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Un mondo dentro - parte 3 - - di MP

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/08/2007 alle ore 14:10:47

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Da quel giorno, non l’ho più vista, Claudia, per due lunghi interminabili mesi.
Due importanti e fondamentali mesi, per la mia vita, per molte vite.
La notizia mi colpisce alla gola, quando accendo la radio, quella mattina di marzo.
E’ sconvolgente.
Uno studente è stato ucciso dalle forze dell’ordine in una strada della zona universitaria.
Non la potevo nemmeno lontanamente immaginare una cosa del genere.
Forse sono solo un ingenuo, un povero e patetico idealista. Ho la pretesa di vivere in un paese democratico, dove le diverse idee del mondo si possono confrontare e hanno tutte una loro intrinseca dignità. Ora è chiaro che non è così.
C’è qualcuno che ha paura e spara.
Perché questo potere non può accettare un altro mondo possibile.
Stupido io che avevo tutte quelle illusioni.
Hanno ammazzato Francesco.
Mi precipito in facoltà.
Non ci vuole un genio per capire che tira una brutta aria.
Gruppi di studenti discutono animatamente, urlando la loro rabbia e il loro dolore.
Preparano azioni che odorano di rappresaglia.
Siamo in guerra. Contro chi ? Non importa. La rabbia e il dolore non hanno occhi e non possono vedere lontano. Ve la facciamo pagare noi ! Che cosa ? Non si sa, ma intanto la pagherete cara, la pagherete tutta.
Dovevo aspettarmelo che sarebbe stata cacciata via senza appello, ogni ragione.
E’ esattamente quello che volevano loro.
Stiamo cadendo nella trappola.
E come volevasi dimostrare io mi trovo intruppato in questa discussione idiota che coinvolge solo gli stomaci più forti perché il cervello mi sembra francamente assente.
Possibile non lo capiscano, questi qui, che non possiamo fare quello che si aspettano da noi.
Chi ha ucciso il nostro compagno lo sa benissimo cosa vuole.
Più violenti saremo e più contenti saranno.
E invece no, sembra che io parli una lingua sconosciuta. Vogliamo davvero far partire adesso un corteo di studenti disperati, per andare a manifestare nelle strade del centro, non escludendo niente, nessuna azione.
E’ evidente la tremenda sciocchezza.
Sarà un corteo praticamente ingovernabile ed è chiaro come andrà a finire.
Sono saltate le paratie di una diga e tutto si riverserà per le strade della città.
Mi rimane l’ultimo disperato tentativo, per diffondere almeno qualche dubbio su questa scelta demenziale e infantile, su questa cecità politica, che rischia di oscurare per anni ogni nostro orizzonte e di consegnare nelle loro mani le chiavi
- Ma siete deficienti ? Ci vuole tanto a capire che è una cazzata ? Che cosa vogliamo ottenere così ? Non aspettano altro che poter sviare l’attenzione da quello che è successo. Facciamo partire quel corteo e succederà un casino. E poi parleranno del casino, non del compagno ucciso. Usiamo il cervello. E non cadiamo nella loro trappola.”
Ma i cinque compagni che parlano con me ascoltano la loro rabbia cieca e cercano una compensazione per il loro dolore.
Tutto il resto merita solo parole arroganti.
- Senti, è inutile che rompi le palle, se hai paura di venire stai qui nel tuo angolino e non fare niente. Quello che dici puzza di politichese. Non facciamoci seghe mentali. Hanno ucciso uno di noi, e noi siamo incazzatii. Facciamo semplicemente quello che abbiamo voglia di fare. Senza tanti discorsi. “
Più parlano e più mi preoccupo.
Ignoranza allo stato puro.
Non è che non comprenda la loro rabbia e il loro dolore, ma sento anche molto altro, qualcosa che ha a che fare con il solito bisogno di significato e di riconoscimento.
Un ego politico e personale di dimensioni enormi avvolge in questo momento ogni cosa.
Conosco anche troppo bene questo meccanismo.
- Non prendetemi per il culo e non prendetevi per il culo. Quello che volete fare non c’entra con la rabbia e il dolore. Non avete mica voi l’esclusiva. Volete andare in piazza e spaccare tutto ? Perché ? Voi avete comunque qualcosa da dimostrare a qualcuno. A chi ? Forse a voi stessi ? Ma come fate a non capire. Non possiamo fornirgli alibi. Dobbiamo invece smascherare chi sono loro e cosa hanno fatto, come vanno davvero le cose, perché le cose possano cambiare. Spaccando tutto cosa otterremo ? Diventiamo come loro ! E poi, ve lo ripeto : il problema saremo noi, non si parlerà quasi più del nostro compagno ucciso”.
Mi sembra così evidente.
Un’azione violenta tipo rappresaglia non avrebbe riportato in vita Francesco e ci avrebbe fatti entrare nel loro terreno. Noi siamo diversi, noi non rispondiamo alla violenza con la violenza. E poi rischiamo di bloccare ogni comunicazione con chi può capire l’enormità e la mostruosità di quella morte. Dobbiamo trovare il modo, concentrarci sul modo, quello giusto, in questo contesto. Portare alla luce del sole i nostri valori. Far ascoltare la nostra diversità. Vogliamo cambiare davvero le cose o inseguiamo solo la testimonianza della nostra rabbia ? Andare in giro per il centro a spaccare tutto a cosa può servire ? Ci sfoghiamo, e forse è anche comprensibile.
E poi ?
Niente da fare, i cinque sono sempre più minacciosi.
- Ascolta coso. Finiamola qui. Fai quello che cazzo vuoi, nasconditi dove puoi e liberaci dalla tua presenza. Noi dobbiamo e vogliamo fare quello che va fatto. Quindi aria. Levati di torno che cominciamo anche un po’ ad incazzarci“
Loro se ne vanno indignati e io mi ritrovo da solo.
