Un mondo dentro parte 2 - di MP
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/08/2007 alle ore 13:57:59
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L’urlo acuto e disperato esce come una lama affilata dalla bocca della vittima designata. Le sue gambe improvvisamente deboli per la lunga fuga ondeggiano vistosamente sullo schermo e l’assassino la raggiunge proprio mentre sembrava in salvo.
Guarda un po’ che caso. Non lo avevamo proprio capito che sarebbe andata così. Ma davvero pensate che noi spettatori siamo così stupidi ? Ormai lo sappiamo tutti che le vittime lo hanno scritto negli occhi e nei titoli di testa, il proprio destino. I protagonisti non possono morire dopo mezz’ora, gli altri sì. Ok , aggiudicato, ma almeno fate il tutto con un po’ di eleganza. Metteteci qualche velo su quella realtà. Altrimenti finisce come faccio io, che mi catapulto fuori da questo cinema memorizzando accuratamente il nome del regista e giurando su quello che ho di più caro al mondo che non mi fregherà più.
Forse mi sono leggerissimamente irritato, ma non lo avevo proprio previsto un film così insulso.
Intanto la notte intorno mi accoglie delicata. Emana una specie di serena tranquillità, che entra nelle vene e scioglie ogni tensione.
Qualche volta accade, senza un perché.
E io mi vedo improvvisamente tra le mani un pezzo di tempo che non volevo. Ora cosa ne faccio ? E’ in momenti come questi, quando il tempo inserisce una scheda non programmata, che sento acutamente la solita puzza, della mia inquietudine. E allora tendo a pianificare l’istante, con l’attenzione maniacale di chi ha tutto da perdere. Anche questa sera sono uscito con il pennello in mano, inseguendo il patetico tentativo di coprire con vernice nera l’immagine troppo nitida della mancanza. E adesso mi trovo a vederla in tutto il suo splendore, tra le fessure della vernice scrostata. Il tempo è intelligente, troppo intelligente, non lo puoi fregare. Ti prende al laccio facilmente, con i suoi comportamenti obliqui e intriganti. Si veste come una ragazza, amata e inseguita, lontana e affascinante : quando si lascia desiderare, quando ti sfugge tra le dita, quando non ti basta mai. Se si presenta così, riempie qualsiasi esistenza. E’ quando lo tocchi, presente e abbondante, quando te lo trovi lì davanti, sorridente e disponibile, che ti mette con le spalle al muro e ti costringe a scommettere sulle tue sensazioni. Si trasforma in uno specchio deformante, terribilmente reale, e ti rimanda parole interne, crudeli e inconsistenti, che poi finisce che le rinchiudi in un armadio della tua cantina, tipo quelli che se va bene li apri una volta ogni quattro anni.
La voce di Giovanni appare improvvisamente e interrompe ogni pensiero.
- Ciao Paolo.
- Ciao Giovanni.
Perennemente informato e di tutto al corrente, torna da una conferenza e naturalmente non può stare zitto.
- Cosa fai in giro Paolo ? Credevo avessi optato per la televisione. Potevi venire con me allora. Non sai che cosa ti sei perso. C’è stato un sensazionale battibecco tra due critici letterari che ha reso esplosiva l’intera serata. Semplicemente eccezionale.
Entusiasmo o disperazione. Giovanni non conosce altre strade. La sobrietà, nel suo volo tenacemente magico, non lo ha mai nemmeno sfiorato. E riesce puntualmente ad irritarmi con quella sua assurda voglia di vivere, o, forse, di morire.
- E tu Paolo ? Sei andato al cinema ? Cosa hai visto ? Com’era ? Divertente ? Dai, dimmi qualcosa ! Se per te ne vale la pena domani sera vado anch’io a vedere lo stesso film così ne parliamo.
E’ inutile. Non ci sono speranze. Ancora una volta si conferma l’inevitabile. Io e Giovanni non riusciremo mai a toccarci sul serio. O meglio, io non lo tocco altrimenti gli faccio del male. Sembra che a lui succeda sempre qualcosa, qualsiasi cosa, che vale comunque la pena di essere vissuto, anzi, raccontato. Forse vive per raccontare. Forse racconta per vivere. Di certo quella sua monotona esuberanza é il tentativo urlato di rendere accettabile qualsiasi crimine commesso in nome del movimento e della modernità. Perché per lui è un dovere, essere moderni, al passo con la realtà, qualunque realtà. Gli guardo i capelli e sorrido. Per fortuna è comparsa una nuova moda che li pretende lunghi dietro e corti davanti. E lui li ha già così. Come avrebbe fatto altrimenti senza sentire gioiosamente addosso la sensazione piena del rinnovamento ?
Costringo le pieghe della mia bocca a tendere delicatamente verso l’alto e saluto Giovanni, dopo avergli comunicato che mi ero limitato a bighellonare per il centro senza varcare la porta di un cinema.
Il silenzio ora è addirittura confortevole.
Comincio a camminare deciso, questa sera posso anche permettermi di andare a piedi.
Una bella e lunga passeggiata fino a casa è quello che ci vuole per ritemprare un umore sofferente in cerca di compensazione. I portici amplificano i miei passi e l’aria della sera gioca delicatamente con il mio viso, regalandomi inserti di tempo non decifrabile, che mi accompagna in silenzio, senza disturbare.
Io amo questa città e non ho mai saputo esattamente perché.
Adoro camminare per le sue strade, che ti prendono per mano e ti portano al centro del mondo. Sono affascinato dai suoi colori caldi, che accolgono il tuo sguardo e lo trasformano in una carezza. Mi piace sentire il soffio del suo abbraccio, accogliente e protettivo, che non ha niente da chiedere, per il momento. Tutti dovrebbero passarci, per la mia città, magari una domenica di sole, la mattina, quando il tempo ti sembra leggero e sfumato, quando tutto diventa più lento, quando lei ti regala quella sensazione di pace che nessuno potrà mai spiegare, come fessure di storia accarezzate dal sole e voci intonate cullate in attimi discreti, di vite vissute, che muovono ingranaggi di una magia, di secoli liberati, da catene di quotidianità, con colori morbidi, che accolgono sguardi e pietre di memoria che sfiorano mani, in quelle strade immobili e vitali, ancora uniche, mentre i sorrisi e i giornali respirano di eternità
E dopo quasi un’ora, accompagnato dal mio implacabile dialogo interno, infilo la chiave nella porta di casa e per fortuna mi sembra abbastanza tardi da rendere accettabile quel piccolo deserto.
