando tua moglie ti dice di ascoltare, attraverso la pancia, il bimbo che si sta muovendo, tu subito ti precipiti, e, mentre te ne stai lì con l’orecchio appoggiato al ventre della madre di tuo figlio, ne approfitti per affermare, con assoluta certezza: “dai movimenti sono sicuramente calci”.
E se lei ti chiede di dire due paroline carine al bimbo, tu appoggia la tua bocca sulla pancia della madre di tuo figlio, ma invece di dire le solite stupidate che le madri vogliono sentirsi dire, usa termini quali: “smarcarsi, dribblare l’avversario, colpo di testa, rete, gol, vittoria”; e così via.

Ed ancora: “devi cercare in tutti i modi di non contrariare la moglie”... Lo so è dura, ma lo devi fare, “il futuro del tuo calciatore dipende in gran parte dagli stati d’animo della madre”; in fin dei conti sono pochi mesi.
Perciò, vai con le carezze ed i piccoli massaggi (a lei ed al grembo), vai con le parole sdolcinate, vai a comprare tutto quello che desidera, anche se non te lo dice; ogni suo desiderio, anche mentale non espresso, devi esaudirlo, ed in fretta anche.

Infine, se per caso sei un tifoso accanito, non devi assolutamente dimenticare di ripetere spesso il nome della tua squadra. Però devi stare attento ad associare il nome della tua squadra a qualcosa di positivo; per esempio: “sai cara, ogni giorno prepari dei pranzi davvero deliziosi, si sente tutto il tuo amore... oh guarda c’è la mia squadra del cuore, che bella giornata!” E così via.
Stai attento però quando il pranzo non è cosi fantastico, potresti esagerare con i complimenti, e stai sicuro che se ne accorge.






Terza parte dell’allenamento
(la parte fisica in gravidanza).
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Embeh!!! Cosa vi aspettavate? Lui vi vuole vendere le “sue” idee e non il libro già bello e completo.
Adesso spetta a voi completare.
Posso solo aggiungere i paragrafi nudi che quello aveva in mente, come avrebbe voluto riempire questi poveri spazi vuoti in cerca di inchiostro dotato di senso, segni che a prima vista, non sembrano avere un significato comprensibile, ma che se vengono colti con attenzione, a volte, possono anche sorprendere anche la mente più critica di questo mondo.
Insomma l’intenzione era quella di continuare l’allenamento in gravidanza (sempre sullo stile sopraccitato) attraverso una giusta alimentazione della madre, e quindi del feto; ciò vuol dire nottate e giornate intere a correre giù e su per il mondo conosciuto al fine di trovare il cibo tanto desiderato da una donna capricciosa che approfitta di un povero padre con tante speranze.
“Saddafà” non ci pensate: correte, sbrigatevi, siate veloci e solerti, giocate d’anticipo, eccetera eccetera.

Secondo lui, vi ha già detto molto, anzi vi ha già scritto gran parte della terza parte di questo faticoso allenamento, più di così non può proprio fare, il poverino, anzi non vuole proprio... Si rifiuta il vile.




PERIODO DI AMICHEVOLI
Secondo approccio (i primi 2 anni)

E così, zitti zitti arriviamo al secondo approccio, i primi due anni. Vi do una dritta: notate bene, ogni approccio sarà sempre diviso in tre parti d’allenamento. Per quale motivo?
Che volete che vi dica! Gli piacciono i numeri, e soprattutto il 3 lo esalta, in fin dei conti è il numero perfetto! no?

Quarta parte dell’allenamento
(la nascita).
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Chiaramente, qui vale il discorso dell’ultima parte del primo approccio: qualcosa dovete fare anche voi, altrimenti m’incazzo, e già, perché se scriveva tutto lui, non stavamo qua a romperci le p. ...pardon.

La nascita di un figlio, credetemi è il giorno più bello della vita di un uomo: si rimbecillisce!
Succede tutto in fretta, ti arriva come un fulmine a ciel sereno, eppure ti sei preparato per 9 mesi, niente da fare, rimani come un baccalà e ti ci vuole un po’ per riprenderti.
Chiaramente, la prima volta che vedi sto cosino, la reazione è: cazzo come sono stato bravo e poi ti sciogli.
E va beh, la storia poi continua con le numerose nottate che sei costretto a fare perché non ti puoi proprio lamentare, è il momento in cui devi imprimere il tuo marchio, sempre con i suggerimenti giusti come sopra.



Quinta parte dell’allenamento
(quando il figlio cammina carponi).
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Poi non vedi l’ora che tuo figlio inizi a camminare per farlo calciare, non è ancora il momento ma si sta avvicinando, intanto cammina carponi e tu lo devi circondare con innumerevoli ed infiniti giochi istruttivi, il tutto e di più se possibile.
Cosa? Favole e costruzioni?
Ma fatemi il piacere!!!
Non mi fate incazzare, è un momento fondamentalissimo e lo vogliamo rovinare con ste cretinate?
Palloni, palloni e ancora palloni.
Di tutti i tipi possibili: grandi, piccoli, medi, duri, morbidi, rotondi, ovali, quadrati... no, quadrati no, mi sono fatto prendere la mano dall’entusiasmo.
Colorati, bianchi e/o neri, leggeri, pesanti, profumati, puzzolenti, puliti e sporchi, nuovi e usati.
Palle, palline, pallotte, fanno tutte al caso nostro, la terra è rotonda, le cose che si muovono sono rotonde, ogni riferimento alla sfera magica è di fondamentale importanza per incidere sul futuro da calciatore di vostro figlio.
E così via!