Hanno superato ogni limite. Non mi aspettavo proprio quelle parole stupide e tutta quella aggressività. Sono sempre stato abituato alle minacce dei fascisti, non dei compagni.
Sono da sempre di sinistra e non ho nessun dubbio su questo. Vedo il mondo così e voglio cambiarlo. Voglio costruire qualcosa che non c’é. Non lo sapevo nemmeno bene quale era la molla che faceva scattare tutto ciò, e molto altro, almeno fino a qualche tempo prima. Ma un giorno ho capito. E’ stato quando ho letto quella frase, una semplice frase, una sola frase, di un grande uomo, Pier Paolo Pasolini :
“ Vi piace compagni questa vita ? “
No, a me non piace, questa vita. E sento l’esigenza di cambiarla. Libertà di costruire la diversità della vita. Non una vita diversa, scelta individuale da rispettare, una diversità della vita, momento collettivo da costruire. Quella tensione morale che muove il mondo degli esseri umani e li spinge a cercare gli altri, per costruire un’altra vita, a volte anche a morire per la speranza di un’altra vita. Oltre la disperazione di questa vita, oltre la quotidianità di questa vita, oltre l’economia politica di questa vita. Oltre la disperazione e la fame di tante vite. Con il diritto di essere, non solo di avere. Con la speranza e il bisogno di andare insieme verso altro. Pensare e vivere contro questo tempo, per un altro tempo, per un altro pensare e un altro vivere. Sapendo che ogni possibile vittoria al gioco del potere e la vittoria del potere di quel gioco. E’ questo che mi gira dentro, nel cuore, nel cervello, nello stomaco, ovunque.
E’ qualcosa in sintonia con le parole di Roberto Roversi, un poeta.
“ Continuare a fare e a dire le cose sgradevoli, magari confinandosi ai margini, certo non adeguandosi alle regole, ma con il desiderio di capire, di imparare, di comunicare con gli altri.
Dato che si vive per morire nella polvere fra i vinti, non fra il broccato coi vincitori. Perché in questa polvere è mescolata la verità e volontà di fare e continuare a fare con la relativa speranza; li si trova, pescandola con le mani, la volontà di continuare a imparare fino in fondo dalle cose che accadono, dalle cose accadute, perché possa servire, alle cose che devono accadere.”

E quello che doveva accadere, purtroppo, accade.
Il corteo di studenti si libera per la città, pieno di quella impotente rabbia e travolge tutto quello che trova, forse alla fine anche se stesso. E allora è saliva schiumante contro il mondo, diviso in buoni e cattivi,
forse per il bisogno di appartenere alla parte innocente e giusta. E dopo comincia a finire quella storia di futuro, di speranza, di libertà. Si accendono i riflettori sugli studenti violenti, dimenticando il sangue versato. E viene il tempo dei conti, valutazione di danni materiali, economia politica della vita, che non consente il senso delle proporzioni. Sul palcoscenico si rappresenta finalmente il giusto spettacolo, con un copione già scritto da tempo e che aveva solo bisogno di attori all’altezza.
Il movimento degli studenti si dissolve piano piano in quella trappola.
Creatività, fantasia, felicità, solidarietà, voglia di vivere, vengono accompagnate in piazza e spogliate, sotto la pioggia acida della normalità. Le portano ormai moribonde sul rogo, accuratamente preparato, da tempo. Bruciano lentamente, molto lentamente, senza un solo lamento. Il fuoco purificatore illumina a giorno la giusta strada ritrovata. Tutti sono invitati ad incamminarsi, verso il sole virtuale delle seriose e misurate responsabilità, lasciando indietro il peso di sogni senza utilità. E quasi tutti cominciamo a camminare, confinando la nostra paura in un angolo nascosto. Ma il fuoco purificatore piano piano perde forza e calore e alla fine rimangono solo delle povere braci. E quasi tutti ci troveremo al buio. Con le tasche piene di famiglie e di psicofarmaci, con persone per bene che riempiono le stanze di pezzi di rimpianto e di rancore, con parole amare vomitate dal torto e dalla ragione, con il tocco lascivo e viscido della quotidianità, con il sole che diventa abbronzatura, con le idee che diventano discorsi dal parrucchiere, con le mogli che diventano sorelle maggiori. E continueremo ad andare, senza degnare nemmeno di uno sguardo l’orizzonte di altre possibilità, pensando che tanto la vita è così, solo così, e al massimo accendendo ogni tanto qualche candela, in quel tunnel, pieno di nebbia e di giorni senza respiro. Chissà perché riusciranno a convincerci che abbiamo solo una scelta: o il paese del luminoso progresso, o il paese degli stupidi assassini con le armi in mano e la stella sui volantini. E noi ancora lì sempre a camminare, a camminare, a camminare, costretti a non andare in nessun posto, perché non c’é spazio per altri luoghi e per altre vite. Viene disegnato un universo unico tenuto insieme dal campo magnetico del grande consenso. E saranno parole che raschiano la gola piena di aspettative fragili e viaggiano soffiate nel tempo di una storia troppo breve. Regole per regole, nel respiro di centri di potere che difendono i propri bastioni, accessibili solo alla frequenza di inchini devoti, che proiettano la tua immagine sul fertile schermo spesso troppo colorato. E saranno ricordi in bianco e nero, a ridere di noi, che correvamo ansiosi per non perdere quel treno, che imbocca la galleria, dove si agita la dovuta visibilità. E per non farci troppo male, quasi sempre diremo di si, per resistere dentro questo tunnel, dove non puoi fare altro che tentare di compensare la paura. Distruggeranno i nostri sogni, perché niente possa più cambiare. E noi non ci proveremo nemmeno, a cercare altre possibilità. Eppure non è poi tanto difficile. Forse. Basta solo aprire gli occhi e spalancare un orizzonte, uno qualsiasi. E andare verso di lui, felici di non raggiungerlo mai. Inseguire le domande. Continuare a rispondere con altre domande. Trovare quel posto, dove i sogni vanno a dormire, insieme ai giorni che devono passare. Ascoltare la musica della vita. Quel battito ritmico e armonico, leggero e fatale, che affascina e porta via. Con un domani che rimane tra le dita. E può passare di mano in mano. Assaggia dolcemente il sapore. Guarda bene. E’ vita che si insinua dove vuole. Assecondala e lasciati portare.