Mi bastano non più di dieci secondi per accendere la televisione ed evitare di sentirmi solo con me stesso.
Odio sentirmi in compagnia di Paolo senza che almeno una parte di me non sia attratta da qualcosa.
E allora partono patetici e inutili tentativi di compensazione, per evitare l’abbraccio della mia amica solitudine. A volte riesce perfino a catturarmi con le sue promesse di tranquillità, ma di solito preferisco osservarla rigorosamente da lontano e non voglio che mi tocchi. In quei momenti mi sembra simile ad una materia gelatinosa, sempre diversa e, proprio per questo, unica, uguale a se stessa. E io fuggo dovunque, in qualsiasi modo, perché non sopporto di rimanere invischiato, dentro di lei, con lei dentro.
Non avevo questi problemi, due anni fa, quando ero partito per l’università.
Lo ricordo molto bene, quel tempo.
Sono uno specialista del passato, io.
Anche quel giorno non lo avevo perso, il treno. Io non lo perdo mai. Arrivare puntuale contribuisce a rendermi giusta la vita.
E c’era il sole, in quella tiepida domenica di ottobre.
La stazione era piena di ragazzi e ragazze. A gruppetti fitti fitti parlavano tra loro, ridevano, raccontavano. I visi erano luminosi, le voci eccitate, i movimenti sopra le righe. Si tornava all’università, dopo le vacanze estive, e quel treno del pomeriggio era il loro treno.
Per me era la prima volta.
Ero felice.
Aspettavo Roberto e Giulio e mi sentivo bene.
Partivo verso qualcosa di affascinante e lasciavo qualcosa che mi stava soffocando. Era futuro già rinchiuso dentro recinti invisibili, erano schermi in bianco e nero, erano famiglie ringhianti, intorno a tavole ipocrite, con quello strano sapore di minestrine calde. E io non avevo la minima intenzione fermarmi, dietro quelle sbarre, non avevo la minima intenzione di sedermi, a quella tavola, perchè non avevo quella fame, dentro il cuore. Volevo solo più spazio, più possibilità, camminare per tante strade e cercare la mia. Non potevo pensare di avere davanti una vita e di recitarla già a memoria. Mi piaceva sognare di passare per il mondo senza attaccare di volta in volta i pezzi già presenti nella confezione. Non sapevo esattamente cosa cercavo e mi piaceva molto non saperlo. Avevo come la sensazione di recuperare una verginità, qualcosa che avevo perso durante il percorso. Vedevo davanti a me persone nuove e situazioni mai vissute, carta bianca e tavolozza di colori a disposizione. Andavo verso il mio mondo e lo volevo colorare di plurale. Da qualche parte doveva esserci, questa possibilità. Non lo potevo sapere, in quel momento, che il filtro di quel colore era solo dentro di me, forse non lo volevo sapere, in quel momento, che c’è un mondo dentro, che dipinge di significato quello che ti accade. Lo avrei imparato più tardi, lo avrei imparato più volte, e lo avrei più volte dimenticato, regolarmente.
- Alé Alé. E vvai. E’ il gran giorno. Chissà da quanto sei arrivato. Devi per forza essere sempre più che puntuale tu.”
Giulio non si smentiva mai.
Imponente, mento diretto verso il mondo, arrivava riempiendo la situazione. E valutava, benevolo e complice, ma valutava. Non le sopportavo quelle continue valutazioni. Non riuscivo a capire perché avesse quel continuo bisogno, di fissare un confine, tra il giusto e lo sbagliato, su qualsiasi cosa. Io odio i confini e non mi piace per niente dovermi giustificare.
- Sembrate due zombi che sono usciti dal cimitero. Cosa fate ancora qua ? Andiamo al treno. “
Era arrivato anche Roberto.
Il bello del trio. Alto e biondo, quasi da spot pubblicitario. Andatura tranquilla senza niente da chiedere e senza niente da dire. Lui non valutava, non era necessario, era tutto molto chiaro e non capiva come mai si doveva rendere ogni cosa complicata. Dovevamo partire e quando si parte bisogna salire in treno.
Ci incamminammo verso la pensilina.
In serata saremmo arrivati nel nostro nuovo mondo e ci saremmo sistemati nella casa che avevamo trovato in affitto un mese prima. Avevamo girato la città per qualche ora e avevamo trovato un appartamento nel centro storico, a dieci minuti a piedi dall’università. Chiunque direbbe : che culo ! Ma per noi era stato facile, molto facile. Ed era anche logico e naturale, perché siamo speciali, noi, facciamo parte di una razza superiore, noi, veniamo da una città del nord, noi. Infatti, quando avevamo davanti un possibile padrone di casa lo sentivamo molto chiaramente quel dovuto rispetto, per noi, tranquilli e seri uomini del nord, e quella soddisfatta convinzione che saremmo stati inquilini affidabili, che sicuramente pagheranno l’affitto e non faranno tanto casino.
Che brava gente che siamo, noi, magnifici uomini del nord, con la neve che cade se giri la palla e con la nostra naturale giusta misura. Avevo qualche sospetto, prima, ma non lo avevo mai capito così chiaramente e non mi ero mai sinceramente posto il problema. Chissà da dove viene tutta questa considerazione, per gli uomini del nord, chissà perché devono per forza essere civili, misurati e responsabili, quelli del nord, con quei volti solcati da rughe che disegnano serietà, e occhi impassibili come muri di gomma, che difendono immagini da cartolina, prati verdi e aria pura, da respirare a pieni polmoni per sopportare il mito dell’ordine esatto e incontaminato che, chissà, forse può avvicinare l’illusione, di allontanare anche la morte.