Sesta parte dell’allenamento
(quando il figlio inizia a camminare).
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E si, siamo arrivati al momento magico: tuo figlio cammina e ha tanta voglia di mostrare il suo talento grezzo nel calciare un pallone.
Siiiii, è prontissimo.
Insegnagli a calciare con entrambi i piedi e con qualsiasi parte del piede, se necessario fatti dare dei calci e fatti spaccare i mobili, no no, scherzavo, i mobili no, almeno non direttamente con i piedi, si possono rovinare, se capita che il pallone urti fortuitamente qualche oggetto, ma chi se ne frega, senza farsi accorgere dalla moglie.
E poi in giro per i parchi.
Tuo figlio ti amerà all’impazzata e soprattutto amerà quel magico oggetto.
Il più è fatto.
Ora è pronto veramente.

Ah... dimenticavo l’aspetto più importante: ... ...
... “AMALO INCONDIZIONATAMENTE”




INIZIO CAMPIONATO
Terzo approccio (dall’asilo alla scuola media)

E vai!!! si entra nel vivo della battaglia: il periodo scolastico.
Qua si forma il futuro grande calciatore.
Scuola materna, elementare e media, non ti risparmiare: allenamento continuo con le tecniche più svariate.
Prima però ascoltate le parole del grande saggio dell’allenamento globale SOTUTTOIO:
“Impara a fare prima le cose difficili e poi quelle facili... pardon... prima le facili poi le difficili...Beh se ti riescono meglio quelle difficili, falle per prime, ma poi impara le facili.
Poi, impara ad essere lento e poi potrai essere veloce.
Per imparare ad essere veloce, devi imparare ad essere lento.
Fare le cose lentamente ti farà essere più preciso, memorizzare perfettamente i movimenti e solo allora potrai lentamente e gradualmente velocizzarle (farle più veloci).”

... Mah...


Settima parte dell’allenamento
(quando il figlio va all’asilo) 1° TEMPO
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Chiaramente, se lo avesse scritto completamente lui sto libro, avrebbe descritto varie metodiche di allenamento al fine di allenare la precisione, la forza, la fantasia. Avrebbe descritto esercizi nuovi e divertenti, costruito giocattoli sempre finalizzati all’allenamento, tipo la porta della precisione fatta di quadranti giusti per far passare diversi tipi di palloni. E così via.


Ottava parte dell’allenamento
(quando il figlio va a scuola) 2° TEMPO
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E qui arriva il momento delle prime competizioni, e perciò devi lavorare molto sullo spirito di tuo figlio:
vincere, vincere e vincere;
grinta, grinta e grinta;
felicità, felicità e felicità,
senza mai dimenticarsi il divertimento.


Nona parte dell’allenamento - a sorpresa -
(quando il figlio è una figlia) 3° TEMPO???
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Questo invece è l’inghippo. Non perché una figlia vale meno di un figlio, no non me ne frega niente, il problema è un altro: il calcio femminile è snobbato.
Comunque ti consoli con il fatto che il calcio femminile è ancora terreno vergine e quindi vai avanti con l’allenamento, nessuna differenza, il calcio è maschio, e tua figlia è un maschio.
E chi dice il contrario è un cornuto e gli spacchi la faccia.
Giusto?
Giusto!.




COPPE
Quarto Approccio (L’adolescenza)
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Decima parte dell’allenamento – Coppa Italia -
(quando il figlio cambia e ti mette in discussione)
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Undicesima parte dell’allenamento – Coppa Uefa -
(quando il figlio è innamorato)
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Dodicesima parte dell’allenamento – Champions League -
(quando il figlio ti vuole lasciare perché sta per decollare)
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SI RACCOLGONO I FRUTTI
Quinto Approccio (La maturità)
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Tredicesima parte dell’allenamento
(quando il figlio ha preso il volo)
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Quattordicesima parte dell’allenamento
(quando il figlio continua a volare)
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Quindicesima parte dell’allenamento
(quando il figlio raggiunge l’apice)
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ULTIMO ATTO
Sesto Approccio


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Sedicesima parte dell’allenamento
(quando il figlio è in fase calante)
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Diciassettesima parte dell’allenamento
(quando il figlio è calato e sta per chiudere la carriera)
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Diciottesima parte dell’allenamento
(quando il figlio decide di chiudere la carriera)
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Ve l’ho detto che era solo l’idea che vi volevo vendere, il prezzo non è alto, lo possiamo decidere insieme.
Una volta acquistato vi tocca svilupparlo, io mi blocco ogni volta.

Avanti!
chi si offre per diventare l’autore completo di questa storia nata monca?




Credo sia arrivato il mio di turno. Con il dolore nel “cuore” lo faccio controvoglia. Non sono completa, a stento mi reggo in piedi.
Può un uomo arrivare a tanto?
Rinunciare ai suoi sogni, partorirli e poi gettarli via, svendendoli alla prima occasione.
È sangue ciò che vedo scorrere dalle mie labbra?
Eppure è inutile lamentarsi.
Mio padre è divenuto sordo e muto, cieco e insensibile di fronte alla bellezza di una nuova idea.
E per che cosa poi? per un po’ di codardia!!!
...
Va beh, forza e coraggio mie dolci note inascoltate, andiamo avanti e ricominciamo questa strage d’innocenti.
”Il mio Nome è Sigmund Freud”
Sono una piccola IdeoStoria dal nome PsicoGialloAvventuroso.
Siete d’accordo?
...
Ecco a voi me stessa: “

PREMESSA

Questa storia inizia con la voce narrante che descrive la stanza oggettivamente, con chi si trova dentro e la loro esatta disposizione:

Di spalle alla grande vetrata, dalla quale entra una gran luce,
ci sono i tre dottori, uno di fianco all’altro.

DOTT.A. DOTT. J. DOTT.K.

Di fronte ai tre è seduto il signor F., ancora mezzo addormentato,
con gli occhi quasi completamente chiusi perchè accecato dalla luce.

SIGNOR F. (Paziente).


Naturalmente ci sono vari oggetti:
a) poltrone,
b) sedie,
c) scrivania.

Importante è anche la percezione soggettiva dei soggetti nella stanza ed il loro dialogo interiore, che dovrà assumere toni umoristici (per chi ne è capace!).