Dove non sei mai stato.


Ora, dopo quasi due mesi, in quella Università cominciano davvero a finire i sogni e torna a splendere la spietata e dovuta normalità.
Molti hanno imboccato il tunnel e ripreso a frequentare.
E io cerco di incontrare Claudia, per caso, da giorni, senza risultato.
Alcune lezioni della nostra facoltà non sono ancora riprese e i momenti di probabile incontro casuale sono pochissimi. Ho anche pensato di cercarla tramite qualche sua amica, ma mi sembra un’azione ancora troppo impegnativa, densa di significato. Non è da me. E faccio chilometri e chilometri camminando avanti e indietro nelle zone di solito frequentate dagli studenti, scrutando le persone come un cacciatore di taglie.
Ho una voglia dannata di vedere Claudia e ormai le mie giornate sono programmate proprio su questo.
Poi un giorno, in quella libreria , un tocco sulla spalla.
- “ Ciao Paolo ”.
Claudia è li, davanti a me. Sorridente e carina più che mai.
- “ Ciao Claudia “.
Ho tentato di dare al saluto un tono di sorpresa e un pizzico di indifferenza. Lei non deve capire il mio bisogno di vederla.
- “ Sono venuto a cercare una rivista, dove c’è un articolo che mi interessa “.
Subito una spiegazione.
Subito l’esigenza di non rendere valutabile la mia presenza qui. Non ci riesco proprio a uscire dal mio gioco. Claudia non può dimostrare che io sono qui perché cercavo lei. Io non corro dietro a nessuna e lei non avrà mai nessun elemento per sostenere questo. E’ come avere quintali di paglia sulla coda.
Claudia sembra completamente fuori da questo gioco.
- “ Come stai Paolo ? Eri nel mezzo del casino anche tu ? Io sono tornata da poco all’università. Sono stata un periodo a casa, studiavo lì visto che non si poteva frequentare. Ti pensavo quando vedevo l’università in TV. Mi sa che tu non sei andato a casa in questo periodo”.
- “ A dire il vero non ci ho neanche pensato ad andare a casa. Sono rimasto anche se è servito a poco. Sicuramente non ero con quelli che sono andati in giro a spaccare tutto, per me era un errore, un clamoroso errore, una stronzata colossale. E si è visto dopo, purtroppo”.
Non é una compagna, Claudia. Sicuramente non una compagna cosiddetta militante. Questo l’ho capito, ma non è che mi interessa molto. Basta che non sia fascista. Questo si sarebbe un enorme problema.
Comunque, ho puntualmente registrato che Claudia ha pensato a me mentre era a casa. Qualche volta ha pensato a me. E’ già qualcosa.
Io non ho pensato a lei solo qualche volta. Avevo sempre davanti la sua carinità. Sentivo i suoi occhi e vedevo la sua presenza fisica vicino a me.
Non lo so, cosa c’é in Claudia, che riesce a far accadere tutto questo. E’ come se...
- “ A cosa stai pensando Paolo ? Dai, andiamoci a prendere qualcosa che parliamo un po’ ”.
- “ Stavo pensando a quello che è successo e a quello che non potrà più succedere. Scusa ma ho molto sentito certe cose. Dai, andiamo. “
Mi sono salvato anche questa volta.
E poi é vero che non pensavo solo a lei. Quello che era successo all’università mi ha molto colpito e segnato. Ormai sono solo anche politicamente.
Ma lei adesso è qui davanti a me e mi sta dicendo che ha avuto dei problemi con il suo ragazzo. Interessante. E’ rimasta a casa a studiare, ci ha provato, ma poi non ce l’ha fatta più. Che il suo ragazzo pensi e faccia quello che vuole, lei, Claudia, vuole fare l’università qui, e vuole frequentare. Molto interessante. Il bar dell’università mi è sempre piaciuto, ma oggi è semplicemente stupendo. Assomiglia ad un set cinematografico dove finalmente è comparsa la protagonista, immersa in un alone di morbida luminosità che non capisci più niente. Giorni e giorni, notti e notti che la sognavo e adesso lei è lì, reale, davanti a me.
E’ bella tutta.
Non ho la minima idea di quello che vuol dire ma io oggi Claudia la vedo così. I suoi occhi sono accesi e mi guarda come se io fossi davvero un ragazzo.

- -“ Finalmente sono di nuovo qui. Io mi sento chiusa, nella mia città. Non so esattamente cosa vuole dire, ma mi sento chiusa. Sento che c’è altro, al mondo. Non chiedermi cosa. Non lo so. Ma so che c’è. C’è una Claudia che lo sente e io questa Claudia non la conosco bene. Mi affascina, mi fa sentire viva. E’ come se mi portasse verso un futuro che non conosco. E questo mi piace ”.
- “Non dirlo a me, Claudia. Io vengo da una città che è una enorme gabbia. Invece il bello è proprio quando non sai quale è il confine. ”
Io parlo parlo parlo e intanto sto come sempre facendo i soliti conti con il mio coraggio. Ho una voglia incredibile di toccare Claudia, anche semplicemente con un dito, ma non ci riesco, è più forte di me.
