Un mondo dentro parte 4 fine - di MP
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/08/2007 alle ore 14:26:07
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Forse può essere facile, da un’altra vita, da una delle mie vite, guardare laggiù, vedere quello lì, che ero io, che sono io, andare per quella strada, la strada di quella vita, tanto tempo fa, quando arrivò il momento giusto, chissà perché, giusto per lui, giusto per me, che adesso sono qui, in un’altra dimensione, a raccontare la sua storia, la mia storia, quella che ho vissuto, quella che avrei voluto vivere, fate voi.
Ora io la vedo, con il mio sguardo senza tempo e misura, perché tutto è possibile, qui, proprio qui, non importa dove, la vedo e la racconto, perché una nota cerca sempre un accordo da comporre, forse solo per accarezzare, un armonia.
Era da tempo che Paolo lo corteggiava, il grande gesto, quello proprio inatteso, fuori da ogni schema, forse.
La sua vita scompariva ogni giorno più lontano.
E lui guardava le sue mani che riuscivano a disegnare solo duplicati di emozioni, come imitazioni maccheroniche di preziosi originali, che aveva perso o che non aveva mai avuto.
E adesso ?
Improvvisamente, non importa molto perché, proprio qualche giorno fa, aveva mandato a cagare il suo capo, il suo lavoro, e non ricordava una donna, da abbracciare.
Nella sua vita tutto sembrava già accaduto.
Non c’è la faceva corteggiare ancora il futuro, inventando obiettivi da raggiungere. Non gli veniva più di vivere così. C’era qualcosa ce non funzionava. Forse non aveva mai funzionato.
Quando si trovava da solo con sé stesso era come preso dal panico. Provocava situazioni, pensava progetti, viveva affetti, combatteva strenuamente con la vita, ma quando era solo quel panico lo raggiungeva sempre. Erano ormai più di cinque anni che succedeva.
E lui si demoliva, pezzo per pezzo, piano piano, poco a poco, forse senza nemmeno saperlo.
A cosa serve agitarsi e lottare ? Per cosa e per chi ?
E finisce che si sbriciola piano piano la tua vita, lasciando nell’aria una polvere sottile, che non riesci nemmeno più a vedere. Basta un semplice soffio e fugge via, inconsistente, trasparente, senza chiederti nemmeno il permesso.
E allora prova pure a raccontarti le ultime illusioni, che ti regalano le solite ragioni e giustificazioni. Chissà cosa ti può dare tutto questo, chissà cosa cerchi davvero, chissà da dove viene, quella cosa strana che ti toglie il respiro.
Poi una notte, quando tutti dormono, ti metti a scrivere parole amare, smascherando il buio della tua paura dentro pagine bianche, che cercano una penna per vivere, perché non lo puoi proprio sopportare, che il futuro sia già passato.
Nasci fortunato in una brava famiglia.
Cresci e vai a scuola.
Giochi con i tuoi amichetti e le tue amichette.
Poi cominci piano piano a diventare uomo.
Leggi quei libri che ti piacciono tanto.
Ascolti quelle canzoni che ti piacciono tanto.
Guardi quei film che ti piacciono tanto.
Tifi per la tua squadra del cuore.
Ti innamori di quell’idea per cambiare il mondo.
Ti diverti con la compagnia di amici.
Conosci delle ragazze.
Ti innamori di quella ragazza speciale.
Fai l’amore con quella ragazza speciale
Ti diplomi e poi ti laurei.
Ti trovi un lavoro.
E un giorno ti sposi.
Metti al mondo dei figli.
Li vedi crescere nelle feste di compleanno.
Li accompagni fino a quando se ne vanno.
Rimani solo, con tua moglie.
Forse diventi anche nonno.
E poi un giorno, non sai quando e non sai dove, la tua vita se ne va.
Tutto qui ?
Paolo non aveva nemmeno fatto tutti i passaggi, di quella vita.
Aveva scelto Claudia e si era illuso di costruire una sua particolare magia, unica e irripetibile.
E ora erano più di due anni che era orgogliosamente solo, inseguendo pasticche di soddisfazione tra donne senza volto e successi professionali.
Non sapeva cosa fare, Paolo.
La decisione improvvisa dell’uomo orgoglioso e pieno di dignità aveva tolto al suo lavoro la possibilità di creare una sorta di camera di compensazione, nella sua vita.
Non sarebbe riuscito a tornare indietro, il limite era raggiunto, ma non sapeva ancora come andare avanti, accerchiato da un mondo pieno di potere e di quella spietata mediocrità.
E scrisse ancora, perché quello aveva bisogno di fare :
Fate vobis.
Forse vi capita, di capire il silenzio
sorseggiando parole vuote
che riempiono di sospiri la pianura
volando dolci e leggere
dentro esistenze sempre laterali.
Lo avete capito o no ?
Il mondo gioca con il niente
costruendo spessori trasparenti
che ascoltano l’imitazione di dio
aggirandosi uguali e soddisfatti
per giorni colpiti e tumefatti
dalla verità lasciva e muta
del potere senza ritorno.
Guardate bene quelle vite senza domande
illuminate dalla luce virtuale della paura.
Timbrano il cartellino del risultato
masticando luminosi scontrini fiscali
si agitano impauriti e scomposti
scrollando sogni senza utilità
Vi regalano immagini gloriose
di parole ascoltate sotto dittatura
che illustrano volontà in bianco e nero
sventolate con il capo chino.
Li vedete i loro occhi senza respiro
che lanciano escrementi di intolleranza
come parassiti sinuosi e moderni
capaci di applaudire gongolanti
diapositive di cadaveri colorati.
Poveri ometti in doppiopetto
costretti a mendicare briciole di consenso
inseguendo frammenti di soddisfazione
per misurare il vuoto fatale
che non ascolta vite andate a male
e li porta in quel luogo buio e morbido
dove possono finalmente esultare
appagati dalla loro rabbiosa nullità.
E dita sfiduciate accarezzavano la tastiera per riconoscere suoni che galleggiano dentro fiumi di emozioni disegnando frasi nel vento freddo del potere senza nome. Lo schermo colorato abbraccia parole in libertà baciando sulla guancia il passante sconosciuto e masticando tentativi ingenui che non riescono a penetrare la corazza incontaminata della comunità.
E quella sera, appena finito di scrivere, lui vomitò.
Non riuscì nemmeno ad arrivare al bagno e vomitò. Vomitò cibo e rabbia. Vomitò paura. Vomitò quel dolore oscuro e dilagante, che non se ne voleva andare. Vomitò forse anche la sua vita, che non riusciva a trovare lo spazio e il tempo, per vedere il mare.
Non era la prima volta, che il suo corpo gli parlava.
Da qualche mese gli venivano sempre quei lunghi e misteriosi sospiri, come dovesse prendere aria e metterla da parte. Chissà per quando e chissà per cosa. Forse per riverniciare a nuovo le stesse emozioni. Cercare una scala armonica, per difendersi dal nulla. Non ci sei e ci devi essere. Fino al limite rosso del mondo. Per saper calcolare i tempi giusti. Per mettersi al passo. Altrimenti ti lasciano solo, nel buio. In quello spazio chiuso, pieno di confini, abitato dal mostro che non conosci.
Ma chi è che decide ?
