Una storia ordinaria - di Alessandro Borrini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/08/2007 alle ore 20:41:05
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UNA STORIA ORDINARIA
un omaggio a Samuel Beckett
da un improbabile imitatore
Costruisco castelli di parole. No. Non ne sono certo in grado, tutt’al più tirerò su una baracchetta sbilenca e incompleta. Non riuscendo ad edificare sul nulla qualcosa che sia fatto di nulla, mi riferirò a delle immagini concrete e del tutto gratuite alle quali non va dato gran peso. Così se dico che mi trovo in mezzo a un labirinto, vien da pensare che mi trovo in mezzo a un percorso tracciato con delle siepi alte il doppio o il triplo di me oltre le quali riesco a intravedere in lontananza un vecchio castello in cima ad un colle perennemente circondato da nubi e foschia dove tra giochi di specchi e finzioni mi illuderò di raggiungere qualcosa la donna amata o il fratellino della donna amata o l’anello della donna amata tra mille pericoli che alla fin fine si riveleranno più illusioni che altro dal momento che li supererò tutti anche se con difficoltà ma senza stancarmi mai fino a quando il labirinto non mi riporterà al punto di partenza e in realtà passerò la vita a girarci dentro senza trovare né la via del castello né la via d’uscita né ad un certo punto dopo giorni o forse mesi o forse anni mi importerà più di trovare una qualsiasi strada che porti in un qualsiasi luogo. Ma effettivamente non mi trovo lì, neanche metaforicamente parlando. Le premesse sono sbagliate dato che la frase ‘mi trovo in un labirinto’ è in realtà piena di contraddizioni. Essa presuppone che un soggetto, io (chiunque sia io, che non ho una presenza ben definita né fisicamente, dato che il mio corpo non è il mio corpo e, mi pare, non è neanche un corpo, né psicologicamente, dato che la mia mente non è una mente né tantomeno può essere la mia) dunque la frase ‘mi trovo in un labirinto’ presuppone che un soggetto, ‘io’, si trovi in un qualche luogo, fisico o metaforico. Ma da qui ( e non ha senso dire ‘qui’ o ‘lì’ ) non vedo alcun luogo e, anche se mi ci trovassi, non potrei ‘vederlo’ dato che non ho occhi sul mio volto né nella mia mente, e non ho neanche un volto né una mente.
Ma, continuando con la finzione, possiamo immaginare (dunque una mente da qualche parte la dovrei avere , dato che posso immaginare, e, probabilmente, ci sarà anche un corpo che la contiene, ed esisterà anche un luogo che contiene questo corpo. Da qualche parte c’è un individuo che sono io, ma è solo un’infinitesima parte di ciò che sono, o che non sono, e, forse, questo individuo non esiste affatto ) insomma, possiamo immaginare che in questo labirinto mi vengano incontro due persone da due direzioni diverse. Queste due persone ( l’esistenza di altri è la prova inconfutabile della mia esistenza) sono un uomo coi baffi e un bastone da passeggio e un gatto dal bell’aspetto e ben vestito. In realtà il primo non è propriamente una persona ma è semplicemente un paio di baffi e un bastone da passeggio, anche il secondo non è una persona ma è proprio un gatto. Entrambi non sono altro da me, e ciò è dimostrato dal fatto che si incontrano nel punto esatto in cui mi trovo ma mi ignorano completamente. Le parole volano dai baffi al gatto e dal gatto ai baffi attraversandomi da parte a parte e facendomi rabbrividire un poco, come se avessi una schiena e una leggera brezza me la accarezzasse. Ad un certo punto la discussione si anima, il bastone da passeggio si solleva minaccioso sul gatto, al quale si rizzano i peli mentre gli cade l’orologio dal taschino frantumandosi come se fosse di vetro. Le parole mi attraversano ora come se fossero vento di tramontana, se avessi un corpo tremerei violentemente, se avessi una mente mi metterei a piangere, comunque queste due persone, che altro non sono che me stesso, vorrebbero uccidersi a vicenda, vorrei intervenire ma non ho voce in capitolo, mi ignorerebbero e comunque non li conosco né li ho mai visti prima, e poi non voglio avere nulla a che fare con gli estranei. Dunque mi allontano, o meglio mi allontanerei se mi trovassi da qualche parte, ma di fatto resto al centro della discussione percosso da quella che ormai è una tormenta.