Lei sembra non averli proprio questi problemi. Forse il dilemma del coraggio è completamente fuori dalle sue corde. E mentre parla fa accadere quello che accade, una cosa per me sorprendente e meravigliosa. Esplodono fuochi d’artificio quando lei tocca la mia mano e comincia a giocare con le mie dita.
Poi mi guarda diritto negli occhi e partono parole che nemmeno Leopardi sapeva comporre così.
- “ Sto bene con te, Paolo “
Tempesta perfetta, dentro di me.
Non sono solo le parole di Claudia, è il tocco di quella mano, il suono di quella voce, la luce dei quegli occhi. Un insieme irresistibile che ti porta lontano, oltre ogni valutazione.
E come in un film, di quelli che segnano per sempre la storia del cinema, io vedo la mia mano muoversi e accarezzare i capelli di Claudia e sento addirittura la mia voce che dice :
- “ Anch’io sto bene con te, Claudia. E non immagini quanto“.
E’ uno di quei momenti che non vogliono definizioni o valutazioni. Arrivano, ti attraversano, e poi scompaiono, lasciandoti tra le mani la certezza che questa è vita. Ma improvvisamente tutto finisce, in questo bar non può durare, non adesso, non lì.
E quando oggi affiora questo ricordo non so se ridere o piangere.
E’ partito tutto da lì.
E’ scattata tra noi una sintonia non controllabile, che ci ha portato in pochi giorni al primo bacio e a quella notte unica e meravigliosa.



Quel giorno Paolo se lo ricorda bene, molto bene, forse troppo bene.
Quando succede che va giù il morale lo rivede quel bacio, la rivive quella notte.
E gli sembra che momenti come quelli siano perfettamente in grado di dare un senso a tremila anni di storia oppure, meglio, di toglierlo finalmente quel senso ragionato che tutti noi diamo disperatamente alle nostre vite.


Sono ancora in perfetto orario, più che puntuale. E’ una mania questa volta anche utile, al primo vero appuntamento con Claudia.
Tra noi aleggia un leggero imbarazzo.
Negli ultimi giorni i nostri incontri non sono stati proprio normali e i nostri comportamenti hanno forse oltrepassato il confine di una tranquilla conoscenza. Possiamo in ogni momento tornare indietro, possiamo comunque rimanere fermi, immobili, aspettando che il tempo ci riporti al nostro posto, ma adesso, questa sera, siamo ancora di là.
La cosa strana è che io sono molto sereno, come se la mia paura fosse partita per un periodo di ferie.
Questa volta sono disposto a rischiare, addirittura a misurare me stesso, anche oltre ogni parola.
E vedo Claudia tesa e preoccupata, forse perché si rende conto che se avesse continuato così sarebbe stato un casino, per lei, per lo strafigo a casa, forse per suoi progetti vita, per tante altre cose.
In fondo è lei che ha qualcosa da perdere.
La serata si rivela subito piacevole e serena.
Siamo a casa di Angela, un’amica di Claudia.
Io non conosco nessuno e questo mi rende molto più tranquillo.
Ciascuno di noi ha portato qualcosa e adesso siamo una decina di studenti universitari che preparano la cena, dividendosi i compiti, e poi mangiando tutti insieme chiacchierando sul mondo.
Quelle serate normali, che qualche volta possono accadere, all’università.
Quelle serate che in quel momento non ti sembrano niente di speciale e poi magari ci passi una vita a rimpiangerle.
Quelle serate che ad un certo punto c’è sempre qualcuno che prende la chitarra e comincia a suonare.
Anch’io me la cavo con la chitarra e guarda caso so anche cantare. Quando gli altri lo scoprono non posso certo fare la figura del prezioso con la puzza sotto il naso.
Prendo la chitarra e mi viene in mente solo una canzone, una canzone che mi piace molto. Non ricordo nemmeno l’autore. E’ une di quelle canzoni che conosci per averle sentite cantare da altri in situazioni come queste. Avevo imparato gli accordi guardando suonarla e non ricordo nemmeno tutte le parole a memoria.
Adesso mi viene di cantarla e parto, con il cuore che sta viaggiando verso la gola :
Vorrei dirtelo tutto d’un fiato
e gridartelo questo mio amore
come dice un bambino che è nato
come dice la gente che muore
come dice chi si è ribellato
come dice chi cerca vendetta
ma sto qui senza fiato a guardarti
e ti dico una cosa già detta.
Vorrei dirti che questo mio amore
è l’amore che riesce a sentire
chi per la libertà lotta e muore
verso la libertà di chi vive
che chi vive riesce ad amare
dell’ amore che l’ha riscattato
e io riesco soltanto ad amarti
come un cucciolo buffo e impacciato.
Vorrei farti capire che t’amo
perché tu riesci a darmi il coraggio
di seguire l’antico richiamo
per un mondo più giusto e più saggio
perché tu riseci a restarmi accanto
a seguire i miei sogni ribelli
e sto qui senza fiato a guardare
il tuo viso e i tuoi neri capelli
.............
Quando smetto di cantare mi accorgo che forse manca una strofa e io arrossisco imbarazzato.
Intanto è calato uno strano attento silenzio.
Certe canzoni toccano qualcosa dentro e a pensarci bene io non l’avevo cantata proprio in modo meccanico, ci avevo messo tutto me stesso, e ci avevo messo Claudia.
Non avevo avuto il coraggio di guardarla mentre cantavo, solo ogni tanto, quasi di sfuggita.
E lei adesso mi guarda con gli occhi smarriti, come se sapesse perfettamente qualcosa che io non riesco proprio a capire.