Muscoli tesi, respiri veloci, valutazioni acute, che penetrano in profondità, issando bandiere orgogliose nella gabbia del tumulto, tra sbarre ardenti e sguardi sgomenti. Sindrome di Icaro che terrorizza l’anima, sopra campi di battaglia, che dimenticano i sogni e aprono ferite con pallottole senza nome. Forse torneremo a casa, un giorno, a sedere nelle verande patinate, di paesi silenziosi e immobili, dove si ubriaca l’ultima scintilla di vitalità, come organi anchilosati, con i fucili in mano, a combattere per una piccola zolla
del nostro giardino, sbriciolato dal tempo che non ha proporzioni, da rispettare. Separazioni accecanti fendono l’aria pesante dove alberga l’ego. Armonie devastanti schivano passioni intense come simulacri di vita.
Portami via da qui urlava il corpo di Paolo. Portami verso il sole. Via da questa realtà frantumata, aggrappata a giorni senza nome. Lascia andare libera la tua musica, che riconcilia con i colori delle dichiarazioni d’amore.
Vorrei camminare dentro quell’aria ricoperta di vita, imparando finalmente ad essere qualcosa, che dimentica ogni identità.
E il giorno dopo arrivò davvero, il grande gesto.
Paolo si voltò indietro, per l’ultima volta.
E decise.
Non disse niente, non una parola. Genitori, donne, amici, colleghi. Niente. Nemmeno a Claudia. Niente. A nessuno.
Sapeva che quello era l’unico modo, perché ogni parola, anche una sola, avrebbe contaminato quello che lui voleva fare.
L’arbitro aveva fischiato la fine del primo tempo della sua vita.
E lui se ne andò.
In Grecia.
Non aveva la minima idea del perché. Via, ora, da solo, in Grecia. Forse fuggiva da qualcosa. Forse ascoltava le parole del suo cuore. Forse era solo un altro modo di aspettare.
Lui voleva solo sentirsi libero.
Andare, restare, partire, muoversi.
Aveva sempre tentato di schivare le situazioni con quattro lati, senza alternative : si sentiva prigioniero e come al solito gli mancava il respiro.
E gli piaceva viaggiare, nel senso del percorso per arrivare, gli piaceva molto meno essere arrivato e dover solo rimanere.
Si era chiesto cosa c’era nel viaggio che lo faceva sentire bene, ma non lo aveva capito, forse perché anche queste risposte ti lasciano fragile e immobile, ad aspettare che il mondo si inchini corteggiando la tua paura.
Adesso aveva bisogno solo di domande.
Gli sembravano più aperte e luminose, in sintonia con la sua voglia di libertà, in grado di farti sentire in movimento, verso qualcosa, non importa molto cosa.
La costa italiana diventava piano piano invisibile nel tramonto e Paolo sorrise.
Amava i viaggi in nave, poteva muoversi e godersi l’aria aperta, poteva riposare, poteva leggere, poteva osservare le persone, senza impegni, senza occasioni mancate.
Si sentiva come protetto, nel guscio di una collettività piena di diversità, ma con le stesse opportunità e la stessa meta.
La mattina dopo si svegliò presto.
Nella rotta per Patrasso, la nave doveva fare scalo a Igoumenitsa, e lui non voleva perdersi i momenti che ricordava.
Quella parte di mare lo aveva sempre affascinato. Navighi per più di un ora con l’Albania alla tua sinistra e Corfù alla tua destra inoltrandoti sempre più verso il golfo di Igoumenitsa e ti sembra di essere dentro un grande abbraccio, che culla la tua voglia di vivere, lasciando andare lo sguardo lontano verso l’orizzonte aperto e misterioso.
Il mare è piatto e sembra messo lì apposta per passarci sopra. E ti prende come una sensazione di luminosa serenità, che potrai portare con te e che forse chiamerai sottovoce, quando l’ansia ti chiuderà la gola, quando il mondo ti butterà addosso la sua potenza mortale.
Paolo si godeva fino in fondo quei momenti : vedeva tutto quello che poteva vedere, ascoltava tutto quello che poteva ascoltare, assaporava ogni istante pieno di eternità.
In quel posto, riusciva ad essere nel presente, non contava il passato, adesso, non era importante il futuro, adesso.
C’era solo quella cosa lì, che ti dava la certezza di essere al mondo, anche tu, almeno questa volta, senza ragioni da rispettare o risultati da ottenere.
Con quelle terre e quel mare, che erano lì, da migliaia di anni, rispettando il tempo fatale, che non torna mai indietro, per ricominciare.
E anche Paolo non tornò più indietro.
Andò avanti e ci rimase, in Grecia, la sua Grecia.
Girovagò per tre mesi, viaggiando continuamente.
Si muoveva ogni giorno verso un’altra tappa. Percorse palmo a palmo praticamente tutta la Grecia continentale. Mangiava dove capitava, dormiva dove arrivava.
Dopo un po’ di tempo, si accorse che, piano piano, cominciava a muoversi più lentamente, senza scappare via da qualcosa o verso qualcosa. Si godeva quello che incontrava, paesaggi, cose, persone. Rimaneva anche due o tre giorni nello stesso posto, camminava, leggeva, osservava, ascoltava, assaporava, viveva.
Era come un’altra atmosfera, che allarga il respiro e illumina lo sguardo, ora, verso un’ altra dimensione, tua, che non riconosce vuoti da riempire, paure da compensare, giustificazioni da presentare, atmosfera che entra dentro di te, ora, e il tuo corpo sorride, alla vita che puoi vivere, ora , senza bisogno di prove.
Come se avesse sempre saputo che lì, in quella terra, c’era una parte di lui.
Poi un giorno, proprio dove finisce il Peloponneso, decise quasi per caso di prendere un traghetto, verso quell’isola, che si intravedeva laggiù, dove iniziava un orizzonte.
Nessuno lo può dire, nessuno lo può sapere, perché.
Proprio in quel momento, proprio quel traghetto, proprio quella isola.
Chissà.
Forse ci sono giorni, in una vita, dove deve accadere qualcosa, qualsiasi cosa.
Forse quello è semplicemente il tuo giorno, quello che dormiva dentro di te e aspettava solo un tuo cenno, per svegliarsi, per sorriderti, per abbracciarti, per portarti via con lui.
Era una mattina di marzo, luminosa e tiepida, quando Paolo ci arrivò, in quella isola.
Ci visse per quasi cinquantanni anni, e poi , in quell’isola, ci morì.
E lui non lo poteva immaginare, quel giorno, che lo aveva trovato, il suo posto, l’aveva trovata, la sua isola.
Visse il secondo tempo della sua vita, proprio lì, davanti al mare, come aveva sempre voluto, senza saperlo.
E furono meravigliosi, tutti quegli anni.
Cominciò aprendo una taverna, sul mare. Continuò costruendo un campeggio, sempre sul mare. E finì lì, perché a lui bastava così.
Poteva diventare un imprenditore turistico, fare tanti soldi, essere un uomo importante.
Ma lui non ci pensò nemmeno.
Lui voleva vivere, non voleva altro, voleva solo vivere.
Lui e la sua isola si facevano bastare, quello che bastava, per vivere.
Era un’isola poco conosciuta, fuori dalle rotte turistiche di massa, ma ben frequentata . Il turismo le serviva per vivere e nessuno dei suoi abitanti, tanto meno Paolo, aveva la minima intenzione di vivere per il turismo.
Era come un’alchimia collettiva, che attraversava tutti e li faceva sentire uniti, insieme. Qualche migliaio di persone in sintonia con la loro isola, con le loro esigenze, con le loro vite.