E poi sono tutte persone per bene, quelli del nord, tutte brave persone senza pippe e che lavorano, lavorano, lavorano, lavorano, lavorano sodo. Poi finiscono di lavorare e si chiudono nelle case o nei bar, con gli occhi oscurati dalle preoccupazioni, per il Milan, per i figli, per il lavoro E il giorno dopo ricominciano. E il giorno dopo ricominciano. E poi così, tutti i giorni, ancora, ancora, ancora. Diligenti e seri lavoratori, stupendi padri di famiglia, commoventi e appassionati tifosi. Una vita spesa per il lavoro, per la famiglia, per la squadra del cuore, sempre con serietà e civiltà. Proprio bravi. Talmente bravi che non puoi non imparare, come è giusto vivere.
Io non sono mai riuscito a capirla, questa strana convinzione collettiva. Sono nato casualmente in una città del nord e mi pare di essere un normalissimo essere umano. Non ho mai pensato di essere un modello della giusta vita e non ho niente da insegnare a nessuno, anzi. Semmai mi sono sentito a volte prigioniero, dentro quel limite climatico che accomuna chi vive nel nord. Ascolti i tuoi passi risuonare nelle strade vuote delle sere di inverno, dove solo i vetri appannati segnalano la presenza di altri esseri umani. Per parte della tua vita, non riesci a viverla completamente, la vita. Hai a disposizione una ristretta gamma di colori e di suoni e non puoi godere di tutte le sensazioni fisiche che vogliono irrompere nel tuo corpo. E’ forse per questo che hai poche scelte. E’ forse per questo che prima o poi devi adeguarti e provare a vivere in piccoli mondi chiusi, magari maturando l’abitudine e l’ossessione di vivere dentro qualcosa, qualsiasi cosa, basta che sia dentro, dentro le case, dentro le famiglie, dentro di te. C’è quasi sempre un muro, tra te e lo spazio aperto della vita, altrimenti arriva quell’ agorafobia, che ti costringe a scommettere sul tuo respiro, mentre lo sguardo vaga disorientato per terre sconosciute e pericolose. E rischi di vivere con l’unico obiettivo di non uscire. C’è un freddo buio, là fuori. E finisci per costruire una mappa del mondo, che deve coincidere esattamente con il territorio della vita. Ti difendi dal bisogno di esplorarlo, sentirlo, vederlo, ascoltarlo, quel territorio. Ti concentri sulla tua mappa e tieni lontano gli estranei. Non si sa mai, potrebbero diventare nemici e non te lo puoi permettere, non sei preparato. Questa mappa è l’unico tuo territorio, è il sottile filo che ti tiene legato al tuo equilibrio. Non possono esserci mediazioni. Non lascia molte scelte la lotta per la sopravvivenza.
E cose assolutamente normali diventano manie: pulito diventa lindo, tranquillità diventa silenzio, sobrietà diventa grigiore, puntualità diventa rispetto, serietà diventa adattamento, sensazione diventa controllo, emozione diventa paura. Sopravvivere per vivere o vivere per sopravvivere, chissà se riesci a vedere la una differenza, chissà se riesci a vedere un’altra possibilità. E anche se ci fosse, tu, serio e misurato uomo del nord, sei tentato di accompagnarla dentro qualcosa, qualsiasi cosa, anche solo una piccola stanza, dovutamene ordinata e silenziosa, con la voglia inconsapevole e mai dichiarata che almeno ogni tanto qualcuno venga a trovarti.
Sono proprio senza speranza.
Nemmeno i ricordi riescono ad evitare che partano le mie valutazioni, già pronte a trasformarsi in seghe mentali. Forse perché sono passati due anni e mi sembra un’eternità. Forse perché Giulio e Roberto hanno lasciato l’università e sono tornati a casa, a mangiare minestrine calde, sorridendo devoti alle loro famiglie senza pietà.
Non voglio pensarci.
Per fortuna domani vedrò Claudia, la mia Claudia.
Quando l’ho vista per la prima volta, lei mangiava delle fragole, con panna, in quel tavolo colmo di deficienti che debordava di protagonismo, per farsi notare, da lei. Era uno spettacolo disgustoso e patetico, che sembrava scivolare su quella bellezza, che continuava a mangiare tranquilla le sue fragole. C’era una nobiltà e una classe nei suoi gesti, che risplendeva di luce propria, come se lei in quel momento fosse al mondo per fare proprio quello che stava facendo. Il bar dell’università era affollato e rumoroso, ma io non sentivo più niente, preso al laccio da quella visione che mi abbracciava con la sua armonia. Non c’era niente da fare, non c’era niente da dire, c’era solo lei quel giorno, in quel bar, per me.
Quando ti succede non hai scampo.
La guardavo come in punta di piedi, quasi avessi paura di disturbare. Non osavo nemmeno sperare di poterla conoscere, ero già contento di averla incontrata così, di vedere quella meraviglia, quel giorno, in quel bar, perché, se non hai tante pretese, anche queste sono cose che ti aiutano a vivere.
E io non lo potevo nemmeno immaginare, in quel momento, che strani e grandiosi scherzi può fare un destino.
Niente, di me e della mia storia, mi poteva avvertire.
Sono un ragazzo un po’ strano, in effetti.
Ho poco più di ventanni e alla mia età riesco ancora vergognarmi se guardo una ragazza negli occhi. Forse perché il mio sguardo tende a viaggiare dal basso verso l’alto, e non sono piccolo di statura. Le donne sono la cosa che mi piace di più e non ho mai avuto una ragazza fissa. Chissà se c’è un collegamento tra le due cose. O chissà, forse mi frega il colore. Non ho gli occhi azzurri che occorre avere nella vita. E mi posso compatire soddisfatto, trovando irragionevole e completamente priva di gusto estetico la ragazza che si sente attratta da me. Ogni tanto un amica può anche azzardarsi a lanciarmi un “ciao bello”, ma io mi giro per vedere chi sta salutando. Le ragazze della mia età non sono mica stupide. Lo sanno benissimo cosa possono avere da me. Perché ci sono anche quelli come me al mondo. Non siamo molti, ma ci siamo anche noi. Ti guardiamo con gli occhi a palla, devoti, come tu fossi una madonna. E ci trovi vicino a te, quando hai bisogno. Siamo quelli teneri e disponibili, quelli davvero belli dentro. Quelli che, poverini sono tanto ma tanto buoni e dolci, e tu non vorresti mai, ma proprio mai, fargli del male. E siamo anche quelli che poi, però, quando verrà il momento, ci lascerai indietro, magari sinceramente dispiaciuta, per inseguire tutta eccitata quell’altro ragazzo, quello che ti intriga davvero, quello bello, affascinante, irraggiungibile, quasi sempre rigorosamente stronzo. Sono anni che mi girano dentro questi alibi perfetti da presentare al mondo – dentro e fuori - per illuminare il mio povero ruolo di vittima predestinata, triturata dall’ingranaggio del reazionario conformismo estetico, che lo mette da parte e fuori dai giochi, Paolo, questo ragazzo meraviglioso e incompreso.