In effetti io mi sento bene, come capita quando sono in contatto con la parte migliore di me, quella che ho sempre visto piccola piccola, quella che però, devo ammettere, mi piace, mi piace molto. Sarò anche un completo deficiente, ma io ho questa caratteristica tutta mia : quando faccio cose che sento davvero, mi trasformo. Una parte nascosta di me esce dal guscio e si presenta alla vita, agli altri, per condividere le mie emozioni, me stesso. Crolla il fortino accuratamente difeso da bastioni inespugnabili e viene improvvisamente alla luce il mio dilagante bisogno di amore. Un bisogno profondo di condividere amore, di sentire insieme la vita, oltre il dare e oltre l’avere, oltre ogni confine controllabile.
Dopo circa un’ora, quando piano piano tutti se ne vanno finisce che rimaniamo noi tre : io Claudia e Angela.
Io sto strimpellando la chitarra, da solo, in soggiorno, aspettando di accompagnare Claudia a casa e fantasticando su cosa potrà o non potrà succedere.
E lei entra nella stanza.
Sento di là il rumore dei piatti cha Angela sta lavando.
Siamo soli, io e Claudia.
Lei non apre bocca, non dice andiamo, non dice niente, non una parola.
Sembra che nemmeno respiri.
La complicità del silenzio guida le sue mani, per un attimo, sulle mie spalle.
Un tocco limpido e leggero, che apre al sole il mio piccolo mondo, sbriciolando la montagna che lo rinchiudeva.
Lei si siede vicino a me, gli occhi leggiadri, senza nessuna risposta, e con una decisione dentro che la puoi anche tagliare a fette.
E mi bacia, lei mi bacia, Claudia bacia me, Paolo .
E io la bacio, io bacio lei, Claudia.
Non so più in che modo dirlo o ricordarlo.
Perché c’è tutto in quel bacio, tutto, in quel momento.
E’ un bacio quasi violento, che viene da qualcosa che vuole nascere e apparire al mondo.
Io e Claudia ci cerchiamo e stiamo aprendo un’altra dimensione, la nostra dimensione.
Non importa com’è, è la nostra dimensione.
Non c’é passato e non c’é futuro, ci siamo solo noi, adesso.
E continuiamo a baciarci, esplorando il corpo dell’altro, corteggiando la nostra magia, unica, quella.
Intensa bellezza di vivere il presente, allo stato puro.
Se ci sei passato da quel posto, se lo hai preso in mano quel tempo, lo sai, cosa vuol dire, lo sai , che dopo niente può essere più come prima.
Noi siamo insieme e rendiamo perfetta e infinita questa notte unica.
Mi ricordo che cominciava l’alba quando ci salutammo, come ebbri di qualcosa che finalmente non vuole nessuna dimostrazione.
L’appuntamento era per il giorno dopo, il prima possibile.



E ora, a più di vent’anni da quella sera, dopo aver rivissuto ancora una volta quella magia, Paolo era lì, da solo, a chiedersi quale strana potenza può avere la vita quando riesce ad annullare tutto questo.
Perché poi ti trovi con in tasca solo te stesso e il futuro che se ne andato, chissà dove. I segugi del tempo avevano pianificato favole colorate, sull’amore di Claudia, rompendo mattoni rossi sulle vertebre del mondo, che comprimono respiri senza volume.
E Claudia non c’era più.
Era andata verso qualcosa che non aveva o via da qualcosa che non voleva.
Ma non è poi molto importante, capire o sapere.
Quello che importa è che, forse con un flash improvviso in un momento preciso o dipingendo lentamente un pezzo di storia, la loro magia li aveva lasciati soli, con i sensi inchiodati alla vita che si deve vivere. E in quel momento lo vedono subito, Paolo e Claudia, che anche il loro amore ha un confine. Credevano di essere speciali, a loro non sarebbe mai potuto accadere. Invece accade. E dentro quel confine cominciarono a scorazzare continue discussioni, con grappoli di parole affilate che arrossano la pelle e flirtano con l’eternità. Non le dimentichi più quelle parole e quei visi ringhiosi che urlano di giusto e di sbagliato, di cause e di effetti, di colpe e di colpevoli. E ti viene da contare accuratamente i punti dell’ amore, per vedere chi ha la dignità di essere il migliore, sommando coscienza, comportamenti, vitalità e valutando accuratamente il totale. Non ci sono più gesti, sguardi, carezze, emozioni. Scompaiono lontano e si perdono per sempre in un deserto senza sole, nascondendosi dietro giorni accomodati e progetti al servizio di un futuro gia accaduto. E alla fine non ti rimane che tentare di riempire la vita di lavoro, di interessi, di attività, magari rifiutando di affidare ad un figlio la responsabilità di compensare i sogni.
E poi viene quel tempo, quando lei guarda i tuoi occhi vede solo se stessa, quando trova il coraggio di andarsene dicendo che in fondo avete tutti e due solo quarantanni e una vita davanti.
E Paolo adesso, dopo più di due anni, si trovava ancora addosso tutta quella rabbia.
Aveva passato la vita ad aspettare, chissà cosa, e riusciva a vedere solo una nebbia grigia, che cancellava ogni dimensione. Anche un cretino lo capirebbe, pensava, che dovrei fare qualcosa. Ma era anchilosato da anni pieni di attesa e di normalità. Si sentiva come prigioniero, in una cella all’aria aperta, senza possibilità di uscita, come un bambino che piange da solo dentro il suo box, mentre gli adulti giocano con le loro attività dovute e ragionevoli. Non aveva più il futuro, non aveva più Claudia. E ora cosa faccio ? Si chiedeva sgomento. Non posso mica giocare fino a novantanni tentando di vincere a braccio di ferro con un branco di stronzi.
Forse che dovrei prendermi le mie responsabilità ?


E sognò, anche quella notte, sognò.