Non ci passò nemmeno un minuto, di quella vita, ad aspettare, un futuro.
Stava ore e ore davanti al mare, ed era felice, perché lì lui voleva essere, perché lì, lui, era.
In ogni momento, lui lo aveva già, adesso, il futuro. Nei colori accoglienti delle sue mattine di primavera, nell’aria leggera delle sue sere d’inverno, nella pace gioiosa delle sue vele, nel silenzio intonato di quei paesi che non chiedono niente, nella serenità decisa del suo lavoro senza dimostrazioni, nelle rughe assolate della sua gente, nel calore profondo della sua comunità, negli occhi senza paura del suo specchio, nelle sue mani aperte verso il mondo, nella sua isola, nel mare.
Lo aveva già, il suo futuro, anche nel viso di Maria.
Paolo era arrivato da un anno, quando la incontrò, Maria. La vide per la prima volta nella sua taverna, sul mare. Non sapeva perché si sentiva attirato da quel tavolo di donne, quattro amiche di Atene, in vacanza nella sua isola.
Lo capì quando Maria lo guardò, con quegli occhi verdi che disegnavano percorsi misteriosi e sfuggenti, sfidando la potenza della vita.
Si videro spesso, quell’estate, fino a che Maria partì.
Quando l’anno dopo Maria tornò, non partì più.
Anche lei lo aveva trovato, il suo posto, in quella isola, con lui.
Si amarono molto, Maria e Paolo, di quell’ amore che non ha niente da chiedere, perché non ha niente da soddisfare.
E furono molto amati, dalla loro isola.
Continuarono insieme a gestire la taverna e il campeggio, senza blandire il successo o la ricchezza, ma solo chiedendo di vivere.
Erano sorridenti, aperti, sereni, disponibili verso gli altri.
Non era una scelta, era semplicemente così.
Avevano toccato le corde giuste, per suonare la loro musica, davanti al mare.
Chi lo può dire quali sono queste corde, chi lo può dire che cosa c’è in quella musica.
Loro la sentivano e solo questo è importante.
Paolo non aveva più vent’anni e non inseguiva più quell’ Amore, scritto in maiuscolo, che guida i tuoi sensi nel recinto luminoso del piacere misurabile, che valuta le giuste e adeguate risposte che ti deve dare il mondo.
Lui adesso cercava un altra dimensione, quella che non ha nessun vuoto da riempire, quella che non ha nessuna paura da compensare, quella che non vuole ragioni o giustificazioni, quella che entra dentro di te e il tuo corpo sorride.
Maria non gli dava qualcosa. Maria non bussava alla sua porta, per farsi aprire. Maria era, dentro di lui, insieme al mare.
Gli piaceva guardarla dormire e carezzarla in silenzio, la sera, mentre la voce del mare riempiva la loro casa, gli piaceva rivederla assonnata, la mattina, quando il suo viso era solo per lui, gli piaceva ascoltare il suono della sua voce, che non lanciava quasi mai messaggi laterali, gli piaceva fare l’amore, con lei, sintonizzando i loro movimenti, con la danza delle onde, senza nessun bisogno di dimostrare, nessun risultato.
Vissero insieme, felici, davanti al mare.
E la loro storia non si può raccontare.
Come fai a raccontare la storia di un presente ?
Perché Paolo e Maria ci sono riusciti, a vivere, senza un confine, a vivere, del loro presente, ci sono riusciti, a guardarsi negli occhi, trovando mondi sconosciuti, ci sono riusciti, ad ascoltare le loro parole, trovando suoni dimenticati, ci sono riusciti, a fare l’amore, trovando corpi misteriosi, ci sono riusciti, a vivere, senza il bisogno di una storia.
E come fai a raccontare tutto questo ?
Nessuno lo sa e nessuno lo può sapere, che cosa accade, che cosa davvero c’è, in quel momento, proprio in quel momento, in quella vita, proprio in quella vita.
E nessuno, proprio nessuno, lo potrà mai raccontare.
Forse è solo una piccola grande magia, che incontra ogni tanto due esseri umani, magari scelti a caso, forse in qualche isola, forse davanti al mare.
Morì due anni prima di Paolo, Maria.
Se ne andò in silenzio, con gli occhi sereni di chi ha vissuto come sapeva vivere.
Tutta l’isola, la sua isola, si strinse intorno a lui.
Forse era proprio questo che Paolo aveva davvero trovato nella sua Grecia, in quell’isola, davanti al mare.
Aveva trovato Maria e aveva trovato la sua comunità, il suo posto, nel mondo e con il mondo, insieme, con altre dita che ti prendono la mano, insieme, con altri occhi che ti sorridono, insieme, con altre parole che si accordano con la tua musica, insieme, senza quel bisogno di vincere, di emergere, di distinguersi, senza quel solito bisogno tremendo di avere la prova di vivere.
Te ne accorgi subito, quando vivi e basta. E’ una sensazione completa e serena, che viene da molto lontano, da un percorso di ricordi e di vita, che puoi davvero incontrare solo lì, in quel presente, davanti al mare.
Perché Paolo lo sapeva, che in quel posto c’era anche tutta la sua storia.
C’era Claudia, c’erano i suoi genitori, c’erano i suoi amici, c’erano gli anni di felicità, c’erano gli anni di fatica, c’erano gli anni di solitudine, c’erano gli anni di depressione, c’era il nulla : c’era tutto.
Non aveva nessun rimpianto.
Non aveva nessun rimorso.
Tutto quello che lui aveva vissuto era qui, dentro di lui e lo aveva portato qui, davanti al mare.
In questa isola, in tutti questi anni, lui aveva trovato se stesso e aveva finalmente amato quella parte di sé che voleva danzare libera, con la vita.
Lui era fatto così.
A lui piaceva così.
A lui piaceva questo noi.
Lui voleva condividere. Sguardi. Abbracci. Parole. Sogni. Un’ isola. Una vita. Il mare.
Aveva girato in tondo per anni, cercando disperatamente un punto, da fermare.
E nella sua isola, davanti al mare, lo aveva sentito con tutto se stesso, che quel punto, se c’è, nessuno lo potrà fermare.
Lo riconosci solo quando arriva. E’ qualcosa che viene con te. E’, con te. Ti accompagna dovunque vai. Puoi solo accarezzarlo, senza paura. Vivere con lui. Occhi negli occhi. Mano nella mano. Guardalo e sorridi, abbraccialo forte e amalo, lo merita, lo ha sempre meritato e sempre lo meriterà, accoglilo dentro di te, non ti deluderà, mai. E se non riesci a vederlo, se non riesci a toccarlo, vai davanti allo specchio.
E finalmente capirai.
Quando anche Paolo morì, non se ne accorse nessuno, nemmeno lui.
Morì nel sonno, nella sua casa, davanti al mare.
Come aveva sempre voluto.
Aveva finito il suo viaggio e se ne andò.
Quando lo portarono via aveva il viso sorridente e sereno.
Come succede quando hai dentro la pace.
Come succede davanti al mare.
Un mese dopo, al sindaco della sua isola arrivò una lettera.
Dopo la morte di Maria, l’ aveva affidata ad un notaio, con l’istruzione precisa di spedirla quando anche lui fosse morto.
Voleva che fosse letta a tutti, davanti al mare.
Perché quelli come Paolo non si rassegnano mai.