IL RISVEGLIO

Il tempo?
Le undici precise, di un giorno che forse so e forse non so, di un mese che non vi voglio assolutamente dire, di un anno del passato che fu prima un futuro, poi un presente e solo dopo diventò un passato dimenticato da tutti, tranne che dallo scrivente.

Il luogo?
Una stanza Bianca... completamente bianca.
Pareti spoglie anch’esse bianche.
Delle sedie, bianche anche loro, sparse qua e là.
Una luce, naturalmente bianca, che si diffonde...
E... il resto lo scoprirete dopo, per adesso largo alla materia vivente.

Dott. J.: Come si sente, Signor F.?

Signor F.: ...

Eloquente il signor F., non è vero?
Beh, a parte gli scherzi, sfido chiunque a svegliarsi, dopo essere stato sottoposto a ripetuti trattamenti aversivi (in poche parole significa che fanno male), e parlare normalmente come se non fosse successo niente di grave.
Provateci! Poi mi dite.

Comunque, veniamo a noi, anzi al nostro caro e comprensibile signor F.
Spaesato, comincia a riorientarsi, sbadiglia senza coprirsi con la mano le grosse fauci, e permette ai tre individui in camice bianco - che gli siedono di fronte su tre comode poltrone presidenziali di pelle marrone (forse renna? mah), dietro una grande scrivania di legno di quercia secolare (ora non più secolare ma solo scrivania), davanti ad una grande finestra dalla quale entra moltissima luce che rende ancora più bianca la stanza e illumina una parte dell’interno orale del nostro caro, comprensibile e spaesato Signor F. - di scoprire che ha delle grandi tonsille e parte dei denti ingialliti dal fumo... accanito fumatore il nostro Signor F..

Il signor F. comincia a parlare, ma tra sè e sè (metto tra parentesi il dialogo interiore così eviterò di ripetermi).

Signor F.: (La luce... mi acceca...)

Ha il sole di fronte che passa attraverso un enorme vetrata.

Signor F.: (Sono seduto, posso muovere le gambe... anche i piedi,
bene.
Le braccia e le mani no, bene...
...)

Ad alta voce -senza parentesi- arrabbiato.

Signor F.: Col cavolo che va bene!

Dott. K.: Ha detto qualcosa signor F.?

Ignorando la voce.

Signor F.: (Me le sento come se fossero legate;
anzi se devo dire la verità, è come se mi stessi abbracciando
- di solito lo faccio quando ho freddo o quando mi dico teneramente “mi voglio beneee ” - solo che in questo caso non ho tanta voglia di farlo, ma mi sento costretto da una forza superiore - fosse Dio, nel quale non ho creduto mai?)

Insomma il signor F. ha una camicia di forza ed è rinchiuso in un manicomio.
Per quale motivo?
Forse perchè ha tentato il suicidio con delle lamette finte?
Oppure si crede il padre della psicoanalisi, il quale pensa di essere stato tradito dai suoi allievi perchè non sono d’accordo con lui su alcuni punti della sua grande teoria, e ha tentato di ucciderli?
Forse la seconda?
In seguito si scopre che il signor F. è un cocainomane, lui dice che è per uso sperimentale. Sembra che abbia scoperto degli effetti analgesici della sostanza e che un suo “amico” si sia preso il merito della scoperta.

Naturalmente i tre dottori non gli credono e cercano di farlo ragionare, ma lui niente, anzi ad un tratto si accorge che i tre non sono altro che i suoi allievi ammutinati (almeno così pensa lui) che con l’inganno lo hanno rinchiuso e vogliono farlo impazzire.
Ma è proprio così la verità? Il signor F. è veramente il dottor Freud o è pazzo?

Il libro si chiude così:
Signor F.: Insomma, il mio nome è Sigmund Freud.





È strano... rileggendo questa storia... ho provato uno strano piacere... non mi succede spesso.

No, non illudetevi mie piccole IdeoStorie, non è cambiato assolutamente niente nelle mie intenzioni, non riesco a scrivere, se non in modo incompleto e parziale; insomma una botta e via e niente di più.

Scusatemi tutte, sono un bieco padre.




UnaStoriaPiùStorie


Ed eccomi qui, è il mio turno di immolazione.
Chi sono?
Sono la “vita” di mio padre, prima della sua venuta e durante il suo divenire un uomo... quasi.
Cosa vi devo dire di nuovo rispetto alle mie sorelle?
Niente!
Il pusillanime è chiuso ancora nel suo guscio dorato e non intende uscirne né ora né mai, questo è tutto.
Eppure sarebbe stata un gran storia, piena di racconti di vita veramente ricordata, di personaggi realmente vissuti e realisticamente immaginati, con l’autore coinvolto in prima persona e perciò erroneamente oggettivo e autenticamente soggettivo.
Sono una vita che lentamente ed inevitabilmente si spegne in tenera età.




Le morti di Agata ovvero l’Agata Furente

Aveva ancora diciassette anni quando Agata morì per la prima volta.
Ce ne sarebbero state altre!
Ad ucciderla, fu la morte di sua sorella maggiore Giovanna, ancora puerpera, sposata con un brav’uomo, Salvatore, da cui aveva avuto due figli, Rocco e Carlo.
Agata ereditò il marito di sua sorella e i suoi due figli.
E così suo cognato, di diciotto anni più grande, divenne all’improvviso suo marito, senza bisogno di innamorarsi.
I suoi due nipotini, uno di sei anni e l’altro appena nato, divennero i suoi due primi figli, senza bisogno di partorirli.

Così era nel nostro piccolo paese: per non “far finire” i bambini in mani estranee, e vista la morte prematura della donna, la famiglia di quest’ultima, a titolo di risarcimento donava la figlia seguente, sperando che stavolta andasse tutto per il verso giusto.
In questo caso chi seguiva, non aveva nessun voce in capitolo: era nei doveri della secondogenita riparare all’errore della primogenita.
Così era stato in passato, così era ancora oggi e così sarebbe stato per sempre.. secondo loro.