Sono le due del pomeriggio e ci sono sempre io, in scena, da solo, ancora in quel parco, proprio quello lì, dove ho ucciso il mio vicino di casa.
E’ una stupenda giornata di sole e i lembi della realtà sembrano coincidere perfettamente.
L’ombra che avvolge la mia panchina ha un retrogusto di serenità, come se costruisse una bolla protetta, fuori dal tempo.
E’ allora che compare il vecchio.
Dal nulla.
Non lo avevo proprio visto.
Si avvicina camminando piano, con un movimento lento e morbido che non viene dalla sua età.
Avrà più o meno novantanni, i capelli bianchi tagliati corti e un viso segnato appena dalla storia.
Veste in jeans e maglietta, con due scarpe da barca che danno all’insieme un tono molto giovanile.
Quando arriva all’altezza della mia panchina, si ferma.
Mi guarda negli occhi, sorride, e parla :
- Mi scusi, non voglio disturbarla, avrebbe una sigaretta ?
- Certo.
- Ha visto che stupenda giornata, sembra che il sole, l’aria, il cielo, la natura si siano messi d’accordo con la luce e i colori per creare questa perfezione.
- E’ vero, si sta proprio bene.
- Ci ha mai pensato ? Teniamo quasi sempre gli occhi chiusi. Forse per non vedere dove davvero mettiamo i piedi. Adesso. E ci perdiamo anche questo spettacolo. Passano i giorni e noi non ci siamo mai. Abbiamo sempre la testa indietro o avanti. Poi si arriva alla mia età e fai molta fatica con l’ avanti, perché tendi a guardare sempre indietro. Lo sa, finisce che viviamo tutti con la calcolatrice in mano : budget delle cose da fare e degli obiettivi da raggiungere e consuntivo dei risultati ottenuti. Siamo tutti uno scostamento. Poi ogni tanto ti capitano queste giornate qui e non riesci nemmeno a pensare di comprare le sigarette.
Mentre il vecchio mi dice queste cose, i suoi occhi non smettono mai di guardarmi.
La sua voce non vuole ragione, ha un tono profondo e sereno che non assomiglia alla chiacchiera tanto per dire.
Voleva proprio dirmi quelle cose e le ha dette.
Non è che io abbia tanta voglia di rispondere, ma devo.
- Dice bene lei. Ma bisogna pur vivere in qualche modo. E questo stramaledetto sistema di vita dove noi siamo impone anche di fare i conti con tante cose. Tutto il resto è pura filosofia.
Il suoi occhi mi guardano sereni e lui continua a parlarmi.
- Se lei crede questo, va bene così. Io non lo so se è filosofia e non so nemmeno se è pura. Io, per me, sono arrivato alla mia età e posso dire che sono felice, anche se vivo ormai da solo. Mia moglie è morta un anno fa e non ho figli. Però sono felice, di vivere, oggi, sempre oggi. Non so perché. Forse non mi interessa soffrire. Forse non sono trai i debitori e i creditori della vita, quelli che devono sempre misurare, ogni attimo, per sentire di essere vivi. Forse faccio male, forse faccio bene, forse non importa. Bene e male non mi interessano. Io vivo e basta. E adesso voglio solo godermi questo spettacolo di giornata e fumarmi in pace la sua sigaretta.
Mentre mi dice queste parole, continua a sorridere. Un sorriso leggero e senza richieste.
Poi accende la sigaretta, si sistema la polo, mi ringrazia, mi saluta.
E se ne va.
Lo vedo di spalle, adesso, eretto come un ventenne e sempre con quel movimento senza età.
Che strano vecchio, che strane parole, che strana luce, intorno.
Quando mi alzo e mi incammino verso casa la sento arrivare, una improvvisa serenità, che rallenta senza motivo i miei movimenti.
Quante cose strane, oggi.
Non li riconosco, i miei movimenti. Non mi riconosco.
Chissà cosa succede. Sono preoccupato e disorientato.
E quando arrivo a casa, un bisogno assoluto preme sulla vescica e mi catapulta in bagno.
E dopo la liberazione, mentre sono davanti allo specchio, i miei occhi cominciano a vedere cose mai viste.
E d’improvviso diventa tutto chiaro.
Immagini limpide scorrono sullo schermo di quello specchio. Non vorrei crederci, non posso crederci. Quello lì che adesso vedo sono davvero io ? La mia faccia è così grigia ? Sono mie quelle spalle curve ? Quel poveraccio con le labbra a ringhio sono proprio io ? Ma che cosa vedo davvero io ? Che cosa vede davvero quello specchio ? Che cosa mi vuole dire quella parte di me ? Non mi sono mai visto così. Davanti a quelle immagini mi trovo completamente disorientato. Continuo a guardarmi, come scavando dentro quello che vedo, e più scavo e più si illumina le mia immagine nello specchio. C’è qualcosa di strano.
Ho sempre associato la profondità a qualcosa di buio. Come fai a scavare e a vedere più luce ? Forse ha a che fare con lo scoprire ? Scavare e portare la luce ? Dove ? Su che cosa ? Non ne ho la minima idea. Forse è quello il problema ? Vedo le immagini di uno sconosciuto davanti a me e non è quello che avrei dovuto vedere ? Come faccio a metterlo sotto controllo ? Lui va per conto suo e io non lo so. Quello che però adesso so è che vedo allontanarsi piano piano l’ombra lunga della ragione a tutti i costi, contro tutti e contro tutto. Se ne va in punta di piedi, come vergognandosi di quella luce calda che entra perpendicolare in ogni angolo della stanza. E non ha nessun senso, non posso lasciare che accada. Non scherziamo per favore ! Torto e ragione, giusto e sbagliato sono il motore del mio mondo. Non posso mica andare a piedi. Non ci sono alternative, non c’erano mai state, non ci possono essere : io ho ragione, sono gli altri che non sanno vivere.