L’ innocenza immacolata prodotta da questi raffinati pensieri richiama il giusto sonno ristoratore, che si appropria di tutto e mi conduce dove non posso sapere, finalmente.
La mattina dopo mi sveglio euforico.
Oggi c’è lezione. E la vedrò, Claudia, quello stupendo essere che riempie i miei sogni, i miei giorni, e qualche volta le mie masturbazioni.
Io sono innamorato di lei, ma lei non lo sa.
Non è che questo mi getti nella disperazione, non sono attraversato da indicibili sofferenze. Per quelli come me è stupendo essere innamorati da soli. Fai quello che vuoi, pensi quello che vuoi e sei anche colmo di amore. E non ti annoi mai. La sua mancanza e l’attesa di vederla riempiono fino all’orlo tutti i momenti. Siamo compagni di università e questo aiuta. La posso vedere spesso, me la posso godere da lontano, Claudia, magari con commoventi e microscopici tentativi di manifestare la mia esistenza. E sembra che lei non li capisca proprio i messaggi che, come aereoplanini di carta, lancio ogni tanto nell’aria. Qualche sguardo furtivo a lezione, il ciao timido lanciato a caso nel corridoio della facoltà, comportamenti comunque non impegnativi. Ammetto che non sono di una chiarezza cristallina, ma devo lasciarmi una qualche via di fuga, non posso correre il rischio di scoprire le mie verità e leggere il sarcasmo sul suo viso. Non lo sopporterei. Va bene che conosco alla perfezione tutti i meccanismi del ruolo di vittima, ma almeno con questa qui vorrei evitare. Anche con tutto il mio allenamento, ci vorrebbero poi trentanni per riprendersi dalla mazzata. Riesco a malapena a sopportare il morso allo stomaco che mi prende quando trovo il coraggio di occhieggiarmi fintamente indifferente davanti ad uno specchio qualsiasi e il limite di sopportazione sarebbe sicuramente superato se una ragazza, quella ragazza, rimandasse verso di me la mia ignobile immagine.
Devo ammettere che non è proprio la sicurezza in me stesso uno dei miei punti fermi e per fortuna le scene di un film già visto non mi sorprendono più.
Ha una splendida nuca, Claudia, anche oggi.
Accantonato ancora una volta l’audacissimo intento di sederle vicino, riesco almeno ad ammirare lo stupendo e fugace spettacolo che i suoi capelli castani mettono meravigliosamente in scena.
L’aula universitaria, piccolissima e scomodissima, non è molto affollata alle lezioni del secondo anno e mi permette di coltivare con cura l’orticello spelacchiato del mio interesse sentimentale. Anche se Claudia non mi ha mai nemmeno rivolto la parola, so di aver bisogno di lei, di quello che rappresenta, dei pezzetti di gratificazione e di felicità che come minimo sarebbe in grado di regalarmi. E mentre mi trastullo con i miei soliti e inutili pensieri deviati, ecco che improvvisamente accade qualcosa.
La fila davanti a me si illumina a giorno per il movimento di rotazione che il corpo di Claudia deve eseguire per riuscire a rivolgermi la parola.
E mi parla, Claudia, parla proprio con me.
- Scusa, avresti una penna ? Questa maledetta ha smesso di funzionare.
Non si può dire che me l’aspettassi, ma la rigidità cadaverica che mi blocca ogni movimento mi pare sinceramente eccessiva.
Balbettando qualcosa che assomiglia vagamente ad “adesso vedo” frugo freneticamente nelle tasche del giaccone e vittoriosamente consegno una penna nuova fiammante a quella luminosa apparizione
- Ti ringrazio, te la rendo più tardi
Quando Claudia compie il movimento inverso per riprendere gli appunti interrotti esco faticosamente dallo stato di apnea costringendomi al rigoroso controllo del respiro.
Alla mia età tutta questa agitazione mi pare fuori luogo. Devo convincermi che non sono più un ragazzino, devo proprio convincermi.
Cerco affannosamente qualcosa di plausibilmente normale che mi consenta di riprendere il contatto verbale con lei.
E intanto le lampade si accendono nuovamente nella fila davanti a me segnalando un suo ulteriore movimento rotatorio.
- Senti. Se non ti dispiace dovrei chiederti un favore. Devo scappare immediatamente ma ho bisogno degli appunti sull’ultima parte della lezione. Saresti così gentile da passarmeli alla lezione di domani ?
Una signora bellissima, che indossa un vaporoso vestito da sera, pizzica le corde d’oro di un’arpa melodiosa accompagnando le sue dolcissime parole.
- Devo prendere appunti comunque. Non mi costa niente passarteli.
E’ fondamentale che capisca che non lo faccio per lei ma per pura cortesia. Lo farei per chiunque. Non sono mica interessato a lei, io. Mi riprometto comunque di fotocopiare e rilegare gli appunti che prenderò, aggiungendo un magnifico effetto sorpresa.
- Allora grazie. Io vado. Ci vediamo domani. Ciao
La prospettiva mi appare decisamente paradisiaca. Abbiamo quasi quasi, proprio quasi, un appuntamento.
- Scusa, dimenticavo, ti restituisco la tua penna, grazie.
Prendo atto di questa sua nuova attenzione che scatena le mie più creative interpretazioni. Dunque : Claudia è tornata indietro apposta per restituirmi la penna. E’ vero che non aveva percorso più di un metro, però è tornata indietro e non era obbligata. Cosa vorrà dire questo suo comportamento ? Può significare qualcosa per il nostro rapporto ? Potrebbe essere la dimostrazione di un vero interesse verso la mia persona e quindi una maggior cura nella restituzione del prestito, ma potrebbe anche essere una semplice gentile formalità, tanto più da rispettare quanto meno ti interessa il destinatario. Non lo saprò mai. Quello che tutto questo però mi fa sapere è che non c’è bisogno che due parti del corpo si incontrino fisicamente per masturbarsi davvero.