Perché quelli come Paolo non possono nemmeno pensarlo, di andarsene dal mondo senza regalare qualcosa, una traccia, un segno, qualcosa, che possa attraversare altre vite, portando una luce, un abbraccio, una musica, qualcosa, forse per salutare un mondo diverso da come lui lo aveva trovato, forse per dire semplicemente grazie.
“Grazie a tutti voi e grazie al mare.
Sono felice. Qui, con voi, non sono mai stato solo. Qui, con voi, non morirò da solo. Forse la vita è tutta qui. Un sogno, che rimane tra le dita. E può passare di mano in mano, insieme. Davanti al mare, insieme. Perché c’è un posto. Perché c’è un tempo. Dove la vita può entrare dentro di te. E ti convince che quel posto e quel tempo sei tu. Forse tutto è solo un girotondo. Un gioco semplice e affascinante. Che è inutile cercare di vincere. Puoi solo giocare, insieme. E se lo giochiamo davvero sul serio, insieme. Torniamo sempre dove siamo partiti.. Torniamo sempre davanti ad uno specchio. Torniamo sempre dentro di noi.
Ciao a tutti.
Paolo”
Paolo si svegliò d’improvviso, in un bagno di sudore.
L’estate si insinuava anche di notte dentro le case, annullando qualsiasi tentativo di movimento.
Le lenzuola umide lo riportarono velocemente nella realtà.
La luce soffusa della mattina entrava morbida dalle fessure delle imposte.
Era domenica, ma non era molto importante.
Forse niente era importante, ora.
Si sentiva tutto scombussolato.
Accidenti, ancora questi strani sogni.
E questo durava quasi una vita.
Cominciava con quello stano vecchio e quel saccente specchio, le sue dimissioni, un’altra vita, che finiva con la sua morte, in un isola greca, a novantanni.
Avrebbe firmato subito per l’età, ma lo spaventava il significato.
Chissà cosa volevano dire questi sogni, così realistici, che dominavano le sue notti, quelle scelte, quelle vite, omicidi, fughe in grecia, amori, morte, sognare anche in terza persona, come fosse un film, da raccontare.
Quella vita in Grecia, poi, lo intrigava molto, ci aveva sempre pensato di andare via, ci aveva sempre pensato alla Grecia.
Che cosa mi vuole dimostrare una parte di me ? Pensò. E le prime parole che gli venivano in mente erano il solito bisogno assoluto di aver ragione e la voglia disperata di una fuga. La ragione che pretende scelte razionali e la fuga da questo mondo di merda, verso un mondo altro. Forse troppo semplice ? Forse troppo bello ? Forse troppo perfetto ? Lui adesso non era convinto, dentro.
Ho ragione. Scappo via. E poi ? Che succede poi ?
C’era qualcosa che non tornava, come un suono che non si accordava, come uno spazio che non si apriva, come uno specchio che cercava un viso, per riflettere, c’era la sensazione di un’idea, o un’immagine, qualcosa, sulla punta della lingua, che correva incontro al suo tempo, che forse aspettava solo di essere incontrata, da Paolo, solo da lui, qualcosa che aveva senso solo per lui, qualcosa che poteva vivere solo in lui, qualcosa che era tutto e non spiegava niente, qualcosa che non vuole perché, finalmente, qualcosa che quel giorno, senza essere annunciata, arrivò, forse da qualche mondo lontano, forse da un posto molto molto vicino, qualcosa che uscì dal suo nascondiglio e illuminò Paolo, qualcosa che proprio in quel momento – proprio in quel momento - lui riconobbe, come puoi riconoscere un sorriso, un’emozione, un gesto, una casa, e ancora una volta non importa perché.
Arrivò di mattina, nella luce di quella domenica, mentre lui passeggiava nella sua città deserta, bellissima, senza risposte.
Non lo avrebbe più dimenticato, quel momento.
Quella mattina, da solo, in quel giorno d’estate, lui aveva alzato per un attimo gli occhi.
...e aveva visto ... il cielo.
Lo aveva guardato milioni di volte, il cielo, ma quel giorno, proprio quel giorno,
... lo aveva riconosciuto...
Nessuno lo può davvero immaginare, fino in fondo, che cosa vuol dire, vedere il cielo, per Paolo.
Solo lui, lo sa.
Solo lui, lo può sapere.
E Paolo aveva visto che era azzurro, il cielo, limpido e azzurro, il cielo, azzurro senza valutazione, il cielo.
Come fai a valutare il cielo ?
E per lui fu subito chiaro, quello che chiunque può capire, fu subito chiaro, che non c’è niente da capire.
Basta vederlo davvero, il cielo.
E quando abbassò lo sguardo, tutto si animò, di immagini, di ricordi, di Paolo.
Quel box che chiudeva il mondo, una giostra che girava senza fine, le corse verso casa dopo la scuola, la bacchetta della maestra sulle mani, le partite senza tempo in quella strada di periferia, quel cortile che diventava il West, le ore solitarie a inventare giochi per arrivare a sera, l’odore di spezzatino con tante tante patate, la tosse di suo padre che urlava nella notte, la testa sotto il cuscino per non sentire, i voti che non erano mai abbastanza, la paura di rovesciare il bicchiere, quella pensione al mare, i ritorni a casa pieni di nostalgia, la luce che illuminava il viso di quella ragazza, le telefonate così solo per parlare, gli sguardi da lontano che riempivano il cuore, le loro mani insieme in quella manifestazione, quel megafono nel corridoio del liceo, le assemblee tempestose, le passioni coltivate ovunque, il collettivo di controinformazione, quei maledetti fascisti, la disperata voglia di uscire da quel recinto, le ore e ore di parole sorrisi abbracci, quegli occhi che brillano verso il futuro, le notti al ciclostile, le discussioni furibonde per un’idea, le canzoni urlate a memoria dentro una chitarra, la gioia, il calore, l’amicizia senza condizioni, l’amore, la comunità, il rispetto, la speranza, le porte aperte verso sogni condivisi, la polizia che sfonda la barricata, i lunghi giri in bicicletta, i pomeriggi assolati da riempire, le estati di lavoro in quell’ Hotel, i treni che finalmente partivano, il posto giusto sul binario della stazione, i lunedì di sole sotto i portici verso l’università, i giorni a studiare da solo in quella biblioteca, le risate in osteria, la convivenza che scalda il cuore, quel pollo arrosto la domenica mattina, le notti in giro per la città, la prima occupazione all’università, i bomboloni all’alba, i seminari, la passione, l’impegno, i collettivi, gli esami, la sensazione di essere al centro del mondo, la diversità come identità, quella piazza unica e magica, quei volti che avevano ancora l’impronta del futuro, Claudia che arriva come un grande e caldo abbraccio, la paura di essere imbranato, quel primo bacio che apriva ogni dimensione, i sospiri sussurrati in quel letto a castello, il musetto di Claudia, gli occhi di Claudia, le mani di Claudia, il corpo di Claudia, scopare con Claudia, l’amore con Claudia, Claudia, Claudia, Claudia, la prima volta il quella casa di amici, la felicità senza bisogno di parole, l’imbarazzo, il timore, le mattine all’alba verso casa sua, le ginocchia che strusciavano nei jeans, le sue labbra che sapevano di eternità, quel sorriso che allargava il mondo, il sonno abbracciati, le notti sulla tesi, l’università che finiva, gli amici che tornavano a casa, la voglia incredibile di rimanere, il bisogno assoluto di non tornare, il buco nero della naia, la solitudine incredibile in quella caserma, le decine di lettere, il riavvicinamento, gli anni di precariato, i soldi contati per arrivare a fine mese, i lavoretti, una casa in miniatura, un matrimonio, quel divano che era il mondo, la felicità per quella telefonata, un lavoro e uno stipendio, un passo per spiccare il volo, gli amici che si rinchiudono nelle loro famiglie, le Ford Fiesta che sembravano Mercedes, i sacchi a pelo sul ponte di quella nave, i viaggi nomadi, la grecia, la grecia, la grecia, altri lavori, bocconi amari da mandare giù, la carriera che pretende silenzio, le mediazioni che calpestano la dignità, altri amici che vanno e vengono, il futuro che ti saluta, il cielo oscurato dalle nuvole, il freddo nelle ossa, il grigio intorno, la solitudine sociale, tante famiglie, chilometri di filo spinato, sempre famiglie, ancora famiglie, i Natali che passano come devono passare, gabbie a cielo aperto, il futuro che se ne va, solitudine nel deserto, vita dovuta, lavoro che compensa gesti dimenticati, migliaia di momenti che non parlano ai ricordi, Claudia che vuole qualcosa che non ha, la fine di ogni sguardo, la fine di ogni abbraccio, corpi che vagano senza carezze, il futuro che non c’è più, gli anni che volano via senza nemmeno salutare, visi feroci, parole selvagge e definitive, accuse, astio, fastidio, disprezzo, il sole dimezzato, la fine di quella storia, la voglia di scappare, il vuoto dentro, la paura che toglie il respiro, Claudia che se ne va, chilometri e chilometri a piedi, la solitudine che ormai la tocchi, il rancore, il giudizio, la ragione, gli altri come nemici, l’annullamento nella normalità dovuta, l’aria che manca, il panico che forse arriva, la stanchezza infinita...