Ricapitoliamo: il castello ci sovrasta discretamente, io, o noi, o loro, mi sto pian piano rarefacendo, come quando ti osservi allo specchio la mattina e ti accorgi che ti stai decomponendo un poco più del giorno prima, un giorno noti le borse sotto gli occhi e capisci subito che non le perderai più, un altro giorno contempli la lingua giallastra, poi la pelle che comincia a squamarsi, le ciocche di capelli nel lavandino, perdi i pezzi e pensi che dovresti andare da un dottore, ma poi ti trascini fino a sera senza deviare di un solo passo. Racconterò una storia, così potrò far riferimento a persone e cose concrete e trovare un appiglio, qualcosa che ostacoli il mio disfacimento, mi trovo in un labirinto e cammino senza meta, dato che in un labirinto non puoi conoscere la tua meta se non come qualcosa di astratto ( il termine uscita mi sembra abbastanza astratto), dietro un angolo uguale a tutti gli altri angoli incontro un uomo, è un divoratore di cervelli, il mio cancro. Parliamo a lungo senza dire parola. Lo odio come se fosse me stesso, e forse lo è, così apatico e allo stesso tempo nervoso, nessuna prospettiva per il futuro, inutile. Eppure è qui, al contrario di me, e in quanto al futuro, esso presuppone un passato (che non ho) e un presente (in cui non ci sono). Il divoratore sa il fatto suo, mi conosce fin nel profondo del mio animo, o forse è lui stesso il mio animo, dato che mi sembra di non possederne alcuno, mi guarda e sembra riconoscermi, e questo è strano, visto che in genere chi mi guarda non vede assolutamente niente. Diversamente da me, si alza la mattina si lava si veste mangia esce di casa fa quello che deve fare un lavoro una passeggiata frequenta degli amici o comunque delle persone mangia continua a fare quello che deve fare torna a casa mangia guarda un film con una donna la moglie o chi per lei si spoglia si lava fa l’amore si mette a dormire. Io non faccio niente di tutto questo (come potrei?), eppure il divoratore mi sta continuamente addosso, è dentro di me e fuori di me, ed io non mi identifico con lui solo perché è impossibile distinguere, nel mio caso, un dentro e un fuori. La storia, che è decisamente una metafora sebbene non lo sia affatto, finisce con un nulla di fatto, ed al centro del labirinto ho un paio di baffi e un bastone da passeggio, un meraviglioso gatto che mi fa le fusa e lo sguardo insistente di un apatico divoratore di cervelli che mi perseguita.
Ricapitoliamo: il centro del labirinto non esiste, è dunque uno dei tanti non-luoghi che, ovviamente, sono alcune infinità di volte più numerosi dei luoghi. Al centro del labirinto c’è questa immensa biblioteca (ecco un altro appiglio, non c’è nessuna biblioteca, né un centro del labirinto e, forse, non c’è neanche un labirinto) che è un labirinto essa stessa. Contiene un solo libro, riprodotto in migliaia e forse milioni di copie. La biblioteca, se esistesse, si troverebbe in un palazzo antico, o una torre di decine di piani, e al suo interno potreste percorrere dei chilometri tra rampe di scale e lunghi corridoi polverosi, e lungo le pareti trovereste scaffali pieni di libri, ogni libro identico agli altri, ma ognuno completamente diverso. Provate a sfogliare uno di questi volumi, leggete le prime righe senza soffermarvi troppo, poi richiudetelo e pensate ad altro (voi che avete una mente e un corpo avete cose a cui pensare, e, del resto, se parlo con voi significa che esisto come esistete voi). Dopo qualche istante riaprite il libro e rileggete le stesse frasi di prima. Niente di strano, penserete, eppure dal magma del subconscio ribolle quasi impercettibilmente il dubbio che qualcosa non sia al suo posto, e in voi qualcosa si muove, fastidiosamente, un prurito sulla scatola cranica, come formiche che si muovono appena, tanto da dubitare della loro presenza. Ripetete l’esperimento, chiudete il libro e tornate a pensare (se ci riuscite, ma penso che dato che mi state ascoltando non possedete una mente come non la posseggo io), e poi tornate su quella prima pagina, una strana eccitazione si impadronisce di voi, stavolta siete quasi sicuri che lì dove prima c’era un ‘certamente’ ora c’è un ‘probabilmente’, e lì dove prima era scritto ‘casa’ ora c’è un ‘vorrei partire di quì’. La cosa vi sembra impossibile e forse vi state sbagliando, certo è che l’esperimento non finisce qui. Continuate e avrete la certezza definitiva, ad ogni lettura il testo si modifica, allontanandosi sempre più dal primo testo che avete letto, fino a tramutarsi nell’opposto di se stesso, affermando le cose che prima negava e negando le cose che prima affermava, dopo essere passato per tutte le posizioni intermedie. La cosa assurda è che ad