Comunque la situazione adesso si è sbloccata.
Forse domani potrò addirittura permettermi di sedere nel posto accanto al suo, entrando con regolare passaporto nel suo territorio. Continuo a prendere appunti con maggior vigore e con incredibile incommensurabile cura, la ragione mi sembra degna del miglior Catalano.
Quando poi arrivo a casa lo intuisco subito che il mio compagno di appartamento deve essere arrivato.La presenza di due enormi valigioni in corridoio è già indicativa e rumore dello scarico del bagno finisce poi per aggiungere certezza alla mia ipotesi.
- Ciao Paolo. Sono tornato appena in tempo per salvarti da morte certa. Come avrai fatto senza di me.
Il compagno Graziano è stata la mia salvezza quando Giulio e Roberto si sono stufati dell’università. Dividiamo l’affitto e andiamo anche d’accordo. Ma lui ha anche un enorme difetto. E non è nemmeno modificabile, adesso, purtroppo. Forse ci penserà un giorno il tempo, che passerà anche per lui, per fortuna, ma per il momento, quando questo stramaledetto essere umano appare, ti sbatte davanti la sua implacabile immagine di adone, di quelli che ci rimani a bocca aperta e devi solo chinare la testa.
Non ho mai sopportato il suo essere così bello. Capello lungo e scuro, un accenno di barba, lineamenti perfetti e un corpo da nuotatore con record mondiale. Comunque appare, funziona. La natura, davvero matrigna in questo caso, lo ha reso oggettivamente affascinante, senza discussioni. Potrebbe vestirsi in qualsiasi modo e risulterebbe sempre quello che è : un figo della madonna. Schiere di ragazze sgomitanti farebbero qualsiasi piroetta stupefacente per farsi notare da lui. La ferocissima invidia che mi aggredisce fa spesso capolino nelle nostre situazioni. E allora mi capita di partire con lunghe ed erudite elucubrazioni sul rapporto tra estetica e realtà. Come se l’estetica non fosse reale. E smettiamo almeno di raccontarcela, la storiella politicamente corretta del “bello dentro”. L’ho sentita migliaia di volte sulla bocca di donne serie e intelligenti : “ Certo, lo ammetto, é bello, ma se lo conosci meglio, dentro, non è poi così bello”. E’ vero. Certo. Brave. Può essere. Pero è bello, cazzo. Non prendiamoci per il culo. “E’ bello” sarà anche poi forse smentito quando lo conosci, ma intanto lo vuoi conoscere, intanto funziona da parametro. “E bello “ : funziona. E qualcuno si trova ad avere un parametro in più e altri hanno un parametro in meno. Ho visto mandrie di ragazze buttarsi a pesce su strafighi che trasudavano ignoranza e arroganza da tutti i pori, mentre solo due ore prima in osteria proprio le stesse ragazze avevano orgogliosamente dichiarato che, si, è chiaro, per loro l’unica cosa che poteva interessarle di un uomo era che fosse intelligente e bello dentro.
Ma oggi non mi frega tanto della bellezza di Graziano, non riesco nemmeno a innervosirmi. Mi trovo tutto attraversato dall’ euforia per quello che è successo a lezione con Claudia. E perfino Graziano deve essersi accorto della mia condizione quasi ipnotica, perché mi guarda con un’aria strana e addirittura intelligente.
- Che cosa ti è successo Paolo ? Forse che hai fatto un certo incontro ? Non posso lasciarti solo un momento che ti permetti di non aver bisogno di me. Sono spaventosamente curioso. Le hai già messo le mani addosso ?
Detto questo si precipita in camera mia annusando voracemente l’aria circostante e ogni cosa che gli capita a tiro.
Poi con l’aspetto di un cane bastonato mi dice
- No. Nessuna ragazza è stata qui.
- Guarda Graziano che ti stai inventando tutto. Non esiste nessuna storia con nessuna ragazza.
- No, tu non mi puoi raccontare queste cose. Arrivo a casa e ti trovo svolazzante e leggero, con gli angoli della bocca che fanno venire in mente paesaggi celestiali e gli occhi fissati in un vuoto che sembra decisamente pieno. Pensi che io sia scemo ? Tu hai conosciuto una ragazza.
- Come devo dirtelo che ti sbagli.
- Oh. Sia chiaro, non ho mica detto che hai scopato, non arrivo a tanto, stiamo parlando di te e ai miracoli non crediamo nessuno dei due. Diciamo che un raggio di luce sta facendo capolino nella tua grigia esistenza. Nessuno pretende che tu riesca a vivere serenamente e normalmente qualsiasi incontro con l’altro sesso, ma, per dio, qualcuno ti ha colpito violentemente al mento.
- Ho solamente scambiato due parole con una ragazza che da tempo mi interessa, niente di più.
- E ti pare poco, per un carciofo come te.
- Perché invece di esercitare questa enorme pressione sui miei organi genitali non ti rompi come al solito i timpani con il tuo stereo?
Accompagno le ultime parole con una amichevole e terrificante pacca sulle spalle e lo spedisco sorridendo nella sua accogliente stanzetta.
Perplesso e sognante mi adagio pesantemente sul letto tentando di immaginare una decina di possibili positivi sviluppi per la situazione impegnativa e affascinante che mi aspetta domani. Respiro affannosamente l’inattualità e tengo stretta tra le mani l’immagine sfuggente del desiderio di Claudia. Non aderendo interamente alla domanda e trovandosi a operare senza restrizioni, il desiderio riesce a mantenere ogni immaginario e ad essere concretamente reale. Ogni realtà richiede un immaginario per non assomigliare ad un buco nero. Accidenti però ! Che voli meravigliosi e creativi mi vengono quando sono ispirato. Stupendi concetti lasciati scorazzare per il mondo da pensieri che cercano risposte da schivare. Tutte belle parole in libertà che però non riescono a convincere il mio basso ventre che continua a dirmi con voce stentorea che lui Claudia non la vuole solo immaginare.
Sono arrivato in aula da quasi quaranta minuti.