E allora ?
Che c’è di tanto strano ?
E’ una vita, pensò Paolo, una vita, la mia.
Bella, brutta, giusta, sbagliata ...: è la mia vita.
Unica.
Sono io.
Paolo.
Unico.
Io.
Dov’é il problema ?
Tutto quello che accade, è dentro di me.
E’ forse tutto qui, il meraviglioso e semplice mistero ?
Paolo lo aveva perso da tempo, quel senso magico di essere al mondo per, quello che lo aveva accompagnato, durante gli anni che sedevano vicino a lui, insieme al suo futuro.
Forse ci aveva provato, aveva tentato di mantenere indietro le lancette dell’ orologio del tempo. A volte, gli sembrava quasi di essere senza tempo e di andare per il mondo, con una lanterna spenta, ricordando quando c’era il futuro.
Ma oggi aveva visto il cielo.
E lo sentiva molto bene, che tutto questo non assomigliava ad una sconfitta, non era paura di invecchiare : era solo voglia di vivere. Abbracciare il ricordo di quando c’era il futuro era l’acuto intonato di una dirompente voglia di vivere, ora, in questo momento.
Non voleva perdere tutto questo, Paolo, voleva portarlo con se.
In quel cielo, lui aveva riconosciuto, l’immagine, l’immagine limpida e profonda, di quel bellissimo bambino, con gli occhi neri, il viso aperto e sorridente, che lo guardava, dicendo
“sono io, sono Paolo, non dimenticarmi, sono e sarò sempre con te”.
E quell’ immagine aveva spalancato porte e finestre, chiuse da tempo immemorabile, dentro di lui.
E fu come ricaricare le batterie, sentire l’energia diffondersi intorno, e fu come respirare l’aria fresca di una mattina, e fu come ballare con il mondo, senza misurare i passi, e fu come un’impronta poetica, senza significato e significante, quella cosa incredibile e strana che riescono a fare anche le parole quando creano un suono che si dimentica di loro.
E allora puoi anche amarla, quella vita, qualunque sia, perché quello sei tu, perché da chi dipende se non da te ?
E se la ami fino in fondo, allora lo puoi anche vedere che non c’è niente da combattere, niente per cui lottare, niente da conquistare, niente per cui ammazzare, niente da cui fuggire, niente da perdere, niente da vincere.
Se vedi davvero il cielo, se lo riconosci, lo puoi capire.
C’è solo da lasciarla andare, libera, la tua vita.
Farà tutto lei, tutto.
Prendila per mano e vai con lei, dove davvero vuoi, tu.
Quello che ti è accaduto doveva accadere, per te.
E tutto potrà accadere, se tu vorrai, dentro di te.
Si sentiva davvero libero, ora, Paolo.
Lui aveva cercato una soluzione. Lui aveva cercato una soluzione, fuori di sé. Lui aveva cercato una soluzione, fuori di sé, per non cercare. Lui aveva cercato una soluzione, fuori di sé, per non cercare, dentro di sé.
Lui dipendeva dal mondo.
Era il mondo che decideva, per lui, era il mondo che decideva, chi era lui.
Adesso lo aveva capito, che questa non era la sua strada.
Adesso lo aveva capito, che non ci sono strade.
Ma c’era un Paolo che aveva tentato di resistere, ferocemente, disperatamente, e non si voleva arrendere, perché aveva paura. E gli diceva che è il mondo che ti dice chi sei, è una donna, la Grecia, una vittoria, un omicidio, un isola. E’ un risultato, misurabile, che decide. Non importa quale, basta che sia un risultato, che certifica se ce l’hai, il diritto, di vivere, se quella è davvero, vita, se lo puoi dimostrare, di essere, vivo.
E allora partivano quei sogni, come una operazione di marketing sul futuro, perché quel Paolo lì non voleva essere abbandonato, nello spazio buio del nulla. Se non si riesce a vivere, bisogna pur provare a sopravvivere, cercando significati, che non facciano svanire l’immagine confortevole delle proprie illusioni. Perché altrimenti arriva quella paura, che ti sbatte da solo, nudo, dentro quella caverna, dove puoi anche sentire sul viso l’aria del mondo, ma non riesci a trovare l’uscita.
Però oggi Paolo lo aveva visto, il cielo.
E oggi la poteva guardare in faccia, quella paura, e non distogliere lo sguardo, poteva ascoltare le parole, di quella paura, senza sentire i brividi.
Perché oggi lui era più forte.
Perché oggi lui si era arreso,
... alla sua vita...
Adesso poteva davvero vivere.
Oggi lo sapeva, oggi lo sentiva, non serve cercare disperatamente una uscita, non c’è nessuna uscita da cercare, perché non c’è nessuna caverna.
Ringraziò quell’ altro Paolo, ringraziò i suoi strani sogni, anche loro, in fondo, avevano guidato i suoi occhi, verso il cielo.
Perché niente succede per caso, dentro un essere umano.
E sentì aprirsi lo spazio, si scioglievano le sbarre virtuali della sua gabbia, tutto era dentro di lui, tutto dipendeva solo da lui, non poteva pretendere di cambiare gli altri, non poteva pretendere di cambiare il tempo, poteva solo amare se stesso, era quell’amore che poteva allargare i suoi occhi verso una nuova sintonia con il mondo per prendere tra le sue mani quello che davvero lui voleva.
Lui aveva visto il cielo.
Lui voleva andare oltre.
Cominciando da un passo, un semplice passo, verso l’orizzonte, del suo passato, della sua rabbia, della sua paura, dei suoi sogni.
Entrare in un’altra realtà, più presente, sua, senza porte, senza finestre, senza confini recintati da regole rassicuranti, senza veli e addobbi, senza mediazioni di convenzioni, inventate dalla vita che si deve vivere.