Mentre quasi tutt’Italia, da quasi un decennio, era cambiata nell’immagine e nello spirito (cambiamenti positivi secondo chi li proponeva e attuava, negativi secondo chi li subiva e basta), e l’Europa stava per seguirla coinvolgendo poi tutto il mondo, il mio paese sembrava immerso in una dimensione spaziotemporale eternamente indistinguibile a se stessa.

Il treno della vita scorre avanti facendo diverse fermate obbligate,
continua però il suo cammino in avanti.
Quando ti travolge, ti fa cambiare direzione e non solo:
“ti uccide e ti fa nascere di nuovo”.

Agata non resistette all’impatto: morì sul colpo per la prima volta, e non sarebbe stata nemmeno l’ultima.
Non ci fu più l’Agata, secondogenita diciassettenne che sognava di sposare il suo ragazzo (in quel momento assente perché militare), ma la sig.ra Agata, cognata/sposa di un cognato/marito, zia/madre di due nipoti/figli.
Scalciava Agata il giorno del suo matrimonio, in molti la vestivano con l’abito della sorella mentre lei, inutilmente ed in un ultimo, cercava di riprendersi la vita che lentamente agonizzava sotto gli sguardi attoniti dei festanti parenti.
Una nuova forma di vita era entrata in scena, ciò che c’era stato fino a quel momento, semplicemente non esisteva più, annullato, sepolto con la puerpera morta: “una morte, tante morti e tante nuove vite”.

Scherzi del destino o di traiettorie inimmaginabili.

Agata fu travolta da quel treno che fece prendere alla sua vita una nuova direzione.
I cambiamenti, lenti e graduali altrove, erano improvvisi...

E qui termina all’improvviso la vita raccontata dell’agata furente e delle sue ripetute morti: sorella, cognato/marito, nipote/figlio, figlio prediletto, figlia.

Alla fine decise di morire per l’ultima volta, smoccolando l’impossibile, ed oltre, per una vita non scelta.
Una vita non offerta in sacrificio, ma estorta da un mondo spietato nei suoi confronti, da quando morì per la prima volta.

Molto altro sarebbe dovuto essere raccontato, ma lui ha deciso di non vivere e di figliarmi maculata ed abbozzata.

Eccovi perciò un altro pezzo di vita, eccovi la Serena Addolorata!


Addolorata e la vita rubata ovvero la Serena Addolorata

Quando Addolorata nacque già gli venne voglia di morire.

Gli sembrò di essere colpevole, di aver rubato una vita non sua, insomma di essere una ladra di vite. E non c’è stato mai nessuno in grado di toglierle, in tutta la sua lunga esistenza, questo assurdo pensiero dalla sua mente.
Si perché, per lei, non era così assurdo: “la vergogna della sua esistenza l’aveva sentita già al primo alito di vita che le era giunto, tirato d’un fiato insieme al senso di colpa per aver rubato qualcosa che non le apparteneva: una malvivente, questo si sentiva”.

Sua madre l’aveva già abbandonata il primo giorno di consapevolezza materna, rigettando immediatamente l’idea di essere madre di sua nipote; mentre le era stata gradita l’esperienza travolgente con suo genero.

Addolorata non si dava pace: “povero frutto illegittimo di desideri e atti illegittimi senza amori legittimi”.


E che cavolo! Proprio nell’atto di nascere mi sputi via come l’ultima delle schifezze.
Ma cos’hai deciso di fare della tua vita? una collezione di viltà?


Credi fermamente che ogni persona debba riscrivere la propria vita per avvicinarsi il più possibile a se stesso ed al suo desiderio di libertà?
E allora che aspetti? Di morire?
Dichiari senza pudore che quando senti dentro di te un malessere, allora quello è il momento di iniziare.
E tu niente, sai solo parlare!

Mi hai persuaso che la storia di un uomo inizia non dal momento della sua nascita e nemmeno da quello del concepimento, bensì due generazioni prima. I nostri nonni danno il via alla nostra storia, ed è lì che bisogna iniziare a riscrivere, un processo lungo e laborioso, doloroso e stancante, ma efficace e risolutivo.

E tu scrivi a macchie.

Ascoltati:
“Nella mia vita ho conosciuto solo le nonne, i nonni erano già morti. Comunque un’influenza l’hanno avuta, in un modo o nell’altro.
Se sei stato un bambino curioso, hai chiesto ai tuoi nonni e ai tuoi genitori, come vivevano, come si sono conosciuti, cosa desideravano e com’era il mondo tanti anni fa.
Questo ti da già l’idea di come sei venuto al mondo, e poi quando fai domande le persone iniziano a parlare e rivivono quei momenti in maniera vivida, specie gli anziani, e sono contenti di rispondere su argomenti anche scottanti.”

Che ne dici? E non finisce qui:

“Nacqui coi piedi e mio padre non ha mai perso occasione per dirmi che faccio le cose al contrario: semplice e fredda descrizione della realtà? oppure infelice quanto inadeguata frase trasformatasi in oscura profezia autoavverantesi?
Non è dato saperlo, ma forse è meglio così!

Non ricordo quando mi è stato comunicato il rischio che ho corso, prima ancora di nascere (3 o 4 mesi prima), ho impresso invece nella memoria la persona che lo ha fatto: mia nonna materna, l’Agata Furente.
Con il suo solito fare, forte e determinato, a volte anche caldo ed accogliente, non troppo però, mi spiattella il litigio tra i miei genitori, dopo la morte di mio nonno paterno (4 mesi prima che nascessi) a causa di mia nonna (la Serena Addolorata) e mia zia paterna.
Reazione di mia madre? Pugni sull’innocente ventre custode di un così prezioso tesoro: io!