Ma oggi c’è qualcosa di nuovo, e io non so cosa.
Quello specchio che ho davanti mostra immagini che imboccano strade laterali che portano chissà dove. E pulsa, anche, riflette ritmicamente il mio viso e anche il viso di quel vecchio, arrivato dal niente e andato verso il niente. E parla, quello specchio, parla. Ormai tutto è possibile. E lui si rivolge a me, proprio a me, con voce serena, un tono tranquillo, profondo, spietato. E io lo sento benissimo quello che dice :
“Ok, facciamo che hai ragione.
Finalmente viene dimostrato una volta per tutte :
hai ragione tu, Paolo, sono gli altri che non sanno vivere.
E poi ?
Che succede poi ? “



Che domande intriganti ! Che acuti e lucidi giudizi ! Bellissime e nobili parole.
E ancora non ho capito, che cosa voleva da me, quello specchio.
Ripeto dentro di me quelle parole per tentare di decifrare un significato. Forse non è ancora il momento, per farle diventare un mantra. O forse non bastano solo le parole, quando deambuli per la vita cercando qualcosa, che riconoscerai solo quando arriverà. E saranno le decisioni e le azioni, che si presenteranno senza ragioni, a dare un senso, forse, a quelle parole, dimostrandoti che quel giorno non sarà come il giorno prima .
Chissà perché oggi mi girano per la testa queste frasi, mentre vado al lavoro. Mi sembrano anche un po’ stupide e banali. Che sia una premonizione ? Forse oggi è quel giorno ? Forse oggi succederà qualcosa ?
Mi guardo intorno e mi sembra di aver acceso una seconda cassa amplificando la visione stereo del mondo.
Sento che oggi mi inventerò qualcosa, non so assolutamente cosa, ma sarà per me, solo per me.
Perché c’è un tempo per tutto, anche per inventare.
Forse è proprio questo giorno qui.
Né un giorno prima, né un giorno dopo.
Proprio oggi.
Chissà perché.
Forse ogni tanto accadono cose, che da tempo aspettavano di accadere, e scelgono loro quando è il momento.
Quando arrivo in azienda lo sento nelle ossa che tutto è cambiato, io sono cambiato, non me ne sono nemmeno accorto, ma ora lo so.
Vedo le cose e le persone dentro un alone di grande semplicità, come immerse in una luce soffusa che mette a nudo le vere proporzioni di questa realtà.
Chissà come ho fatto a non accorgermene prima, chissà cosa è successo.
Non è che mi importi molto di scoprire una causa ma devo ammettere che sono sorpreso. Da tempo non ci vivo proprio stupendamente in questa azienda, ma non pensavo che improvvisamente mi avrebbe colpito una specie di allergia imprevedibile e non controllabile.
Forse te ne accorgi solo quando ci arrivi, al confine di un mondo. Non lo sapevi prima, che lì, proprio lì, c’era la linea del tuo territorio. Lo sai solo dopo, quando sei già di là. E scopri subito che se ci arrivi, di là, non puoi più tornare indietro, perché non vuoi più tornare indietro. E’ troppo chiaro quello che succede, non lo puoi mascherare dietro cortine fumogene che rassicurano una fantomatica invisibilità. E quando sei di là, oltre il confine, lo capisci subito che non ha più nessun senso macerare dentro, senza immaginare altre possibilità. Non puoi sconfiggere le tue viscere, mentre ti dicono cose più grandi di te. Oggi riesco a sentirla anche nel cuore la grandezza di questa semplicità, mentre sono seduto davanti a quello strano essere umano che è il mio capo. Sono mesi che subisco anche somaticamente i suoi modi autoritari e senza scampo.
Che strano. Mi fa quasi pena, oggi.
Che grandiosa immagine ho davanti. Incredibile. Tutto questo tempo a vivere le mie catastrofi emotive e in fondo quello lì è solo un povero insieme di tessuti organici, che rincorre mediocri frammenti di soddisfazione, per colmare quel vuoto, che gli scorazza dentro. Poveretto. E’ solo un fragile eroe minimo che arriva con il petto in fuori e si illude di allontanare l’ombra della sua paura con fanfare gloriose di vittorie luminose. Mi colpisce quell’ immagine chiara e senza mediazioni. Oggi lo distinguo nitidamente lo scheletro di quella durezza, che maschera solo una patetica nullità. E mi vengono in mente parole pesanti, senza commenti. Parole che sarebbero davvero da lanciare sul suo viso sempre giudicante e insofferente, perché anche lui possa sentire che cosa diavolo accade quando il tuo respiro cerca spazio nella stanza e rincorre la tua dignità.
Come stai bene lassù
Reale, potente, nudo
Alla ricerca di briciole di complicità
Che ti illudano di essere
Democraticamente umano
Labbra sottili come rasoi
Che tagliano l’aria affilando le lame
Occhi che indietreggiano davanti al mare
E danzano giochi spauriti
Terrorizzati dalla tua nudità
Forse sei solo ma non lo devi sapere
Cadresti piano come un sacco vuoto
Aggrappati alla tua cattiveria
E lascia andare le tue lame distruttrici
Trova conforto nell’azione pura
Scavalcando cadaveri e ossa putrefatte
Nel cimitero della tua vita
Osserva bene le tombe compensatrici
Calpestale e succhia la loro energia
Vampiro tumefatto e terrorizzato
Dalla vita che passa anche per te
Fai andare lontano le tue illusioni
E coprile di fango purificatore
Entrerai prima o poi in quella stanza
Dove tutti trovano specchi su misura
Rifletteranno solo la tua nullità
E non avrai altro che le tue dita
Per accarezzare rughe non accettate
Meravigliose dimostrazioni di vita
Spietato risultato della tua morte
Dovrai solo scegliere
E ti renderai conto che hai già scelto
Di essere morto appena nato
Questo pensavo, sereno e finalmente presente, mentre il mio capo analizzava minuziosamente gli angoli più nascosti e opachi del mio lavoro.