La mia realtà sono io, pensava, sono io l’unica cosa che ho, le mie possibilità dipendono solo da me.
Sapeva che sarebbe stato difficile, in un mondo dove troneggiano le pendici imponenti della causa e dell’ effetto, montagne inaccessibili che chiudono in una morsa fatale l’altopiano deserto di una vita.
Ma oggi Paolo vedeva il cielo.
Bastava solo un passo, un solo passo, un piede che si muove, magari verso il mare, che cosa ci vuole ? Basta solo andare, un piede dietro l’altro e andare, dipende solo da te,
niente e nessuno lo può impedire,
se vuoi, puoi, andare, adesso lo sai,
...si può....
E intorno a lui pezzi di ferro vagavano veloci e furbi, mossi da ingranaggi senza responsabilità, verso mete che seducono occhi e sogni di spiagge deserte nella sere morbide e umili, di lontananze che chiudono respiri, nella camera di compensazione della vita dimostrata, co n obiettivi di cartapesta.
Verrà il giorno che ci troveremo seduti in un angolo di mondo, a contare punti persi e guadagnati in questa Las Vegas senza gioco e poi adagiati in un simulacro definitivo, con suoni di parole complici che recitano sempre lo stesso copione.
Chissà che cosa ci impedisce di vivere per vivere, pensò Paolo, chissà che cosa succederebbe se devo diventasse voglio, se ormai diventasse posso, chissà, forse sarebbe solo leggerezza, emozioni che si alzano in volo e allargano sguardi su territori mai esplorati, forse per posarsi un giorno proprio in quel posto, il tuo posto, quello dove la vita riconosce la morte, con un sorriso senza tempo, quello dove qualsiasi cosa sarà possibilità.
E Paolo lo sapeva, oggi, che dipendeva solo da lui anche la relazione fondamentale della sua vita, la più importante, quella con Claudia.
Non poteva pretendere di cambiare lei, poteva solo agire su se stesso.
Forse non sarebbe stato sufficiente, perché c’era anche lei al mondo, ma questa volta lui non avrebbe accettato alibi, per comode assoluzioni, lui non sarebbe entrato nella stanza confortevole dove discutono le povere vittime, sparlando sulla vita e corteggiando la loro rabbia cieca, forse per riuscire a non guardare negli occhi, il nulla.
Lui vedeva il cielo, ora.
E amava ancora Claudia, anche se a volte si chiedeva perché.
Non era logico continuare ad amarla, nel mondo del dare e dell’avere, del giusto e dello sbagliato, delle colpe e dei colpevoli. Ma era così. E questo lo affascinava, lo metteva in contatto con qualcosa di sé, meno mentale e più vero.
Oggi gli sembrava quasi che la sua vita potesse anche assumere una quarta dimensione, quella che porta oltre i virus mentali che oscurano ogni possibilità.
Accese il computer, entrò in internet, e per la prima volta, dopo mesi e mesi di lamenti con accuse al suo capo, cercò un lavoro.
Inviò il suo curriculum e si preparò per uscire.
Il mondo era aperto e pieno di nuove possibilità e lui doveva solo camminare verso quello che lui, solo lui, avrebbe fatto accadere.
Il giorno dopo telefonò a Claudia e prese un appuntamento, a cena.
E forse non sarebbe finita lì.
Perché lui, adesso, vedeva il cielo.
Voleva portare Claudia davanti al mare, per sentire insieme che cosa può accadere, forse, laggiù, dentro di te, quando riesci a vedere il cielo e il mare, uniti, in un abbraccio, che può riscaldare il cuore..
Alla sera, quando arrivò l’ora di dormire, non andò a letto.
Passò la notte a camminare per la sua città.
Quello gli veniva di fare.
Che c’è di male ?
Quando tre giorni dopo Paolo e Claudia si incontrarono, sapevano solo che volevano cenare insieme.
In quel ristorante sul mare, quella sera, forse ricomincerà qualcosa, forse in fondo non era mai finito, forse tutto si chiuderà lì.
Nessuno lo può sapere.
E dopo quella sera, Paolo e Claudia vivranno la loro vita, forse insieme, forse da soli, forse con altri amori.
Chissà.
E nella loro storia, come in ogni storia, qualunque cosa potrà accadere.
Il mondo è fatto così, là fuori.
Accade quello che accade, punto.
E’ nel mondo dentro, che ci metti le tue virgole, la disperata ricerca di un senso, le valutazioni piene di confini, la paura, il territorio da difendere.
E quella sera, in quel ristorante, davanti al mare, Paolo si sentiva bene.
Qualunque cosa succederà, lui stava bene, ora.
Perché lui aveva visto il cielo.
E lo aveva riconosciuto.
Aveva visto quel bambino sorridente e bellissimo.
E lo amava.
E quella sera, in quel ristorante, davanti al mare, mentre Paolo guardava Claudia, la sentiva nitidamente, la mano di quel bambino, intrecciarsi con le sue dita.
E quella sera, in quel ristorante, davanti al mare, tra Paolo e Claudia accadde qualcosa.
....nessuno ha mai saputo che cosa...
E quando dopo molti anni Paolo terminerà il suo viaggio, quel sorriso che rilasserà il suo volto, sarà per una vita, che solo lui saprà.
Forse in quel momento qualcuno abbraccerà il dolore di Claudia, forse il dolore di un’altra donna, forse non ci sarà nessuno vicino a Paolo.
Chissà.
E forse qualcuno troverà quei fogli, carta ingiallita dal tempo, gelosamente custodita in una scatola rossa, per tanti tanti anni.
Chi aprirà quella scatola rossa vedrà una foto di Paolo bambino, con gli occhi neri, il viso aperto e sorridente, una foto di Claudia, quando aveva ventanni e il futuro nel cuore, una foto del cielo - una mattina d’estate – una foto del mare – in quell’isola greca – una foto della sua città – con le strade vuote, una domenica qualsiasi - e una foto di Paolo, anziano, con i jeans, una maglietta e le scarpe da barca.
Chi aprirà quella scatola rossa prenderà in mano una vita, una sola, una piccola vita tra miliardi di vite, come una preziosa gemma, originale, unica, una vita, con un senso che non c’è, un’impronta sulla sabbia, cancellata dal vento, dove c’è la fine del mare, e comincia qualcosa che nessuno saprà.
Chissà.
Forse per questo ci sono le parole, le immagini, i suoni, forse per accarezzare il tempo che se ne va, e poi ritorna, come un filo sottile e invisibile che attraversa il viaggio magico dell’eternità, per offrire la propria vita ad altre vite e danzare insieme nella storia senza tempo di miliardi di mondi
...dentro...
Forse qualcuno ci capirà qualcosa, di quella scatola rossa, forse qualcuno si farà molte domande, forse qualcuno la getterà via annoiato.
E anche in quel momento, qualsiasi cosa potrà accadere.
Perché forse nessuno lo saprà mai, cosa faceva Paolo, ogni tanto, la sera, quando sfumavano i contorni del mondo e la sua vita si presentava felice alla sua porta.
E forse ci sarà qualcuno, che le prenderà in mano, quelle piccole cose, e riuscirà a immaginarlo, Paolo, aprire quella scatola, sorridendo, per respirare la sua storia, guardando quelle foto e leggendo queste parole che aveva scritto tanto tempo prima, queste parole che in quel giorno lontano erano entrate dentro di lui e per tutto il resto della sua vita lo salveranno.