Riflessione medico-scientifica fai da te di mia nonna materna: vuoi vedere che i problemi di epilessia che hai avuto a 12 anni, dipendono da quell’evento? May be! Può darsi! E allora?

E non è finita qui, il fatto che io nascessi prima coi piedi, non comportava solo un evento profetico, ma complicava la mia nascita e metteva a rischio la vita di mia madre, a causa del cordone ombelicale stretto attorno al mio collo a mò di cravatta. Da qui sicuramente nasce la mia avversione per le cravatte!!!

E i sensi di colpa? e il trauma? dove li mettiamo?

E quali conseguenze hanno avuto? Troppe domande e poche risposte.

E ti ritrovi al punto di prima, tante domande e poche risposte, ti giri intorno e cosa vedi? Il nulla!

Chiudi gli occhi nella speranza di ascoltare qualcosa di fondamentale e cosa senti? Il nulla!

Vai dentro di te rischiando l’annegamento psicologico e cosa succede? Nulla!

E allora penso che i miei ricordi possano darmi una risposta. E allora via!

Mi ricordo di quando, da piccolo avevo la febbre alta.
Avrò avuto 6 o 7 anni.
La testa sembrava bruciare come un carbone ardente.
Il caldo era insopportabile.
Mi dicevano che la febbre doveva fare il suo sfogo e allora mi coprivano di più.
Mah!
Ora i medici dicono che invece bisogna raffreddare il corpo.
Dilemmi della scienza.
Sognavo e naturalmente con il fuoco nel corpo non potevo che...
...
...



Cerchiamo di capirci!
A me non va di fare la fine delle mie sorelle a causa di un uomo inutile e insignificante.
Per generare figli non ci vuole poi tanto, la natura ha fatto tutto.
Io dovrei essere lo spirito di mio padre?
Ma quale padre?
Non di quell’essere descritto dalle mie sorelle.
Io che sono lo spirito conosco bene la forza che è in lui.
Mi dispiace, ma se volete parlare con me dovete cambiare atteggiamento, non esistono piagnistei o lamentele qualunque e soprattutto non voglio ascoltare quello che voi chiamate il vigliacco, il codardo, il pusillanime, il vile,l’imbelle, il timoroso, il pauroso, il pavido, il fifone, il debole, il miserabile, il meschino, l’insicuro, l’incerto, il dubbioso l’infame, lo spregevole, il biasimevole ecc.
Non fatemi continuare perché è un tiro al bersaglio che non serve a nessuno.
Allora dico, rimbocchiamoci le maniche e tiriamo fuori le palle.
Il vero padre non tarderà a tornare. Ve lo assicuro.

Io sono lo Spirito.
Ecco a voi la mia storia.
Mi dispiace però, non sono in vendita.




UNDICI ILLUMINAZIONI RICOLLEGANTI


11/01/2004

0. MOTIVAZIONI SINCERE


Prima di scrivere dei miei ricordi della mia vita passata, devo fare una piccola dichiarazione d’intenti.
Si può scrivere per diversi motivi, i miei sono essenzialmente due.
Il primo semplice e forse anche banale: il desiderio di diventare uno scrittore, apprezzato è meglio, capace di esprimere e dar voce con le parole ai suoi pensieri, alle sue emozioni, alla sua visione del mondo.
Il secondo personale, ma non so dire se complesso e originale: fare una specie di ricapitolazione (riepilogo) di sé, per capire, comprendere appieno la causa di come si è oggi; l’essere-ieri che spiega l’essere-oggi che costruisce l’essere-domani.


1. RICORDI DI PRIMA MANO

Il mio primo ricordo, anzi i miei primi due ricordi risalgono a quando avevo solo 3 o 4 anni, credo, o giù di lì. Sono entrambi importanti, ma non riesco a decidermi su quale dei due sia precedente all’altro. Sceglierò per ordine di preferenza.
Questo il primo. Sono in un posto grande, alto, buio. Una mano mi tiene dandomi sicurezza. Crescendo ho appreso che probabilmente era la mano di mia sorella, di quasi dieci anni più grande di me. Ho sempre avuto un debole per mia sorella, per i posti chiusi, per il buio e per le cose grandi.
Impressioni: tranquillità, serenità, sicurezza.
Questo il secondo. Vedo una strada, sento mia madre che mi dice di non attraversare perché passano le macchine.
Non l’ascolto, andare dall’altra parte mi attrae più della voce di mamma.
Attraverso.
Ed ecco l’inesorabile e preannunciato accadimento: un motocarro mi prende in pieno. Non so veramente se mi prende la testa o sbatto la testa per terra. Fatto sta che io piango, mia madre grida e mi soccorre, la persona sul motocarro ci accompagna dal dottore... naturalmente col motocarro.
Mio padre non c’è.
Dal dottore sono dolori e grida, 3 o 4 punti e un ricordino che mi porto tuttora appresso.
Sono sempre stato curioso per le cose che stanno dall’altra parte, la staticità mi annoia, qualcosa però mi ha fermato in molte circostanze. Ho sempre voluto evitare i medici.
Impressioni: costrizione, confusione e deviazione da se stessi.

Sono i miei primi due ricordi. Uno piacevole, l’altro spiacevole e a volte indifferente.

Dopo, altro ricordo importante. Mio fratello, altra figura fondamentale per la mia vita, convince mio padre a comprarmi una bicicletta. Ho sei anni. Siamo nel corridoio. Non so quante persone ci siano. Forse mio padre, mia madre, le mie due sorelle. Fatto sta che io percepisco benissimo mio fratello che mi insegna ad andare sulla bici. Più lontano dal mio campo attentivo, colgo la presenza di mio padre, poi più lieve quella di mia madre e dopo ancora le mie due sorelle. Le novità mi hanno sempre spaventato a morte, ma ho cercato a tutti i costi di affrontarle e superarle.
Impressioni: felicità mista ad insicurezza.