Forse la mia solita puntualità ha voluto un filino strafare. Ma oggi è il gran giorno, un giorno speciale. Udite udite. Devo consegnare gli appunti a Claudia. Le fotocopie e la rilegatura sono più che perfette. Farò un’ottima figura. Un compagno di corso modello, tanto per cambiare, anche se forse lei preferirebbe un modello come compagno di corso.
A dire il vero, io non sono poi così brutto. Sono anche interessante, a volte molto interessante, ma non faccio venire la bava alla bocca alle ragazze. Mi ci vogliono qualche migliaio di parole, decine di sguardi ispirati e di pose accuratamente misteriose, per sperare in qualche barlume di apprezzamento. La mia è una musica difficile, quasi dodecafonica, e ci vuole la fortuna di trovarti davanti qualcuna disposta a fare fatica per ascoltarla. Speriamo che Claudia abbia l’orecchio assoluto per le mie strane note e riesca ad entrare in sintonia con il profilo migliore che io ho. Perché lo so che ce l’ho, devo solo convincermi. Quello che mi frega è il mio senso della realtà. Qualche ragazza ogni tanto mi occhieggia con un certo interesse ma sono io che per prima cosa penso che sia un po’ miope.
Quando lei entra nell’aula, potrei dire quando lei appare, mi trovo di colpo a guardarla estasiato, mentre suoni e colori sembrano come risucchiati dentro quel suo morbido movimento.
E’ stupendamente carina anche oggi.
Capelli scuri, appena sulle spalle, un fisico che definire piacevole é un artigianale eufemismo e un musetto luminoso e delicato : una roba che ti colpisce a tradimento e ti tremano anche le mani.
Mi vede e si dirige verso di me.
Nella vita ci sono tanti sogni ma in questo momento l’unico che mi interessa è che lei si sieda vicina e non mi chieda solo gli appunti.
Di solito non sono così. Tendo ad evitare con cura le situazioni troppo impegnative. Giro al largo in nome di una comoda e conigliesca immobilità. Rimango fermo e saluto con la manina le mie emozioni, che vanno via da sole sottobraccio alle mie decisioni. E quanto corrono quelle emozioni, corrono veloci, migliorano ogni volta il record mondiale. Scompaiono lontano e lasciano un vuoto pneumatico dentro il mio stomaco che si riempie poi piano piano di finta tranquillità che per un po’ di tempo non mi fa sentire i morsi della fame. Le invidio fortemente le emozioni. Vanno a testa alta per il mondo declamando il loro coraggio e non sanno nemmeno dove abita il senso di colpa. Io gli suono il campanello quasi tutti i giorni , al signor senso di colpa, giusto per essere certo che non scompaia lasciandomi in balia delle responsabilità. Quando lui è con me so di essere al sicuro perché mi rifugio nella sua compagnia ed evito qualsiasi risultato negativo. Con lui non sei costretto a giocare per la strada, con lui passeggi amabilmente dibattendo sul mondo, verificando di volta in volta il torto e la ragione. Quando sei sicuro di non giocare non puoi rischiare di perdere. E questa certezza è molto rassicurante perché alla fine rende inutile rischiare e sai in anticipo come finirà.
Tutto questo schiamazzo di pensieri che mi gira dentro come un parassita e lei è già arrivata vicino a me.
Non mi chiede nemmeno gli appunti e si siede.
- Ciao. Ho fatto una corsa per arrivare in tempo.
La piccola aula è inondata dalla luce di quel suo sorriso che potrebbe riscaldare anche il più lontano pianeta.
Io sono tutto impegnato a declamarmi concetti sul mio coraggio e questa qui mi spiazza con quel sorriso, semplice e spontaneo, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Sono molto sorpreso e imbarazzato, ma mi precipito a giustificare la nostra immotivata vicinanza
- Ti ho portato gli appunti. Ho fatto del mio meglio e speriamo siano completi.
Non mi sono dispiaciute le mie prime parole. Considerando le mani sudate e la salivazione azzerata mi è venuto un tono giusto non sopra le righe e non si è nemmeno incrinata la voce.
- Ti ringrazio moltissimo. Sono sicura che i tuoi appunti andranno benissimo. Mi hai salvato da morte certa perché io non ci riesco proprio a studiare senza appunti , devo essere sempre precisa e a posto, con tutto rigorosamente sotto controllo. Grazie ancora. Ah, lo sai che non so nemmeno come ti chiami ?
- Paolo.
- Io sono Claudia.
- Lo so.
- Come lo sai ?
- Ti ho sentita chiamare della tue amiche qui in facoltà qualche volta. Io ho una specie di predisposizione per i nomi, quando li sento raramente me li dimentico. Oh, adesso mi stavo dimenticando la cosa più importante : ecco gli appunti.
- Accidenti. Pure rilegati. Non so come ringraziarti.
- Veramente un modo ci sarebbe.
- E cioè ?
- Andiamo a bere qualcosa dopo la lezione.
- Tutto qui ? Ok, volentieri. Aggiudicato.
Stiamo continuando a parlare aspettando il professore che è in ritardo ma io posso anche congratularmi con me stesso. Non so come mi è venuto di invitarla. Non è da me. Si vede che questa qui ha proprio qualcosa di speciale, se riesce anche solo per un attimo a farmi dimenticare la mia paura.
Continuo a conversare amabilmente e intanto rifletto. Riesco sempre a fare tutte e due le cose. Ho una enorme esperienza sull’uso delle parole con le ragazze, l’importante è che dietro non ci sia alcun secondo significato troppo chiaro. Ci mancherebbe. Quando parlo sono in grado di levigare ogni situazione, togliendo ogni rischio.
Adesso però sento che mi sto agitando.
I miei occhi vanno per conto loro tentando schivare quello sguardo che può penetrare ogni corazza. Scappano, quegli occhi pavidi, alla ricerca di un nascondiglio, non importa quale, che permetta di non trovarsi da soli, allo scoperto, davanti al colore di quel mare.
Lei no, Claudia non è per niente agitata. Lei non è come me. Mi guarda diretta e serena. Uno sguardo che a me sembra quasi disegnare l’eternità, in quei pochi lunghissimi secondi.