Ma in fondo cosa importa ?
Ho forse qualcosa da dimostrare ?
No.
Oggi no.
Perché sarebbe solo un altro modo di sentirsi un po’ meglio, senza cambiare niente.
Perché oggi io lo so, senza se e senza ma, che non passerò altri giorni della mia vita a comprimere le mie emozioni dentro quella stanza, davanti a questo essere senza spessore, alimentando il gioco di quel potere e quella sofferenza.
Fino ad ora ho cercato di fuggire, facendo finta che la vita fosse da un’altra parte. Ho accettato tutto questo, tentando di sopravvivere in qualche modo, dentro la mia realtà lavorativa, cinica, dovuta e immutabile.
Ma per dio : anche questa è vita.
E non può essere questa, la vita.
Lo urlano tutti i giorni gli occhi di molti miei colleghi. Cloni con il capo chino, che nascondono furtivi sacchi di colpe masticate. Ci aggiriamo devoti e impauriti dentro un labirinto fatale, che annulla scelte e possibilità, come un teatro con i posti già prenotati, dove è sempre in scena il solito spettacolo : o ribelli, o sottomessi, unica alternativa possibile, per quel potere.
Adesso lo vedo chiaramente.
Ho tentato in ogni modo di costruire una qualsiasi difesa provando a sedurre le mie emozioni, con le parole. Quante parole, tante parole, milioni di parole, come se il peso attentamente bilanciato della mia identità avesse bisogno di un piatto in più, un piatto atipico che rendesse almeno mobile quella sofferenza. Ma oggi sono letteralmente attraversato dalla semplicità.
E non voglio più confondermi con quelle umanità trasparenti, che camminano sulle ginocchia alla ricerca di un altare. Non sono per niente preparato a sopportare ancora il raggio laser che esce direttamente dalle labbra sottili come rasoi del mio capo. Osservo quello spettacolo comico e spietato e ascolto il mio cuore che mi racconta di cose meravigliose e dimenticate.
Forse è arrivato il momento.
Sono rimasto indietro, immobile, per evitare l’impatto con quel potere, confidando in un futuro diverso e adattandomi a quel deserto, senza il coraggio di andare, verso il mio orizzonte. Mi sono perso a rincorrere pezzi di cibo nella notte segnando i punti della mia coscienza, che toglievano aria e comprimevano sogni. Ora ascolto il mio canto interno, che viene da molto lontano. Mi guardo intorno e vedo persone mediocri, piene di valutazioni e senza dubbi. Ti regalano escrementi di normalità. Ti guardano e valutano i tuoi movimenti. Sommano tua coscienza e i tuoi valori. E fanno i conti. Zombi moderni, che adorano scheletri di vita e alimentano il gioco del potere. Non sono mai stato troppo preoccupato di loro, ma non sono riuscito a capire davvero la differenza. Mi sono seduto sulla sponda del fiume e ho aspettato. Sono bravo in questo io, come aspetto io non aspetta nessuno. Adesso però lo so che non funziona, non ha mai funzionato.
Come ho potuto ridurmi così ?
Abbassare continuamente le spalle e rifiutare con sdegno ogni parvenza di gioco a somma zero.
E perché ?
Tutto quel vuoto che urlava dentro e io che cosa ho saputo fare : aspettare. Oggi però riesco addirittura a vedere me stesso, di profilo, mentre parlo con il mio capo. E quello che vedo non mi piace. In lontananza sfuma la mia immagine e davanti a me si agita un deficiente, dalle labbra sottili, che adora cancellare sogni e umanità. Non ha nessun senso, non lo ha mai avuto. Ma vai a cagare, piccolo ometto idiota. Chi pensi di prendere seriamente per il culo ? Secondo te poi cosa ti rimane tra quelle dita rigide e senza colore ? Verrà il giorno in cui cercherai una mano, da stringere, per non sentirti solo. E allora cosa dirai quando troverai lo stupendo fumo azzurro e freddo dei tuoi ragionamenti perfetti, senza una grinza, come abiti mai messi da indossare nelle cerimonie ? Pensaci, cretino. Per me oggi è tutto molto chiaro. Paura e dolore rincorrevano viscere in prosa che raccontano di temporali e piogge torrenziali in pozze stagnanti a lato della via. Nella strada alberata risuonano poesie che cavalcano occhi e indicano la linea lontana dove quel giorno riconoscerai quello che ora non sai.
Per me quel giorno è arrivato.
E io lo so perfettamente cosa farò, adesso.
Lo farò, lentamente, senza fretta.
Allargo il respiro, alzo le spalle, rilasso il mio viso e salgo al piano nobile del potere.
Il tuo ufficio è aperto, come sempre, perché bisogna pur venderla una immagine di democrazia.
Entro piano piano e sorrido, semplicemente, dolcemente, senza niente da dimostrare.
Poso la mia lettera di dimissioni sul tavolo e con delicatezza, con molta delicatezza, senza dire una parola, lentamente, molto lentamente, esco.
Ciao bambino mio, io sono diventato adulto, oggi. Il resto sono tutti cazzi tuoi. E in quel momento, la stanza di quel potere sparisce, come risucchiata dal mio sorriso e dal mio silenzio.
Avanti.
Io adesso non abbasso lo sguardo.
Lo posso guardare tranquillamente negli occhi quel dolore che porta con sé il tempo quando dimentica la vita.
Che strano.
Oggi è l’ultimo giorno di novembre,
ma quando esco dall’azienda,
mi accoglie la primavera.