2. INSICUREZZE SBIECHE...SGHEMBE ...INSOMMA DI SGUINCIO

È difficile scrivere.
Soprattutto quando hai l’impressione di non riuscire a mettere per iscritto quello che ti gira e ti perseguita nel cervello,
che senti nelle ossa e nel sangue, che non vedi l’ora di buttare fuori
per cercare di mettere ordine al caos, al disordine interno
che ti fa sentire pesante, greve, agitato, ansioso, colpevole di qualcosa, senza energia, con una voglia terribile di morire all’istante o almeno durante la notte,
senza che te ne accorgi, con gli altri che se ne accorgono in ritardo.
Forse il modo migliore è di scrivere tutte le cazzate che ti passano per la testa,
e non le rileggi fino a quando non hai scritto una mole considerevole di stronzate,
che poi puoi apprezzare, buttare, modificare a tuo piacimento.
E cerchi di premere più forte sui tasti del pc per convincerti che quello
che stai scrivendo è veramente importante e degno di nota.
E vaffanculo.
Devo riuscire a fare spazio dentro di me, dentro la mia testa,
togliere via tutte la cazzate apprese che mi limitano, mi impediscono di crescere
e sentirmi pienamente me stesso, soddisfatto e non a disagio di fronte agli altri e a me stesso.
Si lo so, c’è tanta gente che vuole scrivere, diventare famosa, apprezzata e di successo. Ma non so se è veramente questo quello che voglio fare,
perché non tentare la strada del successo per altre vie?
No, è insito nella mia natura il fatto di volermi isolare e...
inventare storie mai esistite con nessun fondamento con la realtà,
o almeno che descrivano la realtà in maniera diversa dal solito.
Fin da piccolo amavo raccontarmi visivamente delle storie,
la mia fantasia non aveva limiti, potevo diventare un eroe a difesa dei più deboli,
ora da grande preferisco farmi trasportare da luci e quant’altro mi venga spontaneo.


05/02/2004

3. LO SCRUPOLO DELLA COSCIENZA CHE AMAVA LA LIBERTÀ PERDUTA

A volte ho voglia di piangere.
Perché?
Perché ho la sensazione di aver sbagliato tutto.
Vorrei rimediare ma non posso.
Sento la responsabilità di molte cose, e questo non mi piace, non la voglio, non voglio essere responsabile di qualcuno o di qualcosa, non m’interessa, me la sento addosso fin dentro le ossa, non la voglio.
Al tempo stesso non faccio altro che prendere responsabilità, sono diventate peggio di una droga, le cerco e continuamente mi sento sempre più limitato.
Voglio essere libero, libero di non fare assolutamente niente, di stare solo su una montagna come un eremita.


09/02/05

4. INVERSIONI DI TENDENZA

Il Tempo Scorre Inevitabile e Tu Continui a Perderlo in Corsa
...
... non riesco a credere che sia passato un anno dall’ultima volta che ho aperto questo file... e non so se è un caso il fatto di aver aperto proprio questo e precisamente un anno dopo. Ha dell’incredibile, però è così. Inoltre se devo dire tutta la verità avevo deciso di aprire un nuovo file nominandolo come segue: “Ricapitolazione o meglio Ricollegarsi”. E se rileggo le prime frasi di questo breve scritto, non dico che mi viene la pelle d’oca, ma stento a crederci. Eppure è così.
Nello stesso periodo, dopo un anno, provo, più o meno, le stesse, identiche cose. Sento di aver sbagliato tutto nelle mie scelte, di non valere un granché e soprattutto mi vengono in mente alcuni collegamenti a proposito di mio padre.

Ieri sera, mentre tornavo a casa dopo una giornata di lavoro pessima, nei pressi della casa di mio padre, ho avuto quella che posso chiamare, a ragione, una illuminazione ricollegante, o almeno credo.
Pensavo che, da quando lavoro e mi sono creato una vita per conto mio, e, soprattutto, mio padre è in pensione e mia madre non c’è più da parecchio tempo, oramai mi sento dire spesso dal mio vecchio: “Non ti fai vedere più! Perché non passi? E come sta la bimbetta?”
E io, al solito: “Come faccio papà! Mi ritiro sempre tardi da lavorare, proprio non ho tempo.”

E qui qualcosa si ricollega.

Io, da piccolo, vedevo molto poco il mio papà, perché lavorava quasi sempre.
E mi sono detto: “Le cose si sono invertite, con una differenza però, che io, piccolo com’ero, non mi sognavo proprio di dire a mio padre di farsi vedere più spesso. Primo, perché forse non ero in grado di percepire in maniera consapevole tale vuoto, e secondo, con il senno di poi, non sarebbe servito a niente.
Cosa possa significare tutto ciò, ancora lo ignoro, però sento profondamente che qualcosa si ricollega.
5. IN CERCA DI BENEPLACITI

In un’altra situazione precedente, l’illuminazione ricollegante è stata questa:
“Cerco sempre l’approvazione di qualcuno perché è la ripetizione di quella approvazione che continuo a cercare disperatamente in mio padre.
Esempio? Sto cercando una casa: chiedo consiglio e aiuto a lui.
Salto tutto l’accaduto e vado al sodo. Mi dice che non è cosa mia concludere l’affare casa.
Bang!!!!! Qualcosa mi crolla addosso.
Cosa vuoi dire? Che sono un bambino? Lui cerca di difendersi e di accampare una scusa.
Oramai il danno è fatto. Dopo una discussione animata me ne vado deluso.
Ma come, della mia capacità lavorativa è fiero, mi dice che l’ho anche superato, e poi non sono capace nel fare una cosa che la maggior parte della gente fa?
Mi vengono in mente tante cose: avevo detto al mio fratellone che il rapporto con papà era maturato, ed ero felice del suo apprezzamento. Ma leggevo in mio fratello una sofferenza derivante dal fatto che lui questo tipo di apprezzamento non lo aveva mai avuto.
Adesso io scoprivo la vera maschera. Quella che abbiamo sempre conosciuto: la svalutazione di noi tutti di fronte a sua maestà la perfezione.