Ha gli occhi di un incredibile celeste, che entrano piano piano, decisi e delicati, dentro di me, che non sono assolutamente preparato. E la cosa davvero spiazzante per me è che non c’è nessuna valutazione da evitare in quello sguardo, c’e solo quel colore lì, che non vuole e non accetta nessun commento. Come fai a commentare il mare ? Non puoi. Nessuno potrebbe. E allora ti trovi solo e disarmato davanti a quel cecchino implacabile. Mi ha beccato in pieno. E poi, una deve essere per forza proprio così carina ? Non riesco nemmeno a definirla quella carinità lì. Queste sono cose che mi mandano fuori di testa. Non mi fanno mai lo stesso effetto le bellone. Ti trovi davanti quella bellezza che ti aggredisce ruvidamente e ti porta con sé. E tu ci vai volentieri, molto volentieri, ma poi succede che a un certo punto esplode e ti rimane nelle orecchie solo il botto.
- Buongiorno professore.
Il saluto caramelloso del ruffiano di professione ci richiama tutti e due ai nostri doveri di bravi studenti, diligenti e applicati, con la penna che passeggia sul foglio, la testa che annuisce, la bocca che sorride, e una voglia spaventosa di scoperchiare questa aula e correre a perdifiato, magari mano nella mano - magari - per una meravigliosa spiaggia caraibica, mandando a cagare questo tetro studioso di diritto, che declama la sua lezione senza nemmeno degnarci di uno sguardo..
La tortura dura quello che deve durare e poi come tutte le cose finisce.
Claudia si alza e sono musica celestiale le sue parole, che in fondo si intonano anche con i suoi occhi.
- Allora Paolo ? Io pagherei volentieri il mio debito. Andiamo a bere qualcosa insieme ?
Io sono un tipo forse speciale, sicuramente pazzo, ma quelle tre parole, Paolo, volentieri, insieme, dette da quella roba lì in questo momento, mi provocano quasi una erezione e certamente la definitiva convinzione che forse posso anche prenderle per mano, qualche volta, le mie emozioni. Io e Claudia, ripeto : io e Claudia, usciamo insieme, ripeto : insieme, dalla facoltà verso il bar dell’università. Il suo corpo si muove come se il terreno non lo riguardasse, sospeso in una bolla di armonia che si spande intorno regalando felicità a chi lo guarda e a me esce quella frase stupida che sembra quasi che io ci faccia apposta a rovinare tutto.
- Non si messo ancora a posto il tempo eh ?
E’ proprio una vera ed efficace strategia seduttiva. Che bravo che sono. Il solito Paolo che dice la cosa giusta al momento giusto. Una bellissima idea. Parlare del tempo come fossimo due estranei in ascensore. Perfetto. E non è mica la prima volta che mi dimostro così idiota. Mi accade spesso di non riuscire a sopportare la chiarezza del silenzio e allora lo spezzo comunque, in qualsiasi modo, non importa quale.
Le mie parole partono da sole in missione umanitaria e riescono a creare la giusta distanza, mascherando e mimetizzando ogni possibilità di azione. Preferisco che gli altri si concentrino su quello che io dico e lascino in pace tutto il resto. Ci mancherebbe altro che mi scoprano. Oggi tutto questo mi da molto fastidio, perché quella frase fa parte di un copione che non voglio recitare, non con Claudia. E’ chiaro che ho paura di lei, non è mica una roba normale questa ragazza qui. Lo sento sulla pelle che è perfettamente in grado di mettere in pericolo la mia solida piattaforma di tranquillità. Lo so che posso sempre decidere di inventare qualche scusa o di continuare con frasi cretine, rimanendo da solo a contemplare il mio mondo meravigliosamente conosciuto e prevedibile, ma ci sono quegli occhi lì che non sono per niente previsti e che fanno la differenza, mi portano via, oltre, chissà dove. E’ inutile che mi ripeta la litania di continue giustificazioni. Non è vero che in fondo siamo solo due studenti che chiacchierano. Lo sento che non è così, non per me. Nell’aria c’è un profumo di energia speciale, quella che attraversa i momenti magici, che fanno tutto loro, accadono quando devono accadere e in pochi secondi possono anche decidere una vita.
Al diavolo la tranquillità.
Claudia mi piace, eccome se mi piace, madonna quanto mi piace.
- “Sai Paolo, i miei fanno tanti sacrifici per mandarmi all’università, anch’io faccio sacrifici per venire all’università e non posso rimanere indietro. Scusa se ti ho chiesto gli appunti che poi erano in fondo venti minuti di lezione. Ma io voglio rimanere in linea con gli esami. Chissà se poi serve davvero a qualcosa. Comincio a pensare che ha ragione il mio ragazzo, che mi continua a dire che è inutile frequentare e che è meglio fare l’università da casa e ogni tanto andare a qualche lezione, che ci metterò un po’ di più laurearmi ma almeno non mi rovino la vita. Ma io sono testarda. Io voglio frequentare e finire presto”
- Perché hai scelto questa facoltà Claudia”
- Perché è una delle facoltà che ti da più possibilità di lavoro”.
- Vuoi fare una professione classica ? L’avvocato, il magistrato, il notaio ?”
- Boh. Non lo so. Non lo escludo. In questo momento non ho un vero obiettivo.”
Continuando a parlare arriviamo al bar.
Chissà che cosa è questo vuoto dentro e questa voglia di morire che mi stanno prendendo.
Ho sentito benissimo : lei ha un ragazzo.
E io sono uno stronzo.
Chissà che cosa mi credevo. In fondo che cosa c’è di strano ? Cosa potevo aspettarmi ? Una ragazza così, libera proprio per me, Paolo ? Ma andiamo. Figuriamoci se questa meraviglia qui aspettava proprio me.
Intanto Claudia mi sta parlando, con gli occhi di chi tiene a quello che dice e vuole davvero comunicare a chi ascolta.