“C’era una volta, tanto tempo fa, un ragazzo.
Si chiamava Paolo ed era felice, perché aveva incontrato l’amore.
Due occhi luminosi e un corpo morbido, in sintonia con il battito armonico del suo cuore.
Camminavano leggeri in compagnia di sogni condivisi, che chiamavano il sole fuori dalle nuvole e invitavano lo sguardo lontano.
Posavano il loro cuore davanti a quella bellezza e trovavano, insieme, la loro luce calda, che indicava il percorso, che si muoveva in sintonia e li portava dove volevano andare.
Si tenevano per mano, ascoltando il canto delle loro Possibilità.
Poi un giorno, il cielo venne oscurato dalla potenza fatale del Tempo e si presentò in scena la Realtà Oggettiva.
La Realtà misurabile e che ti misura.
La Realtà che si deve vivere.
E il Futuro, piano piano, in silenzio, scomparve.
Paolo si trovò da solo, impoverito dall’Oggettività e inseguito dal lamento continuo e ragionevole della Paura.
E fu allora, che decise, di chiedere cittadinanza allo Stato di Coscienza Collettivo.
Si presentò alla frontiera e rivendicò il diritto di varcare il confine.
Accettò volontariamente di portare la Maschera della Realtà Oggettiva, documento di Identità indispensabile, per vivere, nel Territorio di quello Stato.
Si sistemò abbastanza bene, convinto che era il luogo Giusto.
Fece quello che doveva fare, misurò quello che doveva misurare.
La somma algebrica della sua Vita non gli dava un risultato totalmente negativo : aveva una casa, aveva qualche affetto garantito e aveva anche un discreto lavoro.
C’era un governo, in quello Stato di Coscienza Collettivo, ma non c’erano mai state elezioni.
Il governo tramandava semplicemente gli insegnamenti plurisecolari del Libro Sacro della Realtà Oggettiva.
Il Libro insegnava una sola Vita, unica reale e possibile.
Fissava Regole chiare, certe, oggettive.
Regole per combattere la Paura,
Regole per controllare la Rabbia,
Regole per compensare la Tristezza,
Regole piene di Giusto e di Sbagliato,
Regole piene di Vittoria e di Sconfitta,
Regole piene di Colpe e di Colpevoli,
Regole piene di Cause e di Effetti.
Tutti pensavano secondo gli insegnamenti del Libro.
Tutti vivevano secondo gli insegnamenti del Libro.
Ogni tanto qualcuno si ribellava.
Stava male e non accettava la propria sofferenza.
E si scagliava contro gli altri.
Rivendicava il Giusto contro lo Sbagliato, assegnava Colpe e accusava Colpevoli, cercava la sua Vittoria.
Ma non rifiutava le Regole del Libro.
Non faceva la Rivoluzione.
Voleva semplicemente, dentro lo Stato di Coscienza Collettivo, ribaltare la situazione a suo vantaggio, non trasformarla.
La sua Rabbia era dominata dalla Paura.
Quello Stato di Coscienza Collettivo accettava solo la Sottomissione o la Ribellione, e non era prevista la Rivoluzione.
Avrebbe provocato automaticamente la perdita della cittadinanza.
Rischiare di essere cacciati da quello Stato ?
Non avere più un confine e rischiare l’agorafobia nello spazio aperto della Vita?
No, grazie !
Nessuna Ragione o Valutazione poteva riuscire a sedurre la Risposta limpida e rassicurante dell’Oggettività.
E poi, chissà se esisteva davvero un altro Stato di Coscienza, chissà come si poteva stare in un altro Stato di Coscienza, chissà se c’erano case così comode, strade così larghe, tanti negozi per comprare, programmi TV da vedere, canzoni da ascoltare, affetti garantiti, conoscenti simpatici per stare un po’ in compagnia.
“Certo”, pensava il Ribelle, “in questo Stato di Coscienza Collettivo non si sta tanto bene, ma se gli altri si comportassero come dico io, si potrebbe stare meglio.”
Questo insegnava, e aveva insegnato nei secoli, il Libro Sacro della Realtà Oggettiva.
Poi un giorno, Paolo cominciò a sentire le parole chiare e intense del suo Corpo.
Gli raccontavano storie di inquietudine, di giorni senza respiro, di vuoto implacabile, di paura del silenzio.
Sentiva il sapore di parole vuote, scritte sotto dittatura, che riempivano vite solo ipotetiche.
Si vedeva annullato da specchi trasparenti, dentro una caverna confortevole e senza uscita, in compagnia di cloni con il capo chino, che mendicavano la luce di una Illusione, una qualsiasi.
E decise, quasi per caso, di affidarsi, ad una Piccola Nuova Libertà.
Fece una cosa per sé, un piccolo semplice gesto, di quelli che rivelano solo più tardi la loro vera grandezza: si tolse la Maschera, di nascosto, nel cortile di casa sua.
Mentre era senza Maschera, vide immediatamente una cosa che non aveva mai notato prima.
Tutte le case di quello Stato di Coscienza Collettivo avevano le finestre da un solo lato, rivolte verso la stessa direzione.
Dall’interno di ogni casa non si vedevano gli altri tre lati del mondo.
Si sentiva molto strano, senza Maschera.
Era attraversato da una morbida energia, che non riusciva a definire, come frammenti luminosi di emozioni, che aprivano lo spazio alla sua creatività e volevano esplodere nel mondo cercando la loro vitalità.
Si rimise la Maschera e tutto questo svanì.
Ma gli erano piaciute le sue sensazioni.
E cominciò a togliere spesso la Maschera, sempre di nascosto, per pochi minuti ogni volta.
Sapeva che stava violando la Regola Fondamentale dello Stato di Coscienza Collettivo, sapeva che era assolutamente vietato.
Ma non gli importava, perché iniziava a capire e sentire una differenza.
Quando era senza Maschera, il suo corpo gli dava informazioni nuove.
E questa differenza faceva la differenza.
La sua Piccola Nuova Libertà arricchiva il suo mondo.
In quei momenti, sentiva il sole accarezzare il suo viso, vedeva colori che non aveva mai visto così nitidi, ascoltava il suono del vento passare tra gli alberi della sua strada.
Riusciva a vedere davvero, il cielo.
Tornava a dimenticare se stesso e tornava a riconoscere se stesso, come tanto tempo fa.
Era un Presente meraviglioso, che valeva la pena vivere.
E tutto scompariva quando si rimetteva la Maschera.
Le prime volte dimenticava tutto, poi cominciò a ricordare qualcosa, sempre di più.
E un giorno, mentre era senza Maschera, gli capitò di ascoltare di nascosto un uomo e una donna, che litigavano: di Giusto e di Sbagliato, di Dolore provocato, di Gioia non data.
Aveva sempre considerato normali queste situazioni.
Le persone, impoverite dall’Oggettività, erano molto raramente serene e soddisfatte.
Se erano sole, non sopportavano la Solitudine, e se erano in contatto con altre persone, si agitavano e combattevano.
In quello Stato di Coscienza Collettivo, la Solitudine era considerata un buco nero da riempire e nelle relazioni erano permesse solo la Competizione e la Discussione, non la Cooperazione e il Dialogo.
Ma questa volta a Paolo, senza Maschera, stava accadendo qualcosa di nuovo.
Il tono delle loro voci infastidiva le sue orecchie, il buio dei loro occhi annullava il suo sguardo, il movimento scomposto delle loro mani era ridicolo.