Potrei citare mille altre esempi, ma in questo momento voglio venire al dunque.

Cosa mi è balenato nella mente? Una semplicissima rivalsa. Una mia vecchia conoscenza, passata e presente. Mi accompagna dovunque: nello studio, nel lavoro, nelle relazioni sentimentali, nei rapporti con gli altri. Di fronte ad un mio fallimento, la mia reazione è questa: adesso vedrai o vedrete!
E così, tutte le mie forze per dimostrare il contrario di quello che gli altri pensano.
E allora l’illuminazione ricollegante è presto fatta: il mio desiderio di approvazione di apprezzamento ha radici lontanissime, legate e nutrite dal rapporto oscillante con mio padre.
Cerco continuamente la sua approvazione.
Infatti da quando sono tornato, nel non lontanissimo ‘96, non c’è stata cosa che non ho detto a mio padre. Strano vero? E invece è tutto così chiaro adesso!
E così è avvenuta la mia reazione: sono arrabbiato, deluso e triste e non gli chiedo più niente.

6. ERRARE HUMANUM EST

Risultato? Mi allontano da lui. Effetti: balbetto di meno. Cosa c’entra questo, cosa?

Vi spiego. Dalla scuola elementare fino alla fine del liceo il sottoscritto balbettava e anche vistosamente. Andando all’università, oltre alla mia introversione è scomparsa la mia balbuzie. Leggendo un libro di neuropsichiatria infantile, leggevo che la causa più comune della balbuzie infantile era il rapporto con una madre balbettante dal punto di vista affettivo. Ho accettato quasi acriticamente, ma mentre cercavo in mia madre questo affetto balbuziente, mi ritrovavo a dire: si è vero, ma senza convinzione. Mia madre era un po’ pudica, ma era il nostro punto di riferimento costante, in tutti i sensi, e poi era accettante.

E così mi viene in mente che ho sempre paura di sbagliare, specie di fronte all’autorità. Quindi comincio a vedere la mia balbuzie sotto una nuova luce.
Conferma di questa ipotesi?
Ricomincio, dopo l’ennesimo perdono, a legarmi a mio padre con qualche confidenza ed ecco che riappare la mia balbuzie e la mia insicurezza.
Dal ‘96 ad oggi, mi sento più debole anche se riesco a raggiungere determinati obiettivi.
Ma l’insoddisfazione, la tristezza, la solitudine e quant’altro, non mi danno tregua.

Ora, ritornando al caso, esattamente dopo un anno scopro di provare le stesse, identiche sensazioni, per non parlare del mio pensiero deprimente.

Ora sono stanco e non ho più voglia di scrivere. Spero di non aprire questo file solo fra un anno, ma un po’ prima, in modo da ricollegarmi sempre più spesso. A proposito, il titolo di questo file è 11, non ricordo il perché di questo nome, ma ho l’intenzione di modificarlo. Lo chiamerò: 11 Illuminazioni Ricolleganti.
Vediamo quello che succede.

28/04/2005

7. IL SENTIMENTO DI ESCLUSIONE

Collegato al sentirsi inutile: gli altri lavorano, sanno fare: io che so fare?

Stimolo: Un tipo mi spiattella in faccia la sua visione, tradizional-contadina (ed ignorante aggiungerei io) del lavoro. “Se non lavori con le mani che lavoro è? Lui si che lavora, tu che cosa fai? Hai una fortuna sfacciata?

Riflessione allo stimolo e regressione al passato: “...mi trovo in latteria, sto lavorando con mamma al banco, alla vendita. Mio padre produce!!!! Mio cognato evidenzia il vero lavoro che è quello di mio padre. Quello della vendita è una stronzata, una cosa facile che non costa fatica.

Ho assimilato la svalutazione del mio lavoro, di quello che sapevo e so fare. Nonostante i risultati raggiunti, mi sento inutile, che non servo a niente. Invece di fare io, faccio fare agli altri. Mi pongo in una situazione di inferiorità rispetto agli altri e perciò non do il mio meglio ma solo il peggio.
Valorizzo gli altri, e se mi fanno i complimenti, sono contento si ma imbarazzato e mi vergogno, come se non ci credessi veramente, come se non me li merito.
Ma guarda un po’ che situazione?
Cosa faccio per uscire da tale inghippo?


8. DIALOGHI RICOLLEGANTI

a) Mi piace avere all’interno della casa un rivestimento di tipo esterno.
b) Che significato ha?
a) Il rivestimento è di mattonelle rosse tipo creta, compatto.
b) Cosa?
a) Il rivestimento esterno serve a proteggere dalle infiltrazioni esterne, proteggendo così l’interno da muffe, umidità, ecc., come una corazza.
b) Quindi hai paura del mondo?
a) È una costruzione senza finestre, molto ampia e dà su più piani, con ambienti aperti.
b) Non capisco!
a) L’isolamento mi permette di vivere nel mio spazio, sicuro, sereno e consapevole di tutte le paure e le positività che ci sono, non permettendo a nessuno di conoscerle e di condizionarle... e questo mi rende libero.
b) L’esterno è dentro di te. Porti dentro di te la conoscenza acquisita dall’esterno.
a)Inizi a capire.
b) E il tuo interno dove si trova?
a) All’esterno, perché sono esterno. Il mio interno è fatto di esterno. Sono corazzato dall’interno e allo stesso tempo aperto all’esterno, nonostante non ci siano finestre.
b) Ma una porta c’è?
a) Non è tanto importante farsi conoscere quanto conoscersi.