Che grinta. Che passione. E mi piace molto anche la sua compagnia. Non scherziamo eh. Un corpo che fai fatica a non toccare, due occhi che ci vedi il mare e adesso non mi dire che è anche intelligente. E poi cosa faccio io? Come mi giustifico la mia immobilità ? Certo che é un peccato però, un vero peccato. Tutto questo ben di dio e a casa un ragazzo sicuramente stupendo, tipo sfilata di moda. Non lo conosco ma è come se lo avessi davanti. E’ sicuramente della stessa categoria di Graziano, uno dei mirabolanti strafighi che ammorbano l’aria con la loro avvenenza. E’ il solito ritornello che si ripete, per me, che li ho sempre odiati, quelli lì. Non muovono un dito e hanno molto di più di quello che ho io, come donne intendo. E’ vero che la cultura li intacca raramente, ma tanto non ne hanno bisogno. Non devono mica tenere ore di conferenze erudite per avere almeno qualche possibilità di piacere alle ragazze. Si manifestano e basta. Entrano in una stanza e tutti gli occhi femminili si girano, magari mandando messaggi interessati ad altre parti del corpo. E quanto diventano fragili e stupide le ragazze, con quelli lì. Anche quelle che ti sembravano serie e misurate si trasformano in bestie scatenate, con gli artigli che tutte le altre devono vedere, mentre corrono a perdifiato con il cuore in gola per la strada della loro massima rappresentazione scenica, facendo qualsiasi cosa per essere notate da lui, quel lui, così bello e affascinante che deve a tutti i costi essere tuo.
Qualcosa soffia via questi pensieri, che sembrano come carta velina di fronte allo spettacolo che ho di fronte.
Gli occhi di Claudia adesso brillano, come succede quando ti capita di essere in sintonia con qualcuno e non ci puoi fare niente. E lei guarda proprio me, parla proprio con me, è protesa verso di me. Non so se quello che sento è un magico stupore o un oscuro terrore. Non posso mica nascondermi se continua così. Se si libera davvero nell’aria questa nostra inconsapevole musica non può reggere più di tanto la scusa della piacevole conoscenza. Un bel problema però. L’interesse che mi dimostra Claudia mi porta piano piano verso quella abituale paura di comportamenti valutabili. Più è chiaro per tutti e due che tu le interessi, più ha un significato se tu non fai niente.
Il mio solito gioco.
Tutto accade per verificare il significato.
Adesso però il gioco perde il suo fascino. Non mi basta l’interesse di Claudia. Forse questa volta non lascerò da sole le mie emozioni. Questa volta voglio Claudia.
Ma lo so, che non sono ancora capace, di viverlo completamente. Non in questo momento. E come al solito non mi resta che mettere me stesso nelle parole. Non ho alternative, per ora. Prendo strane strade per farle capire, con le parole, che io sto bene con lei e che lei mi interessa. Non voglio perdere Claudia, ma non riesco a fare di più o forse non voglio ancora fare di più.
Lo so che non ho nessuna possibilità. Sono abituato a fare i conti con le mie valutazioni ragionevoli e senza mediazioni. Ma lei può essere davvero pericolosa, per me. E’ assolutamente in grado di costringermi ad abbandonare le comode stanze della contemplazione e uscire affrontando la vita. Mica facile, non è mica uno scherzetto qualsiasi, per uno come me. Se non basta più qualche discorso giusto e appropriato come faccio ?
E’ vero che l’amore non è qualcosa che puoi decidere a tavolino oltre una certa soglia di intelligenza, ma mi è sempre piaciuto illudermi che sia così. Perché se non fosse così allora c’è un dopo, e io non sono abituato. Ho paura.
Di solito contemplo la vita con la possibilità di vedere solo quello che io voglio vedere, utilizzando lenti corazzate, che mi proteggano dal mondo ingiusto e feroce. Tutto quello che accade lo riporto dentro il mio fortino, archiviandolo nel posto e nel significato giusto. E cerco di vivere le mie sensazioni senza che gli altri possano rovinare questa alchimia. Non ci riesco proprio, a vivere quello che accade, e quindi non lo faccio accadere. Non è tanto quel tipo di paura di dire ad Claudia ti amo e forse non è nemmeno quel tipo di paura che puoi avere di fronte a un no. Diciamolo chiaro: forse ho una fottuta paura che prima o poi qualche ragazza mi dica di sì. Figuriamoci Claudia. Dovrei fare la fatica di camminare, un piede dietro l’altro, per una strada misteriosa o forse troppo chiara, dove fai i conti con quello che sei e non ci sono solo le tue rassicuranti parole a filtrare il mondo. Ci sono sguardi, ci sono gesti, ci sono corpi, ci sono emozioni. E chi le conosce, queste cose qui ? Come le tengo sotto controllo ? Perché loro sono quello che sono, vengono come vengono, dicono quello che dicono. E se poi dimostrano di me cose tremende ? Forse ho solo bisogno di qualcuno che abbia la forza fatale di non lasciarmi nessuna scelta. Chissà se Claudia ce l’ha questa forza. Prendermi la mano e uscire con me da questa gabbia, via da illusioni e aspettative disattese, via da giuste quantità di dare e di avere, via da colpe e colpevoli.
Forse sto esagerando. Tendo a dimenticare che ci sono anch’io, al mondo. Mi dibatto in giorni senza colore e ho la pretesa che arrivi qualcuno e giri la manopola giusta. E poi, diciamocela tutta, perché dovremmo diventare complementari noi esseri umani ? Fare senza nessun guadagno la tremenda fatica di prestare attenzione agli altri ? Chi c’è lo fa fare ? Abbiamo già tutti i nostri pensieri occupati da piccoli dettagli infinitesimali, se li guardi da un letto di ospedale, e segniamo i territori di piccole tragedie spaventose che tracciano solchi definitivi nella nostra vita e poi dovremmo pure aprirci agli altri ?
No grazie. Troppo complicato. O forse troppo semplice.
E comunque non è così che si gioca la partita, se vuoi davvero vincere.
Quando ci salutiamo, c’è solo una stretta di mano, nemmeno un bacio sulla guancia.
E io non l’ho mai dimenticato, lo sguardo di Claudia, in quel giorno di marzo.
Perché ci sono dei momenti, solo pochi e preziosi momenti, che puoi portare con te tutta la vita, tenendoli dentro, vicino al cuore, ancorando quella emozione, unica e tua, che accompagna il senso delle cose, il senso di tutto.
Quando scompare anche il suo “ci vediamo a lezione” si spengono i riflettori su quel bar e io mi trovo da solo a contare i punti persi e guadagnati nella strada del risultato finale.