Provava una grande Compassione per loro e per tutta quell’energia sprecata.
Sentiva che quelle persone erano disperate e tentavano di dare un Senso e una Causa alla loro Sofferenza.
Si lanciavano Rabbia e Rancore, si attaccavano e si difendevano, si accusavano e si giustificavano.
Non riuscivano a vedere quello che vedeva adesso lui, in quei momenti di Piccola Nuova Libertà.
Consegnavano la loro immagine, in ginocchio, davanti all’altare del loro Io e non sentivano la puzza di quell’imbroglio.
Il Potere di dare Sofferenza non era nell’altra persona, era nel Potere del Libro Sacro della Realtà Oggettiva.
E loro alimentavano il Potere del Libro, riconoscendo e applicando i suoi insegnamenti.
Era quel gioco perverso, quel gioco circolare senza qualità e senza orizzonte, che produceva la loro Sofferenza.
Quando Paolo rimise la Maschera, rientrò pienamente nell’Oggettività e ricominciò, come sempre, a valutare la Discussione, ragionando sul Torto e sulla Ragione.
Ma quei momenti gli rimasero dentro.
Si ricordava la scena come un film : vedeva il litigio, e vedeva se stesso, nascosto, in Scena, senza Maschera.
E questo ricordo gli portava Emozioni nuove, solo sue.
Non le poteva archiviare al loro posto, non erano previste, non erano Oggettive, e non poteva addebitarle a nessuno.
Comparivano se lui ricordava e riviveva quei momenti di Piccola Nuova Libertà.
E questo lo spaventava, anche per lui era molto più rassicurante l’Oggettività.
Ma aveva scoperto e vissuto il fascino della Nuova Possibilità. Poteva togliere la Maschera.
Poteva vivere in altre Realtà.
E dopo qualche tempo, si prese un’altra Piccola Nuova Libertà.
Lasciò andare il suo comportamento, così come veniva, scansando l’Immagine di vittima sacrificale che gli proiettava il suo Io.
E quello che poteva accadere, accadde.
Alzò le spalle, allargò il respiro, e quel giorno non si fermò, davanti a casa sua.
Si guardò intorno e proseguì il cammino dirigendosi verso la frontiera.
Arrivò fino al confine dello Stato di Coscienza Collettivo.
Non c’erano controlli in uscita, non erano previsti.
Era solo il Consenso l’unica barriera che impediva di uscire da quello Stato.
Paolo superò il confine e immediatamente capì.
Divenne pienamente consapevole, di essere un semplice essere umano, responsabile al cento per cento della propria vita.
E la potenza della Realtà Oggettiva si sgretolò nella sua mente.
Continuò a camminare, sempre in compagnia della sua Paura, che però adesso stava vicino lui, cauta, in silenzio.
Era abituato ad averla dentro, che gli urlava cose tremende, adesso la vedeva di profilo, veniva dove andava lui, sempre presente, ma silenziosa.
Mise a fuoco lo sguardo, verso l’ Alto, e vide delle case sulla collina.
Decise di andare in quella direzione e cominciò la salita.
Il sentiero era ripido e c’era molto cammino da fare.
Sperava che la Paura si stancasse.
E dopo una curva, in un tratto di forte pendenza, la Paura si fermò. Paolo non la vide più accanto a sé, e non l’aspettò.
Dopo molto tempo, accordando il cammino in sintonia con le sue forze e con il suo respiro, arrivò da solo al gruppo di case.
La prima cosa che lo accolse fu il cartello : “Benvenuti nel Nuovo Stato di Coscienza“.
Superò il cartello e si fermò in un prato.
Si poteva vedere tutto lo Stato di Coscienza Collettivo, laggiù, nella pianura.
Si levò per un po’ la Maschera e subito gli arrivò alla mente un pensiero strano: nella parola pianura era contenuta la parola paura.
In quei momenti di Piccola Nuova Libertà accadevano cose davvero interessanti.
Si accorse che da quel punto elevato aveva una visione aperta, allargata, che abbracciava più Stati di Coscienza.
C’erano molti gruppi di case sparse per le colline.
Nel gruppo di case dove Paolo era arrivato le finestre erano su due lati, e quelle più grandi erano nel lato dal quale si poteva vedere, laggiù, oltre le colline, il mare.
Erano anni e anni, che Paolo non lo vedeva, il mare.
Si rimise la Maschera, si sentiva stremato.
Voleva riposare, per il momento, poi chissà.
Sapeva che adesso poteva avere più di una sola Oggettiva Possibilità.
Sentiva che si sarebbe preso altre Piccole Nuove Libertà.
E questo gli piaceva,e gli piaceva ancora di più non sapere il perché.
Non si era dimenticato della sua Paura.
La salita non era impossibile, e ci sarebbe arrivata anche la Paura, nel Nuovo Stato di Coscienza.
E sapeva che quella Paura gli avrebbe ricordato gli insegnamenti del Libro Sacro della Realtà Oggettiva, tentando di dimostrare la sua Solitudine, davanti alla Vita.
Ma sentiva che non sarebbe bastato.
In questo Nuovo Stato di Coscienza, le parole di quella Paura potevano rimbalzare sulle sue Emozioni.
Lui voleva stare senza Maschera.
Non rimpiangeva quel Tempo, pieno di Rumori, Immagini, Sensazioni, come patinate offerte speciali dell’Oggettività, per garantire l’Illusione, della sua Esistenza.
Ricordava la grandezza e il respiro profondo di quei momenti, della sua gioventù, quando c’era quella Felicità, quando il Presente si colorava di sogni, che avevano dentro la Vita.
Forse quella Felicità, quella che vuole essere solo vissuta, passeggiava libera per quelle colline, dove poteva dialogare con le Possibilità, dove poteva essere accolta e ospitata in ogni casa.
Gli mancava tutto di quella Felicità e sentiva che l’avrebbe riconosciuta subito, dentro di sé, senza Maschera.
Sapeva che lei veniva da molto lontano e che lui poteva incontrarla solo andando avanti, per le strade delle Piccole Nuove Libertà.
Intanto, piano piano, si faceva sera.
Paolo si inoltrò sereno nel suo Nuovo Stato di Coscienza.
La sua mente giocava con le sue Emozioni, disegnando il suo Presente.
Arrivò nel grande parco, disposto a terrazza sulla pianura.
Si sedette sulla panchina del bel vedere e si tolse la Maschera.
E in quel momento accadde la magia.
Paolo guardò negli occhi del suo passato, prese per mano il suo Presente e trovò il Futuro.
Fu come illuminare, in un attimo, gli angoli più nascosti della sua esistenza.
Dipendeva solo da lui, adesso, inventare il suo destino.
Dipendeva solo da lui, adesso, assecondare la sua Vita e lasciarsi portare dove non c’è una meta.
Lo sapeva, adesso, che cosa avrebbe fatto.
Lo sapeva, adesso, che avrebbe svegliato i suoi Giorni, con una carezza, offrendo il dono delle sue Piccole Nuove Libertà.
Lo sapeva, adesso.
Si alzò in piedi.
Guardò il cielo.
Sentì il suo corpo accarezzato dal vento.
Portò il suo sguardo oltre le colline.
Sorrise complice dentro di sé .
E cominciò a camminare.
Cantando.
Verso altre libertà."
...perché in fondo non è molto importante,
che cosa accade,
in quelle vite,
dove tutto può accadere...