ogni passaggio le vostre opinioni si modificano insieme alle parole del libro. Se questo fa un’affermazione, voi la trovate convincente, in quanto coincide con una vostra ben precisa opinione, ma ad una seconda lettura quell’affermazione non appare più così certa, c’è un ‘a nostro parere’ e un ‘cercheremo di dimostrare’ che prima non avevate notato, forse perché non c’era. E le vostre convinzioni, fino a un attimo prima così irremovibili, ora sono erose da dubbi, sempre più numerosi ad ogni nuova lettura. I piccoli ma inarrestabili tarli delle coscienze continueranno la loro opera distruttrice, ad un certo punto non avrete più nessun punto di riferimento fisso, ogni affermazione è discutibile, tanto che non si fanno più affermazioni, e ogni discussione porta a un nulla di fatto. Ma se non cederete alla disperazione e continuerete a chiudere il libro per poi riaprirlo, per rileggere le stesse cangianti righe, vi accorgerete che no, non tutto è poi così incerto, esiste qualche pietra miliare che indica una seppur vaga direzione da prendere, esistono sentieri battuti da percorrere , e pian piano ritroverete fiducia in voi stessi, vi si chiariranno le idee anche se all’inizio si tratterà solo di barlumi. Infine ritroverete i vostri punti saldi, le vostre convinzioni irremovibili, solo che non saranno le stesse che avevate alla prima lettura, ma esattamente le opposte, affermerete con decisione ciò che prima negavate con veemenza, e rifiuterete con disgusto ciò che prima predicavate con enfasi. Se poi avrete la pazienza di continuare nell’operazione, noterete che pian piano il libro scivolerà a parlare di un altro argomento, tanto che di quello precedente non ricorderete nulla. Un’infinità di libri cangianti, ciò significa che in essi è contenuto tutto il dicibile , in un labirinto di parole che si modifica continuamente, in cui la via d’uscita non è mai nello stesso punto e la strada per arrivarci non è mai la stessa. Inseguite delle idee che prendono forma di discorsi, piccoli vortici di parole, ma appena il vortice si dissolve vi accorgete che è servito solo a distrarvi dall’inseguimento e ora siete spaesati, se davanti a voi c’era una piazza ora c’è un vicolo cieco, e quell’angolo uguale a tutti gli altri ora appare più lontano. Le parole vi hanno catturato nel loro labirinto mentre io, che mi ostino a considerarmi un soggetto che si muove nel tempo e nello spazio, torno all’inesistente punto di partenza dove ho un paio di baffi e un bastone da passeggio, un meraviglioso gatto che mi fa le fusa, lo sguardo insistente di un apatico divoratore di cervelli che mi perseguita e un libro fantastico. E’ un po’ poco per dire che sono una persona, ma anche se mi arricchissi di altri particolari, anche se riuscissi a conquistarmi un volto, un cappello, un vestito decente e delle scarpe che contengono dei veri piedi, anche se ottenessi tutto questo non cambierebbe niente.
Alla fin fine ho trovato diversi appigli, posso immaginarmi nella realtà concreta, io (o meglio un paio di baffi, un bastone da passeggio,un gatto, uno sguardo e un libro) sono a pochi passi dalla porta di un appartamento, pronto ad uscire. La forza delle apparenze! Si direbbe proprio che una persona è pronta a uscire di casa, ma questo naturalmente è falso. D’altronde se anche questa persona uscisse, cercando di prendere un posto nel mondo, rischierebbe di accorgersi che fuori non è molto diverso da dentro, che l’attraversare la porta non collega due luoghi distinti, ma un luogo a se stesso, a prescindere dai chilometri che questa persona può percorrere nel cosiddetto mondo esterno. In fuga da se stesso, dopo aver attraversato anni luce, non potrebbe che ritrovarsi al punto di partenza, senza forse essersi mai mosso, tanto da chiedersi se il movimento attraverso la porta è servito a qualcosa e, addirittura, se il movimento stesso esiste o è solo apparenza, come questi baffi, questo bastone, questo gatto, questo sguardo e questo libro.
La baracca non solo è sbilenca ma non reggerà molto. Avrei voluto addentrarmi nel labirinto ma l’ho appena sfiorato, anzi l’ho visto solo da lontano, in realtà non mi interessava neanche, anche perché non esiste, né nel mondo della realtà ne in quello della non-realtà, dove dovrebbe esserci tutto ciò che non c’è nel primo. Tutto ciò che ho scritto potrebbe cambiare alla prossima lettura, tra poco potrebbe non esistere più e dunque non capisco neanche perché ho scritto (e forse non ho scritto affatto). Questi fogli potrebbero testimoniare la mia esistenza molto più dei baffi e di tutto il resto. Ma anche questo è solo un trucco, un altro appiglio, e questi scritti finiranno presto nel cestino delle cose mai dette.