03/05/2005

9. QUELLO CHE NON VEDI È SEMPRE DAVANTI AI TUOI OCCHI

Torno a scrivere, perché ho l’impressione di avere qualcosa da ricollegare, nondimeno ancora mentalmente non ce la faccio.
Vediamo se ci riesco in questo modo.
Mi ricordo una scena avvenuta nella mia vecchia scuola elementare, ma non so dire se è stato durante la mia frequenza in quella scuola o subito dopo l’ingresso nella scuola media.
È più probabile la prima ipotesi.
Comunque mi ricordo di aver fatto una visita oculistica in questa scuola, normale prassi di tutte le scuole dell’obbligo a quell’epoca, o forse solo di quella elementare. Fatto sta che non ricordo bene il risultato di tale visita: occhiali o no.
Mi sembra di no.
Invece ricordo con certezza la prima volta che ho indossato gli occhiali: dicembre del 1981, avevo 12 anni. Questo avvenne dopo il mio ricovero in ospedale per le crisi epilettiche, che, ricordo bene, successe nel novembre di quell’anno e durò per 17 giorni.
Quindi al momento del ricovero non portavo ancora gli occhiali.
Al momento della crisi epilettica di novembre ancora non li portavo.
A giugno dello stesso anno, mi svegliai tardi, forse mezzogiorno, intorno c’erano il nostro dottore di famiglia e credo mia madre mio padre e qualcun altro.
Cosa era successo?
Non riuscivo più a svegliarmi. Sembra che durante la notte abbia avuto delle crisi epilettiche violente, nel sonno.
Nessuno mi aveva detto niente fino a qualche anno fa.
È stato mio padre a farlo.
Ciò che ricordo di quel periodo è che era finita la scuola e che parlai, nel pomeriggio, dell’accaduto al mio miglior amico, naturalmente solo ciò che sapevo e cioè che non mi riuscivo a svegliare.
Fatto è che non so ancora cosa sia successo.
Invece quella sera di novembre so di certo cosa successe.
Eravamo io, mio padre e mia madre. Io come al solito avevo la testa appoggiata sulle ginocchia di mia mamma. Ad un certo punto, inizio a sentire che il labbro ed il braccio sinistro iniziano ai muoversi da soli. Mi alzo e accendo la luce per comunicare ai miei genitori quel disagio. Agitazione e preoccupazioni. Dopo qualche minuto finisce tutto e il mio braccio non riesco più a muoverlo. Dopo qualche minuto riprendo il controllo.

Non so perché ho scritto questo episodio, so di certo che da quel giorno qualcosa è cambiata dentro di me: in positivo ed in negativo. Qualcosa di terribile e al tempo stesso meravigliosamente unico.
Cosa c’entra questo con gli occhiali?
Ho messo gli occhiali dopo le crisi epilettiche.
Cosa non voglio vedere?
Cosa non devo vedere?
Non vedere mi fa stare tranquillo?
È possibile che ero già miope prima dell’epilessia?
Non riesco a rispondere. Non è facile. La miopia mi protegge dall’epilessia?
La miopia mi protegge dagli altri, dal mondo esterno?
È un toccasana per la mia timidezza?
Non vedo e quindi non sento gli occhi addosso? Soluzione stupida!?


10. GIOCHI PERICOLOSI DA CIRCO

Eccoci qua, mentre sto scrivendo qualcos’altro, mi sovviene un’immagine molto ma molto forte: io che vado, ormai vado, ma allo stesso tempo mi incateno sempre più per non andare.
Le catene sono gli impegni che si accavallano.
E se cerco di toglierne alcune, che si perdono per strada, altre più forti e più pesanti mi avvolgono.
Ma io vado lo stesso, sempre più convinto.
Ho paura, o forse lo spero, che prima o poi crollerò al tappeto come un pugile oramai finito: sarà una liberazione!
Adesso posso mettere la data: 05.05.2005
Vado, si vado, ma dove, a volte mi sembra di andare nella direzione sbagliata. Continuo ad andare avanti, e anche molto bene, ma il prezzo da pagare forse è la direzione sbagliata.
Quella giusta si sta allontanando sempre di più. Oramai sembra solo un miraggio, molto realistico però.
Mi è venuta un’idea. Sto scrivendo su due file: il primo ha a che fare con qualcun altro, il secondo con me. Mentre scrivo il primo, mi vengono associazioni ed idee sul secondo, e così continuo a saltellare da una parte all’altra con una semiconsapevolezza di quello che sto facendo.
Proverò a scrivere in questo modo mischiante, chissà che non vada bene.

Quella che tu chiami realtà cos’è per me?
Non c’entra niente con me, tuttavia mi piace lo stesso.

Una scala buia, ai lati ci sono degli specchi che scendono insieme alle scale.
Sono specchi che non riflettono nulla.
La ragazza scende ma non si vede riflessa, dice perché è buio, ma non è vero perché un po’ di luce c’è per farle vedere le scale, ma se stessa riflessa non la vede.


07.05.2005

11. RIEPILOGHI

Fa male e so perché.
Fa male avere qualcuno che consideri tanto e che invece ti considera poco.
Fa male.
Fa molto più male scoprirlo in questi giorni.
Pensavo alla mia miopia, subito dopo le crisi epilettiche; prima ancora la visita medica alle elementari, e prima di ciò la balbuzie legata alla paura di sbagliare, alla mia timidezza.
Chiuso dentro di me per paura di affrontare il mondo, per timore di non essere capace, e se la persona forse più importante nella tua vita, dopo tua madre, ti fa sentire un forte senso di svalutazione, allora il destino è segnato.
Timore davanti all’autorità, senso di inferiorità ed esitamento delle situazioni dolorose.
Costruisco un muro intorno.
Qualcuno mi fa notare che miopia vuol dire non riuscire a vedere lontano e così sei costretto a vedere quello che ti sta più vicino possibile, perché con le tue scarse capacità, o meglio con il fatto che ti senta scarsa, incapace, non puoi arrivare lontano e quindi che guardo a fare così lontano?
Non ti conviene caro mio. Lascia stare.
E comunque vado avanti.